Tratto da:

Giornale degli economisti

Intorno alla disciplina degli impianti industriali

«Giornale degli economisti e annali di economia», luglio–agosto 1941, pp. 458-470

In estratto: Padova, CEDAM, 1941, pp. 15

 

 

 

1. Scrivevo, nel quaderno di novembre-dicembre 1933 della rivista «La riforma sociale»(riprodotto in Nuovi saggi, 1937, pag. 48): «Utile è la notizia del numero delle autorizzazioni pei nuovi impianti industriali date, negate o differite dal comitato ministeriale esistente presso il ministero delle corporazioni. Confesso però che su quella sola base – il puro numero dei si e dei no – è difficile, anzi impossibile formulare una di quelle premesse senza di cui il ragionamento in materia di economica corporativa non può avere inizio. Sarebbe necessario che, caso per caso, fosse resa pubblica la notizia delle variabilissime ragioni di fatto (quadro delle imprese già esistenti, loro efficienza, loro età, consumi, prezzi ecc. ecc.), le quali motivarono il si o il no. Col tempo una notizia particolareggiata di siffatte notizie consentirebbe allo studioso di scrivere un capitolo assai interessante di storia economica ed al teorico di formulare qualche premessa per la costruzione della teoria del prezzo corporativo».

 

 

Ed avevo poco innanzi nello stesso quaderno avvertito che: «nell’interesse del progresso scientifico occorrerà che le motivazioni non si riducano al puro richiamo all’interesse pubblico. Su quelle due parole si possono costruire dissertazioni extra economiche; ma scarso è il sussidio fornito da esse al progresso della economica intesa come scienza del prezzo».

 

 

Leggo ora, primo dopo la legge del 13 gennaio 1933 istitutiva della disciplina dei nuovi impianti industriali, uno studio nel quale Antonino Santarelli ha raccolto, per iniziativa del «Laboratorio di economia politica corporativa Francesco Ferrara presso il R. Istituto superiore di economia e commercio di Venezia», i dati esistenti in argomento[1]. L’a. dichiara di averli messi insieme «con difficoltà, perché nessuna sistematica raccolta è stata pubblicata dal ministero delle corporazioni e dagli altri enti; e perché gli interessati sono da parte loro restii a fornire notizie sugli impianti concessi ed eseguiti». Se i dati raccolti sono pochi e, come vedremo, poco significativi, non perciò meritano lode scarsa il Santarelli e chi lo consigliò e lo indirizzò. Vale, a far compiere un passo alla conoscenza della realtà economica, più uno di questi studi che non cento discorsi generici intorno al corporativismo ed all’economia regolata, mere parafrasi di testi legislativi e relative relazioni. Se il laboratorio economico veneziano proseguirà nell’impresa di far compiere ai giovani indagini laboriose, su premesse logiche ben definite, del tipo di quella offertaci dal Santarelli, piuttosto che dissertazioni teoriche, alle quali i giovani, salvo rarissime eccezioni, sono immaturi, si renderà grandemente benemerito degli studi.

 

 

Così faceva il compianto prof. Cognetti De Martiis quando nel 1893 istituì primo ed a gran distanza di tempo da quelli venuti poi, un laboratorio economico presso l’università di Torino; e quanti passarono sotto quella disciplina – lavoro improbo di raccolta e sistemazione di dati e conclusioni nei limiti dei dati raccolti – gliene saranno sempre assai riconoscenti.

 

 

Chi avrà ali da far teoria, avrà tempo a volare. Frattanto non saremo infastiditi del frastuono di teorie vecchie in veste sedicentemente nuova e di azzannamenti rabbiosi intorno alle scarnite ossa teoriche che di volta in volta attirano la muta lanciata all’inseguimento di problemi altrui ed impotente ad impostarne uno proprio. Invece di fastidio, si leggono con piacere le pagine nelle quali perlomeno ci si istruisce intorno a fatti non conosciuti o mal noti.

