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Atti della R. Accademia delle scienze di Torino

Ipotesi astratte ed ipotesi storiche e dei giudizi di valore nelle scienze economiche[1]

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», vol. 78, 1942-1943, tomo II, pp. 57-119

 

 

1. – Uniformità astratte e uniformità storiche. Il metodo delle approssimazioni successive. L’uso dello sperimento inibito nelle scienze sociali. Le uniformità astratte sono vere sub specie aeternitatis. [p. 9]

 

 

2. – Rapporti tra schemi astratti e realtà concrete. Gli economisti intervengono, quasi tutti, nelle polemiche poste dalla vita quotidiana. [p. 10]

 

 

3. – Stretti legami fra teoremi e consigli. Differenza tra la posizione dei problemi economici nel quadro dell’equilibrio generale e in quello degli equilibri parziali. Identità teorica fra il problema di prima approssimazione risolto da Walras e da Pareto nello schema dell’equilibrio generale ed il problema concreto del prezzo del frumento di una data qualità in un dato istante risolto dagli operatori di una grande borsa dei cereali. [p. 11]

 

 

4. – Alla soluzione col calcolo, impossibile per la mancanza dei dati di fatto e la difficoltà di metterli in equazioni, si sostituisce la soluzione ottenuta per intuito dagli operatori. [p. 14]

 

 

5. – I vecchi economisti, anche i maggiori, come Cantillon e Ricardo, e non di rado i recenti teorici, come Gossen e Walras, accanto alla norma astratta pongono il consiglio ed il progetto. Le verità monetarie hanno quasi sempre avuto occasione dall’opportunità di consigli concreti. L’economista talora «scopre» le soluzioni ai problemi, talaltra traduce in linguaggio ipotetico le soluzioni già trovate dagli uomini della pratica. [p. 16]

 

 

6. – Leggi astratte feconde se atte a spiegare la realtà concreta. Leggi empiriche valide a spiegare i legami esistiti in un dato luogo e intervallo di tempo. Valore delle leggi empiriche. [p. 18]

 

 

7. – Della coincidenza fra leggi astratte e uniformità concrete. Del cosidetto fallimento della scienza economica e della verificazione dei suoi teoremi ad occasione della guerra. [p. 20]

 

 

8. – Strumenti (tools) di indagine teorica e di verificazione empirica dei teoremi teorici. Strumenti teorico-storici. Infecondità di questi ultimi. Inettitudine di essi a spiegare gli avvenimenti storici. [p. 21]

 

 

9. – Gli schemi devitiani dello stato monopolista e di quello cooperativo nella scienza delle finanze. Cauto uso degli schemi da parte del loro proponente. [p. 24]

 

 

10. – Degli schemi di Fasiani applicati allo studio degli effetti delle imposte. Nota sulla necessarietà della connessione fra l’imposta generale definita in un dato modo e l’ipotesi dello stato monopolistico. [p. 26]

 

 

11. – Della definizione del tipo di stato «monopolistico» e della ragionevolezza della ipotesi che ad esso si confacciano le illusioni come sistema, mentre possono essere assenti nei due altri tipi di stato cooperativo e moderno. [p. 27]

 

 

12. – La esemplificazione delle illusioni finanziarie nello stato monopolistico è propria del sottotipo di stato monopolistico in cui la classe dominante per vie non logiche sfrutta i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina. Necessità di una attenta revisione dei giudizi storici intorno alla finanza degli stati di antico regime. [p. 32]

 

 

13. – Analisi dei concetti di stato cooperativo e moderno. [p. 36]

 

 

14. – Se dominanti e dominati sono tutt’uno, la distinzione fra stato cooperativo e quello moderno è un assurdo. Nello stato non esistono cittadini singoli distinti dal gruppo, ed il gruppo non esiste come entità a sé distinta dai cittadini. [p. 38]

 

 

15. – Lo stato può perseguire fini proprii degli individui come singoli; ma trattasi di mezzo tecnico per conseguire fini che gli individui potrebbero conseguire, da soli o liberamente associati, anche senza l’opera dello stato. L’esempio delle colonie: i fini singoli sono perseguibili anche per mezzo di compagnie private; i fini statali sono quelli della madrepatria. [p. 40]

 

 

16. – Nello stato moderno il potere non può essere esercitato nella preoccupazione esclusiva degli interessi del gruppo pubblico considerato come una unità. Se così fosse non ci troveremmo dinnanzi ad uno stato «moderno», bensì alla deificazione dello stato sopra l’individuo. – Inconsistenza del concetto di dualismo fra individuo e stato, e di uno stato trascendente posto fuori e al di sopra degli individui. [p. 43]

 

 

17. – Il vero contrasto è quello dialettico fra stato e non-stato; che sempre coesisterono e coesistono l’uno accanto all’altro. Esso è un aspetto del contrasto profondo tra le forze del bene e quelle del male. [p. 46]

 

 

18. – L’astensione dell’economista dai giudizi di valore, legittima per ragioni di divisione del lavoro, non è sostenibile ai fini di una più generale conoscenza della verità. – La volontà dello stato è la stessa volontà dello scienziato. – La scelta posta da Demostene: guerra contro Filippo il Macedone ovvero feste e spettacoli. Differenza fra il chimico e l’economista. [p. 48]

 

 

19. – L’atteggiamento di indifferenza dell’economista per i motivi delle scelte è radicata nello studio del prezzo nel caso di libera concorrenza. – Lo studio dei casi di monopolio, di concorrenza limitata e simili impone di risalire al di là della scelta, sino ai motivi di esse, per rendersi ragione della scelta fatta e delle sue modalità. – Lo stesso automatismo della ipotesi della piena concorrenza è un artificio. [p. 51]

 

 

20. – La convenzione, in base alla quale l’economista puro, quello applicato, il politico, il giurista ecc. studiano diversi aspetti della realtà, necessaria per ragioni di divisione scientifica del lavoro, è talvolta impossibile ad osservare. [p. 53]

 

 

21. – Diritto di insurrezione, e diritto di scomunica a proposito dei limiti all’indagine scientifica. – Lo studio della classe politica non esclude lo studio della classe eletta. [p. 54]

 

 

22. – Schemi e realtà. – Mutando la realtà mutano altresì gli schemi. [p. 57]

 

 

23. – Il dato posto dal politico della esenzione di un minimo sociale di esistenza non è un dato ultimo. [p. 58]

 

 

24. – L’appello dal papa male informato al papa bene informato. [p. 60]

 

 

25. – Il dato posto dal legislatore è soggetto a giudizio in relazione ai fini posti alla società umana. [p. 62]

 

 

26. – Possono gli economisti sottrarsi all’obbligo di formulare giudizi di valore? [p. 63]

 

 

27. – Non esistono limiti artificiali alla indagine scientifica. I fini gli ideali della vita determinano le scelte fatte dagli uomini. Non è possibile studiare le scelte fingendo di ignorare i fini, dai quali esse traggono origine. [p. 66]

 

 

 

 

1. – Le uniformità delle quali si occupano le scienze economiche sono di due specie: l’una astratta e l’altra storica.

 

 

La ricerca della legge astratta è preceduta dal se. Se noi supponiamo che in un determinato momento e luogo, si attui l’ipotesi della concorrenza piena, e che in questa ipotesi lo stato prelevi un’imposta personale sul reddito netto dei cittadini; e se noi supponiamo che la società di cui si parla sia statica, ossia che in essa non si formi alcun nuovo risparmio, la popolazione ed i suoi gusti non variino, se noi supponiamo che ecc. ecc., le conseguenze le quali derivano dall’imposta immaginata sono tali e tali. In seguito si fanno variare ad una ad una le circostanze supposte, od altre si aggiungono a quelle già poste; e, ad ogni variazione dei dati del problema, con appropriati ragionamenti si compiono le opportune deduzioni. Ad agevolare l’indagine, si pone innanzitutto il problema secondo l’ipotesi più semplice, facendo entrare in campo il minimo numero di dati; e poi via via lo si complica introducendo ipotesi nuove più complicate e più numerose. Il procedimento logico è da tempo conosciuto col nome di metodo delle approssimazioni successive; ed ha il vantaggio di avvicinare a mano a mano gli schemi teorici alla realtà senza tuttavia giungere mai alla contemplazione di questa. Gli schemi estremi della piena concorrenza e del pieno monopolio, quelli intermedi della concorrenza imperfetta e del monopolio imperfetto e le loro innumeri sottospecie non sono presentati dagli studiosi come quadri o fotografie della realtà, ma come disegni a grandi linee atti a raffigurare, con tratti appena sbozzati e poi alquanto più decisi, la realtà, senza che mai si possa giungere a tener conto nello schema di tutte le circostanze le quali in un dato momento e luogo la compongono. Pur senza potere controllare, come si fa nelle scienze fisiche e chimiche, i risultati del ragionamento astratto coll’esperimento fabbricato a bella posta nelle condizioni volute, se le premesse sono poste con chiarezza e se si è ragionato rigorosamente, i teoremi ai quali giungono gli economisti sono veri, entro i limiti delle premesse fatte.

 

 

Essi sono leggi astratte, le quali ci dicono che cosa necessariamente accadrebbe ogniqualvolta si verificassero nella realtà tutte e sole le premesse poste dal ragionatore.

 

 

Non occorre affatto collocare premesse problema ragionamento e teorema in un determinato luogo e tempo storico politico o morale, perché il teorema dimostrato sia vero. Esso è vero sub specie aeternitatis; è una verità di cui non è necessario dimostrare la conformità ai fatti accaduti, appunto perché l’indagatore non si proponeva affatto quello scopo.

 

 

2. – Tuttavia, se la scienza economica consistesse soltanto nella posizione di problemi astratti e nella dimostrazione di leggi parimenti astratte, essa non avrebbe quel pur minimo seguito tra i laici che ancora è suo e non eserciterebbe quella qualunque influenza, sia pure modestissima, sulle faccende umane della quale può tuttavia vantarsi. Seguito ed influenza sono dovuti alla connessione che studiosi e laici reputano esistente tra gli schemi astratti e la realtà concreta, fra i problemi ed i teoremi di prima approssimazione ed i problemi e le relative soluzioni urgenti nella vita quotidiana delle società umane. Il fisico, il chimico e l’astronomo possono, se vogliono, trascorrere intera la vita senza preoccuparsi menomamente delle applicazioni concrete che altri trarrà dai teoremi da essi scoperti. L’economista no. Nessun economista è mai rimasto rigidamente chiuso entro l’eburnea torre dei primi principii, dei teoremi di prima approssimazione. Pantaleoni e Pareto, per ricordare solo i due grandi morti della passata generazione, furono altrettanto pugnaci combattenti nel dibattito dei problemi attuali del loro tempo quanto grandi teorici.

 

 

L’atteggiamento assunto nelle battaglie della vita concreta reagì ripetutamente sul loro modo di porre i problemi teorici. Posero somma cura nel distinguere il teorema dal consiglio; cercarono di evitare ogni contaminazione tra l’uno e l’altro; talvolta, parlarono – specialmente uno di essi (Pareto), con dispregio ed ironia degli economisti letterari che confondevano la scienza con la politica, e davan consigli ai principi invece di dichiarare uniformità; ma, distinguendo e chiarendo, non cessarono mai di rimbrottare, criticare, vilipendere, rarissimamente lodare governanti e governati, segnalando la via da scansare e quella da percorrere. Egli è che, nelle scienze economiche, esiste il terreno proprio dei teoremi, e quello dei consigli; ma questi due terreni non sono separati e indipendenti l’uno dall’altro. Gli economisti che hanno qualcosa da dire, pur divertendosi talvolta a vilipendere l’altra e forse miglior parte di se stessi, coltivano a scopo di conoscenza e smuovono a scopo di agire sulla realtà; gli imitatori, i pedissequi, incapaci di vedere i legami fra i due aspetti della persona intiera, fanno teoria insipida e forniscono quei consigli che sanno accetti ai potenti.

 

 

3. – In verità tra i teoremi ed i consigli vi ha legame strettissimo.

