Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

In tema di affitti. Contratti veri e contratti falsi

«Corriere della Sera», 30 gennaio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 72-76

 

 

 

È cominciata su alcuni giornali una campagna per indurre gli inquilini a negare la firma al cosidetto doppio contratto desiderato dai proprietari, uno ostensibile per 1.000 lire, ad esempio, ed uno segreto, con altre 1.000 lire di aggiunta. È una vera truffa, si nota, al pubblico erario, che va fatta cessare ad ogni costo. Le commissioni arbitrali, specialmente, si rifiutino a prestar man forte alla truffa e registrino il fitto vero, completo.

 

 

Poiché il problema è posto, è bene affrontarlo nella sua interezza, apertamente, senza alcun sottinteso.

 

 

Dicasi subito che sbagliano a fondo coloro i quali immaginano che la cifra scritta sul contratto sia l’unica e l’obbligatoria base di tassazione. Quella cifra serve unicamente di base alla tassa di registro sul contratto. Sebbene le tasse di registro non siano da trascurarsi, in questo caso sono tuttavia una bazzecola. Il grosso del tributo da pagarsi è dato dall’imposta e sovrimposta sui fabbricati. Orbene, per questa, gli agenti delle imposte non sono affatto obbligati ad attenersi e non si attengono alle cifre dei contratti. Essi procedono per paragoni, classificazioni e simili. Hanno dati certi su alcuni locali, per cui è escluso ogni sbaglio e procedono per via di paragoni. Ed hanno ragione, perché la base imponibile non è e non deve essere il fitto effettivamente pagato; ma è il fitto che ragionevolmente deve essere pagato per quella casa, tenuto conto di ogni circostanza. Sia che Tizio riesca ad affittare per 2.000 lire o per bontà d’animo o speciali ragioni conceda per 500 un locale che normalmente vale 1.500, la cosa è indifferente alla finanza. Questa tassa in ambi i casi 1.500 ed ha ragione. I contratti scritti sono uno solo degli indizi che sono tenuti in conto ed, ove così credano, agenti e commissioni delle imposte hanno pieno diritto di buttare nel cestino quel pezzo di carta.

 

 

Il pubblico sbaglia quando fa oggetto dei suoi strali i contratti scritti. Le vere ragioni delle diseguaglianze esistenti nell’imposizione delle case e della frequente bassezza degli imponibili reali in confronto a quelli effettivi sono ben altre. Due principalmente:

 

 

  1. In primo luogo la diversa epoca a cui risalgono gli accertamenti. Il grosso delle case fu censito nel 1890, quando cominciava la crisi edilizia ed i fitti accennavano a ribassare. Poi ci sono le case costruite dopo e censite basse, quando imperversava la crisi ed a Roma ai Prati di Castello si vedeva un intiero quartiere di case abbandonate dove accampava gratuitamente la povera gente. Infine vengono quelle costruite dopo il 1900, per cui gli accertamenti crescono fino a diventare, per le ultime case costruite, quasi uguali ai fitti oggi correnti.

 

 

In parte, a togliere queste diseguaglianze provvedono revisioni parziali. Ma non ci si arriverà in modo compiuto, se non si provvede ad una revisione generale, eseguita in quattro o cinque anni, quale è ordinata dai disegni e decreti Meda-Tedesco-Soleri.

 

 

  1. Inutilissimo sarebbe tuttavia farsi delle illusioni sulla possibilità di accertare il vero, se non si provvede a togliere prima la seconda causa dei cattivi accertamenti: ossia le barocche, stravagantissime iniquissime aliquote vigenti delle imposte fabbricati. Il presidente del senato, on. Tittoni, in un dotto studio sulle doppie imposizioni pubblicate nella «Nuova Antologia» del 16 gennaio, ha dolorosamente dovuto pronunciare questo severo giudizio sulla legislazione italiana: «Nulla vi ha in essa contro le doppie imposte internazionali. Vi ha anzi un caotico sistema tributario interno, in cui le imposte si raddoppiano e si sovrappongono, producendo gravi sperequazioni ed ingiustizie». Ma forse la categoria di redditi contro cui si è più sbizzarrita la ferocia fiscale italiana è quella dei redditi edilizi. A Milano l’imposta e sovrimposta fabbricati giunge all’83% del reddito imponibile; ed all’83% bisogna aggiungere, se si vuole badare ai fatti, altre svariate quote per imposta di famiglia, contributo straordinario di guerra, imposta complementare sui redditi ed imposta patrimoniale. Anche senza tener conto di quest’ultima, e non si capisce il perché non se ne dovrebbe tener conto da chi bada alla sostanza delle cose e non alle chiacchiere dei proemi ai decreti legge, ritengo siano pochissimi i casi in cui il tributo non arrivi al 100% del reddito imponibile.