 

 

2. Che cosa si impara dallo studio del Santarelli? È noto che in Italia, in virtù della citata legge del 1933, nessuno può, in moltissime branche dell’industria, eseguire nuovi impianti od ampliare impianti vecchi senza l’autorizzazione di una commissione ministeriale prima ed oggi della competente corporazione.

 

Ecco quanto si sa intorno ai si ed ai no pronunciati da codesta autorità:

 

 

 

Nuovi Impianti Autoriz

Ampliamenti Non Autoriz

Autoriz.³

Non Autoriz

Autoriz.³

Non Autoriz

Anni  
1933 (II sem.)

47

27

25

4

72

31

1934

195

141

336

1935

140

106

236

62

376

168

1936

149

109

303

77

452

186

1937

193

85

362

37

555

122

1938

418

250

569

156

987

406

1939

993

357

 

 

Per gli impianti nuovi e gli ampliamenti autorizzati si conoscono anche l’ammontare del capitale e il numero degli addetti che i richiedenti si proponevano di impiegare:

 

 

Anni

Capitale in migliaia di lire

Numero degli addetti

Capitale in migliaia di lire

Numero degli addetti

Capitale in migliaia di lire

Numero degli addetti

1933 (II sem.) 1934

196.588

8.442

213.576

11.057

410.164

19.499

1935

156.383

4.423

225.329

11.650

381.712

16.073

1936

87.295

4.798

183.877

9.536

271.172

14.334

1937

641.148

8.761

836.293

21.159

1.477.441

29.920

1938

513.686

17.504

486.173

22.026

999.859

39.530

 

 

Il Santarelli ha distribuito altresì i dati per gruppi di industrie:

 

 

Anni

Tessile, terrecotte e porcellane

Meccanica e metallurgica

Chimica

Edile

IMPIANTI AUTORIZZATI
1936

66

166

139

16

1937

143

197

158

9

1938

226

360

269

16

IMPIANTI NON AUTORIZZATI
1936

28

88

20

4

1937

11

63

17

2

1938

97

136

104

3

CAPITALI IN MIGLIAIA DI LIRE
1936

23.212

89.157

84.141

17.550

1937

37.741

860.353

523.853

6.476

1938

138.145

275.233

498.673

6.045

NUMERO DEGLI ADDETTI
1936

2.199

5.070

3.997

754

1937

6.233

8.549

13.028

218

1938

8.717

17.132

9.992

600

 

Anni

Vetraria

Cartaria

Varie

 
IMPIANTI AUTORIZZATI
1936

13

21

31

 
1937

7

13

28

 
1938

23

14

79

 
IMPIANTI NON AUTORIZZATI
1936

22

3

21

 
1937

15

4

10

 
1938

33

11

22

 
CAPITALI IN MIGLIAIA DI LIRE
1936

10.580

23.134

23.398

 
1937

1.415

3.860

43.743

 
1938

1.995

7.177

72.595

 
NUMERO DEGLI ADDETTI
1936

1.210

601

503

 
1937

305

112

1.425

 
1938

744

392

1.953

 

 

 

e per regioni (numero totale delle autorizzazioni dal 1933 al 1936):

 

 

 

Autorizzazioni Concesse

Rifiutate

Percentuale dei rifiuti al totale delle domande

Piemonte

235

84

26,33

Lombardia

577

231

28,58

Venezia Tridentina

21

21

50,–

Venezia

79

41

33,33

Venezia Giulia

37

17

31,48

Liguria

85

34

28,57

Emilia

49

33

40,28

Toscana

57

63

52,50

Marche

20

10

33,33

Umbria

14

2

12,50

Lazio

50

17

25,37

Abruzzo

13

3

18,75

Campania

51

8

13,56

Puglia

33

4

10,81

Lucania

2

0

Calabria

12

1

7,69

Sicilia

38

12

24,–

Sardegna

18

3

14,44

Totale

1.391

584

29,57

 

 

