Intorno al metodo di ricerca negli studi finanziari

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/11/1932

Intorno al metodo di ricerca negli studi finanziari

«La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1932, pp. 681-685 e marzo-aprile 1933, pp. 197-200[1]

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II,pp. 451-454

 

 

 

 

Dott. Aldo Boidi: I provvedimenti tributari demografici – L’imposta sui celibi e le esenzioni alle famiglie numerose (Torino, U.T.E.T., 1931), un vol. di pag. 245. Prezzo L. 22).

 

 

Il volume si divide in tre parti: una prima (pp. 3-35) vuole essere «una sintesi degli elementi storici, giuridico fiscali, etici e demografici, che nella complessa materia hanno una influenza notevole e che possono, solo attraverso una mutua integrazione e compenetrazione, fornire al commentatore una visione completa dell’argomento ed una norma di giudizio per rettamente impostare le nuove provvidenze tributarie nel quadro generale della nostra legislazione fiscale». La seconda parte (pp. 36-164), che l’A. troppo modestamente presenta quasi fosse «un arido, sebbene sereno, commento delle disposizioni legislative», è una sistematica ricostituzione delle norme vigenti in materia in Italia. Nella terza (pp. 165-193) l’A. espone, del pari sistematicamente, la materia legislativa delle esenzioni tributarie alle famiglie numerose. Seguono il testo delle leggi e decreti vigenti (pp. 194-236) ed una bibliografia (pp. 237-239). Il compiuto trattato, utilissimo nel tempo stesso ai funzionari delle imposte, ai contribuenti ed ai consulenti tributari, è siffattamente egregio che in questa ed in successive edizioni difficilmente da altri potrà essere superato.

 

 

Poiché la recensione abbia anche un contenuto critico, dirò che il pregio maggiore del libro sta nella seconda e nella terza parte di esso. Il quale, contrariamente a quanto dice l’A., non è né «arido» né «commento». È, invece, qualcosa di più: vera esposizione sistematica della materia: fondamento dell’imposta sui celibi, sua misura, soggetto di essa (con riguardo alle esenzioni, ed alla particolare posizione dei figli di famiglia e degli operai celibi), valutazioni, accertamenti, riscossione, sgravi, rimborsi e sanzioni; fondamento delle esenzioni alle famiglie numerose, soggetto ed oggetto di esse, procedura e sanzioni relative. La scienza del diritto tributario non può, nel suo progresso, se non compiere, per ogni tributo, per gruppi di essi e per l’insieme del sistema quel cammino che egregiamente percorre il B. per le imposte da lui trattate: sistemare le norme del diritto vigente, ricondurle a principi e trarne tutto il frutto possibile. Ciò, fatto nell’ambito della norma scritta, ha la stessa ed anzi maggior dignità delle trattazioni che si dicono “dottrinali” o “preliminari” e si intitolano di «scienza delle finanze» e che non si sa spesso che cosa siano. Per lo più sono un insieme di nozioni economiche, storiche, politiche, sociologiche, di cui è estremamente difficile scorgere il nesso logico ed il valore probatorio. Confesso che, in questa materia finanziaria, io non riesco ad interessarmi se non di due ordini di ricerche: l’una di natura astratta, di cui, per divisione di lavoro, si occupano in Italia i professori di scienza delle finanze, ma in realtà è un capitolo dell’economia pura, effetti delle imposte, di questa o quel sistema o principio di distribuzione delle imposte, di questa o quella scelta fra differenti metodi di provvedere alla copertura di variabili fabbisogni degli enti pubblici. Come ogni altro capitolo dell’economia pura, il capitolo dell’imposta procede per ragionamenti astratti e solo si può tentare di avvicinarlo alla realtà con verificazioni statistiche o riprove di fatto storiche, utili a saggiare l’importanza della verità astratta ed a suggerire vie diverse di approssimazione alla conoscenza del problema. Mere riprove o suggerimenti, sebbene interessantissimi. Il secondo ordine di ricerche è quello della costruzione giuridica: sistemazione delle norme di leggi vigenti «in un dato paese», sistemazione fondata sullo studio della «norma», assunto a punto di partenza della trattazione. Il Boidi pare peritante nel presentare le sue ricerche in questo campo, quasi si trattasse di semplice «commento». Niente affatto. Quando il commento è, come il suo, sistematico, cessa di essere puro commento, per avviarsi a diventare costruzione ossia scienza.

