Indennità tedesca e indennità interalleate

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/02/1921

Indennità tedesca e indennità interalleate

«Corriere della Sera», 18 febbraio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 36-39

 

 

 

Il «Temps» mi fa l’onore di occuparsi del dilemma da me posto sul «Corriere» rispetto all’indennità tedesca; e dell’onore fattomi sono tenuto al reputato diario parigino, perché mi porge l’occasione di ritornare sull’importante problema. In parte le osservazioni del «Temps» sono state superate, perché, subito dopo le dichiarazioni del sen. Sforza, ho spiegato quale fosse il vero meccanismo dell’indennità variabile del 12%: che non è un dazio sulle esportazioni, ma una semplice aggiunta alla indennità fissa, stabilita in misura proporzionale al valore delle esportazioni.

 

 

Secondo il «Temps», io avrei esposto un dilemma di questa forma:

 

 

O gli alleati si fanno pagare l’indennità sotto forma di merci tedesche, ed in tal caso essi rischiano di rovinare, con la concorrenza insostenibile della sovraproduzione tedesca, l’industria propria.

 

 

Ovvero, spaventati da siffatta concorrenza, essi tassano le esportazioni tedesche ed in tal caso gli esportatori tedeschi saranno paralizzati dal rincaro artificiale imposto alle loro merci e la Germania, non potendo esportare, non potrà pagare l’indennità.

 

 

Io non ho mai posto il dilemma sotto questa forma. Oso dire che nessun economista può neppure concepire la possibilità di un simile dilemma; perché nessuno può pensare sul serio che le abbondanti esportazioni tedesche siano dannose all’economia degli altri paesi. Io non mi spavento affatto né dell’arricchimento né delle esportazioni tedesche. Come bene dice il «Temps», in passato l’arricchimento tedesco fu contemporaneo e anzi fu in parte causa e in parte effetto dell’arricchimento francese, inglese ed italiano. Nessun popolo, salvo casi di semplice preda o saccheggio, mai si arricchì coll’impoverimento altrui; né si impoverì perché altri arricchiva. Con l’interdipendenza odierna delle economie dei diversi paesi, l’arricchimento di un popolo è condizione ed effetto dell’arricchimento altrui. Quanto più un popolo vende ad altri, tanto più questi vendono al primo. L’incremento delle esportazioni di un paese verso un altro vuol dire aumento delle esportazioni di questo verso il primo o verso terzi paesi. Queste sono verità elementari, che fa piacere veder esposte sulle colonne di un giornale così autorevole come il «Temps»; e farebbe piacere ancor maggiore convincersi che esse sono apprese e meditate dappertutto, in Francia ed in Italia.

 

 

Il dilemma mio era diverso: «Voi, protezionisti dei paesi alleati, i quali avete un così sacro orrore delle esportazioni tedesche, perché volete che la Germania paghi indennità agli alleati? Chi non vuole le esportazioni, perché teme che esse rovinino l’industria nazionale, non deve volere l’indennità, perché l’indennità non può essere pagata che in merci o in servigi di uomini o di navi».

 

 

Il dilemma era dunque posto per coloro che hanno la paura delle esportazioni tedesche; e sono numerosi nelle sfere governative francesi ed italiane, sono influentissimi nei ceti industriali di tutti i paesi alleati, compresa l’Inghilterra. Costoro sono in errore e costoro devono decidersi ad abbandonare un corno del loro dilemma.

 

 

Tuttavia il «Temps» ha torto quando afferma non solo che il dilemma non esiste, ma che la Germania potrà pagare senza eccessiva difficoltà l’indennità impostale. Ho dimostrato che, se le importazioni tedesche saranno in principio di 10 miliardi di marchi oro, l’indennità dovuta dalla Germania salirà a 3 miliardi e 630 milioni; e dopo i 10 anni, se l’importazione di merci in Germania salirà a 20 miliardi, l’indennità sarà di 9 miliardi e 545 milioni di marchi oro.

 

 

Il pagamento di somme così grosse a me era parso dubitabile. In un recente articolo, il Keynes giunge alle stesse conclusioni numeriche e le dice poco meno che pazzesche. La questione è chiaramente di misura. È probabile che i tedeschi ora si facciano poveri per pagar poco; e mantengano in un voluto dissesto il loro bilancio per meglio dimostrare la impossibilità di aumentarlo in misura sufficiente a pagare le indennità; e lascino svilire il marco per trovare argomento a dire di non poter pagare 40 miliardi di marchi carta (corrispondenti a 3 miliardi e 630 milioni di marchi oro) e tanto meno 110 miliardi di marchi carta (9 miliardi e 545 milioni di marchi oro) all’anno di indennità. È un gioco pericoloso; perché i danni del dissesto finanziario e della svalutazione del marco minacciano di essere più gravi socialmente del beneficio di risparmiare una parte dell’indennità che fosse stabilita in una misura tollerabile.

