Opera Omnia Luigi Einaudi

Intorno al credito industriale

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/08/1911

Intorno al credito industriale[1]

«Rivista delle Società Commerciali», agosto 1911, pp. 117-128

In estratto: Roma, Associazione fra le società per azioni, 1911, pp. 38

 

 

 

 

Aderendo all’invito dell’ing. Talamo di esprimere una mia opinione sul problema del Credito industriale, egregiamente discusso nel secondo fascicolo di questa Rivista, cercherò sovratutto di mettere in luce i principali punti, intorno ai quali dissento, sia in tutto sia in parte, dall’avviso dello scrivente dello studio pubblicato a nome dell’Associazione tra le società italiane per azioni.

 

 

Per brevità, suppongo che i lettori conoscano altresì lo studio fondamentale del dott. Alberto Geisser, Il regime legale e fiscale delle obbligazioni emesse dalle società per azioni (Riforma Sociale, giugno 1911) e l’altro del barone Costanzo Cantoni. Suggerimenti per un disegno di legge per la costituzione dell’istituto di credito immobiliare cotoniero. Milano, aprile 1911. Credo inutile riferirmi, per la stravaganza stupefacente dell’introduzione dottrinale e per la inaccettabilità delle proposte pratiche, già bene dimostrata nello Studio dell’Associazione, allo scritto sulla istituzione di un banca del risparmio nazionale, scritto che va sotto il nome dell’ing. P. Ceci. Riferendomi alle cose dette in queste fonti, dirò, con la maggiore chiarezza (da non confondersi con rudezza) possibile, intorno al motivo occasionale delle discussione sul credito industriale, al credito a buon mercato o credito al tasso corrente, all’unicità o pluralità degli istituti di credito industriale, alle cartelle emesse da istituti intermedi od obbligazioni emesse direttamente da società ed al programma di riforme legislative da chiedersi al Parlamento.

 

 

Il motivo occasionale di questa discussione è, come dice lo Studio dell’Associazione, il malessere odierno della vita industriale italiana. Constatazione non lieta, ma vera. Purtroppo siccome il legislatore non si accinge a riforma legislative utili se non sotto la spinta della necessità noi dovremmo quasi essere contenti che un tanto male possa partorire qualche po’ di bene. Dovremmo, se un pericolo gravissimo non derivasse da questa condizione di cose: che la nuova legislazione sia rivolta a rimediare superficialmente alle cause del male e in sostanza invece venga ad aggravarle. Può darsi che le leggi d’occasione siano buone; ma è mero caso, rarissimo a verificarsi. Se i nuovi o il nuovo istituto legislativo dovessero servire subito a salvare certe imprese pericolanti, preferirei non sorgessero; perché il cattivo uso fattone il sul principio reagirebbe sinistramente sulla sua azione avvenire.

 

 

Quali le cause del malessere in cui si travaglia l’industria italiana? Qui ha inizio il mio dissenso con l’autore dello Studio (indico, per brevità, così lo scritto sul credito industriale pubblicato nel fasc. 2 di questa rivista). La concorrenza straniera, il rincaro dei salari, la legislazione sociale, il regime fiscale, la mancanza del credito – cito i motivi allegati nello Studio – non sono e non possono essere, a parer mio, cause di crisi industriale.

 

 

Non la concorrenza estera, la quale sarebbe concorrenza di una industria anch’essa in crisi, la quale cercherebbe di smaltire in Italia il sovrappiù della sua produzione a prezzi inferiori al costo, favorita dai sindacati, dal protezionismo ecc. ecc. È chiaro che se l’industria estera non fosse in crisi non avrebbe convenienza ad esercitare il dumping contro di noi; così come l’industria cotoniera italiana non avrebbe convenienza ad esercitare, come di fatto esercita, il dumping dei suoi prodotti all’estero se essa non fosse in crisi.

 

 

Il dumping è la conseguenza, non la causa, nei diversi paesi che ne sono colpevoli, di una crisi preesistente; può aggravare le condizioni di una industria per se stessa sana nel paese cosiddetto inondato, non essere la causa prima della crisi. Possiamo davvero noi affermare sul serio che l’industria italiana sia, essa sola, in condizioni normali di sviluppo, e che soggiaccia, incolpevole, alle conseguenze di un eccezionale ed irrazionale industriale estero? Dicasi invece che nel periodo 1905-1907 si commisero errori in ogni luogo; e che le industrie – estere ed italiane – più gravate da questi errori, cercano di salvarsi esercitando il dumping all’estero. Si riconosca cioè che il dumping odierno è la conseguenza di errori precedentemente commessi. Inoltre, sarebbe bene essere precisi in fatto di dumping. Quali sono le industrie colpite? In che periodi di tempo si verificò? Continua ancora?

 

 

Per le industrie siderurgiche, per cui più si discorre il dumping io ho, per la consuetudine di leggere rapporti settimanali inglesi e tedeschi, il fiero sospetto che i nostri industriali, e più avvocati di un aumento alla già enorme ed oramai, a mio parere, ingiustificata protezione doganale della quale i siderurgici godono, abbiano eretto a dignità di fenomeno generale e permanente quello che è un fatto transeunte, deliberato ogni tanto ed ogni tanto abolito, a seconda della convenienza da parte dei grandi sindacati esteri di vendere all’interno od all’esterno. Ed ho il fiero sospetto (a legittimare il quale farebbero d’uopo minutissime conoscenze tecniche) che i primi d’esposizione concessi, ad esempio, dal sindacato tedesco dell’acciaio non siano affatto tali, per la loro altezza, da legittimare le altre strida dei produttori italiani. Occorrono dunque ricerche precise, esatte, controllate per potersi formare un’opinione in proposito.

 

 

Né della crisi possono essere causa il rincaro dei salari o la legislazione sociale. Pur senza voler ripetere il gioco dell’uovo e della gallina, sembra a me che il rincaro dei salari non sia un fatto primo, causa di crisi. Prima vennero gli allargamenti di impianti, la ricerca affannosa di operai e quindi il rialzo dei salari. Poi questi, come è loro costume universale e non solo italiano, restarono fissi o diminuirono poco anche quando i guadagni dell’industria peggiorarono o svanirono. Ma non fu il rialzo dei salari che cagionò il malessere industriale; sibbene rialzo e malessere pare siano venuti da una causa comune. Quando alla legislazione sociale, essa è un bene od un male comune a tutta Europa; né si vede perché essa dovrebbe essere colpevole da noi di conseguenze alle quali altrove è ritenuta relativamente estranea. Ed è inoltre da dimostrare che essa rialzi i costi di produzione italiani più di quanto li rialzi all’estero. In quanto essa raggiunge in realtà lo scopo suo, di tutelare l’igiene, la salute, la vita degli operai, essa contribuisce non a rialzare bensì a ridurre i costi di produzione; non potendosi certamente affermare che un operaio sano, lavorante in ambienti igienici, per un numero non eccessivo di ore, assicurato contro gli infortuni ecc. ecc. sia più costoso di un operaio non ugualmente avvantaggiato da cotali presidii.