 

 

Quando Walras e Pareto costruiscono la teoria dell’equilibrio generale, le premesse dei loro ragionamenti sono nel tempo stesso poche e molte: poche nel senso che essi assumono certe situazioni semplificate: perfetta concorrenza o perfetto monopolio, illimitata riproducibilità dei fattori produttivi o limitazione di questo o quel fattore, mercato libero o mercato chiuso e simili; molte nel senso che essi non suppongono che, mutando una delle premesse del problema, tutte le altre premesse rimangano invariate. Anzi suppongono che, contemporaneamente ed a causa delle variazioni di uno dei dati del problema, tutti gli altri corrispondentemente mutino; che, per lo spostarsi e durante lo spostarsi di uno dei punti del firmamento economico, tutti gli altri punti si muovano, influenzati dal moto del primo ed alla lor volta reagenti su questo moto. Così essi giungono alla conquista forse più generale e certo più feconda della scienza economica moderna: sul mercato domina sovrana la legge di interdipendenza, sicché non è possibile mutare il prezzo di un bene qualsiasi senza che il prezzo di tutti gli altri beni, vicini o lontani, presenti o futuri, muti anch’esso, di poco o di molto. Ma quanta strada si deve fare per passare da questo principio o da quell’altro per il quale il prezzo di un bene diretto è, su un dato mercato, quello che rende uguale la quantità domandata alla offerta e rende uguali altresì nel tempo stesso le quantità domandate ed offerte dei beni strumentali e dei servizi produttivi, del risparmio e dei capitali occorsi alla produzione dei beni diretti, quanta strada occorre fare per passare dalla formulazione dei teoremi generalissimi alla formulazione dei teoremi più vicini all’uomo vivente, i soli i quali di fatto interessano costui, quelli per cui ci si dovrebbe spiegare perché il prezzo del quintale di frumento, in quel momento e luogo e in quelle condizioni di mercato, è 25 e non 30, 240 e non 300 lire! Tanta strada che in verità nessuno l’ha neppur tentata! Marshall, disperato, intraprese la via degli equilibri parziali, ossia dello studio delle leggi del prezzo fatta l’ipotesi che non tutte le premesse del problema mutino contemporaneamente ma, coeteris paribus, muti una premessa sola per volta o mutino poche, quel numero cioè le cui variazioni la limitata mente umana giunge a seguire ed a combinare insieme. Su questa via, la quale è, in fondo, dopo il ragionato omaggio reso alla teoria dell’equilibrio generale, quella seguita da tutti gli economisti teorici, notevoli progressi sono stati compiuti. Ma, per la detta limitazione della mente umana, è stato sinora e rimarrà per lunga pezza impossibile complicare il problema e moltiplicare i dati o le premesse di esso, in modo da poter tener conto anche solo di una piccola parte dei numerosi dati che occorrerebbe considerare per risolvere caso per caso il problema concreto. Sulla via delle approssimazioni successive ad un certo punto ci si deve arrestare. Ben di rado gli economisti vanno al di là di un secondo o terzo stadio nell’approssimazione alla realtà. Per giungere a questa, quanti scalini converrebbe scendere dall’alta cima dove stanno i contemplatori delle verità prime! Se i Walras ed i Pareto potessero da quelle alte cime, dove il loro sguardo spazia e domina gli orizzonti, e vede le leggi del prezzo nei diversi tipi di mercato, scendere giù giù, sino al fondo di un mercato concreto, ad esempio giù sino al fondo del rumoroso fragoroso rombante di urla e di gesti frenetici pozzo (pit) dei cereali di Chicago, essi risolverebbero un problema scientifico, della stessa precisa natura di quelli che già avevano risoluto ponendo le equazioni corrette delle loro prime approssimazioni. I Walras ed i Pareto, se possedessero la onniveggenza necessaria, porrebbero silenziosamente, in quel luogo ove ora si agitano centinaia di uomini convulsi e congestionati, le migliaia di equazioni richieste dalle migliaia di incognite da determinare; e quante incognite tra i dati che pur si dovrebbro conoscere! Conosciamo o dobbiamo intuire, ossia determinare ponendo rapidissimamente le opportune equazioni, la superficie, la fertilità, la posizione ecc. dei terreni che furono o saranno destinati alla coltivazione del frumento nel Dakota, nell’Iowa, nell’Indiana, nell’Alberta, nelle Calabrie, in Lombardia, in Sicilia, in Russia, nell’Australia, nell’Argentina e nell’India ecc.; il numero e la produttività dei lavoratori destinati a quella coltivazione; la quantità del risparmio necessario a produrre gli strumenti e le macchine agricole; i mezzi ed i costi dei trasporti per fiume per terra per mare per aria; i gusti ed i redditi dei consumatori di frumento sparsi nei diversi paesi del mondo, e nel tempo stesso i terreni, i fattori produttivi, i consumi attinenti a tutti i beni che possono essere concorrenti o succedanei al frumento? Quegli ingegni sovrani avrebbero dinnanzi a sé, posto in equazioni, tutto il quadro del mondo economico e sociale fotografato in quell’istante; e la fotografia sarebbe nel tempo stesso la visione in scorcio di quel mondo nel suo previsto divenire futuro e nelle ripercussioni che quel divenire esercita sull’operato del mondo presente. Se quel calcolo potesse compiersi e se in quell’attimo il prezzo calcolato fosse di 1 dollaro e 27 centesimi per staio (bushel) del frumento di quella data varietàe qualità, quel prezzo avrebbe il valore di legge scientifica necessaria. Necessaria perché essa sarebbe la logica inevitabile conseguenza di tutte le opportune premesse chiaramente poste e ragionate.

 

 

4. – Di fatto, quei calcoli sono al di là delle possibilità della mente umana ragionante; ed al posto dei Walras e dei Pareto noi vediamo nel pozzo del frumento di Chicago – e, per altri beni economici, nelle altre borse dove si determinano o si determinavano quotidianamente i prezzi dei principali beni o valori pubblicamente negoziati – migliaia o centinaia di vociferatori ossessionati e congestionati, i quali a furia di urla e di gesti giungono anch’essi in quell’attimo a quel medesimo risultato di dollari 1 e 27 centesimi per staio di frumento di quella certa varietà e qualità. Come vi giungono? In fondo, il processo è quel medesimo, che se fosse possibile, avrebbero osservato i Walras ed i Pareto. Anche gli speculatori in cereali del pozzo del frumento di Chicago pongono in equazione i dati del problema: terreni coltivati o che saranno coltivati a frumento in concorrenza con i terreni destinati ad altre culture; produttività di quei terreni e particolarmente di quelli marginali; costi dei fattori produttivi; costi dei trasporti; inclemenze stagionali o vicende favorevoli alla vegetazione del frumento; raccolti maturati o maturandi nei varii paesi del mondo; rimanenze esistenti; gusti e redditi dei consumatori; passaggi del frumento dagli elevatori ai mulini e da questi ai forni ed ai pastifici; dazi doganali e divieti di importazione nei paesi consumatori; concorrenza del riso e della segala e delle patate; concorrenze di negozianti singoli, di cooperative di agricoltori, di consorzi (trusts) di mulini; monopoli di ferrovie e di compagnie di navigazione sui laghi, ecc. ecc. Tutti questi dati del problema ed altri ancora sono tenuti presenti dagli operatori sui frumenti, presenti e futuri, del pozzo di Chicago, sulla base di notizie di agenzie, di cablogrammi ai giornalisti, di informazioni particolari telefoniche; ed è una corsa affannosa dalle cabine telefoniche al pozzo; ed ogni telefonata è un avviso che permette di sostituire un dato certo o approssimativo ad una incognita nel sistema di equazioni che si tratta di risolvere tumultuosamente ed affannosamente in quel momento. Dal tumulto di notizie e di dati spesso contrastanti ed incerti nasce in quell’attimo quel prezzo: 1 dollaro e 27 centesimi per moggio. Se questo è, in quell’attimo, il prezzo che rende la quantità domandata uguale a quella offerta, io non vedo nel processo il quale condusse a quel prezzo nulla di diverso dal procedimento scientifico, con il quale l’economista puro ha risolto il suo problema di prima approssimazione sulla base di poche premesse esplicitamente e chiaramente poste. Non esiste diversità alcuna fra le leggi astratte di prima approssimazione poste dal teorico nella solitudine dello studio e le leggi concrete poste dagli operatori nel tumulto del mercato. Ambe sono leggi: le prime si dicono astratte perché vere nei limiti delle poche premesse fatte; le seconde concrete perché vere dato l’operare di tutte le premesse esistenti, note ed ignote; le prime si dicono vere sub specie aeternitatis perché e finché il teorico non muta le premesse del problema; le seconde sono vere solo per un attimo, perché, quello trascorso, mutano istantaneamente e sicuramente i dati del problema; le prime possono essere enunciate e dimostrate nelle memorie accademiche e nei trattati della scienza, perché si possano fare ragionamenti, spesso eleganti, e talora stupendi, intorno alle vicendevoli azioni e reazioni di alcune poche forze ben definite; le seconde non si leggono mai scritte in nessun libro perché frutto di impressioni fuggevoli, di intuiti miracolosi, di quel certo magico fluido che fa i veggenti, i profeti, i capitani, i capi di stato e fa anche i grandi operatori, i quali, sinché non giunge anche per essi la giornata di Waterloo, dettano le leggi dei prezzi nei mercati dei beni economici. Cesare e Napoleone scrissero memorie; ma i grandi operatori non sanno né scrivere né fare discorsi. Farebbe d’uopo che qualche economista si facesse loro segretario e trascrivesse, novello Boswell, le confidenze che i Johnson delle borse consentissero a far loro. Ma gli economisti di secondo piano, ai quali cotale ufficio spetterebbe, preferiscono guardare dall’alto al basso i pratici e sputar il disprezzo dei puri su coloro che si attentano a fotografare gli intuiti degli uomini i quali fanno o registrano i prezzi veri sui mercati effettivi. Se, per miracolo, taluno fosse disposto ad ascoltare, probabilmente guasterebbe il rendiconto, trascrivendolo nel linguaggio economico puro, dimenticando cioè che quel che contraddistingue la realtà dallo schema è che il linguaggio di questo è diventato tecnico ossia proprio a dar conto delle sole premesse e dei ragionamenti che fan parte dello schema ed è affatto disadatto a spiegare i tanti dati sconosciuti alle prime e seconde e terze approssimazioni, dei quali l’operatore sui mercati effettivi tiene conto perché è nato nel mestiere o vi è vissuto a lungo o perché, grazie ad un peculiare suo sesto senso, ne ha miracolosamente l’intuito.

 

 

5. – Per l’indole di coloro che le enunciano, le leggi prettamente scientifiche ricavate dai pratici dalle equazioni risolute per intuito invece che per calcolo, prendono, se messe per iscritto, quasi sempre la forma di consigli o progetti; e come consigli quelle leggi sono entrate a far parte del corpo della scienza ad opera dei vecchi economisti. Rarissimo ed ammirando è il caso di grandi operatori pratici, come Cantillon e Ricardo, i quali scrivendo libri teorici, seppero per lo più usare un linguaggio dichiarativo di mere leggi. Ma anche codesti grandi non di rado alla enunciazione di principii teorici aggiunsero il consiglio od il progetto. Fecero, così operando, cosa estranea alla scienza? Fece opera extra-scientifica il Walras ed il Gossen quando propugnarono talune loro riforme monetarie o tributarie terriere? Distinguerei la forma dal contenuto. Oggi, che ci siamo sentito le tante volte ripetere il precetto, che in bocca ai Cairnes ed ai Pareto si ascolta con rispetto, essere la scienza rivolta a dettar leggi e non a fabbricar progetti, una certa impazienza è legittima verso chi manifestamente dimostra, nel suo modo di porre i problemi, di non essere mosso dall’intento di ricerca della verità, ma da qualche fine pratico, inteso il fine pratico non nel senso detto sopra di avvicinamento alla realtà, ma di consecuzione di vantaggi proprii o di un ceto sociale o professionale o di piaggeria verso i potenti o verso le folle. Ma quando si tratti di mera forma dello scrivere, sieno i colpevoli economisti antichi o moderni, direi essere doverosa in proposito la maggiore indulgenza. Quel che monta non è affatto la forma del discutere, ma il suo contenuto. Quasi tutte le verità scoperte in materia monetaria ieri ed oggi ebbero ad occasione progetti e consigli. Le falsificazioni monetarie del medioevo, gli abbassamenti ed i rialzamenti delle monete immaginarie in confronto a quelle effettive nei secoli XVII e XVIII, i corsi forzosi nel primo quarto dell’ottocento, i sistemi bimetallistici tra il 1850 ed il 1880, le svalutazioni e le rivalutazioni monetarie del 1914-1940 non furono forse l’occasione di grandi scritti teorici in materia monetaria? E parecchi tra gli scritti i quali segnarono in essa un’orma duratura non presero forse la forma di polemiche e di contro-progetti? Non si vuole sminuire il merito degli economisti teorici venuti di poi, i quali tradussero in linguaggio scientifico i precetti degli scopritori; ma pare certamente di pessimo gusto svillaneggiare costoro ed esaltare i primi. La fatica del tradurre una proposizione dal tipo precettistico:

 

 

«Non coniate una moneta d’oro la quale abbia in confronto ad una moneta d’argento dello stesso peso e titolo una facoltà liberatrice come 15,5 ad 1, quando nel comune commercio un chilogrammo d’oro si scambi con 16 chilogrammi d’argento, perché il paese rimarrà del tutto privo di monete d’oro, con grande incomodo del pubblico» nella proposizione identica di tipo scientifico od ipotetico:

 

 

«Se, cambiandosi in comune commercio 1 chilogramma d’oro contro 16 chilogrammi d’argento, vengono coniate con quel peso e titolo una moneta d’oro ed una d’argento, ma questa abbia invece legalmente una potenza liberatrice uguale ad una quindicesima parte e mezza di quella d’oro, la moneta (argento) relativamente svilita nel rapporto commerciale in confronto a quello legale, rimarrà sola in circolazione»

 

 

è in verità fatica piccolissima e direi d’ordine, quando si sia appresa la modesta tecnica all’uopo occorrente. Non dico che i precetti antichi e moderni si possano sempre altrettanto facilmente tradurre in principii teorici; ma dico accadere non di rado anche oggi che l’attenzione degli economisti su un dato problema sia risvegliata dalla soluzione data ad esso in concreto in un dato luogo e tempo e che le prime trattazioni abbiano la forma di progetti di altre e diverse soluzioni; e può accadere, sebbene più difficilmente, che, nel corso di quelle discussioni e di quei progetti, si espongano, sul problema da risolvere, sugli allegati effetti che derivavano dalla soluzione eventualmente già accolta e sui diversi effetti della nuova proposta soluzione, considerazioni le quali sono in sostanza ragionamenti e teoremi puramente scientifici. Se le cose stanno così, l’economista venuto dopo, il quale compisse la versione dalla terminologia precettistica in quella ipotetica, compirebbe opera indubbiamente utile; ma l’utilità didattica dell’esercitazione non lo autorizzerebbe menomamente a sputare con dispregio sul piatto dal quale ha tratto il suo vitale nutrimento; né sminuirebbe il senso di fastidio col quale si debbono guardare coloro i quali per aver compiuto quel modesto ufficio di traduttore dal linguaggio vivo dei combattenti in quello smorto convenzionale dei ripetitori reputano se stessi inventori del teorema che hanno soltanto rivestito della solita terminologia scolastica. Quale abisso tra codesti, per lo più boriosissimi, traduttori e gli scienziati che in silenzio offrono agli studiosi le verità che davvero essi hanno per i primi scoperte!

 

 

6. – Se le leggi di cui si è parlato sin qui sono francamente astratte, e perciò regolano necessariamente i rapporti fra circostanze premesse fatti definiti numerati e pesati così come piacque all’indagatore, pare diversa l’indole di altre uniformità ragionate intorno a premesse o schemi storici. Se in economia io definisco l’ipotesi del monopolio puro come quella dell’imprenditore privato unico produttore-offerente di un dato bene su un dato mercato in un dato momento, senza alcun freno né di concorrenti potenziali né di succedanei e neppure di vincoli legislativi e ne deduco che il prezzo di mercato sarà quello determinato dal punto di Cournot del massimo utile netto, io non affermo che in questo mondo esista o sia mai esistito od esisterà di fatto mai un monopolista puro epperciò che il prezzo possa di fatto essere stabilito precisamente nel luogo del punto di Cournot. La mia è una proposizione ipotetica e la legge del prezzo che ne deduco è una legge puramente astratta. Se in qualunque epoca storica ed in qualunque luogo l’ipotesi per avventura si verificasse, la legge del prezzo sarebbe necessariamente quella ora dichiarata. In verità, non accade necessariamente che il prezzo sia regolato di fatto in alcun momento o luogo per l’appunto da quella legge o dalle altre che si formulano nelle ipotesi, pure astratte, della piena concorrenza o del monopolio bilaterale e così via dicendo. Le ipotesi e conseguenti leggi astratte sono soltanto tipi dai quali si può trarre qualche indizio intorno al modo nel quale si comportano i prezzi e le loro uniformità nella realtà concreta, che è complessa e mutevole.

 

 

Diremo che le ipotesi o premesse o schemi o tipi sono fecondi quando, paragonando le leggi astratte alle uniformità accertate empiricamente noi riscontriamo una rassomiglianza più o meno chiara tra la legge astratta ed il comportamento concreto. Anzi si può tenere il cammino inverso; e dalla osservazione precisa del comportarsi di date serie di fatti empirici trarre l’enunciato di leggi, non astratte e non necessarie, intorno alle relazioni realmente esistite, ad es., in un dato luogo e per un dato tratto di tempo, per un dato bene o per parecchi beni, fra quantità prodotte, consumate e relativi prezzi. Dalla circostanza che l’elasticità della domanda e della offerta di un dato bene nel luogo x per l’intervallo di tempo da A a B ubbidì ad una certa legge, si può trarre stimolo ad indagare se quella legge possa essere applicabile in tutto o in parte anche ad altri beni o ad altri luoghi o tempi ai primi rassomiglianti. Eccellono in queste indagini gli statistici e gli econometrici, i quali danno prova di tanta maggior consapevolezza scientifica quanto più sono timidi nell’estendere e nel generalizzare uniformità osservate in un dato luogo o tempo.

 

 

L’osservazione invero non consente, se non con molta circospezione e con delicatissimi espedienti, di tener conto di tutti od almeno dei principali dati i quali hanno fatto sì che l’elasticità della domanda e dell’offerta fosse in quel momento e luogo quella che fu e non altra. Chi ci sa dire quale influenza ebbero nella determinazione della legge empirica scoperta l’altezza dei redditi nominali e reali, la loro distribuzione tra le diverse classi sociali, il numero ed i gusti dei consumatori, la concorrenza di altri beni, presenti e futuri, ecc. ecc.? Basta che uno di questi fattori muti ed ecco non essere la legge empirica vera nell’altro luogo o momento. Ciononostante, gli sforzi compiuti nell’accertamento di leggi empiriche o di fatto, non estrapolabili al di là del momento luogo e bene considerati, sono sommamente lodevoli; e tanto più lo diverranno quanto più le indagini saranno prolungate nel tempo e nello spazio, quanto più la raffinatezza dei metodi impiegati consentirà di accertare il peso e le variazioni di ognuno dei fattori influenti sulla legge empirica e quanto più gli indagatori riusciranno a mano a mano ad immaginare schemi o tipi, i quali pur rimanendo empirici, siano sempre meglio atti a raffigurare il comportamento di dati fenomeni economici per lunghi tratti di tempo e ampi territori. La scoverta di siffatti schemi o tipi empirici alla sua volta potrà fornire il destro ai teorici di immaginare premesse schemi o tipi astratti semplificati, coincidenti o quasi con il comportamento dei dati empirici, da cui si possono ricavare nuovi teoremi illuminanti. Salvo la moderna maestria del metodo, il consiglio di adoperare congiuntamente i procedimenti logici deduttivi ed induttivi, il ragionamento astratto e la sua verificazione empirica fu sempre lodato; e quel grande logico astratto che fu il Jevons trasse molta parte della fama di cui ancora gode dalla maestria con la quale passava dall’astrazione all’osservazione, e da questa traeva stimolo per nuove feconde astrazioni.

 

 

7. – È singolare la coincidenza frequente fra le leggi formulate dagli economisti teorici in prima approssimazione e il comportamento concreto dei fatti economici più comuni anche in circostanze nuove e straordinarie. Quella taccia che i laici ingenuamente mossero durante e dopo la guerra passata e muovono nuovamente oggi: «la guerra, il dopo guerra e la nuova guerra hanno consacrato il fallimento della scienza economica» bene può rivoltarsi così: «la guerra il dopo guerra e la nuova guerra hanno dimostrato quanto fossero esatte e, parlando figuratamente, inesorabili le leggi poste dagli economisti classici; e non mai si videro meglio verificate le conseguenze che quelli avevano segnalate delle abbondanti emissioni cartacee, dei calmieri senza requisizioni e senza tessere, delle tessere stabilite per quantità incongrue rispetto ai prezzi; mai non si videro tanto magnificati i turbamenti sociali da impoverimenti ed arricchimenti, che i classici avevano descritto a loro tempo in tono minore per la minore gravità delle cause che vi avevano dato origine. Sicché quella che ai laici parve il fallimento della scienza economica fu invece un trionfo suo grande; e fallirono solo le stravaganti aspettazioni dei laici, i quali, innocenti di tutto quanto fu scritto nei libri degli economisti, immaginavano che questi fossero negromanti, atti a impedire che l’errore partorisse il danno a lui intrinseco, che le leggi fabbricate senza por mente all’interdipendenza di tutte le azioni e le forze economiche producessero effetti opposti a quelli benefici previsti dai cosidetti periti, ossia da gente segnalata per la propria ignoranza di tutto ciò che sta al di fuori della loro limitata provincia; fallirono solo gli illogici ragionamenti di industriali agricoltori e commercianti i quali, attissimi a formulare per intuito teoremi e corollari particolari identici a quelli generali esposti dagli economisti teorici in teoria pura, sono tratti dall’interesse a disconoscere la validità dei teoremi medesimi non appena si trascorra dal loro campo proprio a quello generale e vorrebbero che gli economisti dimenticassero teoremi e corollari per farsi fautori di altri confacenti a quei privati interessi. Il che non potendo accadere vilipendono la scienza come cosa inutile e gli scienziati quasi nemici della patria».

 

 

8. – La fecondità dell’uso simultaneo ed alternativo nella scienza economica della deduzione e dell’induzione, dello schema astratto e dell’osservazione empirica di dati comportamenti di fatto ha stimolato l’impiego di espedienti o strumenti (gli anglosassoni li chiamano appunto tools) diversi da quelli tradizionali. Non dirò degli strumenti recentemente inventati o proposti od usati da taluni moderni economisti, esaltati dapprima e poi facilmente obliterati e quindi ripresi; e così si videro susseguirsi gli strumenti del reddito del consumatore, del moltiplicatore, del rapporto fra risparmio ed investimento per spiegare le fluttuazioni o crisi economiche, le variazioni monetarie e così via. È bene che ogni strumento faccia le sue prove, che saranno poi quelle dell’abilità logica dell’operaio il quale lo adopra; e rimarranno in piedi quelli i quali avranno dimostrato di valere sul serio qualcosa. Voglio invece accennare all’uso di schemi, i quali stanno di mezzo fra quelli tradizionali astratti estremamente semplificati e quelli empirici proposti per descrivere la legge del variare di un dato fenomeno (ad es. prezzo di un bene) in un dato luogo e tempo. Essi non sono semplificati come i primi e non aspirano a descrivere alcuno stato di fatto empiricamente esistito in un dato luogo e tempo. Sono, direi, schemi teorico-storici. Tengono del teorico, perché non pretendono di raffigurare alcun momento preciso dell’accaduto; ma hanno in sé qualcosa di storico, perché vorrebbero riassumere i lineamenti tendenziali caratteristici di istituti storicamente esistiti, degni di studio per il sommo rilievo che ebbero nel determinare in certe epoche il destino dell’umanità.