 

 

Non nego che, finora, su questa strada, breve sia il cammino percorso tra noi ed altrove. Ma si farà. Il Boidi mi consenta di attaccare, come mi accade non di rado, una coda, non necessaria e non pertinente se non per accidente, alla recensione, qui conchiusa, del suo libro. Io mi sono straordinariamente dilettato quando mi capitò di leggere qualche mese addietro un brevissimo saggio – come è difficile invece arrivare a leggere i grossi volumi che ci ipnotizzano schierati sul tavolo di studio! – che Francesco Carnelutti intitolò Introduzione allo studio del diritto processuale tributario. («Rivista del diritto processuale civile», anno IX, 1932, n. 2). Senza far torto a Vanoni, a Pugliese e ad altri valorosi allievi di Griziotti, dico che le poche pagine di Carnelutti mi hanno persuaso della possibilità di creare una scienza del diritto tributario più che non le loro, pur dotte e meritevoli, trattazioni, su temi particolari. Maestri si nasce; e Carnelutti dimostra di essere maestro nell’adoperare gli strumenti, a lui famigliari, del diritto processuale nella impresa di costrurre un diritto processuale tributario. Ha ragione Carnelutti nello scrivere: «Quando il fenomeno finanziario lo studia il giurista, lo deve studiare da giurista, cioè coi suoi metodi, coi suoi principi». Poiché egli così opera, l’economista, ammirato, vede uscire dal caos informe delle norme tributarie, un ordine, uno schema logico. Entro le morse degli strumenti di analisi adoperati dal giurista, e cioè dei concetti di «conflitto di interessi», «obbligo» (del cittadino), «diritto» (dello stato), «pretesa» (dello stato) «resistita» «soddisfatta» «insoddisfatta», «inerzia» (del cittadino), «lite» (tributaria), «contraddittorio», «controllo», «gravame», «processo» (tributario) di «cognizione» e di «esecuzione», «giurisdizione», ecc., ecc., tutta una ispidissima materia si muove, si ordina, va a posto e diventa un edificio armonico. Quando una schiera di giuristi veri, affinati nell’uso della tecnica giuridica nel campo del diritto privato e di quello pubblico, avrà affrontato la materia del diritto tributario, ricavandone soddisfazioni intime di scoperta di terreni ignoti e suggerimenti forse atti ad arricchire le più antiche branche del diritto, anche il diritto tributario, che oggi costituisce la quintessenza della noia per docenti e per discenti, potrà aspirare alla dignità, oggi esistente solo sulla carta, di disciplina atta ad essere insegnata da cattedra universitaria. Finora siamo nello stadio dei tentativi; e finora perciò bisogna rassegnarsi a lasciare che nella scienza della finanza dominino spiritualmente gli economisti. È inutile punzecchiarli e dire ad essi che la “loro” scienza delle finanze è una scienza irreale; che essa deve essere la risultanza di indagini economiche, politiche, giuridiche, sociologiche. Carnelutti, il quale limita agli studiosi di economia, di politica e di diritto la competenza nello studio del fenomeno finanziario (io ho aggiunta la sociologia; ma ci si potrebbe anche contentare delle tre branche dello scibile ricordate dal C.) e reputa che l’optimum sarebbe raggiunto quando ogni studioso fosse in grado di considerarlo da ciascuno dei «tre punti di vista», si affretta però a soggiungere di temere «che, salvo casi assolutamente eccezionali, [quell’optimum] sia fuori delle nostre possibilità». Lasciando da parte i casi assolutamente eccezionali degli uomini di genio i quali, se lo sono davvero, hanno la cattiva abitudine di occuparsi di cose più attraenti della finanza, ha ragione C. nel continuare dicendo essere «meglio studiarlo [il fenomeno finanziario] profondamente da un lato solo, che non da tutti i lati alla superficie, come si può fare con una mezza cultura. Vorrei dire invece che gli studiosi dei diversi campi devono rinunziare a assurde pretese di monopolio e riconoscersi benevolmente a vicenda non tanto il diritto quanto il dovere della collaborazione allo scopo comune».

