Invasione e distruzione di terre. Le ubbie della coltivazione obbligatoria dei cereali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/08/1920

Invasione e distruzione di terre. Le ubbie della coltivazione obbligatoria dei cereali

«Corriere della Sera», 28 agosto 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 877-881

 

 

 

Chi voglia formarsi un’idea dell’attuazione pratica avuta in Italia del principio della terra ai contadini farà bene a leggere uno studio su L’occupazione delle terre incolte da parte delle associazioni di agricoltori, pubblicato dal dott. Giuseppe Rocca nel fascicolo di maggio-giugno de «La Riforma Sociale». È uno studio completo, preciso, imparziale. Vi si imparano cose interessantissime, dalle leggende pertinacemente correnti in Italia tra giornalisti e politici di favoleggiate terre incolte, la cui inesistenza era stata dimostrata anni or sono dal prof. Valenti, alle illusioni che bastasse occupare terre per far crescere la produzione cerealicola. Il centro del movimento di invasione delle terre fu la provincia romana, dove si invasero ben 13.289 ettari sui 27.252 ettari invasi in tutta Italia. Quasi esattamente la metà. I proprietari invasi furono 135 e le associazioni o enti agrari occupanti 54. Viene subito dopo Caltanissetta con 13 proprietà invase da altrettante associazioni per 7.816 ettari. Le altre provincie dove dal 23 settembre 1919 al 15 aprile 1920 si ebbero decreti legalizzanti invasioni furono Verona, Grosseto, Chieti, Foggia, Bari, Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e Sassari, per un totale di 199 proprietà invase da 105 associazioni. Non sempre le proprietà invase appartenevano a grandi proprietari. Nella campagna romana, se i marchesi Ferraioli ebbero requisiti 1.070 ettari e la principessa Altieri 830 ettari, vi furono a Palestrina decreti di occupazione che si riferivano a terreni di proprietari di non più che 2-3 ettari. Non poche opere pie affittavano i loro terreni a gente sicura, che pagava i fitti convenuti. Improvvisamente si videro sostituiti i fittavoli da cooperative che non pagano i fitti e mettono in pericolo la consecuzione dei fini dell’opera.

 

 

Il lato pericoloso delle invasioni, di cui il Rocca ha potuto fotografare solo quelle legalizzate in base al decreto Visocchi del 2 settembre 1919, è la distruzione della terra. Una delle peggiori ubbie della nostra burocrazia fu l’idea di poter costringere, pur mentre si riducevano d’autorità i prezzi reali e difettavano concimi e mano d’opera, gli agricoltori a produrre più grano di prima. I dati pubblicati dal Rocca dimostrano che il risultato non si ottenne: contro ad una media di 4.789.000 ettari coltivati a grano nel 1909-14 se ne coltivarono 5.059.500 nel 1915, 4.726.300 nel 1916, 4.272.100 nel ’17, 4,365,700 nel ’18 e 4.277.600 nel 1919. Tuttavia quanti vecchi prati distrutti in omaggio all’ubbia popolare e quante invasioni di terreni da parte di gente che distruggeva in poco tempo il lavoro di generazioni! I casi di distruzione sono numerosi; ma su uno di essi merita di soffermarsi con nomi di persone e di luoghi. La tenuta è quella di Pantanella in quel di Canosa (provincia di Bari). Proprietari sono il senatore Giustino Fortunato e suo fratello. Nome illustre il primo, fra quanti hanno consacrato, senza ambizioni personali, la vita alla cosa pubblica e alla redenzione del mezzogiorno. Benemerito il secondo, come esperto agricoltore e noto a quanti sui libri e sulle inchieste hanno imparato a stimare quelli che sul serio hanno lavorato per il risorgimento agricolo delle terre meridionali. Da ottanta anni questa famiglia di antichi agricoltori, la cui opera meriterebbe di essere narrata nelle antologie scolastiche ad ammaestramento delle nuove generazioni, possiede la tenuta Pantanella, acquistata in quell’epoca dal principe Capece Minutolo al prezzo, allora e adesso altissimo per quelle regioni, di 2.000 lire l’ettaro. Quell’acquisto fu uno dei tanti indici del salire delle famiglie di pastori e di contadini al posto della vecchia aristocrazia decadente. Fin da 120 anni innanzi – or son passati duecento anni – la famiglia, ora rappresentata da una delle più alte figure di scrittore e di uomo pubblico che il mezzogiorno vanti, aveva avuta esperienza lunga e faticosa e diretta della coltivazione dei cereali. Se per ottant’anni i Fortunato non vollero coltivar cereali nella tenuta Pantanella, non fu per capriccio o per avidità di lucro. Fu perché essi amano davvero la terra e la vogliono conservata ed arricchita nei secoli. Quello è un terreno soggetto sia alle nebbie primaverili lungo il tortuoso greto dell’Ofanto, sia agli acquitrini provenienti dai fontanili del sovrastante argine impermeabile su cui corre la strada nazionale, che lo circoscrive dall’opposto lato del fiume. Una parte della tenuta è perfino soggetta al vincolo legale del pascolo a favore dell’allevamento del bestiame ovino che dagli Abruzzi è costretto, dacché mondo è mondo, a scendere ed a svernare in Puglia. È di vecchia data il noto motto abruzzese: Per aver pecora bellaNell’estate alla MajellaNell’inverno a Pantanella.