 

 

A tal genere di schemi sembra appartenere la sequenza delle economie della caccia, della pastorizia, della agricoltura e dell’industria in cui taluno ha distinto i successivi momenti della vita economica dell’umanità; o quella della schiavitù, della servitù della gleba, delle corporazioni, del lavoro libero e di nuovo delle associazioni libere o pubbliche, in cui altri ha raffigurato le successive fasi dell’organizzazione del lavoro; o quella ancora del comunismo primitivo, della proprietà individuale (artigianato), del capitalismo semplice (impresa a manifattura), del capitalismo complesso (consorzi, cartelli, società ramificate) e del collettivismo di stato, con cui si volle descrivere il succedersi dei tipi di organizzazione dell’attività economica. Ma subito si vede che questi non sono né schemi teorici né schemi storici di fecondità scientifica. Non sono schemi o strumenti di lavoro atti a fecondare l’indagine astratta perché non sono abbastanza semplici e chiaramente precisabili. Noi possiamo definire l’ipotesi della libera concorrenza (quella situazione nella quale sul mercato intervengono molti produttori e molti consumatori, la presenza o l’assenza di ciascuno dei quali non esercita sul mercato una influenza apprezzabile sul prezzo dei beni negoziati) o quella del monopolio, o quella della produzione a costi costanti crescenti o decrescenti, perché si tratta di premesse semplici, le quali danno luogo a calcoli quantitativi, a più od a meno e consentono l’impostazione di ragionamenti su un dato numero di incognite. Proviamoci invece a definire l’economia della caccia, della pesca, della pastorizia, la schiavitù, il corporativismo medievale, la servitù della gleba, il capitalismo primitivo o quello moderno! Si avranno descrizioni necessariamente complesse, con molti ma e se e riserve di tempo e di luogo. Nulla che possa dare luogo a ragionamenti di tipo quantitativo, che possano essere compiuti a fil di logica. Si provi qualcuno a mettere per iscritto premesse chiare relative ad uno di questi schemi e veda se gli riesce di cavarne fuori qualcosa che rassomigli anche lontanamente alla trafila logica delle premesse, corollari, lemmi e teoremi che si leggono, dicasi ad esempio, nei Principi di Pantaleoni.

 

 

Sono quegli schemi fecondi per l’indagine storica? Qui vale l’esperienza. Gli autori degli schemi se ne servirono per classificare gli avvenimenti e gli istituti economici; ed i seguitatori riclassificarono, echeggiando e, a lor detta, perfezionando. Ma si trattava di giocattoli, presto sostituiti, come accade per i bambini, da altri più nuovi e graziosi. La storia non si presta ad essere ridotta a schemi e tipi uniformi. Dovrebbero, gli schemi essere senza numero per avere un qualche sapore. Storia si fa di fatti singoli, individuali, non di tipi. Lo storico, sì, deve avere un’idea, un filo conduttore per scegliere i fatti singoli ai suoi occhi importanti di mezzo agli innumerevoli fatti e fatterelli che non contano nulla. Ma l’idea che guida lo storico non è uno schema astratto, classificatorio. L’idea-guida, il filo conduttore, è quella che ha indotto gli uomini ad operare, a lottare, a vivere ed a morire. Non può essere la schiavitù o l’artigianato od il capitalismo, che sono semplici parole descrittive di modi esteriori di vita, i quali traggono la loro ragion d’essere da sorgenti ben più profonde. L’uomo crea l’impresa, riduce i suoi simili in schiavitù o si libera da essa, coltiva la terra o conduce greggi spinto dalla sete di ricchezza, dal piacere del dominio, dalla parola di Cristo, il quale ha proclamato gli uomini tutti uguali dinnanzi a Dio, dall’aspirazione alla libertà ed al perfezionamento morale. Le idee ed i sentimenti, razionali ed irrazionali guidano gli uomini dall’uno all’altro tipo di organizzazione economica. I tipi e le classi e le forme non spiegano nulla. Sono espedienti mnemonici didattici per orizzontarsi, non sono storia. Sono buttati via, non appena, usandoli, si veda quanto sia limitato e tutt’affatto scolastico il vantaggio che se ne può ricavare.

 

 

9. – Poiché coloro che ne fecero uso li dichiararono esplicitamente ed implicitamente[2] schemi puramente teorici, senza riferimento ad alcuna particolare verificazione di fatto, parrebbero immuni dalla critica gli schemi modernamente proposti dal De Viti De Marco per la scienza finanziaria, dello stato monopolistico e dello stato cooperativo, ai quali il Fasiani aggiunge ora lo schema dello stato moderno. Chi ricorda la condizione caotica della cosidetta scienza delle finanze nell’epoca nella quale il De Viti iniziò l’opera sua chiarificatrice non può non riconoscere che quegli schemi non abbiano sommamente giovato a dare alla scienza finanziaria una struttura compatta e logica ed ordinata. Il De Viti ragionò: essendo i prezzi privati e pubblici, i contributi e le imposte null’altro che il prezzo dei beni pubblici prodotti dallo stato e da esso forniti ai cittadini, perché non si dovrebbero usare quelle medesime ipotesi del monopolio (stato monopolistico od assoluto) e della concorrenza (stato cooperativo) che tanti e tanto utili servizi avevano reso nella scienza economica? Ed egli adoperò quei due strumenti di indagine con eleganza e con successo. Il successo fu dovuto forse sovrattutto all’uso cautissimo che egli ne fece là dove essi veramente chiarivano i problemi trattati, e cioè nell’impostazione dei singoli problemi. Quel che è caratteristico nel trattato del De Viti non è invero la bipartizione della economia pubblica entro i due schemi; è invece la tesi che i problemi della finanza pubblica (il De Viti anzi dice della economia finanziaria) sono problemi economici, i quali devono essere discussi con gli stessi criteri usati nella scienza economica. A volta a volta, senza impacciarsi troppo dei due schemi politici (stato monopolistico e stato cooperativo), egli discusse i singoli problemi finanziari, come se fossero problemi di prezzo, usando ora l’ipotesi del monopolio, ora quella della libera concorrenza, a seconda che meglio l’una o l’altra ipotesi si attagliava a ciascun problema particolare. Con questo suo trattare i problemi di finanza come problemi economici, il De Viti si attirò le critiche di coloro i quali reputano essere invece quei problemi prevalentemente politici e sociologici o giuridici. Poiché anche la scienza finanziaria è e rimarrà a lungo una scienza astratta e deve necessariamente vivere di schemi, più o meno vicini alla realtà, e poiché tra tutti gli schemi quello economico è sinora il solo il quale abbia prodotto una costruzione avente in sé una qualche logica, un certo ordine ed abbia un contenuto discreto di teoremi abbastanza bene dimostrati, anch’io[3] preferisco lo schema economico ed attendo che altri faccia fruttificare schemi diversi.

 

 

10. – È riuscito il Fasiani nel suo magnifico recentissimo tentativo a dimostrare che gli schemi dello stato monopolistico cooperativo e moderno hanno una propria virtù teorica? Sono scettico per quanto riguarda la parte essenziale della indagine del F., quella che a giusta ragione assorbe metà delle pagine del trattato, e si riferisce ai problemi della traslazione e degli effetti delle imposte. L’a. avrebbe potuto, se avesse voluto, scrivere quelle pagine che tanto onore fanno alla scienza italiana, senza ricorrere ai tools dei tre tipi di stato; e quelle pagine non avrebbero certo perduto nulla della loro perspicuità ed eleganza logica. Ma una adeguata dimostrazione del mio atteggiamento negativo richiederebbe una lunga analisi che in questa sede sarebbe fuor di luogo.[4]

 

 

11. – La difficoltà di usare gli schemi di stato offerti dal De Viti e perfezionati dal Fasiani per condurre innanzi le indagini delicate di traslazione delle imposte, le sole che di teoria pura economica si incontrino nel campo variopinto della scienza finanziaria, pone il quesito se quegli schemi abbiano indole astratta ovvero storica.[5] Sono essi soltanto ipotesi immaginate dalla mente dello studioso per trarne leggi teoriche vere sub specie aeternitatis o sono anche strumenti di interpretazione approssimata della realtà storica?

 

 

Assumo la definizione dei tre tipi di stato quali sono poste dal Fasiani. Fatta la premessa che in esso siano riconosciute «la libertà e l’integrità personale e la proprietà privata» lo stato monopolistico è definito come quella «organizzazione in cui una classe eletta dirigente (i dominanti) eserciti il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominanti»[6] (I, 42).

 

 

Se la sistematica dell’ordinamento finanziario di uno stato cosiffatto fosse rispetto alle imposte soltanto quello riassunto dalla sapienza popolare nell’antichissima massima del pelar la gallina senza farla gridare o, rispetto alle spese, quella del dare alle spese utili ai dominanti l’aspetto di spese utili a tutti od al gruppo non oserei dire che essa sia propria di un peculiare qualsiasi tipo di stato, essendo stata seguita anche dai legislatori che agivano e volevano ed erano persuasi di agire nell’interesse di tutti e di ciascuno (stato cooperativo) o della collettività (stato moderno); ed essendo i limiti all’operato delle illusioni tanti e tanto potenti da rendere ben piccolo il campo di azione di quel sistema anche nel tipo di stato più accentuatamente monopolistico.

 

 

Ma l’osservazione, storicamente fondata, non è tale logicamente. Né il De Viti, né il Fasiani, né altri che abbia assunto la distinzione fra stato monopolistico e stato cooperativo a punto di partenza delle proprie indagini affermò che stati cosiffatti siano mai esistiti in questo o quell’altro luogo o tempo. Se ciò avessero sostenuto, sarebbero caduti nell’errore di scambiare la realtà che è sempre complicata e unica e non soggetta a ripetizione con lo schema astratto o modello teorico, utile per il ragionamento che voglia spiegare qualche aspetto particolare della realtà.

 

 

Contrariamente a quanto immaginarono i critici frettolosi, i quali condannarono l’analisi della finanza condotta col criterio degli schemi o modelli teorici a sfondo economico perché non conformi a realtà e, così criticando, dimostrarono di ignorare la natura propria della indagine scientifica nel campo delle nostre scienze astratte, i teorici dei tipi sopradetti di stato non si proposero un problema storico, sibbene un problema di logica che io direi degli strumenti. Secondo questa logica un criterio non è assunto a scopo di indagine storica di fatti realmente accaduti, ma allo scopo di estrarre dai fatti storici accaduti quelli soltanto che si ritengono proprii a caratterizzare il concetto medesimo. Caratterizzano perciò il tipo di stato monopolistico soltanto quei fatti senza di cui quel tipo cade o si trasforma in un diverso od opposto tipo; laddove i fatti medesimi possono essere assenti dai tipi opposti, senza che questi vengano meno.

 

 

Il Fasiani, ad esempio, pone il trattato delle illusioni finanziarie nel libro il quale esamina le caratteristiche dello stato monopolistico, reputando che la teoria di esse sia propria di questo caso limite di stato ed estranea («non c’è posto per essa») negli altri due casi limite dello stato cooperativo e dello stato moderno. Non che illusioni non possano darsi in materia di entrate e spese anche negli altri due tipi di stato; ma solo nel tipo monopolistico quelle «illusioni si raggruppano fino a formare una vera tendenza, un sistema. Ciò che conta storicamente, non è già che uno stato in una certa epoca abbia un insieme di entrate e spese che implichino questa o quella illusione, ma piuttosto che, nel suo complesso, l’ordinamento finanziario si avvicini o si allontani dal caso limite in cui le illusioni sono sistema» (I, 70).[7]

 

 

I tipi di stato cooperativo moderno possono in verità vivere senza creare illusioni finanziarie, anzi raggiungono la perfezione quanto più le illusioni sono assenti dal loro armamentario legislativo ed amministrativo e governanti e governati apprezzano perfettamente senza veli il vantaggio delle spese pubbliche e l’onere dei tributi necessari a compierle; ed è vero altresì che il sistema delle illusioni non ripugna invece al tipo di stato monopolistico, così come fu sopra definito.

 

 

Non mi soffermo sulla riserva premessa alla definizione, per la quale lo stato monopolistico sarebbe tenuto a rispettare «la libertà e l’integrità personale e la proprietà privata» sia perché di cosiffatta riserva non si vede si faccia poi uso nel prosieguo del discorso talché può essere messa nel novero degli strumenti di ricerca divenuti caduchi per non uso, sia perché la riserva può intendersi come un modo abbreviato di enunciare il proposito di escludere dai casi studiati di imposta quelli della riduzione in massa dei dominati a schiavi o della espropriazione in massa dei dominati. Metodi grossolani e contrastanti con quella della illusione di essere liberi e proprietari in che i dominanti vogliono tenere i dominati. La riserva insomma può voler dire soltanto che ai dominati può, se conviene ai dominanti, essere tolta la libertà e proprietà, purché essi si illudano di non aver perduto né l’una né l’altra.