 

 

Milano è, sotto questo riguardo, un comune favorito. A migliaia si contano i comuni, specie quelli piccoli, in cui il 100% è superato di gran lunga. Di fronte a questi che sono fatti incontrovertibili, che senso ha dire che bisogna accertare i redditi veri? Unicamente questo: che si vuole espropriare senza compenso tutta la proprietà edilizia. Che lo dicano e lo vogliano i comunisti, passi; che essi sbraitino contro le truffe dei proprietari, si capisce. Ma che lo dicano persone sensate, appartenenti a partiti desiderosi del progresso economico del paese, è davvero incomprensibile.

 

 

Se dovessero essere accertati i redditi veri, i proprietari di case rimarrebbero senza alcun reddito. Avrebbero interesse a farsi espropriare, per non pagare le spese. Gli stessi agenti delle imposte, che sono uomini e non iene, sono persuasi di queste verità. Se essi stimano i redditi edilizi a meno del vero, se essi prendono per buoni i contratti fittizi, non è già perché siano obbligati a ciò; ma perché sanno che ad accertare il vero, essi esproprierebbero il contribuente. La legge d’imposta, così come è, colle sue aliquote bestiali, è inapplicabile.

 

 

D’altro canto, bisogna mettersi nei panni del valoroso ministro delle finanze e del suo bravissimo direttore generale delle imposte. C’è da esitare a ridurre, come si dovrebbe, le aliquote. Le finanze dello stato e sovratutto dei comuni e delle province si sono assestate sulla barocca base esistente. Al 100% si esigono tanti milioni; al 25% se ne esigeranno alla lunga di più; ma frattanto può darsi vi sia una perdita; e la perdita potrebbe far fallire certi comuni.

 

 

Ancora: una revisione generale oggi è pressoché impossibile. Fitti vincolati e fitti liberi; una confusione indicibile; nessun vero prezzo di mercato, da cui prendere norma. La legge d’imposta patrimoniale ha tentato di dire che bisogna tener conto dei prezzi che ci sarebbero, se non ci fossero i vincoli. Ma è una norma diabolica, che bisogna buttar sul fuoco, affinché vi bruci al calor bianco, come dovrebbe accadere di tutti i criteri ipotetici in materia tributaria. In questi frangenti, io metterei avanti una proposta di transizione, simile a quella che l’on. De Stefani ha avuto il meritorio coraggio di applicare, nonostante l’ululato dei soliti frenetici, alla nuova imposta sui profitti agricoli.

 

 

Un breve decreto, d’urgenza somma, dichiari che tutti gli accertamenti per le case entrate nuovamente in tassazione a partire dall’1 gennaio 1923 e tutti gli aumenti di accertamento per qualsiasi casa a partire dalla stessa data, diano luogo ad una tassazione complessiva, tutto compreso, imposta, sovrimposta, addizionali, centesimi, decimi, imbrogli di contributi di guerra e false complementari sui redditi, del 25 per cento. Escluse solo dal 25% le vere imposte personali: tassa di famiglia, patrimoniale e futura complementare sui redditi.

 

 

Se questo decreto potesse essere emanato d’urgenza, lo stato conseguirebbe alcuni notabili risultati:

 

 

  1. il provento attuale sulla base degli attuali imponibili diverso dal vero e delle attuali balordissime aliquote sarebbe provvisoriamente consolidato a favore di stato, province e comuni. Dovrebbe, per questa parte, dichiararsi una serrata provvisoria di aliquote ed imponibili;

 

 

  1. nessun pretesto avrebbero i proprietari a nascondere gli aumenti di reddito oltre l’imponibile e specie quelli che ora conseguono. Il 25% è forte, ma è tollerabile. Lo stato dia ai comuni due quinti (10%) ed alle province un decimo (2,5%) di quel 25 per cento. Gli rimarrà sempre un 12,50%, che è l’aliquota originaria dell’imposta fabbricati, stabilita nei tempi in cui i finanzieri, anche se avevano fama di feroci tassatori come Quintino Sella, sapevano ragionare. Essendo il tributo ragionevole, si potrebbero stabilire severe penalità ed applicarle contro proprietari ed inquilini in solido in caso di false scritture. Dovrebbero subito entrare in vigore le norme dei decreti Meda-Tedesco-Soleri, per cui i rimborsi effettivi e controllati per spese di riscaldamento, acqua, luce, ed altri servizi non sono compresi nel fitto e quindi nella tassazione. Si potrebbe elevare dal quarto al terzo la quota deducibile per le altre spese di riparazione, ammortamento, assicurazione, amministrazione, tutte fortemente cresciute in questi anni;

 

 

  1. frattanto, si ritornerebbe a poco a poco a condizioni normali. Entro tre o quattro anni, per via di revisioni parziali al 25%, la revisione generale sarebbe un fatto compiuto. A questo punto, i vecchi imponibili e la vecchia somma attuale di imposte e sovrimposte potrebbe essere riassorbita, a guisa di un contingente fisso, nell’imponibile generale ed una nuova aliquota generale, un po’ superiore al 25% ma notevolmente inferiore alle attuali pazzie, potrebbe essere ripartita sull’intiero imponibile. E così, senza scosse, né per l’erario né per i contribuenti, si potrebbe uscire dalla odierna gabbia di matti nel mondo delle persone ragionanti e ragionevoli.
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