3. E questo è tutto quanto si sa intorno ai risultati della legge di disciplina degli impianti industriali. Dalle scarne serie statistiche il Santarelli si industria a trarre qualche prudente illazione: il numero delle autorizzazioni è in continuo aumento; il numero degli ampliamenti è maggiore di quello degli impianti nuovi «e ciò per evidenti ragioni di facilità di attuazione che essi presentano in rapporto alle nuove installazioni e per i minori finanziamenti necessari»; la forte ascesa comincia nel 1937, epoca successiva alla influenza esercitata sulla economia nazionale dalle sanzioni; l’aumento delle autorizzazioni si accentua in fase di economia autarchica; l’annata 1937 è caratteristica per la forte diminuzione nelle domande respinte; e in generale si può dire che, sebbene crescano anche essi dal 1933 al 1938, i rifiuti aumentano meno delle autorizzazioni; poiché anche i capitali investiti crescono nel 1937-1938 ed il numero degli addetti dia un massimo nel 1938, pare sia confermato «che l’anno delle sanzioni segni il vero inizio dell’economia autarchica italiana»; data la preferenza verso gli ampliamenti, si può arguire che si è avuto un forte aumento di piccole iniziative nel campo dell’industria tessile; poiché nel periodo pre-etiopico si era dato all’industria edile un forte impulso, si ebbe un rallentamento dopo le sanzioni e così pure accadde nel campo delle industrie vetraria e cartaria; invece crebbero gli impianti nel campo delle industrie meccanica, metallurgica e chimica; dal punto di vista regionale, diedero impulso alla industrializzazione la creazione di zone industriali a Marghera, a Livorno e Carrara, a Ferrara, a Bagnoli, gli impianti idroelettrici della Calabria, gli stabilimenti per la cellulosa e per la saccarificazione del legno, e di due zuccherifici meridionali; più recentemente, sulla distribuzione regionale delle industrie, è destinata ad avere notevole influenza la tendenza a non consentire nuove zone industriali, oltre quelle esistenti.

 

 

«Diradare i nuovi impianti e non accentrarli», dichiarò un ministro allo scopo di evitare l’accentramento delle fabbriche, e così sottrarre queste e le centrali elettriche e del gas alle incursioni aeree; così pure è destinato ad avere influenza sull’accrescimento dell’attrezzatura industriale del paese il principio consacrato nel telegramma 3 ottobre 1939 del ministro delle corporazioni col quale «in considerazione delle particolari circostanze e delle difficoltà di approvvigionamenti dei materiali metallici e dei macchinari fu disposto fosse sospesa qualsiasi accettazione di domande riguardanti le industrie fondamentali per la fabbricazione dei prodotti essenziali alla difesa della nazione, oppure industrie che interessano il conseguimento dell’autarchia del paese in settori di particolare importanza; o quando si tratti di sostituire macchinario vecchio o deteriorato con macchinario nuovo, allo scopo di migliorare qualitativamente le lavorazioni ed il prodotto, realizzando al massimo un aumento della capacità produttiva del 10% di quella precedente».

 

 

4. Le conclusioni alle quali giunge il Santarelli paiono confermate da una breve elaborazione alla quale ho sottoposto i dati da lui raccolti. Assumendo uguale a 100 la media dell’intiero periodo dall’1 luglio 1933 al 31 dicembre 1938, ovvero (per le ultime due colonne) al 31 dicembre 1939 e raddoppiando, per renderla proponibile, la cifra del secondo semestre del 1933, si hanno i seguenti numeri indici dei nuovi impianti e degli ampliamenti[2]:

 

 

Anni

Autoriz.

Non Autoriz.

Autoriz.

Non Autoriz.

Autoriz.

Non Autoriz.

1933 (primo semestre)

44,8

51,4

17,8

13,1

24,6

31,7

1934

93,9

50,0

57,4

1935

67,4

100,9

80,8

101,6

64,2

86,0

1936

71,8

103,8

112,0

126,2

77,2

95,2

1937

93,0

80,9

113,1

60,6

94,8

62,5

1938

201,3

238,1

203,6

255,7

168,5

207,9

1939

169,6

182,8

 

 

Lo stesso calcolo, eseguito sulle cifre del capitale e degli addetti, dà i seguenti numeri indici (media annua del periodo intiero dall’1 luglio 1933 al 31 dicembre 1938 = 100; e ridotta, per comparabilità, in due terzi la cifra dei 18 mesi 1933-1934):

 

 

Anni

Autoriz.

