Intorno alla riforma tributaria

Tratto da:

L’Unità

Data di pubblicazione: 19/10/1912

Intorno alla riforma tributaria

«L’Unità», 19 ottobre 1912

 

 

 

Il progetto di Carano-Donvito sulla Riforma della finanza comunale è ammirevole, se lo confrontiamo coi piani di riforma tributaria che ogni tanto vengono fuori per rivoluzionare il mondo. Ma è ancora un progetto straordinariamente dottrinario. Studiosi e uomini politici ogni tanto si sbizzarriscono a salvare i Comuni facendo il giuoco dei mattoni. Tolgono 20 milioni di qua, 50 di là; ne ridanno 40 e 40 e fanno il conto che i Comuni guadagnano 10. Poi inventano una imposta nuova per lo Stato; dicono che è proprio nuova e che renderà gli 80 milioni che si sono tolti allo Stato. Carano si mette anche lui a far ballare le imposte sui terreni, sui fabbricati e di famiglia, e la riforma è bell’e fatta. Tutto ciò, sebbene esposto con molta cultura, è dottrinario.

 

 

I dottrinari in Italia si sono fissati in testa il chiodo che le imposte reali vadano bene per i Comuni e le personali per lo Stato. È un’idea che hanno preso dalla riforma prussiana di Miquel, che comincio a credere sia una jettatura. Probabilmente la jettatura l’avrò avuta indosso anch’io, perché in qualche luogo devo avere recitato anch’io la medesima lezione. In realtà non c’è nulla di più artificiale. Perché le imposte reali debbono andar bene per i Comuni e le personali male? Dicono che così si fa in Prussia e l’ha fatto Miquel. Forse ne aveva intenzione; ma bisognerebbe studiare i bilanci tedeschi per vedere se così accade sul serio. In non credo e credo che sia tutta una superstizione dei dottrinari italiani quella di proporre che i comuni tedeschi vivano di imposte reali ed abbiano abbandonato allo Stato le imposte personali. L’hanno letto sui libri e nei testi di legge e si sono immaginato che così si facesse in realtà. Anche in Italia la legge aveva a suo tempo detto che alla sovrimposta i comuni dovranno ricorrere come «ultima ratio». Viceversa le sovrimposte costituiscono il nerbo delle finanze locali. Così in Germania nel 1907, nei comuni di almeno 10.000 abitanti (e questi comuni avevano un complesso di entrate uguali ai 24-31 delle entrate di tutti i comuni tedeschi) su 557.200.000 marchi di entrate provenienti dalle imposte dirette, ben 300.711.000 marchi provenivano da centesimi addizionali all’imposta sul reddito. Ossia ben il 53,98 per cento delle entrate comunali per imposte dirette provenivano non dalla fonte che Miquel, buon’anima, aveva assegnato ai comuni, ossia dalle imposte reali, ma da quell’imposta sul reddito che Miquel voleva riservata allo Stato. Né nella sola Prussia, le proporzioni sono diverse: 244.766.000 marchi su 423.312.000 provengono ai comuni dall’einkommersteuer. Dove se ne va allora la ripartizione di imposte reali agli enti locali e di imposte personali agli Stati, che i nostri dottrinari vogliono imitare in Italia?

 

 

Altro dottrinarismo psicologico è quello di credere facile una imposta sul reddito che frutti 185.000.000. Intanto è grottesco dire che noi in Italia non abbiamo l’imposta sul reddito e dobbiamo crearla. Anche questa è una delle nostre superstizioni più comiche. La famigerata income tax inglese non è altro che un’«imposta-conglomerato», un complesso, riunito solo per certi tratti, di cinque imposte differenti ed è precisamente la stessa cosa del complesso delle tre nostre imposte dirette sui terreni, fabbricati e ricchezza mobile. Il nome, è diverso, ma la sostanza è uguale. Ci sono delle differenze; ma sono di dettaglio. Noi abbiamo in peggio la elevatezza stravagante delle aliquote e le troppo modeste esenzioni, in meno la super-tax, creata però solo col bilancio Lloyd George in Inghilterra, in meglio la differenziazione delle aliquote a seconda della provenienza del reddito, enormemente più progredita che in Inghilterra. Si può, volendo, anzi si deve modificare. Ma non occorre far finta, per modificare, di non avere un’imposta che già abbiamo. Ed è una stravaganza sperare di ottenere facilmente, col solo decretarla, 185.000.000 lire con una sovrimposta alle tre imposte dirette pei redditi superiori ad una certa cifra, poniamo L. 5000, in complesso; ché questo, e nient’altro, sarebbe in buona sostanza l’imposta sul reddito auspicata dal collega Carano e da tanti altri professori e finanzieri progettisti. Ci vuol altro! Prima bisogna accertare i redditi da tassare. Qui è il punto. Tutto il resto sono ciance. In un mio articolo sui metodi della riforma tributaria comparso nel fascicolo del 30 settembre della Rivista delle società commerciali di Roma, dico le ragioni effettive del successo e dell’insuccesso delle imposte sul reddito. Si vede che non si tratta di creare dei nomi nuovi tributari. Di balzelli ne abbiamo fin troppi. Si tratta di studiare invece i metodi per costruire un buon sistema amministrativo delle imposte.

 

 

Poiché son sullo scrivere, voglio dire che sull’Unità ho letto un’altra stravaganza riformistica, in materia tributaria. Non mi ricordo più chi l’abbia scritta né la data dell’articolo. Ma lo scrittore augurava all’incirca che si ponesse finalmente termine allo sconcio per cui i titoli al portatore non pagano nulla e se ne riprometteva milioni. Si può immaginare nulla di più insensato? I titoli al portatore non pagano nulla? Lasciamo da parte i titoli di Stato, di cui i più importanti furono espressamente dichiarati esenti e furono esentati per la buona ragione che allo Stato conviene rinunciare all’imposta per vendere i titoli più cari. Ma vive nel mondo delle nuvole lo scrittore per dire che le azioni, obbligazioni, cartelle ecc. al portatore non pagano imposta? O non è notissimo che le imposte che gravano su questi titoli non sono bensì pagate dal possessore; ma sono arcipagate dall’ente-società che ha emesso il titolo? O che si vorrebbe che lo stato si mettesse a correre dietro ai portatori ignoti, ovvero obbligasse tutti i titoli a diventar nominativi, quando ha un mezzo così semplice di esigere l’imposta dovuta facendola pagare all’Ente emittente? In Italia si fa così, e si fa così dappertutto dove si ha la testa sul collo. Col risultato che le imposte sul reddito dei titoli emessi da società anonime sono esatte pienamente (in Italia tra imposta di ricchezza mobile e tassa di circolazione, i titoli al portatore pagano dal 15 al 20 per cento e più di imposta sul reddito); mentre le imposte sui commercianti ed industriali sono in gran parte evase. Anche di questa superstizione mi sono occupato in articoli che sono citati nel suddetto mio articolo; e me ne occuperò ancora per indicare i metodi di creare un surrogato alla imposta di successione, che è la sola imposta che i titoli al portatore in Italia non pagano per l’ammontare però massimo di 10 milioni di lire all’anno uguale allo 0,40 per cento delle entrate effettive dello Stato. Ma forse è vano scrivere, perché la riforma tributaria è per quattro quinti questione tecnica; e il tecnicismo piace poco ai riformatori.

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