 

 

Parmi sia dovere di tutti seguire il consiglio di chi, a prima battuta, ha dimostrato di essere in grado di segnare la via nella esplorazione di terre incognite. Aggiungerei, a rendere la collaborazione efficace:

 

 

  • Essere necessario che l’economista ed il giurista, nello studiare la scienza finanziaria, continuino rispettivamente ad essere puri economisti e puri giuristi. La collaborazione è vantaggiosa per suggerire problemi, punti di vista, difficoltà; non per provocare contaminazioni. L’economista, il quale pretenda importare suoi concetti e suoi strumenti nella costruzione giuridica, si fa a ragione, compatire dai giuristi; ed il giurista, il quale mescoli ragionamenti economici a quelli giuridici e non limiti giuridicamente la portata delle premesse economiche da lui accolte, dimostra di non essere padrone nemmeno del suo strumento specifico. Ognuno faccia il suo mestiere. Solo così la collaborazione potrà riuscire feconda.

 

 

  • Le leggi chiarite dagli economisti nel campo della finanza continueranno perciò ad essere leggi astratte, come tutte quelle economiche e vere solo entro i limiti delle fatte premesse. Le costruzioni giuridiche elaborate dai giuristi avranno a lor volta sempre e solo valore entro i limiti della norma tributaria vigente. Fra le due discipline i contatti non possono essere creati a forza. Essi verranno fuori numerosi a mano a mano che le due specie di indagini si perfezioneranno. Vano è provocarli artificiosamente col dire: i problemi finanziari devono essere trattati dai due punti di vista, economico e giuridico. Ciò è grottesco ed anti scientifico. Ogni problema deve essere trattato così come la natura sua impone. La idea fissa delle trattazioni compiute è atta a produrre per sé stessa a mala pena banali generalità e giustapposizioni infeconde.

 

 

  • Per ora gli studiosi hanno dinanzi a sé un troppo vasto campo di studio nell’approfondire il fenomeno finanziario dal punto di vista economico e da quello giuridico, perché si senta la necessità di disperdere le scarse forze disponibili con lo studio politico e sociologico della finanza. Lascio da parte le ricerche di storia della finanza; ché questa, al pari delle altre storie, esige addestramento metodologico ed attitudini tecniche di lavoro così particolari, che resta solo da augurare siano posseduti da economisti o da giuristi. Altrimenti è meglio abbandonare la bisogna agli storici di professione, coll’augurio, in questo caso, che essi vogliano impadronirsi, prima di andare innanzi, della tecnica e del senso economico o giuridico. Dico o e non e, essendo, ripeterò col Carnelutti, fuori delle possibilità comuni che i due sensi, l’economico e il giuridico e le relative tecniche siano posseduti dalla stessa persona. Importa invece insistere sul perditempo del consumar oggi fatica intellettuale nello studio politico e sociologico del fenomeno finanziario. Laddove, nel campo della economia e del diritto, trattasi di applicare alla finanza strumenti di indagine già affinati dal lungo uso, nel campo della politica e della sociologia siamo appena ai primissimi barlumi antelucani. Coloro che ci si sono cimentati non ne hanno cavato nulla. Balbettii infantili, reminiscenze vaghe di Mosca, Pareto, Sorel, Croce, Marx, Loria. Piccoli pasticcetti, nefandi per chi ha senso storico, irritanti per chi ama il nudo rigoroso ragionamento economico, insipidi per il giurista innamorato delle costruzioni eleganti. Tempo verrà in che la scienza politica, nel suo progressivo e già ora notabile avanzamento, potrà dire qualcosa anche allo studioso dei fenomeni finanziari. Allora si potrà studiare seriamente l’aspetto politico del fenomeno finanziario; ma allora esso sarà studiato secondo la logica propria della scienza politica, diversa da quelle peculiari all’economista ed al giurista. Avremo accanto alla teoria economica ed a quella giuridica, una teoria politica della finanza. Ognuna sarà di sussidio, di sprone e di ammaestramento alle altre. Forse verrà l’uomo di genio che le fonderà insieme. Tra qualche generazione; ché non parmi probabile ai viventi d’oggi di godere quella gioia suprema. Continueremo invece certamente ad essere infastiditi da molte pretese sintesi; frutto di letture varie, olla podrida di non digerite e non digeribili generalizzazioni verbali. Non si può vietare che continuino a venire alla luce libri e saggi di sintesi economico-giuridico-politico-sociologica; ma gli autori non ci potranno vietare di seguitare a buttarli nel cestino.