Non Autoriz.

Autoriz.

Non Autoriz.

Autoriz.

Non Autoriz.

1933 e 1934 (secondo sem.)

45,2

70,5

40,2

50,4

42,5

59,9

1935

53,9

55,4

63,7

79,7

59,3

74,1

1936

30,1

60,1

52,0

65,2

42,1

66,1

1937

221,1

109,7

236,4

144,6

229,5

137,9

1938

177,1

219,2

137,5

150,6

155,3

182,2

 

 

Ho calcolato[3] anche la percentuale dei rifiuti di autorizzazione al totale delle domande presentate (autorizzazioni + rifiuti):

 

 

Anni

Nuovi Impianti

Ampliamenti

Totali

1933 (secondo semestre)

36,5

13,8

30,1

1934

1935

43,1

20,8

30,9

1936

42,2

20,3

29,1

1937

30,6

9,3

18,0

1938

37,4

21,5

29,1

1939

26,4

 

 

L’incremento nei capitali che i richiedenti intendevano e nel numero degli operai che si ripromettevano di impiegare diventa notabile nel 1937; ma l’ascesa nel numero delle domande, sensibile solo nel 1938 e nel 1939, è stata costante fino dall’inizio.

 

 

Non si osserva invece una tendenza regolare a respingere più o meno volentieri le domande dei volenterosi: i più di un terzo delle domande di nuovi impianti e circa un quinto delle richieste di nuovi ampliamenti sono regolarmente respinti. Nel quadro della distribuzione regionale il massimo dei rifiuti è subito, in ordine decrescente, dalla Toscana (52,5%), dalla Venezia Tridentina (50%) e dall’Emilia (40,3%); il minimo dalla Lucania (0%; ma le domande furono solo 2), dalle Calabrie (7,7%) e dalle Puglie (10,8%).

 

 

5. Stringi, stringi, in confronto a quel pochissimo che si sa è molto di più quel che non si sa e che sarebbe desiderabile sapere. Il Santarelli giustamente nota essere incerto il significato della tendenza dei nuovi od ampliati impianti a crescere per numero, per capitali ed operai impiegati. Se l’indice complessivo delle autorizzazioni crebbe da 24,6 nel secondo semestre del 1933 a 169,6 nel 1939 (base non un punto di partenza cronologicamente anteriore, che non conosciamo, ma la media del periodo stesso 1933-39), l’incremento avrebbe ugualmente avuto luogo, all’infuori del nuovo regime corporativo e del sistema delle autorizzazioni, a causa della industrializzazione crescente da tempo iniziata in Italia, od è in qualche modo collegato, come effetto a causa, al regime corporativo ed alla disciplina dei nuovi impianti? Buio pesto; i dati raccolti non consentono alcuna conclusione.

 

 

Pare che la velocità maggiore del saggio di incremento dal 1937 o 1938 in poi sia collegata col rafforzarsi del regime autarchico; ma non avendo mezzo di guardarsi dai trabocchetti logici del post hoc propter hoc, né di distinguere quel che può essere effetto dell’applicazione autonoma del principio dell’autarchia da quel che invece, in ogni paese, autarchico o non, è l’effetto dell’adattamento alle previsioni di guerra, le conclusioni devono rimanere incertissime.

 

 

Non gioverebbe all’uopo paragonare la velocità nell’incremento industriale prima e dopo l’1 luglio 1933; ché bisognerebbe 1) eliminare tutti od almeno i più importanti fra gli altri fattori positivi o negativi che prima e dopo influiscono su quell’incremento, 2) paragonare tra loro soltanto quegli incrementi che ebbero luogo nel campo soggetto dopo l’1 luglio 1933 alla disciplina delle autorizzazioni, facendo astrazione da quelli che si osservarono nei campi sottratti a quelle autorizzazioni; paragone non agevole anche perché già prima di quella data si erano fatte talune parziali applicazioni del metodo delle autorizzazioni (r.d.l. 18 novembre 1929 n. 2488, r.d. 18 luglio 1930 n. 1455 per le industrie necessarie alla difesa del paese) e dopo di esse l’elenco delle industrie fu, se non vado errato, progressivamente allungato.