 

 

Caratteristica essenziale dello strumento logico detto stato monopolistico pare dunque quella di far uso di illusioni finanziarie, allo scopo di raggiungere più agevolmente il fine proprio della classe dirigente di esercitare il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati. Da quale esperienza storica è stata astratta l’indicazione dello scopo ora detto?

 

 

12. – Volto pagina e vedo che, dopo aver ricordata la solenne definizione che, per bocca di Sully, Enrico IV diede non so se dello stato cooperativo o di quello moderno:

 

 

«Dio essendo il vero proprietario di tutti i regni e non essendone i re che gli amministratori debbono tutti rappresentare ai popoli colui di cui tengono il posto, per le sue qualità e le sue perfezioni. Soprattutto essi non regneranno come lui se non in quanto regneranno come padri» (I, 77).

 

 

si elencano esempi – tratti da tempi nei quali i ceti dirigenti francesi ed un po’ quelli borbonici tra il secolo XVIII e il secolo XIX ed ancora quelli democratici dell’epoca umbertina stavano preparando i torbidi rovinosi degli ultimi Valois o le rivolte della Fronda o la rivoluzione del 1789, od i Borbonici scavavano l’abisso tra sé e le nascenti energie borghesi e popolari meridionali. E mi fermo, ché il quadro delle oscurità del bilancio dell’epoca umbertina disegnato dal Puviani è tirato sul nero; e in esso si dimentica che nessuno in Italia era tratto in inganno dagli espedienti maglianeschi cuciti a grosso fil bianco e tutti ne discutevano; ed in virtù di siffatte discussioni l’Italia giunse al 1914 dotata di una finanza, che se era, al par di altre, impreparata all’improvviso grandioso sforzo della guerra mondiale, superato tuttavia con successo, era però solida ed onesta e chiara.

 

 

Non intendo avventurarmi troppo nell’uso dell’altro strumento di indagine che si dice delle azioni logiche e non logiche; ma parmi di potere affermare che il sistema delle illusioni finanziarie, quale almeno risulta dalla esemplificazione addotta dal Puviani e perfezionata dal Fasiani non si può dir propria del tipo generico di stato monopolistico. Farebbe d’uopo perlomeno distinguere il tipo nei seguenti sottotipi:

 

 

a)    il tipo in cui la classe dominante compie consapevolmente solo quelle azioni di sfruttamento dei dominati le quali giovano alla conservazione del proprio potere;

 

b)    il tipo in cui la classe dominante si comporta nello stesso modo inconsapevolmente, per vie non logiche;

 

c)    il tipo in cui la classe dominante per vie non logiche (si possono escludere le vie logiche perché, eccetto i casi, qui esclusi per definizione, di sacrificio di se stesso a vantaggio dei più o della collettività, nessuna classe politica corre volutamente consapevolmente al suicidio) sfrutta i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina.

 

 

I fatti di illusione addotti negli scritti dei due autori ricordati sono tratti dall’arsenale storico dei tempi in cui il tipo di stato esistente si approssimava all’ultimo sottotipo (c). Lo studio è grandemente suggestivo, sia al punto di vista storico come a quello teorico; ma è lo studio di un sottotipo peculiare. Per la Francia, non ci dà il quadro della finanza del tempo di Enrico IV con Sully, né quello di Luigi XIV con Colbert, né quello di Bonaparte primo console, né l’altro della restaurazione, ossia delle epoche nelle quali la Francia fu grande o restaurò le fortune compromesse nei tempi precedenti di torbidi, o di decadenza o di follia di grandigia. Per l’Italia non so in verità quale tempo appartenga a quel sottotipo (c); ché la raffigurazione della finanza umbertina è, già dissi, una parodia calunniosa, e le tinte scure usate dal Bianchini per descrivere la finanza borbonica meritano revisione attenta, almeno per lunghi tratti del secolo XVIII e, ad intervalli, anche degli anni fra il 1815 ed il 1860. Ma la finanza toscana, sotto i Lorenesi fu un modello; e non sapendosi nulla di quella dei Medici, non se ne può parlar male sulla fede di dicerie di cronisti. I bilanci e conti pubblicati della repubblica veneta offrono un quadro di rigorosa amministrazione del denaro pubblico.

 

 

Pubblicammo, io e Prato, i bilanci piemontesi dal 1700 al 1713, testimonianza di costumi austeri e di grandi risultati ottenuti con misurato dispendio; e potrei, se avessi voglia e tempo, render conto altresì fino all’ultimo denaro, oggi si direbbe centesimo, dei tributi incassati, delle spese compiute e dei mezzi di tesoreria usati negli stati sabaudi dal 1714 al 1798. Si rendeva ossequio alla pubblicità ed al controllo finanziario secondo i criteri e le cognizioni del tempo. Invece di bilanci stampati e distribuiti a parlamentari ed a giunte del bilancio, i bilanci ed i consuntivi erano redatti a mano, discussi dai consigli delle aziende, controllati dagli uffici del controllo generale e della Camera dei conti. Diversa la forma, era identica la sostanza e non so se meno efficace. Lievissime le tracce di sfruttamento dei dominati da parte dei dominanti. Tenui gli stipendi pagati a ministri, ambasciatori, alti officiali, e spiegabili col permanere non tanto delle istituzioni, logorate dal tempo, quanto dei sentimenti feudali, per cui i signori sentivano il dovere di servire il principe.

 

 

Prima di astrarre dalla realtà storica, allo scopo di interpretarla, caratteristiche teoriche proprie dei tipi di stato non cooperativi e non moderni importa chiedere: dove e quando esistettero sottotipi dello stato monopolistico diversi dal sottotipo (c), ossia degli stati votati alla propria rovina? Quali furono le caratteristiche precise degli stati monopolistici di tipo A e B ossia auto conservantisi? Quale peso proporzionale ebbe in quegli stati lo sfruttamento dei dominati da parte dei dominanti e la tutela, voluta od inconsapevole, degli interessi di tutti o del gruppo? Se si riscontrasse, per avventura, che negli stati detti monopolistici, durati a lungo la tutela degli interessi di tutti o del gruppo assorbì e non poteva non assorbire la maggior parte, dicasi i nove decimi e più delle risorse pubbliche e solo un decimo fu destinato a gratificazione della classe dominante; e se, in aggiunta, questa decima od altra qualunque tenue parte fu il compenso pagato al ceto dirigente perché tale e perché un qualunque stato ha bisogno di un ceto dirigente e questo è scelto o si sceglie in funzione delle idee del tempo e può prendere talvolta perciò l’apparenza di dominante, classificheremo ancora quello o quegli stati tra i monopolistici? E se no, diremmo che il tipo dello stato monopolistico sia proprio solo degli stati governati a vantaggio di dominanti correnti verso la propria rovina? Se così fosse conserverebbe ancora quel tipo di stato la dignità necessaria per figurare allato ai tipi cooperativo e moderno, dei quali si suppone la persistenza, almeno entro i limiti del tempo, nei quali essi serbino la propria natura e non degenerino nell’opposto tipo monopolistico votato alla rovina? Quali sarebbero, per avventura, le caratteristiche teoriche proprie di quel tipo peculiare di stato? Domande, alle quali non mi attento di dare una risposta; ma alle quali converrebbe rispondere innanzi di attribuire allo strumento logico stato monopolistico la virtù di chiave logica utile ad interpretare e sistemare un aspetto o una sezione dei fatti finanziari. Qui si pone un problema di logica. Storicamente, nessuno stato fu mai monopolistico puro o cooperativo puro e probabilmente nessun stato sarà mai costrutto in modo da potersi considerare puramente moderno. L’obiezione, ripetesi, non ha valore al fine dell’indagine teorica. Quel che monta, anche a codesto fine, è che le caratteristiche assunte, per astrazione dalla realtà, a qualificare, ad ipotesi, lo stato monopolistico siano congrue alla sua propria natura. Deve, sì o no, quello stato agire in modo da provvedere alla propria auto conservazione? Se così agisce, per via logica o non logica, è concepibile che esso non provveda massimamente oltreché alla potenza della classe politica dominante, al benessere ed alla sicurezza dei governati? Se a ciò non intende (sottotipo c), corre o non corre quello stato verso il suicidio? Basterebbe, per render legittima l’indagine, assumere ipoteticamente che lo stato monopolistico sia quello in cui i dominanti esercitano il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati, qualora l’esperienza storica dimostrasse che, nei casi nei quali l’ipotesi si approssimò alla sua attuazione, perciò lo stato correva alla rovina, laddove nei casi nei quali lo stato si mantenne, la realtà fu perciò diversa dall’ipotesi e più vicina, nonostante le forme apparentemente monopolistiche, all’ipotesi teorica dello stato cooperativo?

 

 

Badisi che qui non si nega il diritto all’indagatore di porre quelle qualsisiano ipotesi astratte che egli giudica più adatte ai ragionamenti intrapresi; si afferma solo che se le ipotesi fatte hanno, oltreché un intento di esercitazione raziocinativa, lo scopo di giovare alla interpretazione della realtà storica, esse debbono essere da questa astratte e raffigurare aspetti ben chiari di quella realtà. Sembra perciò che non si possano elencare indiscriminatamente fatti appartenenti a tempi e luoghi diversi, senza compiere di essi una attenta ventilazione per collocare ognuno di essi nella sua propria cornice, ed appurarne il vero significato, così da non attribuire allo stato duraturo cosidetto monopolistico caratteristiche che probabilmente -non dico certamente, ché l’indagine è tuttora da fare – sono proprie invece soltanto dello stato monopolistico suicida, del tipo, a cagion d’esempio, della monarchia decadente dei Luigi XV e XVI, di Napoleone dalla campagna di Spagna e di Russia a Waterloo, dello czar Nicola II e simiglianti autocrati dall’orgoglio o dall’eredità fatti ciechi dinnanzi all’abisso.

 

 

13. – Dubbi ancora più profondi fanno sorgere le ipotesi degli stati cooperativo e moderno.[8] Sarebbe cooperativa una organizzazione statale «in cui il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza»; e moderna quella «in cui il potere sia esercitato invece nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità» (I, 42).

 

 

Passo sopra alle complicazioni le quali nascono da ciò che, secondo l’autore della distinzione, il punto del distinguere «sta nel criterio a cui si informa la decisione, più che nei risultati positivi conseguiti»; e dalla coincidenza possibile e frequente dell’interesse particolare dei singoli e della loro maggioranza con l’interesse del gruppo, sicché «perseguendo direttamente e per via logica l’uno, si attui incidentalmente e per via non logica anche il secondo»; o, viceversa «perseguendo in modo diretto e logico la potenza e la conservazione del gruppo, si ottenga il risultato non logico (non previsto né deliberatamente voluto) di procurare a tutti od alla maggioranza dei consociati un guadagno individuale» (I, 49).

 

 

E passo sopra anche ad altre complicazioni, fra le quali quella nascente dal modo di esprimere la profezia, secondo la quale «lo stato nazionalistico rappresenta l’ultima e la più viva espressione della evoluzione della civiltà europea, non solo perché viene cronologicamente dopo lo stato assoluto e lo stato liberale, ma perché ne rappresenta una negazione e una trasformazione» (I, 55). Dove, se le parole dovessero essere interpretate alla lettera, non si vede in qual modo lo stato nazionalistico potrebbe essere considerato posteriore a quello assoluto, quando il compito delle grandi monarchie assolute di Carlo V e Filippo II, di Enrico IV e di Luigi XIV fu appunto quello di creare gli stati nazionali al disopra dello spezzettamento feudale e cittadino; e quando stato liberale e stato nazionale nacquero in Italia e in Germania nell’epoca medesima del risorgimento. Ma si tratta di questioni di parole e dell’uso dell’aggettivo nazionalistico oggi superato ed anacronistico, al luogo di quello moderno neutro ed adatto a tutti i tempi.