 

 

Ma ciò che è indubitabile, in tanto groviglio di cifre, è che Francia ed Italia non debbono pagare agli alleati indennità gran fatto diverse da quelle che sono dovute dalla Germania. Astrazion fatta dal 12%, gli alleati hanno chiesto alla Germania 87 miliardi di marchi al valore attuale; ma gli angloamericani chiedono alla Francia 30 miliardi ed all’Italia più di 20 miliardi di lire oro. Date la minore popolazione nostra, la minor ricchezza, le maggiori devastazioni subite, l’indennità da noi dovuta per rimborso di prestiti, non è forse così differente da quella tedesca come a prima vista potrebbe sembrare. Perché, se è difficile, come pare a molta gente sensata, per la Germania pagare la sua indennità, dovrebbe essere agevole per noi? Perché tanta gente in Inghilterra e negli Stati uniti è disposta a passar la spugna sulla indennità tedesca e non ci sente dall’orecchio delle indennità italiana e francese?

 

 

Il «Corriere della sera», è stato il primo, subito dopo l’armistizio, a gettare l’idea della compensazione fra crediti verso la Germania e debiti verso gli angloamericani; ma è dolente di dover rilevare che la sua insistente campagna non è stata abbastanza appoggiata dalla grande stampa francese. Questa, ossessionata dall’indennità tedesca, ha dimenticato che il problema dell’indennità dovuta da noi agli alleati è non meno urgente e non meno grave. Bisognava e bisogna tuttora battere su questo chiodo fisso: che Francia ed Italia non devono, per stretta giustizia, neppure un centesimo all’Inghilterra ed agli Stati uniti. I nostri debiti di stato (non quelli privati) verso gli stati alleati sono un semplice metodo di contabilità bellica. Essi sono schemi atti ad indicare la proporzione in cui il nostro sforzo bellico di vite e di uomini fu sostenuto con mezzi materiali angloamericani invece che con mezzi materiali italiani o francesi. I nostri uomini lottarono e morirono per una causa comune. Per un po’ di tempo noi francesi ed italiani li mettemmo, questi nostri uomini, in grado di lottare e morire con munizioni e con sussistenze prodotte col nostro sforzo. Dopo, quando e nella misura in cui non potevamo più col nostro sforzo far tutto, noi consentimmo a che, nel loro e nel nostro interesse, i nostri uomini fossero aiutati a lottare ed a morire con gli alimenti e le munizioni angloamericani. La sostanza del rapporto economico e giuridico registrato in quei libri di dare ed avere è tutta qui. E possiamo noi tollerare che, finita la guerra, colui il quale ha pagato il costo dei cibi e delle munizioni, grazie a cui il soldato nostro sofferse, morì e vinse, venga a farsi ripagare quel costo dai sopravissuti e dagli eredi dei morti? Tutto ciò è di gran lunga più assurdo e fantastico ed impossibile dell’indennità tedesca. Francia ed Italia non debbono e non possono pagare. Noi non possiamo mettere imposte schiaccianti sui cittadini italiani e francesi al solo scopo di dover esportare merci nostre gratuitamente nei paesi alleati.

 

 

Perché il «Temps» non si associa a noi in questa sacrosanta campagna, finché inglesi ed americani non si convincano della necessità di renderci giustizia e cessino, finalmente, dal palleggiarsi l’iniziativa del riconoscimento di una verità così evidente? Finora gli uomini di stato responsabili in Inghilterra hanno affettato una grande generosità verso gli alleati, proclamando di essere pronti a rinunciare ai crediti verso la Francia e l’Italia non appena gli Stati uniti rinuncino alla loro volta ai crediti verso l’Inghilterra. È facile fare i generosi in tal modo; anzi si fa un guadagno quando si rinuncia ad un credito dubbio per essere liberati da un debito sicuro. Bisogna che in Inghilterra prevalgano quei pochi spiriti, veramente generosi o più semplicemente veggenti, i quali affermano che il loro paese deve rinunciare senz’altre condizioni, per suo conto e per il primo, ai crediti verso gli alleati. L’Inghilterra deve dare l’esempio per la prima; ed il suo esempio trascinerà gli Stati uniti. Altrimenti ci aggireremo in un circolo vizioso e nessuno vorrà prendere l’iniziativa. A farla prendere gioverà assai il contegno unito e fermo dell’opinione pubblica italiana e francese.

 

 

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