Intorno al numero delle banche ed ai loro costi di gestione

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1930

Intorno al numero delle banche ed ai loro costi di gestione

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1930, pp. 511-512

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 201-204

 

 

 

L’articolo Ci sono troppe banche in Italia? pubblicato nell’ultimo numero della rivista ha avuto alcuni autorevoli consensi, tra cui piace ricordare quello di Federico Flora, sia per l’autorità dello studioso quanto ed in questo caso forse più per quella del presidente della Banca popolare di credito di Bologna. Anch’egli ritiene che in questa materia contingente non possano darsi regole universali «potendosi contemporaneamente difendere l’indipendenza di talune banche, piccole o grandi, e favorire la fusione di altre» («Resto del Carlino», 20 agosto 1930).

 

 

Se non mi fossero sfuggiti, come pur troppo, nel diluvio quotidiano delle cose stampate, sfuggono tante cose degne di essere lette e meditate, avrei assai volontieri riprodotti alcuni brani della relazione esposta dall’on. G. Bianchini all’assemblea generale della Confederazione generale bancaria del 23 maggio 1930 (supplemento al numero di maggio 1930 della «Rivista Bancaria»). L’insigne uomo, colla autorità che gli viene dalla carica di presidente della Confederazione generale dei banchieri italiani, parlando delle concentrazioni bancarie scriveva: «Non è inopportuno ripetere a questo riguardo, per tranquillare allarmi ingiustificati, che le concentrazioni sono bensì [in Italia] facilitate quando ne venga riconosciuta l’utilità, ma rappresentano pur sempre il risultato di accordi conclusi o sollecitati dalle parti interessate. Nessuna coercizione venne mai usata né vi è alcuna intenzione di spingere o provocare artificiosamente delle concentrazioni bancarie. Il nostro paese ha proprie tradizioni e bisogni, corrispondenti anche a particolari situazioni regionali, che sarebbe dannoso di turbare Banche buone, anzi ottime, si trovano fra le banche regionali e le popolari: enti che svolgono una attività  preziosa pel soddisfacimento dei bisogni locali e pel credito tanto necessario e difficile, del piccolo e medio commercio. L’importante è che una banca, grande o piccola, sia bene amministrata; quando questa condizione sia soddisfatta, qualsiasi banca di qualsiasi categoria, può stare sicura che la sua attività sarà non solo rispettata, ma incoraggiata e protetta» (pag. 49-50).

 

 

Questi affidamenti devono far piacere alle grandi banche ed ai piccoli banchieri, amendue i tipi adempiendo, come cercai di dimostrare, a propri importantissimi e complementari compiti. Avevo detto anche che per lo più quei piccoli banchieri i quali finiscono male, ne debbono dar colpa alla loro voglia di guadagnare troppo ed alla loro propensione a spendere altrettanto troppo in cose inutili. A quanto dice il Bianchini, anche per le grandi banche le spese sono divenute eccessive. Senza loro colpa, si può osservare; il che non toglie che l’autorevole loro presidente constati la necessità  di far macchina indietro: «Non sono diminuite, anzi per alcune voci sono aumentate le spese generali, fra le quali la percentuale massima (dal 70 all’80%) è rappresentata dalle spese del personale. Per alcuni istituti le sole spese del personale costituiscono un onere annuo che corrisponde alla percentuale dall’1,50 al 2% sul denaro di terzi amministrato. È assolutamente necessario che le spese generali delle banche si riducano in modo sensibile, senza di che non potranno dare al commercio e all’industria i servizi di cui abbisognano a prezzi ridotti. Si tratta di un punto sostanziale, che non riguarda solo le banche, ma l’interesse generale dell’economia. Per altro lato, le banche non possono ridurre alla clientela i tassi per il danaro prestato mentre esse stesse sono costrette a pagare ai depositanti il denaro troppo caro; né è facile mutare questa situazione perché la insufficienza del risparmio in confronto ai bisogni rende rarefatta o ricercata e rarefatta la merce denaro» (id., pag. 48-49).

 

 

Dover spendere dall’1,50 al 2% dell’ammontare dei depositi significa davvero sottostare a costi troppo alti, e doverli a lor volta rimbalzare siano ai consumatori del risparmio, che sono gli agricoltori, gli industriali ed i commercianti. Il problema che ora si dice della razionalizzazione e che più alla buona è della riduzione dei costi, si impone per le banche, come per tutti gli imprenditori.

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