 

 

L.E.

 

 

1. – Sono contento che Luigi Einaudi convenga con le premesse brillantemente esposte da Francesco Carnelutti nella conferenza di Pavia come Introduzione allo studio del diritto processuale tributario. Carnelutti ha detto: il fenomeno finanziario è fenomeno politico, giuridico ed economico; l’optimum sarebbe che ciascuno studioso fosse in grado di studiarlo da ciascuno dei tre punti di vista. Questi concetti scientifici e metodologici fondamentali corrispondono alle idee che coltivo da vent’anni.

 

 

2. – In realtà però Carnelutti ed Einaudi temono che l’optimum, salvo casi assolutamente eccezionali, sia fuori dalle nostre possibilità. Meglio studiare il fenomeno finanziario da un lato solo che non da tutti i lati alla superficie, come si può fare con una mezza coltura. Einaudi poi rincalza che oggi è un perditempo lo studio politico del fenomeno finanziario. Tra qualche generazione si potrà aggiungere la teoria politica a quella economica e giuridica della finanza.

 

 

3. – Per essere precisi, Einaudi mette in un solo fascio gli studi politici e sociologici della finanza e anche altri, non precisamente classificabili, di cui si è occupato nelle sue pagine. Ma gli studi politici devono essere distinti da quelli sociologici delle finanze. Il fenomeno finanziario è politico, perché le direttive della finanza sono politiche e perché soggetto (stato), procedimenti (coattivi), fini (statali) della finanza hanno carattere politico. Quindi siamo nel campo intrinseco della finanza e della scienza delle finanze con lo studio dell’elemento politico; nel campo estrinseco ossia della sociologia finanziaria – come ha osservato anche Fanno (Elementi, Torino, Lattes, 1931, pag. 13) – con la considerazione dei rapporti sociologici.

 

 

4. – Ma torniamo a considerare i timori ed i consigli di Carnelutti e di Einaudi. L’optimum di Carnelutti non è fuori dalle possibilità comuni degli economisti e dei giuristi, perché gli uni e gli altri escono dalla stessa facoltà giuridica, dove possono formarsi la preparazione necessaria per lo studio politico, giuridico ed economico del fenomeno finanziario. Tale possibilità è più naturale e logica di quella da nessuno contestata agli economisti matematici di sapere l’economia e la matematica e ai clinici moderni di conoscere la medicina e la chimica per fare ricerche gli uni di economia matematica, gli altri di chimica medica. Basta anche «una mezza cultura» – purché seria e non insufficiente cultura – di diritto, di matematica o di chimica rispettivamente per il cultore di diritto finanziario, per l’economista matematico o per il medico, perché le ricerche da fare o le questioni da risolvere non sono di puro diritto o di pura matematica o di pura chimica, ma rispettivamente di diritto finanziario, di economia matematica o di chimica medica: cioè in fondo di finanza, di economia e di medicina. Nel caso che ci interessa, essenzialmente occorre essere finanzieri, cioè saper conoscere, saper aggredire il fenomeno finanziario nei suoi elementi essenziali: cioè penetrare le direttive politiche, le condizioni giuridiche ed il contenuto economico del fenomeno finanziario. Alla formula di Carnelutti Einaudi che il fenomeno finanziario il giurista deve studiarlo da giurista non vi è nulla da opporre. Ma per esser bene intesa la formula va completata con questa, che il giurista sia finanziere e non già puro giurista, come vorrebbe E.; e che per lo studio politico del fenomeno finanziario il politico sia finanziere e non puro politico; e per lo studio economico che l’economista sia ancora finanziere e non puro economista. D’altra parte non è sufficiente la divisione del lavoro nel campo del diritto, della politica e della economia per lo studio della finanza quando per molte questioni, se non per tutte, occorre la triplice indagine per la costruzione di un istituto finanziario o per la soluzione di un problema concreto. Non si possono riservare solo agli uomini di ingegno eccezionale tali indagini complesse tanto esse sono frequenti e fondamentali. D’altra parte ci vuole preparazione anche solo a capire ed utilizzare gli studi fatti in rami diversi dal proprio, perché ciò significa controllare, discutere e coordinare alle proprie le altrui idee. Se la preparazione anche solo per virtù di una mezza cultura esiste, tanto vale studiare il fenomeno finanziario nei suoi tre elementi coessenziali. Solo il finanziere, che fa la ricerca scientifica, conosce l’esigenza delle indagini sotto i tre diversi aspetti, per arrivare alla conoscenza, a cui sono diretti i suoi sforzi. Il giurista, che non è finanziere, non sente l’esigenze né del politico né dell’economista e le sue dotte ricerche arrischiano di restare inutilizzabili per la conoscenza scientifica integrale del fenomeno finanziario. L’unità personale del ricercatore riesce meglio a coordinare gli sforzi e perciò questi sforzi meglio applicati alla ricerca permettono una penetrazione più profonda.

