Opera Omnia Luigi Einaudi

Intorno al rincaro dei viveri. Le esposizioni di Torino e Roma. I treni annonari. I favori alle cooperative. L’industria della pesca ed il consumo del pesce in Italia

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/05/1911

Intorno al rincaro dei viveri. Le esposizioni di Torino e Roma. I treni annonari. I favori alle cooperative. L’industria della pesca ed il consumo del pesce in Italia

«La Riforma Sociale», maggio 1911, pp. 314-322

 

 

 

Durante la discussione accademica che alla Camera si fece intorno al rincaro dei viveri, il Presidente del Consiglio del tempo, on. Luigi Luzzatti, ebbe ad emettere, fra le altre, due idee che furono assai diversamente accolte dalla Camera.

 

 

La prima fu che, col sacrificio per lo Stato di circa L. 1.200.000 si dovesse venire in aiuto di quegli impiegati pubblici che a Torino, Roma e Firenze si reputa debbano essere quest’anno afflitti dal rincaro dei viveri particolarmente dovuto alle Esposizioni ivi bandite.

 

 

In verità, gli impiegati poterono invocare un pernicioso precedente: quello del 1906 di Milano, quando, a cagione dell’Esposizione, si concesse una speciale indennità di 150 lire agli impiegati celibi, di 200 lire ai coniugati senza prole, e di L. 240 ai coniugati con prole, purché provveduti di stipendio inferiore a 2500 lire all’anno. Nel 1906 l’indennità era costata 1.100.000 lire. Molto in sé; ma poco in confronto con le 11.200.000 lire che sarebbero state necessarie per il ben più grande numero di impiegati viventi a Roma, Torino e Firenze: 40.000 con stipendi inferiori a 2500 lire e 16 mila con stipendi tra le 2500 e le 4500. Onde il Governo, spaventato, decise di non concedere l’indennità, suffragando il buon proponimento, che vedo con piacere fatto suo dall’on. Giolitti, con parecchie buone ragioni:

 

 

  • 1) che la spesa sarebbe stata anche superiore alle L. 11.200.000 per l’affluire, nelle città sede di Esposizioni, di impiegati e di agenti in missione di pubblico servizio o di sicurezza; onde tanto più l’onere diveniva incomportabile per un bilancio, in cui il pareggio a fatica si conserva;
  • 2) che, dopo il 1906 (Esposizione di Milano), alle conseguenze del rincaro della vita per gli impiegati lo Stato aveva già provveduto con ripetuti e rilevanti aumenti di stipendio e col miglioramento degli organici, che rendono più rapide le carriere burocratiche;
  • 3) che le esposizioni sono divenute oramai frequentissime, anzi, in talune città, come a Venezia, sono permanenti. Ognun vede le conseguenze del concedere l’indennità ad ogni ricorrenza, che produce un più o meno largo movimento di forestieri. Diventerebbero più frequenti i periodi con indennità che quelli senza;
  • 4) che, essendo le esposizioni e le feste divenute oramai frequentissime, il commercio vi si è adattato, trasportando merci o derrate più rapidamente e copiosamente nei luoghi dove più affluiscono le genti in cerca di sollazzi e guadagni.

 

 

Tuttalpiù, da questi spostamenti il Governo traeva motivo per anticipare l’esperimento di treni annonari composti di vagoni refrigeranti da accodarsi ai treni viaggiatori omnibus ed accelerati, in modo da portare giornalmente rapidamente e senza la sovratassa del 25 per cento, carni, pollami, uova e latticini dall’alta Italia a Roma, e pesce, verdure e vini dall’Italia meridionale e centrale all’alta Italia. Nessuna obbiezione di principio, anzi, parecchie lodi di principio (sotto si vedrà come sia biasimevole riservare il favore dei treni annonari alle cooperative) si devono fare a questo genere di sperimento. La esperienza appunto dimostrerà quali metodi siano da tenere, imitandoli dai Paesi dove già fanno buona prova, ed innovando su di essi ragionevolmente, per la istituzione di questi treni annonari. Se anche le mostre mondiali del 1911 non avessero servito ad altro, questo potrebbe già essere un buon servigio: di aver scosso dal torpore le Ferrovie di Stato e di averle spinte a cercare nuove vie per intensificare il traffico.