 

 

Isolare il fattore «controllo dei nuovi impianti» per osservarne gli effetti è praticamente impossibile: «non conosciamo, osserva il Santarelli, quale sarebbe stato il comportamento dell’iniziativa privata, se il controllo non fosse avvenuto e quali sarebbero stati gli orientamenti nei vari settori se avesse imperato la libera concorrenza».

 

 

6. Ricordisi infine che «autorizzazione» non è sinonimo di «impianto». L’autorizzazione è la mera espressione di un proposito di fare qualcosa; non è, per se stessa, un fare. Di propositi generosi è notoriamente lastricato il pavimento dell’inferno. Quali e quanti furono i propositi attuati; e quanti, fra i cominciati ad attuare, ebbero successo? Il Santarelli non è riuscito a saper niente in proposito; ché «gli interessati sono restii a fornire notizie sugli impianti concessi ed eseguiti»; né le fonti stampate ci dicono alcunché. Pare che siano «frequenti» i casi di autorizzazioni concesse ad imprese che poi sono andate a male (pag. 50); ma il Santarelli non ci dice se questa sua affermazione provenga da pochi o molti dati accertati o da intuizione personale, che è spesse volte fonte storica più attendibile di quella di dati raccolti su formulari prestabiliti.

 

 

Egli vorrebbe perciò che si compiessero «indagini sui costi di produzione delle nuove iniziative, sui capitali investiti in rapporto ai risultati conseguiti», sulle «iniziative che i grandi complessi industriali italiani, le medie e le piccole aziende si sono accaparrate» e su quelle sfruttate in tempo utile o nel tempo massimo previsto (pag. 49). Anche qui il Santarelli deve avere avuto qualche intuizione, perché dichiara necessario impedire «che i grandi organismi, politicamente ed economicamente potenti, nelle riunioni corporative possano accaparrare le più promettenti iniziative che molte volte non sfruttano né hanno intenzione di sfruttare e che chiedono per evitare il rafforzarsi di medie e piccole imprese, che hanno anche esse necessità e diritto di vita e di sviluppo» (pag. 64).

 

 

Quel che il Santarelli vorrebbe impedire non pare sia solo una possibilità («possano»); ché, dopo aver rilevato il crescere, parallelo a quello delle autorizzazioni, dei consorzi industriali (giunti, secondo il Capoferri, nel settembre 1938 al numero di 332), aggiunge: «ci sembra risultare dimostrato venire maggiormente date autorizzazioni in quei settori ove più grande è la possibilità delle grandi concentrazioni, a tutto vantaggio della grande industria e a sfavore della media e della piccola industria» (pag. 63). Il Santarelli dichiara che questo, a suo avviso, è un «fatto deleterio e che non dovrebbe verificarsi»(pag. 63). Fatto, dunque, accaduto e dimostrato e non mera eventualità possibile. Su quali constatazioni o intuizioni riposi l’opinione dell’a. intorno all’accadimento già verificatosi egli non dice.

 

 

7. Il poco che si sa e che si intuisce intorno alla disciplina delle autorizzazioni dimostra dunque che molto di più dovrebbero gli economisti conoscere per potere giungere a qualche conclusione sensata. Quella che chiamasi «disciplina dei nuovi impianti» e l’altra, strettamente connessa, dei «consorzi industriali» sono ordinate a tutelare l’interesse «pubblico». Si afferma essere necessario impedire sorgano imprese mal concepite, doppioni inutili, prive della esperienza e dei mezzi tecnici necessari: cagione di sprechi di lavoro e di capitale, di insuccessi, di oscillazioni perniciose di prezzi, di domanda saltuaria di mano d’opera e di successiva disoccupazione; si assevera essere vantaggioso sostituire alla concorrenza sfrenata ed anarchica la collaborazione degli industriali competenti e seri, allo scopo di meglio soddisfare le esigenze del consumo interno e quelle della conquista di mercati esteri.