 

 

Perciò, da quando l’avevano acquistata, i Fortunato, forti della loro secolare esperienza di coltivatori diretti di cereali, avevano conservata la tenuta a pascolo saldo e l’avevano fatta diventar famosa, per l’abbondanza e la ricchezza delle erbe, fra tutti i pastori dell’Abruzzo. Così utilizzata, la tenuta dà il massimo contributo possibile alla produzione nazionale. Produce lana e latte e cacio, ossia derrate di gran valore e necessarissime agli italiani. Se vi si volessero coltivar cereali, la produzione sarebbe miserabile ed ucciderebbe i lavoratori; perché la regione è malaricissima, dista 12 chilometri da Canosa, ed il senatore Fortunato durante i sei mesi dell’estate e dell’autunno non permette neppure al custode di abitarvi.

 

 

Orbene, in seguito ad una istanza di una qualsiasi cooperativa di Canosa e ad una rapida perizia di un professore ambulante di agricoltura (mi perdonino i molti benemeriti professori ambulanti di agricoltura, dichiarati nemici, come essi mi scrissero, delle ubbie della coltivazione obbligatoria dei cereali, se la mala perizia di uno di essi mi aveva fatto riguardare con sospetto l’intiera classe!), il prefetto di Bari toglie la tenuta alla famiglia dei Fortunato e con suo decreto l’affitta forzatamente alla cooperativa di Canosa. A gran stento i Fortunato riescono a far rispettare il vincolo legale a favore dello svernamento delle pecore. Ma per il resto il decreto è mantenuto in vigore dal ministro. Quel prefetto avrebbe dovuto essere subito destituito. Perché egli inconsapevolmente – epperciò tanto più colposamente – si è macchiato di uno dei maggiori delitti che nel momento presente si possano compiere contro la patria. Quel delitto dicesi di distruzione della terra. Si condanna al carcere chi ruba un oggetto del valore di qualche decina di lire; e non si destituisce chi compie atti ordinati necessariamente allo scopo di distruggere quella terra dei cui frutti dobbiamo vivere? La tenuta Pantanella è stata consegnata alla cooperativa di Canosa perché la trasformasse da pascolo saldo in un fondo dissodato e coltivato a cereali e a piante erbacee secondo le norme comuni della rotazione agraria. Ma se questo fine fosse stato utile, perché i Fortunato in ottanta anni di possesso avrebbero religiosamente scansato di raggiungerlo? Perché il dissodamento e la cultura a cereali vuol dire, in quelle condizioni, rubare alla terra la sua fertilità e ridurla ad una landa sterile. La parola rubare e l’appellativo di ladri a coloro che commettono simili reati non li uso io per la prima volta. Sono parole classiche che si leggono in tutti i trattati di economia agricola. Il prefetto di Bari doveva essere destituito e il suo decreto revocato perché consacrava il principio essere lecito a qualunque avventizia congrega di sedicenti lavoratori di rubare alla terra le ricchezze da secoli accumulatevi dalla natura e preservate dalla sapienza di uomini savi. Quando dopo tre o quattr’anni quella terra sarà divenuta improduttiva, chi la ricostruirà?

