Incubi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/08/1919

Incubi

«Corriere della Sera», 8 e 12 agosto 1919,

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 382-393

 

 

 

I

 

L’incubo dello sbilancio commerciale e del cambio

 

Una delle preoccupazioni più vive del governo e dei ceti industriali è nel momento attuale il dislivello enorme esistente fra le importazioni e le esportazioni. Non meno di otto a dieci miliardi, ha detto l’on. Nitti nel discorso coraggioso e pieno dello spirito di verità, il quale gli valse la pienezza assoluta dei suffragi favorevoli al senato. «Noi non possiamo esportare, di fronte alla importazione, se non nel rapporto di uno a quattro o di uno a cinque; cioè noi possiamo dar merce per uno e dobbiamo chiederne per quattro e per cinque».

 

 

Durante il dibattito sulla interrogazione Giretti, l’on. Nitti tornò a chiedere: «Tutti dicono: fate esportare. Ma quando viene la questione dell’esportazione sorgono le difficoltà. Ditemi: che volete esportare?». È palese la preoccupazione di restare, se si aprono le porte al commercio estero, affogati sotto la fiumana delle importazioni, senza aver nulla da dare in cambio. Ed è chiarissimo il timore, anzi lo spavento che, appena importatori ed esportatori potessero muoversi liberamente, i cambi salirebbero impetuosamente, aggravando ancor più le condizioni di vita delle masse.

 

 

La verità è invece che il rialzo dei prezzi all’interno dipende ben più dalla ridondanza della circolazione cartacea, dalla capacità enormemente cresciuta nelle masse di comprare merci pagando in biglietti, che non dallo squilibrio della bilancia commerciale.

 

 

La verità è che all’aumento dei prezzi ed all’inasprimento dell’aggio contribuiscono i vincoli medesimi creati alla importazione ed alla esportazione. Il commercio internazionale si aggira in un circolo vizioso: si ostacolano le importazioni per la paura di dover fare troppi pagamenti all’estero; e, così facendo, si restringono le esportazioni che si sarebbero potute fare con le merci elaborate con quelle materie prime le quali non si sono potute importare dall’estero. Si vieta o si assoggetta a limitazioni asfissianti la importazione dei coralli e di altri prodotti semi-lavorati utili per confezionare oggetti di lusso; ma chi ci assicura che l’Italia non avrebbe guadagnato di più importando quelle materie ed esportando collane ed altri oggetti lavorati? Si vieta l’importazione della carta, cartoni e loro lavori; ma che cosa sappiamo noi intorno alla possibilità della esportazione di libri, carta da lettere, sigarette, ecc.? Come si può immaginare che un gruppo di funzionari e di ministri, anche intelligentissimi ed animati dalla miglior buona volontà, sappiano scoprire essi ciò che si deve e ciò che non si deve comperare? Se per ogni partita di merce acquistata all’estero bisognasse dare la dimostrazione preventiva che una corrispondente partita di merci italiane sarà venduta all’estero, ogni scambio sarebbe impossibile. Bisognerebbe tornare al baratto in natura fra merce e merce; metodo dell’età della pietra, che fu risuscitato durante la guerra passata per gli scambi tra governo e governo e che rese gli scambi così lenti e complicati da ridurre alla disperazione ogni uomo di buona volontà.

 

 

Gli scambi moderni sono appunto caratterizzati dal fatto che le operazioni del vendere e del comperare sono separate. Chi compra all’estero non fa altro che comperare; chi vende non fa altro che vendere. L’uno paga con denaro o con tratte; l’altro è pagato con denaro e con tratte. L’uno non sa che cosa fa l’altro; e sarebbe una perdita di tempo inutile se si preoccupasse delle operazioni dell’altro e subordinasse la conchiusione dei suoi affari alla conchiusione di un affare inverso da parte di un altro. Gli scambi si arresterebbero e niente più si potrebbe condurre a termine. Eppure, gli organi governativi vorrebbero riuscire a questa coincidenza preventiva, contraria alla pratica ed al buon senso.