 

 

Se tutto ciò ha un senso, vuol dire che si invocano discipline atte a procacciare un qualche vantaggio alla collettività. Ma l’interesse pubblico non si tutela nel segreto, anzi ed esclusivamente colla pubblicità. Affinché le discipline dei nuovi impianti e dei consorzi industriali agiscano correttamente direi necessario siano soddisfatte alcune condizioni:

 

 

  • in primo luogo le adunanze dei corpi, i quali sono chiamati a dar parere sulle autorizzazioni dei nuovi impianti e sulla approvazione degli statuti dei consorzi industriali – che sono in succo associazioni dei produttori già esistenti allo scopo di regolare problemi di acquisto delle materie prime, di vendita dei prodotti finiti, di distribuzione dei contingenti di produzione o dei mercati di vendita, e di fissazione di prezzi – debbono essere pubbliche. Tutti gli interessati, industriali già in atto e quelli in potenza, debbono potere, come, testimoni, far sentire la loro voce, esporre le proprie ragioni a favore o contro le richieste degli aspiranti ad entrare, o dei promotori di accordi fra gli entrati nell’arringo industriale;

 

  • i verbali stenografici delle dichiarazioni e delle discussioni devono essere resi di pubblica ragione, in modo che non solo gli economisti, i quali vi sono interessati per ragioni di studio, ma ognuno che ritenga di avere un interesse particolare a chiedere la revoca di una autorizzazione data ed a parer suo non attuata o lo scioglimento di un consorzio approvato e che egli giudica operante in modo contrario agli scopi per cui era stato costituito, possa conoscere gli argomenti in base ai quali le autorizzazioni o le approvazioni erano state date;

 

  • le decisioni dei corpi pubblici e deliberanti debbono essere motivate; né la motivazione deve restringersi a generiche frasi di «utilità», «necessità», «opportunità» e simili; ma devono essere minutamente elaborate, tenendo conto, col dimostrarne e non solo asserirne la fondatezza o la irrilevanza, di tutti gli argomenti addotti nelle more della istruzione e della discussione delle domande. Ed anche cotali decisioni e motivazioni debbono essere divulgate per pubbliche stampe ad ognuno accessibili;

 

  • coloro che ottennero l’autorizzazione a compiere i nuovi impianti od a riunirsi in consorzi, debbono ogni anno inviare al corpo che diede il parere favorevole una particolareggiata relazione intorno allo stato di effettiva attuazione dei propositi manifestati per ottenere l’autorizzazione sia per quanto riguarda l’esecuzione degli impianti sia per ciò che riflette i capitali impiegati, gli operai impiegati, la produzione nuovamente conseguita. Dovrebbero essere all’uopo elaborati questionari siffatti che gli interessati non possano eludere la curiosità degli inquirenti, curiosità che solo in misura irrilevante ha indole scientifica ed è invece doverosa esigenza di tutela dell’interesse pubblico che si afferma stare a fondamento della nuova legislazione. Ed anche cotali rapporti annui dovrebbero essere resi di pubblica ragione;

 

  • in appendice ai verbali delle discussioni e delle deliberazioni debbono essere pubblicate le domande documentate dei richiedenti autorizzazioni o revoche, con l’indicazione del nome o ditta e sede sociale delle persone o società interessate. Per la società siano indicati i nomi dei componenti il consiglio d’amministrazione, degli amministratori delegati e dei direttori generali affinché sia possibile appurare l’esistenza di rapporti fra richiedenti ed imprese o gruppi industriali già esistenti.