 

 

La legislazione sociale diventa costosa quando è pretesto a ricatti di avvocati o di medici senza scrupolo, quando impone norme inutili all’operaio e dannoso all’industria ecc. Non posso certo escludere che già in Italia si sia andati in questi accessi. Sembrati però esagerati volere elevare alcune circostanze particolari alla dignità di cause di una crisi generale, come quella che affligge l’industria italiana. Notisi che i casi più caratteristici di speculazione sugli infortuni accaddero nel 1905, 1906, 1907 quando d’allora in poi lo sfruttamento curiale e medico di quella legislazione sia diminuito alquanto di intensità.

 

 

L’allargamento degli impianti nell’industria cotoniera, in occasione dell’abolizione del lavoro notturno, potrebbe essere indicato come un esempio di crisi dovuto alla legislazione sociale. Anche qui, però, è dubbio se gli impianti si siano davvero allargati solo per causa dell’abolizione del lavoro notturno. Se questo fosse oggi abolito, nessun cotoniero ne trarrebbe motivo a far nuovi impianti; anzi tutti ne sarebbero felici come di un mezzo per diminuire la produzione. Disgraziatamente l’abolizione del lavoro notturno cadde in un momento in cui c’era la frenesia di allargarsi; e fu l’esca che attizzò l’incendio, il quale già covava.

 

 

Del regime fiscale italiano rispetto alle industrie è difficile dire tanto male quanto merita. Ma il regime preesisteva al 1907; ed ebbe soltanto in seguito alcuni perniciosissimi aggravamenti dovuti alla legge ed alla giurisprudenza. La stessa tassazione dei sovraprezzi caduta in un momento in che si passava dalla prosperità alla inopia, mise in rilievo la sua assurdità incidendo talvolta su aziende dissestate; ma non fu la causa del dissesto. Che poi la mancanza del credito non sia la causa della crisi è manifestato dal fatto che il credito venne appunto a mancare quando cominciarono le industrie a dar segni di malessere. Se la prosperità avesse durato, le banche avrebbero continuato a fornir denari alle industrie: né si parlerebbe ora di deficienza di credito.

 

 

È nelle condizioni intrinseche della industria che noi dobbiamo cercare la causa del malessere e non in condizioni esteriori, che del malessere sono le conseguenze o, tutto al più, gli indici appariscenti. Se l’industria fosse sana non avrebbe bisogno di esercitare, essa, il dumping all’estero a danno altrui; né si lamenterebbe del dumping degli stranieri a suo carico, perché gli stranieri probabilmente si troverebbero, pure essi, in condizione normali e non avrebbero bisogno di svendere. Se l’industria fosse solida e sicura non avrebbe timore di pagare salari alti o di soddisfare alle regole oneste della legislazione sociale. E stiano pur sicuri gli industriali, essi troverebbero facilmente credito presso banche o presso privati.

 

 

Se questo non accade, se i capitalisti non hanno fiducia nei titoli industriali, perché non riconoscono schiettamente che ciò è dovuto agli spropositi commessi nell’epoca di infrazione che corse dal 1904 al 1907? Certamente è doloroso che anche la teste quadre, le quali non si lasciarono montare in quel torno di tempo debbano ora soffrire le conseguenze delle pazzie commesse dagli imprudenti, dagli immaginosi, dagli esaltati che abbandonano nel campo industriale come in tutti gli altri campi dell’umana attività. Sia pure che non i soli industriali siano i colpevoli; ma anche i banchieri i quali proferivano denaro in abbondanza a miti condizioni; ed i grossisti i quali compravano a scadenza lontana, presi da una folle paura di dover mancare di merce disponibile, facendo radicare l’idea di un aumento nel consumo superiore al vero. La colpa sarà di tutti un po’; ma per certo che si sia esagerato negli impianti, nei fidi, negli immagazzinamenti, in tutto.

 

 

Il problema non è, ora, di rivangare il passato con recriminazioni inutili; ma di provvedere all’avvenire. Perciò non giova gridare dalli al ladro! mentre la colpa è in noi. Occorre risanare l’industria; e quando questa sarà risposta su salde basi, il capitale tornerà fidente ad essa. Ritorno, sempre in passato, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, anche in Italia, dopo la crisi edilizia e viticola. Perché non dovrebbe ritornare ora? Rimanere a trovare il modo del risanamento. Qui, mi si perdoni se parrò brutale, privo di ogni senso di misericordia umana, parmi si sia perduto in Italia il senso della via giusta: che è di far, anzi di lasciar fallire coloro che meno sono in grado di vivere. Le crisi industriali si sono sempre vinte in questa maniera; ed ancora non se n’è inventata un’altra.

 

 

Parlare altrimenti, sarebbe, a mio avviso, e per mio conto, parlare contro coscienza, rendersi colpevole di una non degna ipocrisia. In un articolo pubblicato il 16 aprile 1909 nella Nuova Antologia sul Momento di borsa, cercai di mettere il dito sulla piaga e di indicare le cause del persistente marasma delle borse italiane. A parer mio le borse erano senza vita perché si era voluto intervenire ad arginare la crisi; si erano fabbricate delle stampelle, chiamate diritto di sconto, consorzio di difesa ed altrimenti empiastri, per tener su il mercato. Come era logico, come era inevitabile, il mercato languiva vieppiù, malgrado, anzi per causa delle sullodate stampelle. D’allora sono passati più di due anni. Le borse inglesi hanno avuto giorni superbi: 123 milioni di lire sterline di nuove emissioni nel 1907, 192 , nel 1908, 182, nel 1909, 267 nel 1910, 117 nel primo semestre nel 1911; i profitti netti complessivi delle principali società anonime sono cresciuti dell’11,7 per cento nel 1910 in confronto al 1909, e dell’11 per cento nel primo semestre 1911 in confronto al primo semestre 1910.

 

 

In Germania, salvo in alcune branche particolari, non sono dissimili i risultati; persino negli Stati Uniti si è quasi ritornati a condizioni normali. In Italia invece le borse stanno peggio nella state del 1911 che negli anni decorsi, e ciò malgrado l’ultimo cerotto, la nuovissima stampella dell’accordo siderurgico. A torto od a ragione le borse hanno salutato l’accordo, la cosidetta sistemazione finanziaria con un ribasso. Quello spediente, che doveva servire ad attirare i capitali all’industria, pare abbia avuto la virtù di farli scappare a gambe levate. Altri dirà che sono le solite bande nere, che si tratta di manovre inique della speculazione ed invocherà l’intervento moralizzatore del governo. Io spero vivamente, nell’interesse dell’industria, che sia risparmiato all’Italia economica il danno di altri interventi deleteri. A che cosa servono gli interventi?

 

 

A far persistere la condizione presente, che è la causa prima del male, quindi a rendere permanente e ad aggravare le crisi. Assumo le cifre del Geisser riprodotte nello Studio. L’industria siderurgica accrebbe nel periodo 1907 – 1909 il capitale azionario da 162 a 171 milioni, le obbligazioni da 41 a 50 ed i debiti verso banche, fornitori e diversi da 62 a 146; mentre gli impianti fissi aumentavano da 114 a 189 milioni e le sorte da 59 ad 80. Dallo studio del barone Cantoni che al 31 dicembre 1910 i bilanci di 50 società anonime e società in accomandita cotoniere davano un capitale azionario di 209 milioni e debiti per 247 milioni (di cui 24 di obbligazioni) contro 195 milioni immobilizzanti in stabili e macchine.