 

 

Sia nello stato cooperativo che in quello moderno non esiste più la distinzione fra dominanti e dominati. Esiste, si, un ceto dirigente politico; ma esso, in qualunque modo sia scelto, per elezione popolare, per cooptazione, per eredità, per autodesignazione, opera nell’interesse esclusivo particolare della totalità o della maggioranza dei singoli cittadini (stato cooperativo) ovvero in quello della collettività (stato moderno).

 

 

14. – Dico che, posta la premessa della mancanza di contrasto e separazione fra dominanti e dominati, la distinzione fra i due tipi di stato è logicamente assurda, appunto perché essa si riferisce allo stato ed agli uomini in quanto appartenenti allo stato. Supporre che il ceto dirigente di uno stato cooperativo si possa preoccupare solo degli interessi dei cittadini come singoli, sia pure della totalità o della maggioranza di essi è supporre che esso agisca come se lo stato non esistesse, come se i cittadini di uno stato fossero un semplice aggregato di atomi l’uno distinto dall’altro e riuniti solo dalla opportunità tecnica di conseguire, senza danno di nessuno, taluni vantaggi particolari meglio di quanto otterrebbero con l’opera individuale separata. No. Lo stato non è una mera società per azioni. A causa dello stato i cittadini cessano di essere dei singoli; diventano altri da quel che erano prima o, poiché non esistettero mai fuor di uno stato, da quel che si può artificiosamente immaginare sarebbero fuor di esso; la loro personalità non è più quella dell’uomo, ma dell’uomo vivente in una società organizzata a forma di stato. Non si può, neppure a scopo di mero strumento logico di indagine, immaginare che l’uomo resti, nello stato, il singolo considerato come singolo, ossia come una astrazione; e che si possa fare il conteggio dei singoli e constatare la esistenza di totalità o di maggioranze più o meno grandi.

 

 

Noi in verità non sappiamo che cosa siano entità dette uomini isolati, Robinson Crusoè viventi in un’isola deserta, privi di conoscenza di quel che poteva essere stata la loro vita in società e non legati, come era il Robinson Crusoè di Daniele Defoe, ad essa dal desiderio di ritornare a farne parte. I soli uomini da noi conosciuti, anche storicamente o per relazioni di viaggiatori, sono uomini viventi in società e dalla vita comune con altri uomini resi veri uomini, ricchi di cultura, di energia interiore, forniti di passioni di dominio o di fama, ovvero dotati di umiltà e di amore verso gli altri; uomini insomma e non automati simili a quelli immaginati nel tempo dell’illuminismo. La persona, l’individuo nell’uomo diventa più vario e ricco in quanto esso vive insieme con altri uomini e la società o collettività non è un che di distinto dagli uomini che la compongono ed esiste soltanto in quanto essa trasforma gli uomini e da atomi sperduti od automati meccanici ne fa uomini veri. Perciò il concetto degli appartenenti al gruppo pubblico e quello del gruppo pubblico considerato come unità hanno senso solo se considerati unitamente e inscindibilmente l’uno dall’altro; non ne hanno veruno quando si pretenda figurarli ed assumerli disgiuntamente.

 

 

Già dissi che lo strumento di indagine, se vuole essere fecondo, deve avere una qualche parentela con la realtà; e la realtà non è quella di un uomo, di cento uomini, di un milione di uomini, ognuno in se stesso considerato e numerato; ma è quella dell’uomo vivente dentro la collettività, trasformato da questa, avente fini che sono tali in quanto egli fa parte della collettività. Discorrere di interessi particolari di ciascuno si può, con moltissima cautela, quando si tratti di faccende private, entro i limiti nei quali lo stato non interviene. Ma se noi pensiamo a scopi che sono perseguiti attraverso o dentro lo stato, noi ipso-facto pensiamo a scopi i quali sono proprii dell’uomo in quanto parte della collettività, scopi, i quali possono riuscire di vantaggio ai singoli non in quanto tali, ma in quanto membri della collettività. Non esistono più, nello stato, interessi particolari ed interessi della collettività; ma gli uni sono fusi negli altri, e gli uni si possono conseguire solo se si conseguono gli altri. Né a caso i ceti dirigenti usano un linguaggio, il quale, se spesso è improprio, è indice della loro consapevolezza della inscindibilità dei fini privati e di quelli collettivi (nel senso di fini proprii della collettività come unità, come insieme). Se sul serio supponiamo, perciò, attuata l’idea dello stato cooperativo, ipso facto vediamo attuata l’idea dello stato moderno.

 

 

separatamente assunti, che ne fanno parte. Può trasportare la lettera di Tizio; e così facendo rende servigio a lui e non a Caio. Ma questa è mera tecnica; è un modo economicamente od altrimenti reputato vantaggioso per raggiungere fini che potrebbero altresì essere perseguiti coll’azione individuale: di trasporti ferroviari, tramviari, postali, telegrafici, telefonici, di illuminazione, di istruzione professionale ecc. ecc. Ed è tecnica propria di tutti i tipi di stato, non peculiare allo stato cooperativo. Se lo stato decide di costruire una strada, che i singoli proprietari beneficati – e si può supporre che il beneficio sia ottenuto praticamente solo dai proprietari serviti dalla strada – non riuscirebbero a costruire con accordo spontaneo, l’intervento dello stato è, di nuovo, un mero mezzo tecnico per raggiungere o raggiungere meglio un fine che i singoli sarebbero incapaci a conseguire od a conseguire perfettamente. Ed è mezzo usato da tutti i tipi di stato e non peculiare a quello cooperativo. Ossia, ancora, lo stato detto cooperativo non può, se è stato, limitarsi ai fini che tornano vantaggiosi particolarmente ai singoli od almeno alla maggioranza di essi. Lo stato il quale si limiti a perseguire fini vantaggiosi ai singoli, anche a tutti i singoli non ha vita autonoma. Esso suppone la esistenza di un altro stato, cosidetto moderno, il quale persegua fini proprii della collettività assunta nel suo insieme. Prima esiste lo stato, il quale assicura la vita della collettività, la difende contro il nemico esterno, la conserva e la esalta contro le forze di disgregazione interna (giustizia, sicurezza, istruzione); e tutti questi fini sono proprii della collettività una e indivisibile; sono fini non apprezzabili se non attraverso ad artifici convenzionali, appunto perché essi non sono fini propri degli uomini singoli, soli capaci di valutazione economica. Poi, lo stato, già formato e forte e duraturo, può prendersi il lusso di venire in aiuto dei singoli, assumendo compiti e perseguendo fini che essi da soli non potrebbero perseguire o perseguirebbero imperfettamente: costruire strade vicinali, cercare sbocchi coloniali ad agricoltori e commercianti ed industriali ardimentosi, esercitar poste e ferrovie. Lo stato cooperativo puro è acefalo; ed ha vita puramente complementare a quella dello stato moderno.

 

 

Un esempio addotto dal Fasiani è illuminante.

 

 

«Durante l’ondata di pacifismo dilagante in Europa subito prima della guerra 1914-18 si è da vari autori negata la convenienza delle Conquiste coloniali, in quanto il costo dell’impresa supera, a loro dire, il valore del flusso di reddito che se ne può trarre.

 

 

Prescindiamo pure dal fatto che la conclusione era del tutto arbitraria e priva di qualunque base seria. Ma il modo stesso con cui il problema veniva impostato, dimostra che gli autori che lo proponevano avevano esclusivamente di mira una organizzazione in cui il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza. Soltanto in questa il problema della conquista può assumere l’aspetto di un bilancio fra i sacrifici che i singoli son chiamati a sopportare e i vantaggi che ne possono trarre. In una organizzazione in cui il potere sia esercitato invece nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità, il problema è assai più vasto e complesso. La conquista non è più una questione di dare ed avere nel bilancio dei singoli, ma riguarda la sorte del gruppo pubblico come tale: le sue possibilità di espansione, la sua potenza militare e politica, la formazione e la decadenza del suo imperialismo. Non è più in gioco l’interesse del singolo, ma l’interesse del gruppo considerato come unità» (I, 47-48 e 42).

 

 

Supponiamo di aver superato le difficoltà di valutazione dei costi e dei redditi dell’impresa coloniale, rispetto alla quale sembra probabile la conclusione che il bilancio si chiuda sul serio in perdita per l’imprenditore (stato o compagnia), rimanendo incerta, perché sinora non indagata, la natura della chiusura del bilancio per i singoli coloniali andati al seguito dell’imprenditore; e supponiamo altresì di aver superato le difficoltà della valutazione dei fini di potenza e di espansione dello stato, concepito come unità, il quale inizia l’impresa coloniale. Dico che il primo bilancio, del costo dell’impresa col flusso dei redditi che se ne possono trarre, non è il bilancio di uno stato; ed aggiungerei anzi che quasi non lo interessa. Concepita come un bilancio di dare ed avere economico, l’impresa coloniale è propria di una società di azionisti perseguenti fini di arricchimento. Se vogliamo attribuirla allo stato, essa pare propria dello stato monopolistico, il cui gruppo dominante la mediti per arricchire se stesso ed i proprii affiliati o cadetti. Una società coloniale per azioni, è, sì, costituita allo scopo di crescere il reddito degli azionisti consociati al di là di quanto costoro potrebbero ottenere se isolatamente e separatamente si avventurassero a colonizzare paesi nuovi o barbari. Ma una società per azioni non è lo stato, il quale, se è tale, deve perseguire fini i quali sono proprii degli uomini in quanto essi facciano parte di una collettività politica. Qual è il bilancio del dare e dell’avere individuale del raggiungimento dei fini della sicurezza, della giustizia, della difesa o potenza nazionale, della pubblica igiene, i quali, da che mondo è mondo, sono caratteristici dello stato, di un qualunque stato il quale sia inteso alla propria conservazione? Se l’organizzazione di cui si parla pensa, iniziando un’impresa coloniale, solo ad un bilancio di costi e di redditi, quella non è stato, è semplicemente una compagnia coloniale, che io anzi direi senza carta, perché tutte le vecchie carte di concessione di conquiste coloniali imponevano obblighi di espansione, di potenza militare, di influenza politica a pro della madrepatria. Se una organizzazione coloniale è veramente stato, se essa emana od è la lunga mano dello stato, essa necessariamente persegue fini di gruppo, fini proprii degli uomini viventi e in quanto viventi nella collettività nazionale della madrepatria. Insomma, lo stato cooperativo o non è stato ovvero è tutt’uno con lo stato moderno; e, qualunque ne sia il nome, si chiama semplicemente stato e persegue i fini suoi proprii.

 

 

16. – I fini proprii dello stato, non possono, d’altro canto, essere concepiti fini esclusivi del gruppo considerato come una unità. Se lo stato cooperativo, concepito come perseguente soltanto fini dei singoli che lo compongono, è acefalo; lo stato moderno, concepito come perseguente esclusivamente fini della collettività considerata nella sua unità, è un mostro. L’ipotesi suppone l’assurdo: che possa darsi uno stato il quale operi nel proprio interesse di collettività senza preoccuparsi degli interessi degli uomini vivi che lo compongono. Non è, se si voglia conoscere la realtà, supponibile che nello stato moderno «l’interesse dei singoli sia d’importanza affatto secondaria rispetto all’interesse del gruppo considerato come un organismo». Immaginare che in quel tipo di stato l’attività finanziaria possa essere «perseguita anche se non accresce il benessere individuale della totalità o della maggioranza dei consociati» (I, 43) è fare ipotesi la quale non ha alcun addentellato con la realtà.

 

 

Partire dalla premessa che esista una unità detta stato, dei cui interessi la classe politica possa nell’esercizio del potere preoccuparsi esclusivamente, invece che degli interessi particolari di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, è partire da una premessa irreale. Non esiste infatti l’unità stato concepita come distinta dai cittadini dello stato medesimo. Per dare corpo all’ombra fa d’uopo uscire dal campo proprio dei due tipi di stato, cooperativo e moderno; concepire l’esistenza effettiva di un’entità, diversa e sovrapposta agli uomini, ossia entrare nel campo proprio del tipo di stato monopolistico. Se è vero che l’uomo isolato non esiste, se è vero che non esistono i due, i tre, i mille, i milioni di individui componenti la collettività, separatamente considerati, se è vero che i due, i tre, i mille, i milioni di individui sono tali quali sono perché viventi nella società; se è vero che di interessi dei singoli non può parlarsi, se non in quanto essi singoli facciano parte della collettività; se è vero che di interessi della collettività non possa parlarsi se non in quanto essi siano anche interessi dei componenti di essa; è vero che il dualismo fra individuo e collettività è concepibile solo se la collettività si incarni in qualcuno, uomo singolo o gruppo di uomini, ossia si incarni nella classe politica. Cacciato dalla porta il concetto dello stato monopolistico rientra dalla finestra della entità superiore, diversa e trascendente, detta stato concepito come unità.

