Intorno alla teoria della produttività dell’imposta. Considerazioni metodologiche

Tratto da:

Saggi sul risparmio e l’imposta

Giornale degli economisti

Data di pubblicazione: 01/11/1934

Intorno alla teoria della produttività dell’imposta. Considerazioni metodologiche

«Giornale degli economisti e rivista di statistica», novembre 1934, pp. 794-797

Saggi sul risparmio e l’imposta, Einaudi, Torino, 1941, pp. 273-279

 

 

 

 

Non intendo in queste poche pagine scritte in omaggio ad Ulisse Gobbi discutere di alcun problema di sostanza, ma illustrare qualche errore di logica nella impostazione di problemi economici. Negli scritti del Gobbi ho sempre e sovratutto ammirato la spontaneità con la quale egli in brevissima proposizione annulla fatiche lungamente durate da altri nel costruire teorie mancanti di qualcuno degli anelli necessari per la concatenazione logica del ragionamento. Egli scorge immediatamente il difetto e col mero accenno all’anello mancante ruina l’edificio. Virtù del loico, si può dire, e non dell’economista. A torto od a ragione, penso che l’economica sia un ramo della logica applicata ad un particolare subietto. Grossi libri, che gli autori immaginano avere scritto attorno a cose economiche, non hanno con l’economica nessuna parentela, perché mancanti di logica. Talune brevi note presentate da Gobbi all’Istituto lombardo di scienze e lettere, contengono, perché logiche, più sostanza economica di quegli sterminati scritti.

 

 

Si discute del vecchio problema, che per brevità dirò del carattere produttivo delle spese pubbliche o dell’azione produttiva economica dello stato? A negare o limitare il valore delle teorie le quali assegnano efficacia produttiva o di accrescimento della ricchezza nazionale alla spesa pubblica ed all’azione condotta dallo stato attraverso quella spesa si enunciano proposizioni del tipo seguente:

 

 

1. Quella qualunque teoria è inconsistente perché non è statisticamente possibile determinare quale parte dell’aumento (o eventualmente della diminuzione) del capitale e del reddito dei singoli sia conseguenza delle spese dello stato e quale del loro lavoro e delle loro iniziative.

 

 

Come se la proposizione non potesse, invertita, scriversi così: una teoria la quale attribuisca al lavoro ed all’iniziativa dei singoli un merito produttivo sarebbe inconsistente perché non è statisticamente possibile determinare quale parte dell’aumento (o eventualmente della diminuzione) del capitale e del reddito dei singoli sia conseguenza del loro lavoro e della loro iniziativa e quale delle spese dello stato. È pacifico che «statisticamente» non si prova né l’una né l’altra delle due proposizioni; ma la loro eventuale validità non deriva da prove statistiche, ma da ragionamenti ben costruiti, corroborati, se possibile, da osservazioni storiche e statistiche.

 

 

2. – Una teoria la quale dia peso alla produttività delle spese pubbliche è soggetta, al limite, alla critica seguente: può darsi che una nazione, grazie alla attività dei suoi abitanti si arricchisca con un governo che spende troppo poco o malamente ed inversamente può darsi che un’altra nazione per effetto della pigrizia e degli eccessivi consumi dei privati si impoverisca malgrado che lo stato faccia un’ottima politica della spesa.

 

 

Della verità o virtù della dottrina cristiana non si dà giudizio segnalando i vizi della corte romana all’epoca della riforma. Anzi, – dichiaravano a ragione gli scrittori cattolici – i vizi dei papi, se veri e ripetuti, proverebbero viemmeglio la verità dell’insegnamento di Cristo sopravvissuto al malo esempio dei suoi seguaci. L’azione ottima dello stato può essere, per fermo, annullata dall’ignavia degli abitanti; ed inversamente. Ma quanto più il paese sarebbe andato a fondo se all’ignavia degli abitanti si fosse aggiunta la mala condotta dei governi. Nessuna luce viene, per sé, anche qui, dalla osservazione storica o statistica. Né verrà mai, essendo assurdo che la mera osservazione risponda a quesiti concernenti l’operare congiunto di fattori complessi. Risponde, di nuovo, il ragionamento, a cui la osservazione serve da riprova.

 

 

3. – L’ordinamento dello stato è una delle condizioni e circostanze che esercitano una influenza favorevole sulla economia nazionale (A). Le condizioni o circostanze che esercitano una influenza favorevole sulla economia nazionale appartengono alla categoria dei capitali immateriali (B).

 

 

Dunque lo stato è il più grande capitale immateriale di una nazione (C).

 

 

Non esistono però capitali immateriali; ma solo capitali materiali o prestazioni di lavoro (D).

 

 

Lo stato non è un capitale immateriale perché questi non esistono; e non è neppure un capitale materiale, essendo qualcosa di differente e di più di un prodotto economico (E).