 

 

Disgraziatamente il Governo non ebbe il coraggio di dir di no fino alla fine; e per conciliare il diavolo coll’acqua santa, la voglia di spender poco col desiderio di non inimicarsi i lavoratori degli organici, fece la bella pensata di soccorrere gli impiegati non in quanto tali, ma gli impiegati in quanto soci di cooperative di consumo. Saranno stanziate cioè in bilancio 1.200.000 lire per:

 

 

  • 1) sussidiare le cooperative per l’apertura di nuovi spacci e di ristoranti;
  • 2) costituire un fondo per il rischio delle garanzie del credito che le cooperative concederanno agli impiegati-soci, provvisti di stipendio non superiore a 4500 lire;
  • 3) rimborsare alle cooperative l’abbuono di prezzo che queste dovranno fare sulle derrate vendute agli impiegati loro soci. L’abbuono sarà in ragione del 7 per cento del prezzo normale, praticato dalla cooperativa agli altri soci, per gli impiegati aventi uno stipendio non superiore a L. 1000, del 6 per cento per quelli con stipendio tra 1000 e 1500 lire, del 5 per cento per gli impiegati da lire 1500 a 2000, e del 4 per cento per quelli con stipendio da lire 2000 a 2500.

 

 

Invenzione più detestabile era difficile immaginare. Per fortuna è da credere che il disegno di legge non sarà approvato per tempo, o, se lo sarà, rimarrà ignorato da una gran parte degli interessati. Che se per disgrazia diventasse legge e se ne facesse largo uso, due camorre ne sarebbero favorite:

 

 

  • 1) la camorra delle cooperative contro il commercio ordinario. Con qual diritto lo Stato deve far viaggiare i treni annonari sulle linee italiane a solo pro dei clienti delle cooperative? Sono i consumatori che non si servono delle cooperative gente reietta, buona soltanto a pagare imposte ed indegna di trarre vantaggio dai servizi pubblici? Con qual diritto lo Stato deve dare gli abbuoni solo a quelli tra i suoi impiegati che comprano dalle cooperative e non a quegli altri che hanno convenienza di prezzo o di comodità a comprare dai commercianti privati?
  • 2) la camorra degli impiegati cooperatori per usufruire, in misura maggiore di quella consentita dalla loro capacità di consumo, dei ribassi cooperativo-statali. C’è una legge in Economia Politica conosciuta sotto il nome di legge d’indifferenza di Jevons, la quale dice che una stessa merce su uno stesso mercato e nello stesso tempo non può essere venduta a due prezzi diversi. Ogni tanto ai legislatori salta in mente di fabbricare una legge di carta per distruggere le leggi naturali economiche. La legge di carta costerà fior di quattrini all’erario; ma non potrà raggiungere l’effetto voluto, perché questo è assurdo.

 

 

Cosa dice la legge di carta? Che gli impiegati-cooperatori con non più di 1000 lire di stipendio possono comprare il bisognevole al vivere col ribasso del 7 per cento sui prezzi correnti. C’è da scommettere che, se la legge sarà approvata e conosciuta, rimarranno clienti delle cooperative solo gli impiegati con 1000 lire o meno di stipendio, e che questi in pochi mesi di durata delle esposizioni, consumeranno più volte il loro stipendio annuo in compre di generi alimentari e di bevande. Chi vorrà comprare in persona, quando mandando a comprare l’amico o parente o compagno impiegato (con non più di lire 1000 di stipendio) si potrà ottenere la stessa merce col 7 per cento di ribasso? Bisognerà fare un’altra legge di carta, per misurare il pane in bocca agli impiegati a seconda dello stipendio; e non è certo che la malizia umana non abbia a trionfare anche di questo ostacolo.