 

 

Oso affermare che ciò è vero specialmente nel campo proprio della scienza delle finanze, ma pure nello stesso campo della elaborazione dei principi di diritto finanziario e della stessa interpretazione delle leggi finanziarie. Per far bene questo non basta sempre esser buoni giuristi, è necessario esser finanzieri, cioè conoscere anche gli elementi politici ed economici del fenomeno finanziario.

 

 

In realtà ora è prematuro parlare di divisione del lavoro, perché scarseggiano i giuristi che si dedichino al diritto tributario e i politici che coltivino scientificamente la finanza. Quindi il finanziere si trova ora nella situazione del colonizzatore di terre inesplorate che di necessità deve farsi artiere di ogni arte.

 

 

5. – Ma gli amici Einaudi e Carnelutti vorranno ammettere che per ora gli economisti puri della finanza ignorano e forse sono impreparati ad utilizzare la sia pur scarsa letteratura di diritto finanziario che già ora esiste soprattutto in Germania. E allora dove va a finire il coordinamento degli studi?

 

 

6. – Ripeto: non ogni ricerca richiede la triplice investigazione. Senza dubbio sono da apprezzare gli studi puramente economici in argomenti di pura economia, come nel caso degli effetti delle imposte. Non bisogna però dimenticare che talvolta anche questi studi necessitano la precisa distinzione di situazioni politiche e giuridiche. Osservo inoltre che molti studi pur tanto approfonditi e sottili sono di produttività nulla. Altri invece sono completamente erronei, perché erronea è la concezione politica e giuridica dello stato, dei pubblici bisogni, delle imposte, delle tasse, del debito pubblico e degli altri istituti finanziari. Sono erronee le costruzioni scientifiche derivate da tali concezioni e le soluzioni pratiche dei problemi di politica finanziaria fondate su nozioni scientifiche erronee.

 

 

7. Se gli studi giuridici e politici nella finanza sono agli inizi, bisogna assecondarli con benevolenza, anziché ostacolarli con asprezza. Le scienze, come tutte le cose, non sono mai sorte perfette. Ecco perché bisogna anche adattarsi oggi alla mezza cultura. Ieri questa mancava del tutto. La nuova generazione ne avrà di più. Per questo bisogna richiamare e preparare nuove forze a far progredire gli studi di diritto finanziario appena iniziati e perciò più aspri. Rimandare alle future generazioni lo studio della politica finanziaria non è possibile, perché occorre fin d’ora, per la soluzione o la definizione scientifica dei casi presenti, conoscere con maggior precisione quali siano e come debbano intendersi i principi politici direttivi della finanza.

 

 