 

 

Eppure l’on. Nitti ha dichiarato alla camera che il pregio principale del decreto 24 luglio sarebbe quello di preparare intese fra produttori per cui si possa tornare gradatamente allo scambio di merci contro merci. Lodevole desiderio questo; ma per cui non occorrono e sarebbero dannose le intese fra produttori. Il meccanico italiano dovrebbe aspettare a comprar ghisa all’estero sino a quando il fabbricante di automobili sia riuscito a vendere in America le sue vetture? Ciò vorrebbe dire imbrogli e fastidi e null’altro. La coincidenza sempre c’è stata e sempre ci sarà di fatto, come conseguenza inevitabile della natura delle operazioni economiche. Lo scambio fra nazioni in realtà non è che la somma di scambi numerosissimi fra individui di quelle nazioni. Non l’Italia compra grano dagli Stati uniti; ma italiani singoli lo comprano da nordamericani singoli. Durante la guerra, il fatto è stato oscurato dalla circostanza che contraenti erano i governi; ma esso rimane il fatto vero. Ora è assurdo immaginare che l’italiano, lasciato a se stesso, possa comprare grano o carbone o cotone o pelli senza avere qualcosa da dare in cambio. Con niente non si compra niente. Se si compra vuol dire che si posseggono merci o servizi o credito da dare in cambio. Che cosa si darà, non lo sanno per lo più nemmeno gli interessati. Non possiamo immaginarlo noi che abbiamo per ufficio lo studio dei fatti economici; non lo possono immaginare i funzionari dei ministeri romani, anche i più lungiveggenti. Ci pensano assai bene gli interessati. Ognuno, mosso dalla molla del suo interesse, saprà bene scoprire i mezzi di pagare ciò che ha visto la convenienza di acquistare all’estero.

Acquisterà col suo denaro. Altri si ingegnerà a trasformare, a valorizzare il suo prodotto, a venderlo a più caro prezzo. Come supporre che tutti gli italiani siano d’un tratto impazziti e vogliano comprare a credito? E se lo fossero, come troverebbero chi facesse loro credito?

 

 

Si ha paura di non trovar credito e si sussurra che gli Stati uniti non vogliano più farci credito se non dietro garanzie reali.

 

 

Se ciò vuol dire che gli Stati uniti e gli altri paesi alleati o neutri per fornirci credito esigono garanzie di stabilità sociale e di ordine pubblico, non vedo in ciò nulla che non ci sia sommamente giovevole. Quale persona sennata impresta i suoi risparmi o vende a credito le sue merci a chi si sa essere sul punto di fallire o che dà fuoco alla casa sua od in altre maniere dimostra di non volere o di non potere lavorare e produrre? Dipende da noi dimostrare di essere meritevoli, sotto questo rispetto, di credito. Non è un ricatto rifiutarsi di vendere a chi si mette in condizione di non pagare; ma è beneficio sommo che lo induce a riflettere e che lo salva dalla rovina. Questo disse in sostanza l’on. Nitti; e disse una verità sacrosanta, non mai abbastanza ripetuta.

 

 

Se ciò vuol dire, in aggiunta, che gli Stati uniti esigono garanzie commerciali, io non vedo come lo stato le possa fornire meglio dei privati. Da che si scrivono libri di pratica bancaria, da che si fa della banca e del credito, sempre fu insegnato e creduto che una cambiale di un negoziante privato fosse preferibile al buono del tesoro dello stato più potente e più solido. Sono di questa opinione anche i banchieri americani; né è dimenticata la circolare dell’Ufficio federale di riserva che al principio del 1917 raccomandava alle banche federali di non scontare più buoni del tesoro europei; né si può chiudere gli occhi dinanzi alla ragionevole ripugnanza dei banchieri e degli industriali americani a continuare a far credito ai governi ed alla loro predilezione a far credito a privati. Ragionevole la ripugnanza, perché far credito a governi è conveniente ai privati; ma per i banchieri è un immobilizzare le proprie risorse. Non si sa mai quando un governo rimborserà e quando si vedrà la fine delle fatali rinnovazioni. Ragionevole la predilezione; perché, se il negoziante è accreditato, fa onore alla cambiale da lui accettata ed alla scadenza paga. Se così non fosse, come accadrebbe che le cambiali commerciali sono l’investimento più gradito e più disputato delle banche in tutti i paesi del mondo? Correttezza, buona fede, serietà commerciale, ecco le migliori delle garanzie anche agli occhi dei nordamericani.