 

 

Per fortuna il disegno di legge non sarà approvato, o, se approvato, rimarrà ignorato ai più; o, se l’affluenza sarà troppo grande, le cooperative si industrieranno a respingere i clienti dando roba cattiva o di mala grazia o con gran ritardi. Cosicché il meglio del milione e 200.000 lire rimarrà ad impinguare i bilanci delle cooperative.

 

 

Il che essendo forse ciò che appunto si desiderava, l’idea naturalmente fu plaudita dai deputati socialisti, i quali videro subito il vantaggio di propaganda, e di attrazione e di lucri che ne poteva derivare alle loro cooperative, le quali sono sempre all’erta in cerca di camorristici favori governativi.

 

 

L’altra idea, buona e davvero geniale, era quella di interessarsi dell’industria della pesca, mettendo in chiaro i vantaggi immensi che nascerebbero dal popolarizzare il consumo del pesce, che in altri paesi è largamente diffuso, perché costituisce un consumo sano, a buon mercato e nutriente. Poiché l’idea era buona, fu accolta naturalmente dalle risa dei deputati.

 

 

Il caso ci ha fatto cadere sotto gli occhi una relazione dettata dai promotori di una Società italiana per la pesca a vapore nella quale si leggono dei dati interessanti su quello che potrebbe essere l’avvenire dell’industria della pesca e del consumo del pesce in Italia.

 

 

Ne togliamo le notizie più importanti, ad istruzione, se non dei deputati, che non hanno nessun obbligo elettorale di distinguere tra le cose serie e le risibili, almeno dei nostri lettori.

 

 

L’industria della Pesca marittima che in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Spagna, in Norvegia, ecc., ha raggiunto proporzioni considerevolissime, realizzando guadagni ingenti, si trova ancora in Italia alla sua infanzia.

 

 

Il grande sviluppo economico-industriale della pesca presso le sovracitate nazioni, fu raggiunto sovratutto grazie all’applicazione del motore meccanico alle barche da pesca. Il vapore ha permesso l’aumento del tonnellaggio e del raggio di azione delle unità peschereccie, le quali, abbandonando le acque costiere impoverite dal secolare sfruttamento, sono andate a cercare al largo, in acque sempre rinnovate e ripopolate dalle migrazioni e dalle correnti, le loro ricchissime prede.

 

 

In Italia invece siamo rimasti immobili. I nostri sistemi di pesca sono ancora quelli del medioevo, o, per essere più esatti, dell’epoca greco-romana. Ci troviamo ancora alle paranze, ai bragozzi, alle bilancelle, e cioè a dei gusci di noce mossi dal vento, che non possono pescare che a poca distanza dalle coste e quando la stagione lo permette; che sono obbligati a raggiungere il porto più vicino appena raccolta la preda, onde venderla a qualunque prezzo a minuti incettatori o ad una povera e limitata clientela, perché a bordo non esiste alcun mezzo di conservazione e di condizionatura.

 

 

Le conseguenze di tale mancata evoluzione sono queste:

 

 

  • 1° La classe peschereccia italiana è la più misera d’Europa. Il guadagno annuo di ogni pescatore nostro non raggiunge in media L. 200[1].

 

 

  • 2° I nostri pescatori, le poche cooperative comprese, non possedendo alcuna organizzazione commerciale e non potendo mettersi in diretto contatto coi consumatori, sono vittime degli incettatori. Poche centinaia di negozianti hanno monopolizzato sulle nostre piazze marittime il commercio del pesce.

 

 

Essi acquistano dai pescatori a prezzi vilissimi e rivendono la merce a prezzi altissimi, malgrado il freno rappresentato dalla forte importazione di pesce fresco estero.