 

 

Chi ha avuto ragione: gli industriali prima ad immobilizzazione tutto il loro capitale e talvolta anche i debiti liquidi; o i capitalisti dopo, i quali, quando hanno aperto gli occhi, hanno veduto che la situazione era pericolosa ed hanno veduto o non vogliono più comperare titoli di imprese finanziate in maniera così imprudente? Io credo che nessun banchiere, sollecito del proprio buon nome e degli interessi dei suoi clienti, possa consigliare la compra di titoli, il cui valore è alla mercé di crediti in conto corrente.

 

 

Dato ciò, è perfettamente inutile di lagnarsi dell’estensione del capitalista e del marasma delle borse. Il capitalista fa benissimo a non comprare titoli di quelle aziende, il cui bilancio non sia inattaccabile: e la speculazione di borsa opera utilmente, nell’interesse generale, sia pure che abbia di mira l’interesse proprio, ad attaccare i titoli delle aziende non bene sistemate.

 

 

Dal fin qui discorso si deduce che una prima condizione deve verificarsi perché possa attuarsi un buon sistema di credito industriale: il risanamento della industria, con la scomparsa, la liquidazione, la fusione ecc. ecc. delle imprese deboli e la riduzione della potenzialità produttiva delle rimanenti in rapporto al consumo. Quando l’industria sarà risanata,

il credito funzionerà di nuovo, e funzionerà meglio se il legislatore l’avrà accortamente disciplinato. Altrimenti, v’è gran pericolo che il credito serva a mantenere in vita i deboli, con scarso loro vantaggio e con molto danno dei forti e dei prudenti i quali possono sperare un ritorno a condizioni normali solo quando il terreno sarà liberato dalla vegetazione parassitaria che ora l’intristisce.

 

 

Né si dica che il fallimento delle imprese deboli non risolve il problema, perché gli stabilimenti non si chiuderanno, anzi saranno comprati a vil prezzo da nuovi venuti o dalle imprese solide, le quali potranno continuare ad esercitarli, dato appunto la piccola spesa d’acquisto e il basso prezzo di costo a cui potranno vendere i prodotti. Ciò potrà accadere quando il fallimento avvenga in periodi normali e sia un caso sporadico dovuto ad imperizia od impecuniosità dell’imprenditore. Ma, dopo averci riflettuto a lungo, a me non sembra che questo pericolo vi sia nel periodo attuale, di liquidazione e di crisi, a meno di supporre gli industriali italiani così sventati e testardi, come è assurdo siano. Chi è che può comprare uno stabilimento fallito? O un uomo nuovo o un vecchio industriale. Di uomini nuovi di disposti ad entrare in una industria, in cui si fallisce, non credo ve ne siano. Se ce n’è, deve essere una testa vuota che non potrà tardare a fallire un’altra volta.

 

 

Che sia un vecchio industriale, dubito ancor più. Quale più quale meno, i vecchi industriali hanno tutti da pensare ai fatti proprii e non amano impegnarsi in nuove imprese. Se hanno del capitale proprio da parte, vorranno conservarlo e non impegnarlo in un’industria per ora in perdita. Se non hanno capitale proprio, non troveranno chi loro l’impresti per rilevare un’azienda fallita. Tutto sommato, ritengo, che, se non intervengono aiuti artificiali, uno stabilimento fallito rimarrà chiuso; o, se sarà riaperto, coinvolgerà nella rovina propria l’imprudente che si sarà voluto ostinare. Alla perfine, rimarranno in vita soltanto i migliori; il che è appunto desiderabile per rimediare alla crisi. Ripeto, altro modo di far cessare le crisi non conosco; e se esiste sarà grato a chi me l’insegnerà!

 

 

Credito a buon mercato o credito al tasso corrente? Quando si parla di credito industriale, si suole comunemente, quasi senza avvedersene, pensare ad un credito che possa fornito a miti condizioni. Lo Studio dell’Associazione è pervaso dall’idea che sia opportuno trovare un metodo per dare agli industriali capitali ad interesse non troppo elevato; e suppergiù l’idea medesima è nella mente di quanti discorrono dell’argomento. Sembra quasi non valga la pena di agitarsi per ottenere capitale al 5, 6, e 7 per cento.

 

 

Io non dico che sia utile pagare il capitale caro; e credo che sia dannoso averlo artificialmente rincarito da imposte, da difficoltà legali nell’emissione dei titoli, da diffidenza ingiustificate (ove tali siano) dei capitalisti. Tratte queste sono aggiunte al tasso dell’interesse; e sono opportuni gli sforzi per ridurre cotali aggiunte, che non giovano a nessuno, né all’imprenditore né al capitalista, e sono un peso morto per l’economia paesana.

 

 

Ma non sono niente affatto d’opinione che all’industria sia utile disporre sempre di capitale ad interesse basso, intendendo per interesse quello depurato dalle sovradette aggiunte. Il credito industriale dovrebbe avere iscopo 1) di ridurre al minimo le aggiunte morte di fiscalità, di spese improduttive, di diffidenza ecc. che oggidì crescono il tasso puro dell’interesse; 2) di accertare invece, tale quale è nei varii successivi momenti, alto o basso, il tasso di interesse vero e proprio corrente sul mercato. Il credito industriale perciò deve accettare la necessità di un interesse variabile nello spazio e nel tempo, dal poco al molto, dal 3 1/2 al 5, al 6 e magari al 10 per cento a seconda delle condizioni delle industrie e del mercato.

 

 

Due sono dunque le ragioni di variabilità nel tasso dell’interesse sui capitali forniti dal credito industriale: l’una relativa allo spazio, l’altra al tempo:

 

 

a)    Allo spazio in primo luogo, prendendo la parola spazio in senso largo. Sarebbe invero irragionevole fornire capitali allo stesso tasso ad industrie poco soggette, entro certi limiti, a mutazioni di reddito, come le ferroviarie e le edilizie, in cui l’elemento personale ha una grande ma non esclusiva importanza, e ad industrie a reddito oscillantissimo e con preponderanza assoluta dell’elemento personale nella creazione del reddito, come le industrie navali.

 

 

Se alle une si potrà prestare al 4, alle altre si dovrà prestare al 5 per cento. Qui non si tratta di aggiunte morte, artificiali al tasso dell’interesse; ma di condizioni diverse di rischio oggettivo e soggettivo delle quali non si può fare a meno di tener conto. Volere imprestare all’imprenditore ferroviario ed all’armatore navale allo stesso tasso è un assurdo; perché è impossibile eliminare il fatto che la nave è maggiormente soggetta a rischi della ferrovia, che le qualità morali dell’armatore navale hanno maggiore importanza delle stesse qualità del direttore di una ferrovia, che per la nave i modi dell’assicurazione hanno peso più grande che per la ferrovia ecc. ecc. Se l’istituto di credito industriale si ostinasse ad imprestare ad amendue le industrie allo stesso tasso si vedrebbe disertato dagli esercenti ferrovie ed assillato dagli armatori navali; finché non potendo più compensare la perdita coi benefici, dovrebbe fallire.

 

 

b)    Al tempo in secondo luogo. Sarebbe invero inutile, anzi dannosa, una tale organizzazione del credito industriale, che si proponesse, ad imitazione del credito fondiario, di stabilizzare e possibilmente di moderare permanentemente nel tempo il tasso dell’interesse puro. Il punto è importante assai e merita alcune considerazione. Il nocciolo della questione sta nel dimenticare, come troppo spesso si fa dagli industriali, la funzione importantissima delle variazioni nel tasso di interesse.