 

 

Si ha paura, se non compra il governo, di pagare le merci troppo care. Finché Stati uniti ed Inghilterra fissarono prezzi massimi per le materie utili ai belligeranti, poté darsi che Francia ed Italia abbiano acquistato a prezzi minori di quelli a cui, in quelle medesime circostanze e in regime di libertà di prezzi, avrebbero acquistato i privati. Ma se ciò poté darsi – non è neppure ben certo sia accaduto – in passato; come potrebbe essere ora, che i massimi di prezzo ed i controlli furono aboliti? Non possiamo esigere che americani ed inglesi si tengano addosso la camicia di Nesso dei controlli governativi per rendere a noi il servizio assai discutibile di far comprare dal nostro governo, invece che dai privati, ciò di cui abbiamo bisogno. Se i controlli all’estero non possono durare, è pura follia sperare che il governo compri a più buon mercato dei privati. Fondata è invece la paura contraria: che il governo continui a pagare agli alleati prezzi politici superiori a quelli a cui si potrebbero fare acquisti altrove.

 

 

Si ha paura che l’aggio cresca. Ma ciò potrà accadere solo se gli italiani saranno presi dalla furia di comprare ad ogni costo, per puro scopo di consumo. E qui dico che moltissimi non agiranno così, comprando solo in caso di bisogno e di convenienza. L’aggio stesso, col rialzo dei prezzi, limiterà gli acquisti al necessario e conveniente. Esso, temporaneamente e finché non siano cresciuti in corrispondenza i costi interni di produzione, costituirà un premio all’esportazione e contribuirà a ristabilire l’equilibrio della bilancia commerciale.

 

 

Si ha paura di comprare in dollari cari e di vendere in marchi e corone deprezzate. Siccome noi stiamo, colla nostra lira, di mezzo fra questi due estremi, ci sarà una certa compensazione per quella parte di impulso temporaneo che all’esportazione dà il deprezzamento della moneta. Se quell’argomento avesse una grande portata, dovrebbero essere ridotti alla disperazione principalmente gli americani e gli inglesi, i quali hanno la moneta più apprezzata e dovrebbero giubilare tedeschi, austriaci e russi, a moneta deprezzata. Il che non si vede; ed anzi si vedono i tedeschi, noncuranti di taluni vantaggi provvisori, tendere a valorizzare nuovamente il marco.

 

 

Se ci sarà una minoranza di gente pervicace nel voler spendere ad ogni costo, basterà per essa mantenere alcuni speciali divieti. Dico divieti e non vincoli. Il vincolo presuppone la facoltà della licenza; quindi commissioni, giunte, istituti e simili fastidi. Le dogane abbiano invece istruzione tassativa di non lasciare entrare tali e tali altre merci considerate inutili: ad esempio, piume di struzzo, uccelli del paradiso, perle, brillanti. Nessuna deroga per nessun motivo sia consentita. Ma tutto il resto entri ed esca liberamente, senza noie, senza permessi, senza visti, senza dimostrazione d’essersi procurata o di aver consegnata la valuta, senza scartoffie di nessun genere.

 

 

Quanto agli acquisti diretti dello stato, questo faccia quelli che lo interessano direttamente: carbone per le sue ferrovie ed i suoi piroscafi, materiali per le sue fabbriche, i suoi arsenali, i suoi stabilimenti. Si può tollerare, durante il periodo di transizione e per l’anno agrario iniziato l’1 agosto, che esso acquisti ancora i cereali occorrenti al consumo interno. Ma l’anno venturo bisognerà ritornare anche qui alla libertà di commercio. Se si prevedesse un aumento di prezzo notevole nel pane, si diano buoni speciali ai veramente bisognosi, a coloro il cui reddito per famiglia non supera le 1.200 lire all’anno. Ma l’erario non può continuare a perdere 200 milioni di lire al mese a beneficio: 1) di alcuni poveri; 2) di moltissimi in grado di pagare il pane quel che costa; 3) di molti in grado di pagarlo più del costo; 4) di cavalli, buoi, vitelli, mucche a cui oggi e più conveniente dar pane ad 80 centesimi il chilogrammo che fieno a 50, 60, 80 centesimi ed anche 1 lira.

 

 

Il fatto sarà lamentevole; ma non c’è polizia capace di scoprire le riserve nascoste di cereali e di impedire, in tempi di siccità , ai contadini di fare il calcolo semplicissimo della convenienza di alimentare il bestiame colla farina a buon mercato invece che col fieno caro.