 

 

  • 3° Sui mercati delle città italiane, indipendentemente dal gravoso balzello del dazio consumo, si paga il pesce di mare ad un prezzo medio che è doppio di quello che si paga in Francia ed in Spagna, è triplo ed anche quadruplo di quello che si paga in Inghilterra, Olanda e Germania.
  • 4° I prodotti della nostra pesca essendo di gran lunga inferiori alle necessità del consumo, si verifica il fatto che l’Italia riceve dall’estero per più di 90 milioni di lire all’anno tra pesce fresco, secco e salato[2]. Il pesce fresco arriva dalla Germania e dalla Francia sui mercati di Milano, di Torino, di Genova, di Firenze, ecc. La sola città di Torino riceve da Arcachon o da La Rochelle per più di 100 mila kg. di nasello all’anno, senza contare altri pesci grossi da taglio. Il nasello che si vende a Genova ed in riviera durante la stagione invernale, proviene pure dalla Francia. Le nostre paranze non potendo allontanarsi troppo dalla costa, non sono in condizioni di poter andare alla cattura del nasello nell’alto Tirreno, ricchissimo di pesci; non sono nemmeno attrezzate per la pesca al largo ed in acque profonde. Occorrerebbero scafi di maggior dislocamento, mezzi meccanici per salpare le reti e camere frigorifere per la conservazione del pesce.

 

 

Ma per meglio stabilire con dati di impressionante eloquenza lo stato di miseria della nostra industria peschereccia in confronto di quella di altre nazioni e per dimostrare che le grandi ricchezze prodotte dallo sfruttamento del mare sono state unicamente facilitate dall’adozione del battello a vapore, riportiamo qui uno specchietto che togliamo dal Nauticus di Berlino e che l’on. Maggiorino Ferraris ha pubblicato nella sua relazione sul disegno di legge per la “Banca centrale della Cooperazione e del Lavoro”:

 

 

STATI

Numero dei piroscafi e battelli da pesca a vela

Barche dei pescatori

Numero annuale della pesca

Valore

Gran Bretagna

2200

?

103.000

292.000.000

Francia

170

26.000

96.000

100.000.000

Norvegia

175

?

100.000

78.000.000

Spagna

320

22.500

121.000

75.000.000

Germania

308

15.000

29.800

33.000.000

Olanda

80

5.300

21.000

23.000.000

Danimarca

160

1.000

14.000

16.000.000

Italia

Nessuno

25.796

106.076

20.280.000

 

 

N.B. – In Germania ed in Danimarca molti dei battelli a vela hanno un motore ausiliario.

 

 

Senza insistere sovra un paragone coll’Inghilterra, la quale pur contando meno pescatori dell’Italia, sa tirare dal mare coi suoi 2200 piroscafi pescherecci tanto pesce per circa 292 milioni di lire, possiamo ben fare dei raffronti per noi mortificanti con la Francia, la Spagna e la Norvegia!

 

 

L’Italia non possiede un solo piroscafo per la pesca!…

 

 

Eppure nel mediterraneo ci sarebbe posto anche per noi.

 

 

La grande estensione delle nostre coste, la varia ubicazione dei nostri mari, le diverse condizioni bio-fisiche di queste nostre acque salse e le svariate specie dei pesci, dei crostacei e dei molluschi che abitano le acque stesse, ci rendono sicuri che la grande pesca, esercitata con materiale a vapore e con criteri moderni, offrirebbe dei risultati insperati.

 

 

Esaminiamo un istante il reddito che la pesca ha dato in Italia durante l’anno 1908. (Vedi Rivista Maritt., Febb. 1910).

 

 

Mossero alla pesca 25.796 barche a vela con 106.076 pescatori.

  • Il valore complessivo delle barche era di Lire 6.963.772
  • Il valore degli ordegni da pesca era di Lire 7.418.974
  • Totale Lire 14.112.746

 

 

Il valore in pesce ricavato fu di circa 20.280.000 più 4.832.000 di lire ricavate dal pesce catturato in acque estere.