 

 

Si spogli del resto la tesi della sua terminologia crudamente economica. Lo stato non è un ente il quale persegue fini economici, di interessi, intesi nel senso nel quale questa parola è comunemente assunta di vantaggi misurabili in lire, soldi e denari. Lo stato ossia gli uomini viventi nella società politica perseguono fini, economici morali politici, proprii del loro vivere collettivo dentro lo stato. Assumere che essi possano distinguere i fini conseguibili per mezzo dello stato in fini vantaggiosi ad essi come singoli e in altri vantaggiosi ad essi come collettività è risuscitare quel dualismo fra i singoli e lo stato, che apparve già dianzi erroneo discorrendo dello stato cooperativo. Il dualismo fra i singoli e il tutto appare anzi qui sotto un aspetto più terrificante e pericoloso; in quanto è fondato sulla premessa di uno stato il quale pensi e provveda solo alla collettività e non agli uomini che ne fanno parte. La concezione non è moderna; è antica come i tiranni greci, come l’Etat c’est moi di Luigi XIV; è il ritorno alla pagana deificazione dello stato sopra l’individuo. Cristo sarebbe venuto indarno sulla terra se noi non fossimo persuasi che lo stato non ha altro scopo se non la elevazione morale e spirituale dell’uomo vivente nella società dei suoi simili. L’elevazione dell’uomo singolo non può non aver luogo nello stato; deriva dal contatto necessario di ogni uomo libero con tutti gli altri uomini liberi, dalla emulazione reciproca di essi. Non esistono fini dello stato i quali non siano anche fini degli uomini, di tutti gli uomini, dei morti, dei vivi e dei non nati ancora.

 

 

Nella società organizzata gli uomini viventi acquistano la consapevolezza del legame inscindibile che li avvince alle generazioni passate ed a quelle future. Non lo stato come ente pensa ai trapassati ed ai nascituri, ma gli uomini associati e fatti diversi, esprimono, per mezzo dello stato, la volontà di perseguire fini, i quali vanno oltre la loro vita caduca e radicati nel passato si protendono nel lontano avvenire. Come potrebbero gli uomini isolati, anche se viventi a milioni gli uni accanto agli altri pensare e provvedere a fini relativi a gente non viva? Gli uomini, insieme viventi, sono essi lo stato. Essi e non qualche cosa di trascendente che stia sopra e al di là di essi, anche se questo qualcosa lo decoriamo col nome di collettività o di gruppo o di stato. Per vedere un tipo di stato il quale persegua esclusivamente fini della collettività, come unità, bisogna ritornare indietro di millenni. Ma forse neppure nell’Egitto o nella Persia antichi si può trovare qualcosa che rassomigli al mostro che ci si vorrebbe presentare sotto la denominazione di stato moderno. Anche allora gli uomini credevano in qualche cosa. Anche quando elevavano le piramidi, e cadevano uccisi dalla fatica, gli uomini credevano di salire così più facilmente in cielo, essi e non la loro mitica unità collettiva.

 

 

Migliaia di martiri sono morti per protestare contro l’idolo trascendentale dello stato posto al disopra e fuori degli uomini che lo compongono. Un grande santo e uomo di stato, Tommaso Moro, è salito sul patibolo perché non volle riconoscere che lo stato fosse giudice nelle cose della coscienza; e ammetteremmo oggi che possa esistere uno stato moderno il quale persegua fini proprii del solo gruppo e possa quindi comandare all’uomo, in ubbidienza al gruppo, di violare i comandamenti che la coscienza gli detta?

 

 

Sì, un mostro cosifatto di stato può essere esistito; ma non è moderno né compatibile con la libertà dell’uomo. Lo stato moderno è quello e solo quello il quale persegue fini di elevazione morale e spirituale e perciò e solo perciò anche di benessere economico degli uomini nei quali lo stato medesimo si sostanzia e si compone. Elevazione non di ipotetici uomini selvaggi viventi isolati nelle foreste, ma di uomini viventi nella società dei loro simili.

 

 

17. – Certo, col sostituire alla nozione di stato, nel quale «il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza» (cosidetto stato cooperativo), o in cui esso sia invece esercitato «nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità» (cosidetto stato moderno), la nozione di stato, nel quale «il potere è esercitato al fine della elevazione morale e spirituale e perciò economica degli uomini viventi in società» noi siamo scivolati od ascesi dalla concezione del dualismo fra stato monopolistico e stato cooperativo (con la variante di moderno) al contrasto dialettico fra stato e non-stato, fra lo stato il quale vuol vivere e durare e il non-stato il quale a quello si contrappone e lo dissolve. Senza volerlo, i teorici i quali come De Viti e Fasiani hanno creato la figura astratta dello stato monopolistico, hanno in quella figura sintetizzato le forze che in ogni momento storico minano l’esistenza dello stato e lo conducono alla rovina.

 

 

Lo stato monopolistico, che sia veramente tale e in cui si riscontrino caratteristiche che lo distinguano sul serio dallo stato cooperativo o moderno, è solo quello che sopra fu detto il sottotipo (c) dello stato in cui i governanti per vie non logiche sfruttano i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina. Uno stato in cui ciò non accada potrà essere assoluto od oligarchico, monarchico o repubblicano, retto da uno, da pochi o molti, ma non può dirsi monopolistico, sinché non si sia dimostrato, e sarebbe dimostrazione meravigliosa a darsi, che la sua classe dirigente «eserciti il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati». Ma questo è il non-stato, che sempre è esistito e sempre esisterà accanto allo stato. Sempre, in ogni momento storico, vi è il pericolo che le forze di dissoluzione prevalgano su quelle creative e organizzatrici; che gli egoismi individuali prevalgono sul bene comune. Sinché in un paese sono vive ed operose le forze morali intellettuali ed economiche le quali innalzano gli uomini, esiste lo stato e questo dura, lotta, prospera. Quando nel paese diventano forti e prevalenti le forze le quali degradano gli uomini, può in apparenza durare la forma esteriore dello stato; ma è forma senza contenuto. Al primo urto essa si dissolve e tutti vedono che essa era il non-stato. L’impero romano d’occidente nel quarto e quinto secolo stava dissolvendosi internamente; e, prevalendo in esso le forze disgregatrici, i potenti volgevano a proprio profitto i tributi pagati dai più, invece di volgerli al vantaggio comune.

 

 

Quando vennero i barbari, essi altro non fecero se non constatare la scomparsa già avvenuta dello stato.

 

 

La distinzione, che appartiene al mondo della realtà e della storia, fra stato e non-stato è ben altrimenti feconda di quella astratta fra tipi di stato monopolistico, cooperativo e moderno. Sempre, in ogni momento e in ogni luogo, coesistono, ad esempio, tributi che accompagnano lo stato nella sua ascesa e ne sono nel tempo stesso effetto e condizione; sempre vi sono altri tributi i quali agevolano il non-stato nel suo fatale percorso verso l’abisso e sono causa e manifestazione della sua decadenza. Sempre gli effetti del primo tipo di imposte sono stati e saranno diversi da quelli del secondo tipo; e gli effetti diversi sono stati e saranno nel tempo stesso effetto e causa e manifestazione della prosperità degli stati e della rovina dei non-stati. Alla luce della distinzione storica tratta dalla realtà i fatti singoli si illuminano e si concatenano; laddove legate a definizioni astratte in materie ribelli all’astrazione, elegantissime dimostrazioni teoriche perdono alquanto del loro splendore di verità sempiterne. Perché, ove si vogliano costrurre sistemi, non costrurre sulla realtà, che è sempre la stessa, ossia è sempre lotta, sforzo, superamento, conquista, frammezzo a caduta e ricorsi, di più alti ideali di vita?

 

 

La distinzione fra i tipi di stato monopolistico e cooperativo appare come una distinzione definitoria, la quale lascia nell’ombra la caratteristica veramente fondamentale della contemporanea coesistenza dei due tipi in ogni tempo e luogo. È la coesistenza la quale spiega l’alternarsi delle classi politiche, la decadenza della classe al potere, il sorgere di nuove forze sociali, le quali divengono a poco a poco ceto politico, atto a conquistare il potere ed a volgerlo a vantaggio morale e materiale dei componenti la collettività e nel tempo stesso già provvedute di quei motivi egoistici, i quali col tempo faranno si che il potere venga esercitato nell’interesse dei dominanti, colla rovina della cosa pubblica e del gruppo dominante medesimo. Il contrasto dialettico fra stato e non-stato che sempre coesistono e lottano per la prevalenza è, in altra sede, il contrasto eterno fra Dio e Satana, fra il bene e il male, fra la materia e lo spirito; o, meglio, è il contrasto che è dentro di noi, che ci fa soffrire e godere, che ci salva dalla morte e dal nulla per la vita che è continua lotta, continuo sforzo.

 

 

Così scrivendo è chiaro che, travalicando i confini della scienza economica astratta, abbiamo pronunciato giudizi di valore.

 

 

18. – Può, del resto, l’economista astenersi dal pronunciare giudizi di valore, intendendo per essi giudizi sul bene e sul male morale e spirituale proprii delle scelte che gli uomini fanno ed allo studio delle quali ragionevolmente si limita, per ragioni di divisione del lavoro, il campo specifico della sua indagine? La domanda non è se egli possa, volendo, astenersi dallo scrivere su problemi sui quali non ha meditato a bastanza; ché, evidentemente se il motivo del silenzio è questo, la astensione è degna di lode. È invece se egli debba essere scomunicato se si azzarda ad uscire fuor dello studio delle scelte fatte dagli uomini, perché colpevole di condotta antiscientifica.

 

 

Se è vero che il non-stato coesiste per lo più con lo stato, l’economista, il quale, per definizione, conosce ed indaga i vincoli fra l’uno e l’altro, pone, per suo istituto, in luce le ragioni per le quali si passa dall’uno all’altro e l’uno tende a prevalere sull’altro. Là dove esiste uno stato fornito di indefettibilità, ed in esso, per definizione, la volontà della classe politica è la stessa cosa della volontà di tutti ed insieme della collettività, l’economista, il quale discute di questi problemi, altro non è se non la voce di tutti, la voce della collettività. Egli non può dire: ascolto e registro; poiché se ascolta opinioni o propositi che a lui paiono infondati, egli che è parte della collettività e quindi, per definizione, parla per conto ed a nome della collettività, non può rinunciare a contrapporre argomento ad argomento, a fare che la volontà sua, che egli sa più illuminata, diventi la volontà della collettività.

 

 

Sapendo che il dato, dal quale egli dovrebbe nelle sue indagini prendere le mosse, è incompatibile con altri dati che pure sono stati fissati dalla classe politica, o che a lui sono noti per la sua partecipazione, necessaria partecipazione, alla classe politica, egli non può fare a meno di dichiarare siffatta incompatibilità e di spingere la volontà politica, che è la sua stessa volontà, a modificare o l’uno o l’altro dei dati. Egli si decide a favore di una scelta ovvero di un’altra per qualche ragione da lui ritenuta valida; la ragione valida per lui, che la deve render pubblica, è, secondo opinano gli economisti che ragionano utilitaristicamente, quella del vantaggio per tutti o per la collettività; ovvero è, a detta di altri ed a parere dello scrivente, l’imperativo dell’elevazione morale e quindi materiale degli uomini.