 

 

Per tutto il resto, a poco a poco il governo deve ritornare sul serio alla libertà del commercio. Senza tentativi di jugularla con i suoi consorzi e con le sue organizzazioni. È un’utopia credere che un consorzio di dieci grossi importatori sappia procacciarsi all’estero maggior credito di quegli stessi dieci in concorrenza tra loro ed in concorrenza con altri 100 o 200 piccoli, rimasti esclusi dal consorzio. Il consorzio è uno strumento di fossilizzazione del commercio. Lo dà in mano alle case vecchie, preesistenti. I nuovi, i piccoli non possono più farsi strada. Come mai non si vede che, con questa mania dei consorzi, lo stato si rende complice di un vero monopolio – il popolo direbbe «di una vera camorra» – a vantaggio dei già arrivati, dei grossi? Come si può farneticare che il credito del paese in tal modo cresca? Invece diminuisce di tutto il credito che i non arrivati, che i piccoli desiderosi di progredire, saprebbero procacciarsi col loro ingegno, col loro ardimento, col loro fiuto degli affari buoni da conchiudersi in maniere impensate ai consorziati ed ai padreterni loro inspiratori.

 

 

II

 

L’incubo delle materie prime

 

Da quando è finita la guerra, una campagna insistente, quasi quotidiana, tenta persuadere l’opinione pubblica nostra che la vittoria in realtà è stata economicamente una grande sconfitta e che le condizioni del nostro paese stanno per diventare tragiche. Si va creando quella che si potrebbe chiamare la ossessione delle materie prime. Queste sarebbero in possesso della grande lega franco-anglosassone, di cui l’Italia sarebbe divenuta la schiava economica. Stati uniti, Inghilterra e Francia ci jugulerebbero in pace, ci costringerebbero a pagar loro enormi tributi in denaro per la concessione, ad altissimo prezzo, di limitate quantità di materie prime. L’Italia, famelica per abbondanza di uomini e priva di materie prime, sarebbe in una situazione persino più disperata della Germania, la quale può disporre, nonostante la perdita della Lorena, della Sarre e forse dell’Alta Slesia, di abbondanti giacimenti di carbone, di discrete riserve di minerale di ferro, di ampie ricchezze in potassa ecc. ecc.

 

 

Che cosa v’è di vero in questo incubo delle materie prime, col quale si tenta di far sembrare disastrosa una vittoria conquistata con tanto sforzo, con tanto sacrificio e con tanto valore?

 

 

Sembra a me che si debba distinguere nettamente fra il periodo di transizione dalla guerra alla pace ed il periodo permanente successivo di pace. Solo per il primo periodo esiste un problema delle materie prime. Il problema esiste perché la guerra ha costretto i governi a sostituirsi ai privati nel commercio dei cereali, dei carboni, del ferro, dei metalli, delle pelli, della lana, del cotone ecc. Quindi il governo italiano ha dovuto contrattare con il governo inglese e con quello nordamericano per acquistare le derrate alimentari e le materie prime. Quindi ancora i prezzi, che pagammo, non furono più prezzi economici, liberamente discussi, ma prezzi politici, determinati dall’astuzia e dalla forza relativa dei contraenti. È probabile che i nostri contraenti abbiano commessi errori non piccoli, non abbiano saputo mettersi in sufficienti situazioni di forza politica ed abbiano pagato prezzi esagerati. Fortunatamente, stiamo già uscendo dal periodo bellico di prezzi assolutamente politici, contrattati fra governi e governi, tra abili commercianti americani postisi al servizio del governo per il salario di 1 dollaro all’anno e padreterni romani. Uno per uno, i capi dei servizi economici nordamericani ed inglesi se ne vanno. Ad una ad una, le merci sono di nuovo lasciate libere. Rimangono solo parziali controlli governativi. Rimane, inoltre, lo stato di irrequietudine nelle maestranze operaie, che produce in Inghilterra, in Germania, negli stessi Stati uniti, sospensioni di lavoro nelle miniere e nei trasporti, le quali diminuiscono a danno di tutti, paesi esportatori e paesi importatori, la produzione delle materie prime.