 

 

Se l’interesse fosse costante, quale guida mai avrebbero gli imprenditori per conoscere la convenienza o meno di allargare o restringere le loro aziende? Ad interesse basso, il che vuol dire con la sicurezza di trovar denaro sul mercato a miti condizioni, nessuno vorrebbe persuadersi della opportunità di non aumentare in un dato momento gli impianti, di moderare la produzione ecc. ecc. Ci sarebbe, è vero, la restrizione del consumo ad ammonire; ma purtroppo non basta. Gli imprenditori si immaginano volentieri che si tratti di un fenomeno temporaneo e continuano a produrre coll’antico metro, salvo ad accumulare merci in magazzino nella speranza di tempi migliori. Tanto, riflettono, costa poco a tenere gli stocks, perché si possono finanziarie al 3 ovvero al 4 per cento.

 

 

Poca speranza si può riporre in altri rimedi: le notizie statistiche raccolte dai giornali speciali, le avvertenze o le deliberazioni delle associazioni economiche ecc. ecc. Ciò potrà far riflettere i più antiveggenti e prudenti tra gli imprenditori; non esercita alcun effetto sui più storditi o semplicemente su quelli che si lasciano trascinare dalla corrente: fa d’uopo si abbia non il caro del denaro, perché se il capitale si dovesse sempre comprare al 5 o 6 per cento, non si avrebbe neppure allora nessun avvertimento nei momenti di esagerazione e si avrebbe solo una remora permanente allo sviluppo della industria; ma il rincaro del denaro, le difficoltà di procurarselo per nuovi impianti o per conservare stocks di merci, affinché gli industriali dalla forza siano persuasi a moderare prima il passo, ad arrestarsi dopo ed a liquidare finalmente, quando ve ne sia la necessità. Il rincaro del denaro è l’unico metodo pratico efficace per evitare che le crisi diventino disastrose, ingrossino e si perpetuino con effetti incalcolabili per il paese.

 

 

Quando in Italia lo Stringher alzò il tasso ufficiale della Banca d’Italia al 5 1/2 per cento fu una meraviglia ed un lamentarsi generale nel mondo industriale ed anche nel mondo speculativo. Pareva assurdo che, proprio mentre essi si dibattevano in difficoltà d’ogni sorta, la Banca venisse ad aggravare le loro condizioni. Lo Stringher aveva invece operato savissimamente; e giova augurare che l’educazione economica del paese progredisca tanto da consentirgli in altra occasione di elevare lo sconto magari al 7 od all’8 per cento, a guida ed avvertimento più sensibili per imprenditori e speculatori.

 

 

Necessari quelli e questi; ma pronti amendue a lasciarsi montare la testa; cosicché è doveroso ed utile colpirli, per ridurli a vedere freddamente le cose, nell’unico punto sensibile, che in siffatte faccende abbiano gli uomini, ossia la borsa. Aggiungasi una considerazione, che potrebbe non avere peso in altro momento, ma ne ha uno grandissimo nel presente momento economico. Noi viviamo in un periodo di prezzi crescenti. Qualunque ne siano le cause – a mio parere la causa fondamentale è l’aumento nella produzione aurea – questo è il fatto. Industriali e capitalisti debbono fare i conti con un fatto di così generale e pervadente importanza, così come lo fanno industriali ed operai, governo ed impiegati nei reciproci rapporti. Voglio dire che finché i prezzi crescono gli imprenditori non possono esimersi dal pagare ai capitalisti un tasso crescente di interesse. La qual verità si dimostra brevemente così:

 

 

Supponiamo che un capitalista al primo gennaio 1911 possegga 100 lire e possa comperare con esse 100 unità di merci. La sua ricchezza si misurava perciò all’1 gennaio non in ragione delle 100 lire da lui possedute (le lire sono per sé stesse un nome vano, una merce inutile) ma in ragione delle 100 unità di merci, di beni acquistabili con le sue cento lire. Se questo capitalista impresta ad un imprenditore le su 100 lire e se il tasso corrente dell’interesse è il 4 per cento, il capitalista alla fine dell’anno riceverà 104 lire in restituzione; e, se i prezzi delle merci non sono variati nel frattempo, con le 104 lire potrà al 31 dicembre 1911 acquistare 104 unità merci, di servizi di operai ecc. Egli perciò sarà effettivamente ricco, alla fine dell’anno, per l’ammontare di 104 unità di merci, ossia avrà effettivamente ottenuto 4 unità di merci in più a titolo di interesse, il che è appunto tutto ciò che egli poteva pretendere, dato il tasso corrente di interesse.

 

 

Se i prezzi sono invece durante l’anno 1911 aumentati dell’1 per cento, e se il tasso dell’interesse in denaro (tasso apparente) è rimasto fisso al 4 per cento, che cosa sarà accaduto del tasso di interesse in merci (tasso reale, ed il solo interessante per il capitalista)?

 

 

Costui avrà bensì ricevuto al 31 dicembre in restituzione 104 lire; ma con queste 104 lire potrà comperare soltanto 103 unità di merci circa, dovendole pagare tutte più care dell’1 per cento. In apparenza il tasso dell’interesse in denaro è ancora del 4 per cento, in realtà le 104 lire ricevute alla fine dell’anno gli permettono di comperare solo 3 unità di più di merci di quelle che potesse comperare all’1 gennaio con 100 lire. Perché il tasso reale dell’interesse in merci si conservi al 4 per cento, che cosa è necessario avvenga nel tasso di interesse in denaro, in un anno durante il quale i prezzi aumentarono dell’1 per cento? Lo scopo che si vuole ottenere è che, se con 100 lire all’1 gennaio si potevano comperare 100 unità di merci, al 31 dicembre si abbiano tante lire quante possono acquistare 104 unità di merci.

 

 

E poiché 104 unità di merci valgono il prezzo antico dell’1 gennaio in 104 lire, più l’1 per cento, ossia più 1.04, il capitalista deve alla fine dell’anno ricevere in denaro 104 + 1.04 lire = 105.04 lire, per poter comperare 104 unità di merci. Cosicché all’interesse reale di 4 unità di merci per ogni 100 unità di merci corrisponde, in un anno in cui i prezzi sono aumentati dell’1 per cento, un interesse apparente in denaro di 5.04 lire per ogni 100 lire. Se l’aumento dei prezzi fosse stato durante il 1911 del 4 per cento, per ottenere sempre lo stesso interesse reale in merci del 4 per cento, sarebbe necessario ottenere in denaro 104 lire + il 4 per cento di 104 ossia più 4.16, ossia ancora, in tutto, lire 108.16 ammontando l’interesse nominale od apparente all’8.16 per cento.

 

 

È evidente che, in periodi di diminuzione dei prezzi il tasso dell’interesse nominale od apparente in denaro, deve inversamente, ridursi, – pure restando il tasso reale al 4 per cento, – al 3, 2, 1, e magari zero per cento. Né si tratta di teorie campate in aria. Chi voglia avere su questo argomento prove più ampie teoriche e dimostrazioni di fatto più precise legge gli stupendi libri del Fisher: Capital and income, The Rate of interest. The Purchasing power of money; e per una applicazione ai fatti attuali l’articolo di Gino Borgatta, Il saggio dell’interesse ha tendenza a rialzare? pubblicato nel fascicolo di febbraio 1911 della mia rivista La Riforma Sociale.