 

 

Questo valore va così frazionato secondo le quantità di pesce raccolte nelle differenti zone di pesca:

 

 

  • Adriatico per L. 8.245.000
  • Tirreno per L. 5.735.000
  • Litorale di Sicilia per L. 4.605.000
  • Litorale di Sardegna per L. 995.000
  • Litorale Jonico per L. 700.000
  • Totale L. 20.280.000

 

 

La pesca esercitata da barche a vela italiane nelle acque estere durante il 1908, acquista una singolare importanza perché dimostra quanto si potrebbe ottenere in linea di risultati economici qualora la pesca stessa venisse eseguita con battelli a vapore muniti di frigoriferi. Le barche furono 780 con un tonnellaggio complessivo di 6520 tonn., e 4783 uomini di equipaggio.

 

 

Il pesce pescato fu di Kg. 7.495.829, ma non si poté ricavare che L. 4.832.000, perché le barche (bragozzi chioggiotti o bilancelle pugliesi) appena raccolte le reti, sono obbligate toccare subito il porto più vicino e vendere il pesce a qualsiasi prezzo, pur di sbarazzarsene, non avendo frigoriferi.

 

 

Soltanto a Trieste i bragozzi vendettero per Kg. 1.400.000, ricavando L. 1.035.000. Le bilancelle vendettero a Susa Kg. 1.522.000; a Mehdia Kg. 645.000; a Goletta di Tunisi Kg. 1.450.000; ad Alessandria d’Egitto Kg. 586.000, ecc. ecc.

 

 

Dei battelli a vapore muniti di frigoriferi potrebbero portare la maggior parte di questo pesce in Italia, ricavando un utile ben superiore. Per esempio un battello a vapore di circa 60 o 70 tonnellate, che risalendo il Tevere giungesse periodicamente a Roma col frigorifero ricolmo di pesce, farebbe ottimi affari. I prezzi che i grossisti di Roma praticano ai grandi consumatori, come alberghi, istituti, ecc., sono all’incirca i seguenti: L. 2,70 il Kg. pel pesce di 1a qualità; L. 2,25 per quello di 2a; L. 1,50 per quello di 3a.

 

 

A proposito dello sperpero di pesce e conseguente mancato guadagno a cui vanno soggette le nostre antiquate barche peschereccie, ecco cosa scrive il prof. Davide Levi-Morenos, competentissimo direttore della Scuola di Pesca di Venezia, nella sua relazione sulla Pesca nell’Adriatico: “Una non piccola quantità del prodotto attuale viene sperperata causa la deficiente organizzazione del trasporto dai luoghi di pesca alle piazze di spedizione e da queste a quelle di consumo. Così, per esempio, ho potuto verificare che il guadagno fatto dai pescatori di Molfetta nell’estate scema in modo notevolissimo al di sotto della media. La causa sta in ciò: le bilancelle molfettesi che si recano a Gargano, Rodi, Tremiti, Viesti, Manfredonia, Vasto, fanno pesche abbondantissime, ma non potendo smerciare il prodotto su quella piazze (causa la scarsità del consumo e la difficoltà dei mezzi di trasporto fino ai mercati interni) sono costrette a portare il pesce fino a Molfetta. Ora, con vento contrario od insufficiente, succede spesso che il prodotto arriva in porto fradicio e deve esser gettato via o venduto a prezzo irrisorio.

 

 

“Da Ancona vi sono pescatori che si recano a pescare a Senigallia; ma essi non portano poi il prodotto a questo porto, dove per ferrovia potrebbe venir subito spedito alle piazze di consumo e preferiscono, facendo per mare da 10 a 16 ore di viaggio, portare il pesce ad Ancona, perché quivi gli intermediari, i quali forniscono la piazza di Roma ed altre di gran consumo, pagano un poco di più che non quelli di Senigallia.

 

 

“Ma intanto queste ore di viaggio vanno a detrimento della freschezza del prodotto e della sua commestibilità”.