 

 

Non certo il prefetto di Bari, né il professore ambulante di agricoltura di Brindisi, il quale scrisse con leggerezza una relazione favorevole, e neppure il ministero di agricoltura, il quale non trova il coraggio di opporsi alla rovina di quella terra che esso è chiamato a tutelare. Fortunatamente, le invasioni delle terre hanno, accanto al loro lato distruttivo, qualche aspetto incoraggiante. Il Rocca obiettivamente lo mette in luce. L’invasione conduce non di rado a creare nuovi piccoli proprietari in aggiunta agli antichi. Non tutti sono nemici della proprietà tra gli invasori. Era un comunista quel presidente di un’associazione di invasori della provincia romana, il quale, dopo aver fatto deliberare dall’assemblea l’invasione delle terre incolte per il giorno successivo, si diede premura, durante la notte, di far affiggere agli ingressi della sua stessa piccola proprietà numerosi cartelli portanti la scritta: «già invaso dai soci della…», nel timore che la massa tumultuante degli invasori non facesse distinzione fra la sua proprietà e quella degli avversari ed anche i suoi terreni venissero quotizzati?

 

 

A contatto della terra, i propagandisti del comunismo cangiano di tono. Appena acquistata dal Banco di Napoli per 800.000 lire ottenute a mutuo al 6%, meno il 2% pagato dallo stato, una tenuta di 1.800 ettari in quel di Mentana, l’università agraria acquirente, tutta composta di socialisti, dà a vedere sentimenti fortemente terrieri. Una forte corrente di soci chiede la divisione della tenuta in tanti poderi dell’estensione da 6 a10 ettari l’uno da assegnarsi soltanto a coloro che possedevano risparmi, in modo da garantire la migliore utilizzazione della quota. Preferiti dovevano essere i vecchi soci, che da anni avevano lottato per la rivendica degli usi civici sulla tenuta e avevano persino sofferto il carcere per la difesa dei loro ideali. Contrariamente ai principii ugualitari, dalla ripartizione dovevano essere esclusi coloro che da meno di 30 anni erano domiciliati in Mentana, perché si riteneva che non avessero sopportato gli stessi sacrifici dei vecchi cittadini mentanesi. Ogni socio era disposto ad investire subito i suoi risparmi nella costruzione della casa colonica, e in opere stabili di miglioramento; l’università agraria, una volta ammortizzato il mutuo contratto per l’acquisto, doveva rimanere una semplice cooperativa per l’acquisto di semi, macchine ecc. e per la vendita dei prodotti agricoli nel vicino mercato di Roma.

 

 

Quei socialisti mentanesi, che lottano per anni per la conquista della terra e, ottenutala, scoprono che la terra deve andare a chi si è sacrificato di più, sono la dimostrazione vivente della granitica ragion d’essere della proprietà privata. La terra non deve essere data a tutti, non deve essere il retaggio gratuito di nessuno. Ciò porta solo alla distruzione della terra e all’impoverimento del coltivatore. Il passaggio della terra ai contadini deve essere graduale e costoso. Solo così progredisce l’agricoltura e si forma una classe di contadini capace e contenta.

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