 

 

Le considerazioni fatte sopra spiegano come il tasso nominale dell’interesse diminuisce nel periodo 1880-1895, quando diminuivano i prezzi (è l’epoca delle grandi conversioni dei consolidati al 3 ed al 2 1/2 per cento e del credito a buon mercato), e come tenda a rialzare a partir dal 1900, a mano a mano che aumentano i prezzi, onde si spiega, almeno in parte, il deprezzamento dei consolidati più famosi e l’obbligo in cui si trovarono Stati solidi di ritornare ai tipi 4 per cento che sembravano abbandonati per sempre.

 

 

In Italia si ha la pretesa di fare il sordo dinnanzi a questi fatti. Il Governo si ostina a non voler emettere titoli a più del 3 1/2 per cento; e cerca in tutti i modi (tassa di bollo pei titoli esteri, divieto di quotazione dei medesimi titoli nelle borse italiane, ricerche artificiose di denaro a buon mercato della povera gente con le casse postali di risparmio ed ultimamente tentativo di appropriarsi anche i risparmi delle classi medie col monopolio delle assicurazioni di impedire che si attui a suo carico la tendenza del tasso dell’interesse ad aumentare. Sono tentativi in sostanza ridicoli e destinati a fallire; ma intanto diffondono nel pubblico italiano l’idea spropositata che un impiego sicuro del capitale non possa farsi che al 3 1/2 per cento o giù di lì.

 

 

E poiché invece sul mercato libero delle azioni e delle obbligazioni bancarie ed industriali il tasso di capitalizzazione, anche per titoli ottimi, è al 4.4 1/2 per cento e più spesso al 5.6 per cento, come è ragionevole debba avvenire in un periodo di prezzi crescenti e finché durerà questo periodo (sulla quale durata nessuno può fare profezie), il pubblico prudente si insospettisce, dubita di pericoli e di rischi, immagina che i titoli siano a buon mercato (interesse alto corrisponde a prezzo capitale basso e viceversa) per qualche motivo ignorato di poca solidità dell’azienda e si astiene dal comperare. Importa ora concludere su questo punto. Per altra via si è dimostrato di nuovo che il problema del credito industriale non può essere risoluto per sé stesso.

 

 

Come sopra si disse che bisognava risanare l’industria per riacquistare il credito, così qui si afferma che importa diffondere idee sane e corrente sul tasso dell’interesse, perché il capitalista torni a comperare azioni ed obbligazioni e perché il credito industriale possa essere fecondo di bene e non di male. Ed importa che le organizzazioni economiche menino una viva campagna contro quei provvedimenti di governo che tendono a fornire al governo stesso denaro a buon mercato e seminano la sfiducia nelle buone imprese industriali. Nessun nemico peggiore, nel momento presente, per gli industriali del credito a buon mercato. Parlo del momento presente, e dell’interesse puro, astrazione fatta dalle aggiunte «artificiali» sopra biasimante.

 

 

Venendo poi al concreto, vedo con piacere la proposta fatto nello Studio di limitare a 15 anni al massimo l’ammortamento delle cartelle industriali e di emettere delle notes sul tipo americano, ossia obbligazioni a termine fisso da uno a tre anni.

 

 

Le notes americane non sono un’invenzione dovuta al caso. Rispondono alla convenienza per i capitalisti e per gli industriali di non impegnarsi per un numero eccessivo di anni, in un momento in cui le variazioni nei prezzi e nel tasso dell’interesse sono così sensibili, come, sopra si disse. Chi può prevedere quale sarà fra 5 o 10 anni, peggio fra 20 o 30 anni il tasso dell’interesse? Potrà essere aumentato al 6 o diminuito al 3 per cento. Nel primo avranno fatto un pessimo affare i capitalisti che oggi si sono contentati del 4 per cento; nel secondo gli industriali che avrebbero potuto sostituire tra qualche anno obbligazioni al 3 per cento a quelle attuali al 4 per cento.

 

 

Le notes americane sono opportune altresì perché gli enti emittenti potranno quando veggano un incremento esagerato nell’attività industriale, e quando, per conseguenza l’interesse tenda ad aumentare, emettere notes ad interesse elevato per due o tre anni facendo pagare l’uguale interesse elevato agli industriali. Il che appunto è necessario ed è il solo mezzo per fare l’opportuna selezione tra gli aspiranti al credito. Mentre l’emissione di cartelle a 15 anni potrà essere consigliabile in altri momenti, quando l’orizzonte economico non appaia turbato da procelle e si possa fare un ragionevole affidamento su un normale sviluppo di affari.

 

 

Unicità o pluralità degli istituti di credito industriale? Lo scrittore dello Studio preferisce un istituto unico di credito industriale per parecchi rilevanti motivi. A volerli analizzare attentamente, non mi sembra che quei motivi siano davvero tali da rendere indisputabile la sua preferenza.

 

 

L’istituto unico si inspirerà ad unità di indirizzo. E perché, di grazia, vi deve essere un indirizzo unico? A me sembra, al contrario, che sia desiderabile avere, se non molti, parecchi indirizzi nella somministrazione del credito. Sono così numerose le industrie, così varie le regioni italiani, le tradizioni, i bisogni che un istituto, il quale volesse perseguire un indirizzo unico, dovrebbe limitare la sua azione alle grandissime imprese lavoranti materie prime, i cui bisogni possono approssimativamente essere uniformi in tutta Italia.

 

 

Leggevo di questi giorni (in un estratto dalla Previdenza di Caserta) una succosa memoria del Paolini, il benemerito direttore della Cassa di Risparmio di Imola, il quale lamentava la preponderanza acquistata dalle grandi Casse di risparmio, le quali assorbono i risparmi dai centri minori e li distribuiscono dal centro con criterio unico. Il criterio unico diventa ben presto, qualunque siano i propositi degli iniziatori e le prescrizioni degli statuti, criteri regolamentari, trascuranza dei bisogni locali, delle industrie minori e lontane.

 

 

L’istituto unico garantirà un rigoroso e retto funzionamento nel valutare la misura dei prestiti. Che un unico istituto possa applicare maggiore red tape, come dicono gli inglesi, più burocrazia di cartacce, nessun dubbio; ma che necessariamente i parecchi istituti debbono allontanarsi dalle norme della prudenza non si capisce.

 

 

Gli istinti di credito fondiario sono parecchi e non si sa che facciano prestiti all’impazzata; e se in passato ne fecero, non fu perché fosse in molti, ma perché erano impazziti e gli stessi uomini avrebbero ugualmente commesso dei malanni, forse con conseguenze peggiori, se fossero stati a capo di un istituto unico. Può darsi che parecchi istituti, operando l’uno all’insaputa dell’altro, concedano ciascuno di essi un fido allo stesso industriale, ragionevole per sé stesso, ma eccessivo se considerato in congiunzione con quello contemporaneamente concesso da altri. Il pericolo però appare evitabile nel caso del credito industriale, che non può disgiungersi dall’accensione di ipoteche, bastando all’uopo prescrivere che non si possa eccedere una determinata proporzione del valore di perizia per il complesso dei mutui contratti dall’industriale. Né si vede perché parecchi Istituti non possano acquistare esperienza sufficiente nella valutazione delle garanzie in guisa da renderne, quanto si voglia, sollecite le operazioni.