8. – Queste idee hanno il conforto dei fatti. In Italia Jannaccone, Ruffini e Ferraris hanno trattato delle imposte speciali sotto l’aspetto giuridico ed economico come richiedeva la loro ricerca. Jeze e molti altri in Francia, Popitz ed altri in Germania discutono le questioni politiche giuridiche e economiche della finanza. I casi sono abbastanza numerosi per essere quelli assolutamente eccezionali visti da Carnelutti e anche da Einaudi. Queste idee ebbero anche il conforto dell’approvazione di un illustre giurista, che è fra i migliori scrittori di diritto finanziario, Ernst Blumenstein, che ha apprezzato le ricerche condotte sotto il triplice punto di vista da Vanoni, Pugliese e da me. Queste idee sono anche il risultato della mia stessa esperienza personale. Ora con maggior precisione e più profondamente di prima credo di conoscere la finanza per virtù di uno studio ventennale del fenomeno finanziario sotto l’aspetto politico e giuridico oltreché economico. Proprio il contrario di quanto ritiene Carnelutti. Io considero meglio orientati alcuni dei miei allievi che si preparano alla laurea collo studio del debito pubblico e della conversione della rendita sotto l’aspetto politico giuridico ed economico di quanto non lo fossi io trent’anni or sono studiando gli stessi argomenti per l’esame di laurea dal solo lato economico. Le mie conclusioni scientifiche allora sono andate contro ad uno sproposito giuridico rilevato all’esame da Ranelletti. Dal solo punto di vista economico non è possibile risolvere le questioni finanziarie, che presuppongono direttive politiche ed hanno un fondamento giuridico, oltreché un contenuto economico.

 

 

9. – Last but not least: un argomento d’ordine pratico che è sorretto, del resto, dalle precedenti considerazioni. In Italia la cattedra di finanza nelle facoltà giuridiche è intitolata al diritto finanziario e alla scienza delle finanze. Anzi il diritto finanziario può considerarsi di maggiore interesse per gli studi di queste facoltà. Poiché da noi e all’estero hanno preso sviluppo gli studi giuridici e politici della finanza, anche gli economisti non possono disinteressarsi più di coltivare tal ordine di studi per divenire od essere adatti all’insegnamento giuridico della finanza, che è richiesto nelle università ed ora anche per recenti riforme negli istituti superiori di commercio.

 

 

10. – Anche Einaudi, del resto, ha completato i Principi di Scienza delle finanza con il Sistema tributario italiano, che in pochi mesi è felicemente giunto alla seconda edizione, per i pregi caratteristici di ogni sua opera. E che può essere questo Sistema, che espone la legislazione e la giurisprudenza, se non un manuale di Diritto tributario, anche se non vi sia particolarmente curata la dogmatica giuridica e non sia sviluppata la critica giuridica alla giurisprudenza italiana, che ha tanto bisogno di una revisione scientifica per uscire dal grande empirismo della prassi tradizionale? Dunque anche Einaudi percorre la via, che dovrebbe essere fuori di discussione, non solo perché rappresenta l’optimum ma pure pel fatto d’essere l’unica che, per il momento almeno, sia da percorrere per le esigenze di studio delle complesse questioni finanziarie, che sono ogni giorno da studiare.

 

BENVENUTO GRIZIOTTI

 

 

Acchiappo a volo qualche sfumatura. Non per polemizzare; ché i lettori riguardando, se ne avran voglia, la mia coda alla recensione del libro del Boidi e leggendo le osservazioni di Griziotti, hanno modo di giungere ad una conclusione. Naturalmente, a Griziotti non ne era neppure passata per la mente l’intenzione; ma io, leggendo, mi compiacqui di immaginare di essere a predica; e per un po’, intimidito da quei finanzieri «che non possono disinteressarsi» – dagli «è necessario essere finanzieri, cioè conoscere anche …» – «il finanziere … che di necessità deve farsi artiere di ogni arte» – «bisogna anche adattarsi alla mezza cultura», rimasi col cuor contrito in contemplazione dei tanti punti di vista, vantaggiosi agli studenti della facoltà giuridica e degli istituti superiori economici, al dovere di illustrare i quali tante volte avevo mancato.

 

 

Dovere? Di genuflettermi dinanzi all’idolo del «completo?». Spingo l’idea sino al limite e mi trovo dinanzi al «trattato». I trattati completi sono per fermo una onorevole specie della attività umana, utilissima per la maggioranza degli studenti, delle persone colte e di tutti coloro i quali hanno necessità di apprendere i risultati della elaborazione scientifica nei diversi campi dello scibile umano. Ma lo studente, divenuto studioso, non legge più trattati se non nelle parti le quali siano il particolare contributo dell’autore alla scienza, ossia nei frammenti di note e saggi incorporati nella trattazione cosidetta sistematica od organica che il trattatista dovette costruire per fini pratici. Alla geenna i sistemi organici, i quadri compiuti, rifiniti in tutti i particolari, in cui nessun punto di vista è trascurato! Non sono forse questi i capolavori della noia, i campioni della letteratura di second’ordine, che avvocati, amministratori, funzionari «devono» possedere e consultare, perché utilissimi e preziosissimi; ma che nessuno legge mai di seguito, dalla prima all’ultima parola, col fiato sospeso, come quando, messi di fronte alla parola vera della scienza, si ha l’ansia di perseguire l’idea dello scrittore sino all’ultima sua sfaccettatura.