 

 

In queste condizioni, il compito del governo italiano è ancora grave, ma ben diverso da quello che un’opinione pubblica male consigliata pretenderebbe imporgli. Il baccano che si va facendo in Italia intorno al pericolo di rimanere privi di materie prime può produrre mali effetti, può far sorgere il pericolo, dove oggi esso è inesistente. Se noi ci persuadiamo che davvero corriamo rischio di rimanere privi di alimenti e di materie prime, costringiamo moralmente il governo a stipulare, anche quando non è necessario, convenzioni con i governi alleati per determinati approvvigionamenti. Se non si sta bene attenti, queste convenzioni possono danneggiarci gravemente. Esse sarebbero un impegno per gli altri di consegnare a noi; ma sarebbero altresì un impegno per noi di comperare. A quali prezzi? Il punto è lì. Tutto porta a ritenere che i prezzi a cui il governo italiano assumerebbe impegni ed acquisterebbe diritti sarebbero molto vicini ai prezzi di guerra. Chi legge le cronache dei mercati di cereali, del carbone, del ferro, dei metalli in Inghilterra e negli Stati uniti sa che i prezzi delle partite a disposizione dei governi sono di solito superiori a quelli liberi, superiori spesso notevolmente a quelli che si stabilirebbero se i governi abolissero i loro controlli. Notizie, non smentite, affermano che il commercio privato potrebbe acquistare, se potesse, cereali e carni in Argentina a prezzi naturalmente inferiori a quelli politici a cui il governo acquista negli Stati uniti.

 

 

Una conclusione perciò si impone: che nel presente periodo di transizione, in quei casi in cui il governo italiano dovrà ancora contrattare con i governi alleati, ogni sforzo dovrebbe essere fatto per assicurarsi soltanto opzioni di acquisto. Non impegni assoluti di comperare; ma opzioni, ossia facoltà di acquistare a dati prezzi determinate partite per un dato periodo di tempo. Se il commercio privato troverà nel frattempo a comprare a più bassi prezzi, tanto meglio. L’ufficio del governo dovrebbe essere, oltreché quello di approvvigionare se stesso, le proprie ferrovie ed i propri servizi pubblici, quello di un paracadute, per il caso in cui al commercio privato non riuscisse assolutamente di approvvigionare il paese.

 

 

Naturalmente, non si potrà riuscire nello scopo senza abilità, adattamenti, compensi. Nessuno a questo mondo è mai riuscito a concludere alcunché , quando ha avuto la pretesa di fare solo i comodi propri e non anche quelli dell’altro contraente. Ma la prima abilità è quella di non andarci persuadendo di essere morti di fame, e di non costringere il governo nostro a chiedere per misericordia ciò che è interesse dei governi alleati di dare.

 

 

Per il periodo definitivo di pace, quando sia liquidato il controllo provvisorio e parziale oggi ancora conservato dai governi, quando sia finita per esaurimento la presente nevrosi di stanchezza prodotta dalla tensione bellica, l’incubo delle materie prime sembra a me da relegarsi nei libri di maghi e di streghe che taluni usano ancora dar da leggere ai ragazzi.

 

 

La paura di rimanere privi di materie prime è inesplicabile.

 

 

Quando si vogliano adoperare parole piane, non apocalittiche, non si trovano neppure le espressioni adatte a metterla in carta. La mancanza quasi assoluta di cotone greggio non impedì all’Inghilterra di far sorgere e fiorire la sua industria cotoniera, la più grande delle sue industrie. Forseché la lana ed il cotone sono prodotti in Italia? Tuttavia sorsero in Italia industrie discretamente prospere che lavorano queste materie prime forestiere. Le industrie meccaniche, la stessa industria della seta non lavorano materie prime in notevole parte di provenienza forestiera?

 

 

Che cosa farebbero gli Stati uniti, l’Egitto, l’India, del loro cotone, l’Argentina e l’Australia della loro lana, se non li vendessero? I cereali che i paesi esportatori producono solo per venderli, marcirebbero sui campi se noi non li comperassimo. Prima della guerra, nessuno aveva lo spavento di rimaner privi di materie prime. Trascorso qualche tempo dalla pace, liquidati fra i fischi i padreterni governativi che si aggrappano a questo incubo per tenersi a galla, tutti rideranno dello spavento provato.

 

 

Anche in Germania pare oggi si abbia paura di rimanere privi di materie prime; ma a ragione l’«Economist» di Londra osserva ai tedeschi che questa idea è frutto di allucinazione. Ognuno, che possa pagarle, avrà le materie prime. E pagare si possono solo col lavoro.