 

 

Anzi pare a me che il monopolio di cui fosse per godere un unico istituto sarebbe tutt’altro che favorevole agli interessi degli imprenditori, obbligati a mangiar di quella minestra od a saltare dalla finestra. La concorrenza tra parecchi istituti può esercitarsi senza documento della sicurezza delle operazioni e con sicuro vantaggio della sollecitudine nel servire i clienti. Quanto alle facilità di collocamento delle obbligazioni ed alla sicurezza del titolo bisogna intendersi. In che modo l’unicità dell’istituto può produrre questi effetti?

 

 

Non per una virtù sua propria – avendo noi visto che le operazioni di mutuo possono essere altrettanto sicure e sollecite e meglio adatte alla specialità dei singoli bisogni con parecchi istituti; – ma per la persuasione in cui il pubblico dei capitalisti vive sia migliore un titolo emesso da un unico istituto che da molti. Se bene si guarda, non vi ha altro motivo all’infuori della tendenza del pubblico verso il titolo uniforme. E perché il pubblico ha – innegabilmente – una certa preferenza verso questi tipi di titoli? Se non mi inganno stranamente, il pubblico ama il titolo dell’istituto monopolista, perché crede che esso sia meglio sorvegliato dal governo, perché sa, per averlo letto negli Statuti, (leggasi lo Statuto tipo del barone Cantoni), che lo Stato nomina una parte dei consiglieri di amministrazione, perché sa che il tipo delle cartelle, le estrazioni, i mutui ecc. ecc. tutto è regolato secondo le norme stabilite da statuti e regolamenti approvati dal governo e cresimati col bollo dello Stato.

 

 

Ora, poiché la sorveglianza governativa non serve a niente od a ben poco, poiché lo Stato non è affatto competente e poco lo sono i suoi delegati a valutare la solidità delle aziende industriali, poiché quello che conta sul serio non sono le minute disposizioni dello Statuto ma la sua applicazione, non è una vera e grandissima disgrazia che il pubblico abbia fiducia per motivi i quali precisamente dovrebbero togliergli ogni fiducia e non l’abbia per le sole ragioni per cui in certi casi dovrebbe averla? Perché vogliamo seguitare a renderci complici di questa superstizione la quale induce il capitalista ad imprestare denari non a chi merita il prestito ma a chi il pubblico vagamente crede sia stato ritenuto meritevole di credito dal governo?

 

 

L’industria ridotta a implorare credito non sulla base dei meriti suoi, ma di un attestato privo di qualsiasi valore, rilasciatogli dall’autorità politica! Naturalmente l’autorità politica vorrà farsi pagare il servizio reso: e si farà pagare con ingerenze amministrative e politiche, coll’inculcare rispetto alle regole scritte e disprezzo per le eccezioni personali, con tutto ciò insomma che meglio allontana il credito industriale dalla sua funzione vera. In Italia abbondano già fin troppo gli istituti di credito aventi carattere pubblico o semi pubblico; fin troppo si è fatto per creare una sottile rete di interesse facenti capo a uomini investiti di pubbliche funzioni: dalla Cassa Depositi e Prestiti Istituti di Emissione, dalle grandi Casse di Risparmio agli Istituti di credito minerario, agrario fondati dal governo nel mezzogiorno ecc. ecc.

 

 

Niente di più deleterio per l’industria e per il paese di questa dipendenza diretta od indiretta dallo Stato delle forze che dovrebbero essere libere ed indipendenti. è una avviamento al socialismo, alla dittatura della burocrazia, all’estinzione di tutte le attività sorte indipendentemente dal consenso delle forze politiche. Tutto ciò potrà parere a primo aspetto un discorso fuor di luogo. Ma sono profondamente convinto che occorra reagire a siffatto brutto andazzo. Meglio, cento volte meglio per l’industria pagare il denaro il mezzo o l’un per cento di più, che riceverlo come una graziosa concessione dal governo o da un monopolista delegato dallo Stato. Cartelle emesse da istituti intermedi od obbligazioni emesse direttamente da società?

 

 

La risposta al quesito precedente può fare prevedere quella alla domanda scritta qui sopra. I due argomenti sono strettamente connessi, sebbene sia utile, per non confondere le questioni, trattarli separatamente. Sembra a me che il problema sia mal posto con la disgiuntiva od, dovendosi invece accogliere la congiuntiva ed: tanto le cartelle di istituti intermedi quanto le obbligazioni emesse direttamente dalle società industriali, potendo invero adempiere amendue ad un utile fine proprio.

 

 

Le cartelle emesse da un istituto o da parecchi istituti intermedi di credito industriale richiedono necessariamente una serie di limiti, di vincoli regolamenti, applicati in modo più duro e più politicamente partigiano nel caso di un istituto unico, in modo più sciolto e vario da parecchi istituti, ma pur sempre applicati. Secondo lo Studio dell’Associazione le cartelle dovrebbero essere emesse solo per prestiti ad imprese aventi una attività di produzione costante e fruttuosa, a quelle aventi almeno un quinquennio di esistenza e che abbiano distribuito nell’ultimo triennio almeno un dividendo del 5 per cento sul capitale versato (non si spingeranno, sia detto di passata, alcune imprese bisognose di credito a forzare il dividendo di un terzo anno, quando poco mancasse a giungere al 5 per cento), e per una determinata parte del valore di perizia degli impianti. Leggansi inoltre nei suggerimenti del barone Cantoni le norme minutissime, elaborate con pazienza ammirabile da certosino, per assicurare i portatori di cartelle che i prestiti saranno concessi con garanzie larghissime e solidissime.

 

 

Né di siffatte norme è possibile fare a meno. Sarebbe vana illusione. Quanto più l’istituto opererà su vasta scala, tanto più sarà costretto a sostituire all’elemento della fiducia personale verso l’industriale Tizio, – stimato meritevole di credito appunto perché Tizio e non Caio, perché ha la testa quadra e non balorda, perché è conosciuto per la sua prudenza mentre altri è noto per la sua audacia impronta – l’elemento dalla fiducia reale, oggettiva garantita dalle cose, immobili, macchine, forze d’acqua ecc. Io non dico che una siffatta forma di credito sia inutile. Tutt’altro. Affermo però che la opportunità del credito reale non dimostra l’inopportunità del credito personale. Sono due maniere diverse di credito che non si escludono, anzi si compenetrano a vicenda. Hanno funzioni diverse, ecco tutto.

 

 

Le cartelle emesse da istituti di credito industriale allo scopo di fare mutui agli industriali, con amplissime garanzie reali, rassomigliano alle cartelle di credito fondiario: ed avrebbero una funzione analoga. Chi immaginasse che i mutui contratti dai proprietari di terre e di case abbiano per iscopo in generale di promuovere le trasformazioni agrarie e le costruzioni si case, errerebbe grandemente. Per eccezione può darsi che si facciano mutui per tali fini; ma non è certo la regola. Colui che vuole migliorar fondi o costruire case di solito lavora con denari suoi proprii e specialmente non si fa imprestar denari per investirli in miglioramenti agrari, fruttiferi solitamente a lunghissima scadenza. I capimastri che costruiscono case hanno bisogno di altre forme di credito più snelle, con anticipazioni prima e durante la costruzione, a cui male si adattano gli ordinamenti del credito fondiario. Questo serve, ed è cosa notissima, in maniera preponderante, per assestamento di debiti privati, spesso contratti a scopo di consumo e simili.