 

 

8. Faccio mia la tesi di un industriale mio corrispondente il quale nell’aprile del 1934osservava che il problema dei problemi, quello che unicamente tocca sul serio l’interesse pubblico non è quello degli industriali vecchi, di coloro che sono già entrati nell’industria, sì quello degli industriali che ancora non esistono: «il mondo sinora è andato avanti non per merito di coloro i quali esercitavano una qualche industria avviata e mettono sul mercato un qualche prodotto già conosciuto ma per merito di coloro i quali hanno dimostrato la possibilità di buttare a terra, ricorrendo a nuovi sistemi di produzione e di organizzazione, le imprese esistenti o di creare nuove industrie per prodotti nuovi o non ancora introdotti. Quale sarà la sorte dell’inventore, dell’innovatore in un mondo economico organizzato in corporazioni? Egli non appartiene a nessuna e, se riesce, tende a convertirne, forse a rovinarne qualcuna. L’inventore non si troverà di fronte al muro di bronzo degli interessi costituiti e rafforzati dalla organizzazione giuridica ad essi data» (lettera inserita sul mio La corporazione aperta nel quaderno di marzo/aprile 1934 di La riforma sociale ed ora riprodotto in Nuovi saggi pag. 77).

 

 

Le parole oscure che l’autore dello studio qui esaminato scrive intorno al «fatto» dell’accaparramento delle autorizzazioni a nuovi impianti da parte della grande industria e dei gruppi e consorzi industriali mi fa ritornare sull’idea in me fissa che troppo gli economisti si siano affaccendati ad analizzare le cause «naturali» del prepotere moderno, forestiero e nostrano, dei grandi organismi capitalistici sui medi e piccoli.

 

 

Scrissi nel 1938 e ristampai nel 1940: «Un tempo, quando la gente non si pasceva di parole vaghe: il mondo che va verso i giganti, verso le concentrazioni, il capitalismo divorato dal supercapitalismo, la morte della concorrenza uccisa dagli accordi, consorzi, gli economisti avevano ancora l’abitudine di analizzare le cause della gigantonomia, del consorzialismo, del supercapitalismo; e quasi sempre giunti al termine dell’indagine, forte sospettavano che non il fato, il quale secondo la novissima filosofia economica della storia pare trascinare le turbe umane a superare oramai tramontati ideali, ma qualcosa di più semplice, di più umano spiegasse il prevalere, quando prevalevano, dei giganti monopolistici. In fondo al gigante, essi vedevano quasi sempre un qualche accorgimento umano: un dazio doganale alla frontiera, un privilegio legale negli appalti, un divieto, legale o di fatto, al sorgere di concorrenti, una sovvenzione governativa, un premio dato agli uni e negato agli altri.

 

 

Oggi, agli antichi fattori gigantomachie monopolofili si sono aggiunti i dazi variabili senza vincolo di tariffe convenzionate, i contingentamenti, le limitazioni legali al sorgere di nuove imprese, la sicurezza del salvataggio offerto ai grossi e negato ai piccoli, la dipendenza di tutte le imprese private in tutti i paesi del mondo dalla autorizzazione, dal permesso, dalla licenza del potere politico centrale. Solo i grossi, solo coloro i quali, per aver toccata una certa dimensione, possono sopportare il costo di una organizzazione centrale posta a Washington, a Londra, a Parigi, a Berlino od a Ottawa, solo costoro superano gli ostacoli posti dai contingentamenti, dai dazi variabili, dalle limitazioni, dalle licenze, dai premi e dai salvataggi e ne traggono profitto.

 

 

La plutocrazia grossa e gigantesca trionfa a danno dei piccoli e dei medi imprenditori liberi, ma il suo è un trionfo dovuto all’artificio. Siano tolti i contingentamenti i dazi i premi le licenze ed i salvataggi e l’edificio del colossale, del monopolismo e del consorzialismo crolla. Lasciato a sé, il gigante economico ha i piedi d’argilla. Non esiste alcun lato misterioso, alcun superamento storico che lo faccia vivere. Vivono di forza propria solo quei giganti dietro i quali sta un uomo o un gruppo d’uomini. Durano una generazione, forse due; e poi si afflosciano. Finché durano, guadagnano più dei concorrenti perché sanno lavorare a costi più bassi. Esistono i genii organizzatori e guadagnano i milioni e le centinaia di milioni.