 

 

Se noi abbiamo interesse a comperare le materie prime, i detentori hanno almeno altrettanto interesse a vendercele. È assurdo che gli Stati uniti e l’Inghilterra abbiano interesse a tenersi per sé tutte le materie prime ed a venderci solo i prodotti finiti: non più cotoni e ghisa, ma tessuti e macchine. Per venderci qualcosa, bisogna pure che noi abbiamo qualcos’altro da dare in cambio, se non ad essi, ad altri con cui potere fare compensazioni. Nessuno vende a credito indefinitamente. Viene il momento in cui il creditore vuol essere pagato. Se, rifiutandoci le materie prime, Stati uniti ed Inghilterra ci mettessero nell’impossibilità di lavorare, con che cosa noi potremmo pagare i loro prodotti finiti? Con oro no, perché da tempo immemorabile non ne possediamo se non un miliardo ben chiuso nelle cantine della Banca d’Italia; con promesse di pagare neppure, perché ho già detto che non si vende a credito all’infinito. Dunque con altre merci. Ma per averle prodotte, bisogna avere prima acquistato le materie prime. Dunque, ancora, a meno di supporre che ogni paese sia invaso dalla mania di non vendere nulla all’estero, – cosa contraria all’esperienza universale e contraria all’ansia da cui sono presi gli americani di vendere e che risulta da tutti i loro bollettini di commercio – bisogna che i paesi produttori di materie prime ce le vendano, se vogliono metterci in grado di comperare.

 

 

Fole da bambini, queste paure di rimanere privi di materie prime. La verità è una sola: che ogni paese avrà tante materie prime quante avrà saputo procacciarsi colla sua abilità , colla sua perizia, colla sua intraprendenza.

 

 

Appena sarà finito il periodo dei prezzi politici e rientreranno in campo i prezzi economici, le materie prime torneranno ad andare al più alto offerente. È la regola universale ed è la regola che risponde alla più perfetta giustizia. Offrire una lira di più per avere un quintale, un miriagramma di una data materia prima, vuol dire essere in grado di lavorarla meglio, a minor costo, di trarne fuori un prodotto più finito, più pregevole, meglio atto a soddisfare i gusti degli uomini. Se le materie prime andassero a chi offre di meno, sarebbe ingiustizia somma, sarebbe un regresso economico e morale preoccupante.

 

 

Il problema delle materie prime è davvero un grande problema: non però economico,bensì morale.

 

 

Coloro che non hanno mai avuto fede nell’Italia, i denigratori degli italiani gobbi, gli ammiratori dei sistemi di governo autocratici e socialistici della Germania imperiale, vogliono farci credere alla sconfitta, vogliono perpetuare il sistema dei prezzi politici, affine di dipingere l’Italia inginocchiata dinanzi alle nazioni vincitrici per implorare la facoltà di vivere.

 

 

Coloro i quali invece hanno creduto nell’Italia, e sul serio credono che gli italiani non siano per intelligenza e per capacità di lavoro da meno di nessun altro, hanno un ben diverso ideale: abbattere l’edificio dei prezzi politici, a cui ci assoggettammo, per necessità di salvezza, durante la guerra; e cooperare, con le forze imponenti cospiranti altrove allo stesso scopo, al ritorno dei prezzi economici. Nel frattempo dar opera intensa, quotidiana alla educazione intellettuale e tecnica del popolo, a crescerne la perizia e la capacità di lavoro. La fiducia nell’avvenire, che la vittoria ha rinsaldato, la sicurezza di essere in grado di star a paro con gli altri, quando non sia vanteria di torpidi, quando sia congiunta a senso del dovere, a volontà tenace di applicazione, è coefficiente prezioso di vittoria economica. Dipende da noi, esclusivamente da noi, ottenere la vittoria economica dopo la vittoria politica. I veri nemici del paese sono quelli che pretendono dimostrargli di essere stato vinto e così lo scoraggiano e lo inferociscono e lo fanno vittima dell’invidia impotente. Bisogna reagire vivamente contro questa predicazione di disfacimento e di immiserimento. Dinanzi ad un popolo serio, lavoratore, tecnicamente capace, tutti i provveditori di materie prime si metteranno in ginocchio. Essi, non noi.

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