 

 

Somiglianti sarebbero praticamente (forse contro l’intenzione degli iniziatori) i risultati del credito industriale. Gioverebbe a disinteressare taluni eredi, a costruire doti, a sistemare debiti precedentemente contratti in maniere più onerose e forse usurarie. Non perciò sarebbe inutile. Anzi è utilissimo che un coerede, non atto ad occuparsi dell’industria, possa essere disinteressato col minimo squilibrio dell’azienda; è utile che un industriale possa liberarsi da una soggezione gravosa verso banchieri sovventori facendo una conversione mercè l’intervento dell’istituto di credito industriale. L’imprenditore, il quale si trova in queste difficoltà, potrà avere la convenienza, di buona e di mala grazia, ad assoggettarsi alle perizie, ai vincoli, ai fastidi di un mutuo cogli istituti di credito industriale.

 

 

Questi, se vorranno che il loro titolo abbia credito di per sé, senza l’aiuto della cresima governativa, dovranno essere meticolosissimi e prudentissimi. Già ora, un proprietario di terreni e di case suda freddo al pensiero dei documenti a presentarsi e delle pratiche a farsi per ottenere un mutuo dagli istituti di credito fondiario. Quanti non vi sono che preferiscono un mutuo al 4 1/2 o al 5 per cento con dei privati al mutuo al 3 1/2 coll’istituto di credito fondiario, pur di andare per le spiccie! Altrettanto accadrà con gli istituti di credito industriale, e sarebbe miracoloso accadesse altrimenti. Il che non toglie, per le cose dette sopra, che gli istituti stessi non possano soddisfare a fini utili.

 

 

Ma le cose dette dimostrano come sarebbe dannosissimo non preoccuparsi delle obbligazioni direttamente emesse dalle società industriali, per il feticcio di creare una sicura ed accreditata cartella di credito industriale. Le obbligazioni emesse dalle società stanno – parlo, s’intende, all’ingrosso e in via di approssimazione – alle cartelle emesse dall’istituto come il credito personale sta al reale. Una società può avere convenienza ad emettere essa obbligazioni perché vuole accrescere i suoi impianti per una somma capitale per una somma capitale superiore a quella rientrante nel limite dei mutui concessi dall’istituto. Oppure preferisce, a torto od a ragione, data l’incertezza sul tasso futuro d’interesse, ma preferisce, ritenendo di coglier nel giusto e di soddisfare meglio alle esigenze tecniche della sua azienda, un periodo di ammortamento più lungo dei 15 anni regolamentari.

 

 

Oppure ha tra i suoi azionisti, tra i capitalisti locali che ne conoscono il direttore, i consiglieri, che ne apprezzano la prudenza, che ne vogliono consolidare la vita nell’interesse della località, un pubblico disposto ad acquistare ed a conservare le sue obbligazioni. Trattandosi di imprese ferroviarie, tranviarie, elettriche, ben può darsi, come osserva il Geisser, che la società possa costituirsi con un minimo capitale azionario ed un larghissimo capitale obbligazionario, anche mutuato a lunga scadenza. Perché impedisce che ogni società cerchi da sé la via migliore di curare i proprii interessi, facendo appello direttamente ai capitalisti che hanno in essa fiducia, senza dover ricorrere al patronato di un grandioso organismo semi pubblico accentrato a Roma, od anche dei minori Istituti di Torino, Milano, Genova?

 

 

L’unica obbiezione di peso che si può recare contro le obbligazioni è quella della mancanza di mercato. L’obbiezione non è in tutto vera, perché vi sono molte società antiche e solide le quali, quando ne hanno avuto il bisogno, non hanno trovato difficoltà ad emettere proprie obbligazioni, avidamente cercate da uno speciale pubblico e in mezzo ad esso facilmente contrattabili.

 

 

È innegabile però che, per molte recenti creazioni, si è stentato a trovare il pubblico e questo compra mal volentieri le obbligazioni da 500 lire alla pari, quando sa che a stento potrà venderle perdendo 10, 20 o 30 lire e talvolta più in confronto al prezzo d’acquisto e forse gli toccherà attendere qualche mese innanzi di trovare l’ammontare. Talvolta il difetto di mercato è dovuto alla piccolezza dell’emissione fatta da una piccola società. Quando sul mercato vi sono poche centinaia di migliaia di lire di obbligazioni, pochi sono gli acquirenti e pochi i compratori; sicché talvolta vi sono scarti fortissimi tra prezzo di vendita e prezzo di compera.

 

 

Lo stesso accade in Italia per i titoli di Stato ereditati dai vecchi regimi, e disponibili sul mercato in piccola quantità. Introvabili quando si cercano, invendibili quando si vogliono vendere. In questi casi può essere opportuno che la società rinunci alla emissione diretta e ricorra agli uffici intermediari di un istituto di credito industriale. Tanto più che per le piccole emissioni le spese di pubblicità, di commissione bancarie, di consulti e pratiche legali gravano moltissimo sul costo dell’operazione, e possono renderla sconsigliabile. In questi casi potranno essere più convenienti le cartelle dell’istituto intermedio ed a queste si dovrà ricorrere.

 

 

Il difetto di mercato può essere dovuto a difetto di credito meritato dalle società emittenti. Se una società non inspira fiducia per il modo della sua gestione non vedo la ragione per la quale i suoi titoli debbano essere bene accolti dal pubblico. A una società siffatta neppure l’istituzione del credito industriale dovrebbe poter giovare. Per opinare diversamente, tanto varrebbe dire che si devono creare degli organi per fornire denaro a chi ne farà malo uso. Spesso però il difetto di mercato è soltanto dovuto alla giovinezza della nostra costituzione economica. Le banche assuntrici della emissione di un prestito in obbligazione, una volta fatta l’emissione non se ne curano più. Abbandonano i titoli a loro stessi, come se fossero carta straccia. è questa una condotta sbagliata.

 

 

Il pubblico non a torto si persuade che alle banche importi solo lucrare la provvigione di emissione, né si curino di accertarsi della consistenza patrimoniale dell’azienda, della sua buona amministrazione. Perciò diffida e non compra. Le banche dovrebbero persuadersi che per creare un largo mercato alle obbligazioni e quindi per fare alla lunga il proprio interesse e lucrare molte provvigioni, è necessario che esse seguano il titolo dopo averlo emesso, che gli creino un mercato in banca, assumendo di fronte ai clienti l’obbligo di ricomprare le obbligazioni al prezzo d’acquisto, diminuito di una congrua provvigione. Certamente le banche potrebbero assumere quest’obbligo solo per le obbligazioni, buone, che esse fossero sicure di poter rivendere. Basterebbe anche che esse si impegnassero, ove non volessero tenersi ferme ai prezzi d’emissione, a pubblicare periodicamente i prezzi a cui esse sono compratici e venditrici delle obbligazioni da esse emesse. Ciò creerebbe il mercato che oggi difetta e servirebbe di freno alle società debitrici. Se non erro, in Francia, in Germania, in Austria ed in Svizzera qualcosa di simile si è fatto, con buoni risultati.