 

 

Guadagnano con vantaggio altrui, sono pochi e passano come meteore. Il genio organizzatore non trapassa nei figli, nei generi e negli impiegati fatti soci… [Del resto i giganti per ragion di genio sono eccezioni]. La regola è il gigante il quale lavora a costi alti e vive di ladrocinio pubblico. Guadagna assai sfruttando artifici da lui provocati»(in Miti e paradossi della giustizia tributaria. Torino, Einaudi 1940, pagg. 81-83).

 

 

9. A proposito di un altro di codesti «artifici» detto delle privative industriali, ho cercato altrove (in Rileggendo Ferrara nel quaderno del dicembre 1940 della Rivista di storia economica) di dimostrare che nella società economica contemporanea l’istituto della privativa non giova più al povero inventore sì bene al gruppo, al gigante, al monopolista il quale, forte di cospicui mezzi finanziari, inizia liti, minaccia concorrenza di false invenzioni per accaparrare tutte le invenzioni e renderne perpetuo l’uso a proprio favore.

 

 

Che la complicata struttura economica contemporanea richiegga l’intervento sempre più attivo sottile e sapiente dello stato è proposizione pacifica, credo, tra gli economisti di tutto il mondo. Non è pacifica la scelta fra i diversi metodi dell’intervento, che avevo nel saggio ora ricordato distinti in giuridico ed amministrativo, spiegato il primo in chiare norme vincolatrici dell’azione dei singoli, attuato il secondo per mezzo di organi statali, deliberanti volta per volta secondo le contingenze del momento, dell’industria considerata, dei mutevoli fattori i quali possono influire sulla soluzione.

 

 

In verità, a rifletter bene, il criterio di distinzione non è tanto o non è solo l’organo incaricato di applicare la legge: magistrato indipendente inamovibile nel primo sistema, funzionario od organo diretto dell’amministrazione statale od emanazione dei ceti economici (associazioni sindacali, corporazioni) nel secondo sistema. Quanta più indipendenza economica e morale daremo all’organo incaricato della deliberazione, quanto più avvicineremo la posizione del tecnico perito, al cui giudizio in materia economica fa d’uopo necessariamente ricorrere, a quella del magistrato vero e proprio, tanto meglio sarà. Anche un corpo di tipo amministrativo potrà tuttavia dare qualche frutto, se la legge sia chiaramente formulata in guisa da lasciare il minimo margine possibile all’arbitrio e se la sua applicazione sia subordinata ad ampia piena pubblicità.

 

 

Economisti e statistici desiderano certamente pubblicità al fine professionale di possedere molti dati da manipolare ed elaborare, ma al di là dell’istituto e dell’interesse professionale c’è l’interesse pubblico e questo coincide con l’interesse intellettuale nostro. Non si eliminano i monopoli che tendono a prezzi di massimo profitto, non si attenuano le restrizioni produttive, le quali scemano la quantità dei beni prodotti, non si tolgono di mezzo gli ostacoli posti agli inventori, al popolo che vuol salire, ostacoli che uccidono in germe le iniziative nuove feconde di progresso sociale economico, se gli «insediati» possono giovarsi del segreto per escludere i concorrenti, per chiudere la porta in faccia ai nuovi venuti, per gittare l’osso di un aumento di paga agli operai entrati ed escludere così quelli che vorrebbero entrare. Solo lo stato di guerra può momentaneamente spiegare una deviazione dalla norma suprema della pubblicità in queste che sono faccende meramente economiche, ma venuto meno quello stato, di nuovo la norma li impone a tutela ed a vantaggio dell’incremento industriale futuro del paese.



[1] Antonino Santarelli, Dati e considerazioni intorno alla disciplina corporativa delle nuove iniziative industriali in «Rivista internazionale di scienze sociali», gennaio 1941, pagg. 48-64.

[2] Poiché in tre casi (1934, 1935 e 1937) si riscontrava una discrepanza fra la somma delle cifre dei nuovi impianti e degli ampliamenti autorizzati ed il totale di esse riferito nella tabellina originale Santarelli, ho tenuto ferme le cifre singole e modificato correlativamente il totale.

[3] Lo stesso calcolo fu, per brevità, inserito sopra nella tabella della distribuzione regionale.

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