 

 

La proposizione B è una mera definizione e la C una illazione da essa. Ogni definizione è arbitraria e per se medesima incapace di nulla provare. Se esistano o non esistano capitali immateriali (D), se sia o non sia lo stato un capitale materiale, od invece qualcosa di più o di meno di un prodotto economico (E), possono essere problemi interessanti o semplicemente divertenti. Certo, sono estranei al problema; il quale è: lo stato, concepito come stato, coi fini suoi proprii e coi modi di agire ad esso pertinenti e chiaramente diversi dai modi di agire dei noti personaggi economici è o non è una delle condizioni o circostanze le quali esercitano una influenza sulla economia nazionale? Questo è il vero problema; non gli altri, del come chiamarlo o paragonarlo o classificarlo, i quali invece sono aggeggi atti a fornire senza termine argomento a dissertazioni concorsuali ed accademiche.

 

 

4. – È implicito in una delle teorie le quali affermavano la produttività delle spese dello stato il concetto che questa produttività sia sempre superiore a quella delle imprese private (A).

 

 

Ma ciò non è vero, come troppi numerosi esempi di imprese pubbliche male condotte e passive hanno dimostrato e dimostrano (B).

 

 

Certamente la proposizione A è erronea; ma non in virtù della B. La B è proposizione empirica: esistono imprese pubbliche male condotte e sono condotte male anche moltissime imprese private. Argomentare dall’uno o dall’altro esempio per dimostrare la superiorità delle imprese private o pubbliche è evidente sofisma; ché il problema è di limiti, non di sostituzione intiera dell’un tipo all’altro di impresa.

 

 

Doveva dirsi che la A è la forma ingenua della dottrina della produttività delle spese pubbliche; ed essere ovvio che i primi formulatori cadessero in peccato di entusiasmo. Compito dello storico è di estrarre il vero essenziale, se esiste, trascurando il caduco. È malvezzo condannabile attaccarsi a qualche improprietà dei classici per parere dappiù di essi. Pareto sminuì la propria grandezza applicando l’attributo di «errate» alle teorie che egli perfezionava; Marshall e Pantaleoni crebbero la loro coll’usanza contraria.

 

 

5. – Una teoria, ad esempio quella del De Viti, immagina schemi astratti – i ben noti di stato monopolista o di stato cooperativo – per studiare il comportamento finanziario dello stato nelle due situazioni supposte?

 

 

Si obbietta: il fenomeno finanziario è invece regolato da principii ad esso estrinseci, e cioè dagli stessi principii politici giuridici morali religiosi che in ogni periodo storico prevalgono in una società e specialmente nelle sue classi dirigenti.

 

 

Tizio studia la calata di Carlo VIII in Italia. Si obbietta:

 

 

Cristoforo Colombo in quel torno di tempo scopriva l’America; e questa si deve studiare.

 

 

Caio indaga sapientemente la traslazione dell’imposta. In un concorso lo bocciano perché non ha studiato il diritto comparato in tema di doppia tassazione.

 

 

Quando mai si finirà di affermare che una teoria è sbagliata perché non si occupa de omni scibili, perché ha delimitato esattamente il proprio campo, perché ha dato prova di aver compreso che la ricerca scientifica sottostà ad un minimo di esigenza: ragionare entro i limiti delle fatte premesse? Forse mai. L’indagatore tenta di appagare la brama di conoscere il vero, sostituendo alla premessa altrui, a ragione reputata inadeguata, una propria che si giudica migliore. Se Tizio analizza la premessa propria, estraendone tutte le verità in essa implicite, fa opera feconda. Se e poiché egli si affanna invece a dimostrare che la premessa altrui è inadeguata, Tizio non fa avanzare d’un passo la scienza. Ognuno deve sapere che qualsiasi premessa è inadeguata e che qualsiasi teoria da essa dedotta è irreale. È implicito in tutti i libri della scienza economica, da Cantillon in poi; è dichiarato in tutte le trattazioni sul metodo, da Senior a Cairnes, da Menger a Sidgwick, da Cossa a Berardi, da Keynes (padre) a Robbins, che la scienza economica studia una parte sola della realtà, quella contenuta in una o più premesse semplificate. La esperienza di due secoli ha dimostrato che questa è la via meno incerta, se pur più lunga, di conoscere la realtà. A ripetere queste verità non v’ha altro merito, se non quello di copiare cose lette in giovinezza, adattandole alla stupefazione provata nel vederle misconosciute e, se ripetute, talvolta reputate nuove. La stupefazione tuttavia vien meno riflettendo quanto sia viva, ed umanamente viva, l’ansia di abbracciare d’un colpo con occhio d’aquila tutta la realtà. Pochi economisti osano confessare a se stessi di appartenere ad una compagnia, di tra la quale sinora nessun veggente è sorto capace di tanta potenza di visione.

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