 

 

La conclusione del presente paragrafo è che si debba fare lo stesso trattamento fiscale e legislativo alle cartelle emesse da istituti intermedi ed alle obbligazioni emesse da società. Possono rendere amendue utile servizi, ed hanno amendue diritto che lo Stato non ne renda impossibile l’emissione con esosità fiscali con assurdi regolamenti legislativi. Penseranno le aziende singole a giovarsi di quello strumento che più loro accomodi. Decidere a priori che l’uno o l’altro tipo sia migliore è un errore. La chiaroveggenza degli interessi è sempre più fina della sapienza del legislatore. Questi si limiti al suo compito, che è di sancire norme sensate, semplici, chiare, poco gravose per tutti gli istituti giuridici i quali abbiano una ragione plausibile e generica di essere.

 

 

Programma di riforme legislative da chiedersi al Parlamento. – Poiché non è mio compito formulare un piano compiuto di provvedimenti legislativi, mi limiterò a riassumere le logiche conseguenze delle premesse fin qui fatte. La deduzione precipua è che il legislatore non debba creare l’istituto o gli istituti di credito industriale; sibbene limitarsi a porre le norme, rigorose e precise, regolatrici del credito industriale. Potranno esercitarlo quegli istituti nuovi i quali vogliono appositamente fondarsi o quei vecchi i quali fondino una sezione speciale all’uopo. L’istituto o gli istituti si fonderanno nei luoghi dove maggiormente ne sarà sentito il bisogno, ad opera di banche ordinarie, di cause di risparmio, di federazione di questi enti, o per creazione di un gruppo di capitalisti privati. Non vedo perché lo Stato, quando abbia disciplinato l’emissione delle cartelle e si sia riservata la sorveglianza già normale per gli istituti congeneri, debba impedire che liberamente sorgano quanti enti saranno richiesti dal bisogno.

 

 

Quanto alle obbligazioni industriali, io non ritornerò sulla urgenza di modificare con nuova legge o, come in qualche caso propone il Vivante, con nuova autorevole interpretazione giurisprudenziale, le disposizioni relative ai requisiti necessari per la validità della emissione (enorme ed inutile maggioranza nelle assemblee), alla limitazione, dal Geisser dimostrata dannosa, delle emissioni ad una somma uguale al capitale versato tuttora esistente, per cui si potrebbe cominciare a consentire limiti più larghi per quelle industrie, rispetto alle quali la limitazione è maggiormente senza senso.

 

 

Sovrasta a tutti i problemi quello del trattamento fiscale; che oggi è davvero incomportabile. Una diminuzione sensibile per l’imposta di R.M., ed un modico abbonamento per le tasse di registro ecc., si impongono. Se si vorrà adottare il temperamento del Geisser di concedere la riduzione soltanto per le nuove obbligazioni da emettersi, si seguirà un concetto già invalso nella nuova legislazione a pro del mezzogiorno e delle case popolari, che è di concedere esenzioni temporanee e riduzioni non a tutti, ma solo ai nuovi cespiti. Il concetto è fecondo: purché non sia applicato parzialmente, a favore di questa o quella ragione, di questa o quell’industria o classe; ma generalmente, a favore di quanti si trovino nelle stesse condizioni di povertà, o di difficoltà iniziali, o di oppressione fiscale.

 

 

A ben guardare, il fisco nulla perderà; perché oggi il reddito dell’imposta nella categoria A2 va gradatamente diminuendo, ed è vano sperare di poterlo trarre in su, finché rimane l’aliquota al 15/16 per cento. Lo hanno egregiamente dimostrato il Lia ed il Geisser; ed è continuo il lamento nelle relazioni del direttore generale delle imposte dirette. Altro non c’è, per salvare le finanze pubbliche e giovane nello stesso tempo ai contribuenti, fuorché ridurre e di grosso, l’aliquota. Riducendola solo per le nuove emissioni, il vantaggio che ne verrà il fisco nei primi anni, per le moltiplicate emissioni, supererà di gran lunga il danno per le conversioni dei vecchi prestiti gravati dall’imposta eccessiva odierna in nuovi prestiti favoriti dalla imposta futura mite; finché si arriverà ad un equilibrio nuovo, con reddito in ascesa costante. Io sono fermamente convinto che l’esito della riforma sarebbe, senza perdita nei primi anni, dopo una diecina d’anni così brillanti per il fisco, come lo furono le ultime riduzioni nelle tasse postali e telegrafiche. Tant’è vero che la ragionevolezza è ancora la miglior politica tributaria in una nazione progrediente!

 

 

E, badisi, io non invoco le riduzioni fiscali perché voglia non ciò dare credito a buon mercato agli industriali. Ho spiegato sopra i motivi per cui ritengo falsa e dannosa l’idea del credito a buon mercato e corretto invece il principio del credito al tasso corrente. La riduzione delle imposte non è desiderabile allo scopo di ridurre artificialmente il tasso dell’interesse; ma nell’intento di non rialzarlo, del pari artificialmente, come oggidì accade. L’imposta esagerata, superiore a quella normale che di fatto si paga negli altri investimenti di capitale, è un peso morto, un’aggiunta al tasso dell’interesse corrente per il mutuatario. Il risultato effettivo non è di fare incassare un tributo al fisco, ma di indurre capitalista e industriale a cercare altre forme di credito, le quali possano sfuggire all’esosa taglia. Poiché queste altre forme (cambiarie, in conto corrente) sono contrarie all’interesse dell’industria e sono un periodo permanente per la stabilità delle istituzioni bancarie, riesce evidente che la imposta non è pagata, e pure non fruttando nulla o pochissimo al fisco, agisce come una causa permanente di crisi economica.

 

 

 

La riduzione dell’aliquota, mentre soddisferebbe agli interessi dell’erario, contribuirebbe a fare abbandonare, per le spese d’impianto delle industrie, quelle forme di credito industriale cambiario ed in contro corrente che furono causa di tanto male in passato e torneranno ad esserlo in avvenire, ove il governo si ostini nella via cieca in cui si è messo.

 

 



[1] Pubblicando, nel fascicolo precedente di questa Rivista, il nostro Studio sul Credito industriale, non omettemmo di dichiarare espressamente che nel nostro pensiero, esso era destinato a servire come base di discussione del detto argomento, interessantissimo per lo svolgimento dell’attività industriale del paese. Ed allo scopo di rendere larga e fruttuosa la discussione sollecitammo direttamente diverse persone competentissime a parteciparvi, manifestando liberamente in appositi scritti, che non ci impugnavamo a pubblicare, le loro osservazioni ed i loro giudizi. A questo nostro invito hanno risposto cortesemente sino ad ora il Prof. Luigi Einaudi ed il Dott. Attilio Cabiati, due valorosi economisti che adempiono l’ufficio nobilissimo di diffondere le utili conclusioni della scienza nel grande pubblico con gli articoli che pubblichiamo in questo fascicolo. Come i lettori vedranno, i due chiari scrittori criticano il disegno delineato nel nostro studio. Ma noi principalmente se non esclusivamente ci siamo proposti di promuovere se non esclusivamente ci siamo proposti di promuovere su queste colonne una discussione meditata ma libera, la quale possa essere fondato e preparazione di un’azione pratica per l’Associazione. E confidiamo che al nostro rinnovato appello altri autorevoli rispondano nel prossimo fascicolo.

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