 

 

E quello che accade nell’Adriatico accade pure nel Tirreno; quest’ultimo mare, pur non essendo così sfruttato come il primo, ha offerto, nel 1908, un raccolto per 5 milioni e 735 mila lire, e se si è ottenuto questo risultato con un materiale antiquato ed insufficiente come quello delle nostre paranze a vela, trainanti faticosamente la sciabica nelle acque poco profonde, schiumando così il pesce piccolo e lasciando libero ed indisturbato il pesce grosso nelle acque più lontane e più profonde, ci domandiamo se ha ancora ragione di esistere la bizzarra leggenda che nelle acque del Tirreno non si trovi pesce.

 

 

Un altro grande e ricchissimo vivaio è per esempio il tratto di mare (bassifondi) che separa la Sicilia dalla costa d’Africa. In quelle acque pescano con grandi profitti i battelli a vapore francesi delle Società peschereccie di Algeri ed anche quelli spagnuoli di Algesiras. Un armatore italiano di Algeri, il signor Schiaffino, con due battelli del valore complessivo di 130 mila lire, realizza un utile netto che raggiunge talvolta le L. 8000 al mese; e, sebbene sulle coste tunisine ed algerine la pesca non si eserciti che dall’ottobre al maggio, pur tuttavia il reddito dei due detti battelli rimane elevatissimo.

 

 

Sarebbe troppo lungo l’enumerare anche sommariamente le grandi associazioni industriali peschereccie dell’estero, particolarmente della Germania e della Francia. Se tali associazioni si sono moltiplicate in questi ultimi anni in misura così impressionante, ciò significa che il loro campo di azione è largamente rimuneratore.

 

 

La soluzione industriale del problema della pesca nelle acque italiane gioverebbe assai alla soluzione del problema del caro viveri. In un elegante dibattito avvenuto il 24 aprile 1911 nel Consiglio comunale di Torino, a cui parteciparono altresì consiglieri di parte socialista, quali gli on. Nofri e Casalini, con praticità di vedute furono messi in luce alcuni fatti che interessano grandemente la questione del caro viveri e dell’approvvigionamento del pesce nelle grandi città. Fu dimostrato cioè che le cause principali per cui il consumo del pesce è così scarso è l’elevato suo prezzo, dovuto a sua volta agli imperfetti sistemi industriali di pesca, all’elevato costo dei trasporti ed all’esorbitanza, fiscalmente inutile, delle tariffe daziarie. Illustriamo brevemente quest’ultimo punto.

 

 

La tariffa daziaria di Torino grava a favore del Comune di L. 40 il quintale i pesci freschi di prima categoria nella quale rientrano tutti i pesci freschi di mare e i pesci più prelibati d’acqua dolce (trote, salmone, ecc.).

 

 

Le due successive categorie di pesce fresco pagano il dazio di sole L. 15 e L. 5 al quintale.

 

 

Nel 1910, il gettito fu rispettivamente di L. 52.000, L. 21.000, L. 8000 per le tre categorie e per quintali 1294, 1465, 1607.

 

 

Anche i “pesci comunque preparati” sono nella tariffa divisi in tre categorie, coi dazi di L. 30, 10, 5, che fruttarono rispettivamente L. 19.000, L. 46.000, L. 14.000, per quintali 638, 4632, 2802.

 

 

La categoria seconda comprende i pesci all’olio, all’aceto (tonno, acciughe). Queste cifre, ragguagliate ad una popolazione di 310.000 abitanti entro cinta e 65.000 fuori cinta, dimostrano quale inadeguata parte il pesce abbia nell’alimentazione italiana, anche nei centri più prosperi.

 

 

Il dazio di 40 centes. al kilo per tutti indistintamente i pesci di mare è l’esponente storico ed arretrato di un’epoca in cui per la mancanza di una pesca industriale (a vapore) e per i sistemi ferroviari rudimentali, il pesce di mare era riservato nell’interno della terra ferma alla sola mensa dei ricchi.