 

 

Quando Griziotti scriverà il suo bel trattato «organico» di finanza, compiuto in tutte le sue parti, giustamente equilibrato da tutti i punti di vista, io non lo leggerò più. Interesserà vaste categorie di lettori, pur degne di essere tenute in gran conto. Lo leggo oggi, quando egli compie lo sforzo di rivedere i dogmi assodati della scienza al lume di quella concezione politica la quale a lui sembra essere nuovo fecondo strumento logico di indagine. Se io non mi associo a quello sforzo, ciò accade perché anche nel campo scientifico vale la massima del «calzolaio, fa il tuo mestiere». Unico dovere è quello di maneggiare gli strumenti logici con cui si ha o si reputa di avere dimestichezza e di non impacciarsi degli strumenti altrui. Se lo sforzo suo approderà a risultati chiaramente diversi da quelli altrimenti ottenuti, non tema Griziotti: assai troppi vorranno servirsi del suo strumento; ed egli dovrà difendersi dalla folla dei tirapiedi i quali, per mezzo dello strumento inventato da lui, scriveranno trattati e vorranno, sobbarcandosi a fruttuosi oneri, conquistare onori. Probabilmente, a questo punto egli si infastidirà dello stesso strumento da lui rifinito; e abbandonando altrui l’onore dello scrivere trattati, volgerà la mente a diversa mèta.

 

 

Mi sento male, quando nelle recensioni o nei giudizi di concorso universitari, che sostanzialmente sono recensioni, vede qualche giovane imbrottato per non avere considerato il problema da questo o quel punto di vista che al recensente od al giudice pare importante; per avere trascurato il tale o tale altro argomento, per non aver dato la dimostrazione di essere perito altresì in campi diversi da quelli nei quali egli preferì cimentarsi. Se l’autore od il concorrente fa della teoria, si lamenta non abbia fatto della storia; se scrive di diritto tributario, che non si è occupato di traslazione delle imposte; se di debito pubblico, che non abbia veduto o ritrattato il solito problema della sua identità o dissimilarità coll’imposta straordinaria; se, cosa rarissima, è un ottimo bibliografo, il che vuol dire, cosa ancor più rarissima, un selezionatore dei libri buoni da quelli cattivi o inutili, di non aver fatto storia della letteratura, ecc., ecc. Codesti rimproveri possono essere pretesti addotti ad evitare di esporre i motivi veri del giudizio sfavorevole sullo scrittore, e possono in tal caso essere tollerabili in ossequio alla virtù della prudenza, la quale consiglia di non dire in faccia ad un disgraziato, atto a redimersi, un giudizio di merito nettamente contrario. Se siano invece dichiarati sul serio, essi fanno a pugni con le esigenze vere del progresso scientifico. Qui esigenza unica è quella che ognuno persegua una idea; qualunque sia, verde o bianca, teorica o storica, economica o giuridica. Purché l’idea ci sia, purché l’indagatore dimostri nel campo da lui scelto, di possedere gli strumenti della ricerca, che sono serietà, meditazione, penetrazione, metodo logico adatto al problema scelto. Quando mai la scienza andò avanti a furia di trattati? Il vero libro, anche se ha nome di trattato, non discorre di tutto il campo affermato proprio di quella scienza o non ne discorre in modo che possa, secondo i criteri ordinari di giudizio, essere ritenuto compiuto. Il libro è una battaglia e crea la materia a sé soggetta. La Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, il più celebre trattato della nostra scienza, è un capolavoro di incompiutezza e di antisistematicità e di antiorganicità. Leggiamo e rileggiamo forse

Ricardo, Ferrara, Pareto, Marshall, Pantaleoni, allo scopo di trovarvi lumeggiati tutti i punti di vista? Ohibò! anzi li pregiamo per la ragione opposta; perché essi ci fanno ammirare come le cose troppo note e mai vedute si trasformino sotto i nostri occhi quando siano illuminate da una idea, ed indagate coll’aiuto di uno strumento. Purché l’idea sia feconda, purché lo strumento sia penetrante.

