Indifferenza per il disboscamento

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/06/1903

Indifferenza per il disboscamento

«Corriere della Sera», 24 giugno[1] 1903

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 50-52

 

 

Le pioggie fastidiose del mese di giugno non hanno allarmato l’opinione pubblica perché i fiumi non hanno straripato e città intere non sono state distrutte, come l’anno scorso in Sicilia, per la violenza dei nubifragi; ma quei pochi i quali in Italia si preoccupano della urgenza dei rimboschimenti non hanno potuto non pensare che ogni pericolo di maltempo aggiunge qualcosa ai danni antichi e rende più difficile e costosa l’opera di salvezza. Abbiamo detto costosa l’opera che sarebbe necessaria per impedire le devastazioni delle acque; ma in realtà, per quanto costosa, non è nemmeno lontanamente paragonabile alle perdite vive che ogni giorno sopportiamo per la mancanza di un’azione continua di difesa e di ricostruzione delle nostre ricchezze forestali. Ben pochi hanno un’idea precisa di quanto grandi siano le perdite che l’incuria governativa e la furia privata di distruzione addossano all’Italia. L’impressione generale è che si tratti bensì di cifre grosse; ma che siano però esagerati i clamori di coloro che si lagnano del diboscamento; e che vi siano altre questioni ben più urgenti a cui pensare che non questa, la quale per giunta ha il difetto di dividere profondamente gli animi degli interessati appartenenti alle diverse regioni italiane.

 

 

Purtroppo, la realtà è assai peggiore delle impressioni più pessimiste. Nell’ultimo numero del «Giornale degli economisti» il signor Ezio Branzoli-Zappi si è assunto il carico faticoso di spogliare diligentemente i bilanci consuntivi dello stato ed altre statistiche governative per trarne qualche indice delle perdite del paese a causa delle inondazioni e dei diboscamenti. I risultati da lui ottenuti sono addirittura impressionanti, e tali che dovrebbero scuotere l’opinione pubblica e farla pensare sul serio ad una questione così grave.

 

 

La spesa minore è quella dei rimboschimenti: dal 1867 al 1899 si rimboschirono a spese dello stato ettari 20.366 di terreno con una spesa di 5.147.088 lire. Misera cosa davvero in confronto degli 84.000 ettari che le statistiche ufficiali danno per diboscati dopo il 1878 e del numero molto maggiore di ettari, in cui la distruzione dei boschi od il loro grave deterioramento non si poté constatare ufficialmente. Né grandi risultati si otterranno quando si saranno rimboschiti i terreni dei bacini montani per cui, in esecuzione della legge del 1888, si devono spendere su circa 6.000 ettari 3.240.940 lire e quando i comuni con una spesa di circa 5 milioni di lire avranno coperto di alberi 21.000 ettari circa di loro terreni incolti. Finita quest’opera, imposta dalle leggi vigenti, si saranno spesi circa 13 milioni di lire per riparare al male fatto su 48.000 ettari di foreste malauguratamente distrutte.

 

 

Questa non è tuttavia che una minima parte delle spese a cui il paese va incontro: poiché è pur giusto tenere calcolo delle somme che l’Italia spende per procurarsi dall’estero il legname da costruzione, che, se le sue foreste non fossero state distrutte, potrebbe avere in paese. Qui non si tratta di fare del protezionismo; ma solo di constatare il fatto che, se l’insipienza passata non avesse annullato il risultato lento di secoli, noi potremmo risparmiare per molti milioni di lire all’anno di lavoro che ora dobbiamo impiegare per comprare fuori d’Italia il legname che potremmo avere in casa a pochissimo costo. Dal 1862 al 1902 noi abbiamo speso nientemeno che 1.353 milioni di lire per comprare legname di costruzione comune all’estero; ed, in aggiunta alla grossa cifra nell’ultimo decennio 1892-1902, abbiamo dovuto spendere altri 131 milioni 867.386 lire nell’acquisto di legnami diversi in gran parte greggi o necessari all’industria, alle costruzioni navali, alle opere pubbliche, alle fabbricazioni delle botti, alle casse per gli agrumi. Noi non diciamo con ciò che si debba proteggere con dazi la produzione forestale italiana, a rischio di aggravare le difficoltà del trattato di commercio con l’Austria-Ungheria; sembra ragionevole che almeno si pensi a far cessare la vergogna di dover comprare in un quarantennio 1 miliardo e mezzo di legname all’estero (nel solo 1902 si spesero ben 7 milioni e 689 mila lire), mentre i nostri monti potrebbero benissimo fornirci legname per somme ancor maggiori e farci risparmiare per giunta le spese per le riparazioni straordinarie ai corsi di acqua o per sussidi alle riparazioni dei danni cagionati dalle alluvioni o dalle frane. Questa è un’altra e non indifferente spesa cagionata dai diboscamenti. Lasciamo pure stare i 280 milioni spesi nel bilancio ordinario delle opere idrauliche dal 1862 al 1902. Anche per questa partita gravitano fortemente le spese dovute ad inondazioni ed a piene; ed a questa causa sono senza dubbio dovuti tutti i 211 milioni stanziati nel medesimo periodo nella parte straordinaria delle spese per le opere idrauliche. Se vi aggiungiamo i 7 milioni di lire per riparazioni comuni alle acque ed alle strade e dovuti anch’essi alle alluvioni e frane, raggiungiamo nell’ultimo quarantennio un totale di circa mezzo miliardo di lire spese dallo stato, di cui una buona metà si sarebbe potuta risparmiare se i monti fossero stati rimboschiti ed i corsi d’acqua sistemati. Noi non abbiamo tenuto conto dei danni sofferti direttamente dall’agricoltura per le inondazioni, delle perturbazioni atmosferiche, degli svantaggi igienici ed indiretti del diboscamento. Le notizie, riferite sulla base dell’accurato studio del Branzoli-Zappi, bastano a dimostrare che in materia di boschi in Italia si è seguita una politica di dissipazione spensierata senza preoccuparci delle sue disastrose conseguenze economiche. Fino a quando durerà la indifferenza funesta?

 

 



[1] Con il titolo Indifferenza funesta. [ndr]

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