 

 

Oggidì il pesce del Golfo di Gascogna che si paga colà fr. 40 al quintale, si vende ai consumatori torinesi gravato di fr. 40 di trasporto ed altrettanto per il dazio comunale, oltre il guadagno, le spese ed i rischi dei rivenditori.

 

 

Il Consiglio comunale torinese riconoscendo che nell’attuale elevatissimo prezzo delle carni, tanto più delle carni fine quali sole richiede e vuole la massa dei consumatori torinesi (sanato, vitello), il pesce di mare comune può essere un utile e conveniente surrogato all’alimentazione carnea, accolse il concetto di addivenire ad uno sperimento di molti mesi, almeno fino al termine dell’Esposizione o dell’annata corrente, ed invitò la Giunta a presentare entro breve termine proposta per una sospensione totale o una marcata proporzionale riduzione del dazio sui pesci comuni. Oltreché il dazio comunale, altri elementi si richiedono ad un buon esito dell’esperimento: materiale ferroviario adatto, celerità e puntualità dei trasporti e tariffe ragionevolmente miti, depositi frigorifici sulle piazze di consumo (questi si vanno moltiplicando in Torino).

 

 

Nullameno il concetto di stimolare il consumo con la riduzione del dazio è giusto e bene operarono la Commissione municipale consultiva per il dazio e la Giunta a formulare sollecitamente le loro proposte, che il Consiglio poté già approvare nella seduta del 10 maggio. La tariffa comprenderà d’ora innanzi tre categorie: 1) Pesci freschi di prima categoria, ossia trote, storioni, lampredi, carpione, paganello, salmone, branzino, dentice, ombrina, rombo, sogliole, aragoste, ostriche, e in genere i molluschi ed i crostacei d’ogni specie. Il dazio per questi pesci fini è conservato nella misura di 40 lire al quintale; 2) Pesci freschi di seconda categoria, tassati a lire 10 e comprendenti tutti i pesci non elencati espressamente nella prima e terza categoria; 3) Pesci freschi di terza categoria, e cioè il barbo, l’alborella, il gobione, il cavedano, la carpa, la scavarda e il lavarello, tassati a lire 5. È una tariffa ancora complicata e sarebbe stato certamente miglior avviso fare dei pesci due sole categorie, l’una dei pesci fini, tassati a lire 40, e l’altra di tutti gli altri, tassati a 5 lire.

 

 

Ad ogni modo questa è davvero la via sana, libera, aperta a tutti per contribuire a risolvere in parte (la soluzione compiuta dipende da troppi fattori che per ora sfuggono all’azione degli uomini e dei governi) il problema del caro viveri: fornire treni rapidi, adattati al trasporto delle derrate alimentari, e nel caso speciale dotati di refrigeranti per il pesce fresco, e ribassare gli attuali esorbitanti dazi-consumo sulle qualità ordinarie di pesce. Ferrovie di Stato e Municipi dovrebbero vedere il loro interesse (migliore utilizzazione dei treni e maggiore riscossione di dazio pel cresciuto consumo) in questa politica, non favorevole a gruppi ristretti di camorre cosidette cooperative, ma utile a tutti quanti, cooperative e privati commercianti, avranno talento organizzatore, capacità pratica e mezzi adatti a mettere a contatto produttori e consumatori.

 

 



[1] La Rivista Marittima del febbraio 1910, nella rubrica “Marina peschereccia” compilata per cura dell’ufficio Pesca addetto al Ministero di agricoltura ind. e comm., scrive: “Secondo i dati e gli elementi forniti dalle autorità marittime, l’industria peschereccia diede nel 1908 un prodotto di circa L. 20.287.985 con un aumento di più di un milione e 700 mila lire rispetto al precedente anno. Il prodotto medio di ogni galleggiante fu di L. 786,45 e l’utile di ciascun pescatore di L. 190,25 appena!”.

[2] Rivista Marittima del gennaio 1910, pag. 172, sull’importazione del

pesce estero.

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