 

 

Anche nell’insegnare, sissignore, il completo è una peste. È impossibile, è antiumano che un uomo “senta” ugualmente i diversi “punti di vista” da cui un problema può essere affrontato. Il ripetitore può essere indifferente; l’insegnante no. Questi sente che se anche parla, se anche dice cose serie, che egli ha imparato sulle fonti migliori, se la parola non gli viene dal cuore, meglio è che non insegni e pigli la porta. Dal cuore gli può venire solo ciò che egli ha rivissuto nella sua testa, a cui egli si è appassionato. Può darsi, e forse accade spesso, che egli sappia stupendamente ripetere le idee che non lo interessano a duri fatica ad esporre quelle che lo appassionano. Meglio durar la fatica, meglio dimostrare di non sapere, meglio cercare insieme cogli allievi la verità ancor non trovata, che essere completi e sicuri della cultura accettata da altri.

 

 

L’integralista obbietterà che le conclusioni alle quali giunge chi vuole sfaccettare un solo concetto sono “erronee”, perché esse non sono fondate sulla contemporanea considerazione di altri fatti, di altri concetti, i quali pure esistono. Nego. La conclusione B alla quale si giunge ragionando rigorosamente della premessa A non può mai essere erronea. Chi parla così, dimentica l’indole “necessariamente” astratta della scienza economica, direi di tutte le scienze. L’errore nasce dalla premessa mal posta, mal definita e dal ragionamento sbagliato; non mai dalla premessa unilaterale ben posta e ben ragionata. Di qui nasce la conclusione “vera” entro i limiti della premessa. Altri potrà affermare che la conclusione è futile, è parziale, è unilaterale, non mai che essa è falsa. Qui sta il dissidio che rende reciprocamente incomprensibile la posizione mentale di tanti indagatori.

 

 

Vi ha chi ritiene, studiando finanza od economia, di studiare in primo luogo e soprattutto la realtà, il concreto, ciò che di fatto esiste in quel luogo e in quel tempo. Questi si preoccupa dei fattori diversi, dei punti di vista, e non è pago se non espone le leggi dell’accadere vero, complesso, storico; che è, in finanza, ad esempio, un accadere politico e sociale, determinato da fattori giuridici, economici, sociologici, politici, ecc., ecc.

 

 

Vi ha chi sceglie la via più lunga, anzi una sola delle tante vie lunghe e tortuose le quali consentono di ascendere l’aspro monte del vero. Costui astrae, sublima, definisce e studia un aspetto solo, o quello economico puro o quello giuridico o quello politico; ed ognuno di questi spezzetta in astrazioni successive, che va, come può, complicando ed avvicinando ad una parziale realtà. Le sue conclusioni sono provvisorie e parziali; ed egli mette sempre in guardia i suoi ascoltatori o lettori di non scambiare le verità astratte ed ipotetiche da lui esposte con leggi di vita vissuta.

 

 

Quale delle due vie mena più dirittamente alla conoscenza del vero? La via che affronta in faccia il reale, che è un tutto o quella che lo va circuendo a grado a grado per approcci indiretti? Finora, quasi tutto quel poco ed incompiuto e provvisorio che si sa è dovuto agli astrattisti, ai fabbricanti di ipotesi, ai puristi dell’economia. Anche su essi, talvolta, cade l’impazienza del ripetuto defatigante porre ipotesi e ragionarvi sopra; e, ridiventando uomini vivi, scrivono storie e agitano, da politici, problemi concreti. Se, pure in questa veste diversa, Ricardo lasciò un’impronta nella storia economica inglese, ciò fu dovuto tuttavia ed ancora alla facoltà divinatoria che gli faceva, fra i tanti, vedere quel punto di vista, quel fattore che davvero era fondamentale e trascurare gli altri. In ciò si rassomigliano il grande teorico ed il grande politico.

 

L.E.



[1] Con il titolo Sul metodo di ricerca e critica negli studi finanziari [Ndr].

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