 

 

Quando Demostene, ahimè! troppo tardi, fece deliberare dal popolo ateniese che il theoricon e, in generale, gli avanzi di bilancio fossero versati nella cassa di guerra invece che distribuirli gratuitamente ai cittadini, egli riuscì nell’intento solo perché seppe far sorgere viva dinnanzi ai loro occhi l’immagine del pericolo, minaccioso per la libertà cittadina, degli eserciti di Filippo il Macedone. La sequenza:

 

 

  • la libertà cittadina è per gli ateniesi il bene massimo;

 

  • la libertà è minacciata da Filippo il Macedone;

 

  • senza una pronta preparazione alla guerra, la minaccia di Filippo non può essere scansata;

 

  • la preparazione richiede mezzi pecuniari;

 

  • la limitazione dei mezzi richiede la rinuncia alla distribuzione del theoricon ai cittadini desiderosi di feste e di spettacoli;

 

  • feste e spettacoli sono un bene di pregio inferiore a quello della libertà cittadina;

 

  • quindi importa mutare la scelta: guerra invece di feste e spettacoli; non può essere mutilata solo perché l’economista ritenga di dovere partire dalla scelta già fatta (feste e spettacoli ovvero preparazione alla guerra) dall’assemblea dei cittadini e non si azzardi a pronunciare su quella scelta un giudizio di valore che sarebbe politico-morale. Tutto quel che accade: feste o spettacoli, imposte sui ricchi o sui poveri, imposte alte o basse, imposte che si trasferiscono in un modo o in un altro, che incidono su questi o su quei cittadini, tutto è frutto di giudizii, di atti di volontà; e l’economista, il quale contempla e registra e analizza e concatena scelte, costi di servizi pubblici, tipi di imposte, contempla e registra ed analizza quel che egli stesso, insieme con gli altri, parte inscindibile della collettività, ha giudicato e voluto. Il chimico non può far sì che l’idrogeno e l’ossigeno non siano quel che sono, e non ha d’uopo di formulare giudizi di bene o di male su quel che è come è indipendentemente dalla sua volontà; ma l’economista fa sì, egli insieme con gli altri e per le sue maggiori conoscenze egli più degli altri, che i dati del suo problema siano quel che sono. La sua volontà contribuì alla scelta dei servizi e vi contribuì perché egli sapeva quali sarebbero state le uniformità derivanti dalla scelta fatta e quali sarebbero state le diverse uniformità derivanti da una diversa scelta. Perché la classe politica ed egli con essa ed egli all’avanguardia di essa preferì l’una sequenza di uniformità all’altra? Perché egli ritenne che la libertà cittadina (destinazione del theoricon e degli avanzi di bilancio alla cassa di guerra contro Filippo di Macedonia) era il bene; e che le feste e gli spettacoli erano, in quel momento, il male. Theoricon, avanzi di bilancio, libertà e servitù cittadina, bene e male sono tutti fatti o concetti legati gli uni agli altri; e non esiste alcuna ragione plausibile perché la ricerca scientifica debba arrestarsi dinnanzi al bene ed al male, dinnanzi agli ideali ed alle ragioni della vita quasi si trattasse di intoccabili.

 

 

Si potrà dire che, a quel punto, lo scienziato deve chinare, reverente, il capo dinnanzi a qualcosa a cui la sua mente non giunge, ed intorno a che solo i profeti i mistici i filosofi dissero parole illuminanti. Si potrà dire che da quel momento nel quale le scelte sono fatte e registrate, comincia, in ossequio a legittimi canoni di divisione del lavoro, il compito specifico dell’economista: se gli uomini hanno deciso di fare le tali e tali scelte, con tutto quel che segue. Ma se quel che segue a sua volta ha influenza sulle scelte compiute, se i risultati delle scelte e le scelte medesime reagiscono sui motivi di queste, come si può dire: di qui comincia la scienza; e prima c’e… che cosa? Fuor della scuola non esistono i vincoli di cortesia accademica i quali vietano ad un insegnante di usurpare il terreno altrui; e la curiosità scientifica non ha limiti alle sue domande sul come delle cose.

 

 

19. – L’atteggiamento di indifferenza dell’economista verso i motivi delle scelte è, probabilmente, radicato nella premessa dei ragionamenti classici intorno al prezzo in caso di libera concorrenza. Quando l’attenzione era rivolta solo allo studio di questo caso, che di fatto dominava di gran lunga su tutti gli altri, l’economista poteva credere che l’azione dell’individuo e quindi sua fosse inetta a produrre, con una scelta diversa, una qualsiasi impressione sui prezzi. L’azione infinitesima del singolo era di fatto nulla rispetto alle scelte verificantisi sul mercato ed al sistema di prezzi che ne seguiva; e poteva essere ritenuto ovvio partire dalla constatazione delle scelte senza risalire più in là nello studio dei legami tra i fatti. Non fu più così quando si cominciò a studiare il caso del monopolio. Si dovette forzatamente ricercare quale fosse il motivo che spingeva il monopolista produttore a scegliere quella quantità di merce da produrre o quel prezzo di vendita. Si dovette ammettere che il monopolista produttore ponesse a fondamento delle sue azioni il motivo, non si sa se bello o brutto, cattivo o buono, del massimo lucro netto. Si riconobbe cioè che quella teoria del prezzo del monopolio non parte dalla mera constatazione di una scelta già fatta; ma dalla premessa che quella scelta di quantità o di prezzo è motivata dalla volontà della consecuzione di un dato fine. Senza quel motivo e quel fine, la scelta sarebbe stata diversa. Oggi, che si studiano i casi di concorrenza imperfetta o di monopoli parziali o bilaterali, gli economisti hanno dovuto costrurre ragionamenti assai complicati intorno all’atteggiamento dei pochi concorrenti o dei monopolisti rivali, ed intorno alle ipotesi che ognuno di costoro fa sui movimenti altrui. I giocatori di scacchi non movono le loro pedine solo sulla base dei movimenti altrui già avvenuti (constatazione di scelte già avvenute) ma cercano di indovinare i motivi che i rivali possono avere di compiere questo o quel movimento futuro. Il generale sul campo di battaglia ragionando sui motivi probabili dell’avversario cerca di intuirne i movimenti e su questi regola i proprii. L’economica moderna è sempre più largamente intessuta di studi sulle previsioni (anticipations è divenuta parola frequentissima, fin troppo, nei libri e nei saggi di economia pura anglosassone) delle azioni altrui e sulle conseguenti variazioni delle azioni dell’individuo considerato. Si potrà dire che ciò non cambia sostanzialmente l’indole del problema; e che, in fondo, l’economista non cerca se non di rappresentare dinnanzi alla propria mente il quadro non solo delle scelte passate e presenti ma anche di quelle future, le quali influiscono sulle scelte e sui prezzi e su tutte le quantità economiche presenti. Se è facile limitarsi a constatare scelte già avvenute e ragionar su queste e contentarsi di cotali constatazioni e ragionamenti, è tuttavia altrettanto facile prevedere scelte future, senza ricostruire colla fantasia i motivi che gli uomini probabilmente avranno di compiere questa a preferenza di quella scelta? Non siamo noi indotti così, quasi a viva forza, a riforgiare l’intiera catena causale che, per ragioni di divisione del lavoro, avevamo spezzato in un punto? Il caso medesimo della libera concorrenza, tipica rappresentazione dell’automatismo di milioni di produttori e di consumatori, tutti di modeste dimensioni, tali che l’azione dell’uno può ritenersi del tutto inetta ad influenzare l’azione degli altri e le variazioni dei prezzi sul mercato, è in verità un meraviglioso artificio. Quell’automatismo, quel muoversi non concertato di milioni di atomi, quell’incontrarsi non preordinato di contraenti, nessuno dei quali sa o si cura dell’azione altrui è in realtà il frutto di un concerto, di una vigile continua azione rivolta ad impedire vengano meno le premesse di quell’automatismo e di quell’apparente disordine. Il concerto e l’azione si chiamano codice civile, codice di commercio, giurisprudenza, giudici, discussioni sulle riviste, sui giornali, nei parlamenti, nei consessi professionali, i quali hanno per fine e vorrebbero avere per risultato – e l’ebbero e l’hanno, qua e là, in maggiore o minor misura – di impedire il sorgere di monopoli, di inventar surrogati alla concorrenza palesatasi in dati casi scarsamente vitale, di abolire o limitare i motivi alla creazione di monopoli e di quasi monopoli. Concerto ed azione sono intessuti di passioni e di azioni rivolte a conquistar dominio su altri od a liberar gli uomini da qualche giogo, a deprimere o ad innalzare.

 

 

20. – La convenzione in virtù della quale l’economista puro studia le uniformità più generali di prima approssimazione del sistema di prezzi in regime di libera concorrenza, l’economista applicato le uniformità più vicine alla realtà concreta, e quindi, eventualmente, le forze le quali limitano l’azione della concorrenza e ne indaga gli effetti e indica i mezzi grazie ai quali sarebbero tolti di mezzo gli effetti della limitazione, ed il politico, ed il giurista enunciano i principii o formulano le norme legislative od amministrative atte ad eliminare od a ridurre le limitazioni alla concorrenza, quella convenzione ha una utilità pratica indiscutibile, ma nulla più. Quanto più la rappresentazione che noi ci facciamo della realtà passa dal tipo della istantanea fotografica a quella della cinematografia estesa nel tempo, dalla statica alla dinamica, tanto meglio scelte fatte, scelte future e previste, conseguenze delle scelte fatte e motivi delle scelte future si innestano e si compenetrano le une negli altri, sì da rendere monca e spesso illogica la trattazione separata di ognuno degli aspetti di un unico problema.

 

 

21. – La trattazione autonoma di un solo aspetto dell’unico problema è certo perfettamente legittima. Chi vuole studiare le leggi del prezzo in regime di libera concorrenza ha mille ragioni di non voler essere disturbato dalle vociferazioni di coloro i quali gli vorrebbero imporre di dichiarare se, a parer suo, la libera concorrenza sia un bene od un male, sia tollerabile o non dal legislatore liberale o socialista o conservatore o cattolico, sia storicamente destinata a scomparire e, se per avventura scomparisse, sia capace di risurrezione. Chi vuole studiare le leggi dell’imposta in una situazione ipotetica da lui definita con esattezza ha ragione di cacciar fuor dall’uscio i disturbatori, i quali vorrebbero invece che egli desse un giudizio storico o morale o politico intorno ai regimi di monopolio o di concorrenza, che egli ha assunto come premessa delle sue indagini. Contro siffatte prepotenze ogni studioso ha diritto di insorgere.

 

 

Il diritto di insurrezione non implica però il diritto di scomunica contro altre ricerche. Chi studia il modo di agire della classe politica, intesa nel senso di gruppo di persone le quali posseggono le qualità, qualunque esse siano, necessarie in quel tempo, per esercitare il comando dello stato ha perfettamente ragione di limitare il suo studio alla classe politica intesa in quel senso e non in un altro. Ma non ha il diritto di escludere che altri studi la medesima classe politica diversamente definita, sì, ad esempio, da legittimare veramente l’uso, altrimenti improprio, della terminologia di classe eletta. L’aveva definita Platone come composta di pochi «uomini divini… i quali hanno saputo serbarsi puri da corruzione». Essi debbono essere ricercati dai cittadini «per terra e per mare, in parte per rafforzare quel che v’è di saggio nelle leggi del loro paese ed in parte per correggere quel che può essere in quelle di difettoso. Non è possibile la perfezione nella repubblica, se non si osservano e non si cercano questi uomini o se ciò si fa male». La concezione della classe politica come quella la quale consiste in quei gruppi di uomini che aspirano alla conquista del potere, o riescono a conquistarlo ed a conservarlo per un tempo più o meno lungo, concezione dominante nei libri classici di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto, non è la sola possibile. Accanto ad essa, esiste non di rado un’altra classe, di uomini che non aspirano al potere, e non di rado sono perseguitati da coloro che detengono il potere. Sono i cristiani dei primi due secoli, i grandi filosofi, i saggi ed i virtuosi d’ogni tempo. Hanno essi il potere morale e talvolta sono assai più potenti di coloro che detengono il potere politico. Costoro compongono la classe eletta. Assai di rado accade che la classe eletta sia chiamata a governare gli stati od abbia parte preponderante e decisiva nel governo. Nascono in quei rarissimi casi gli stati prosperi pacifici e stabili; ed in questi stati tende ad essere osservata la legge morale, le relazioni fra le classi sociali non sono turbate da discordia e da invidia, le condizioni economiche della nazione progrediscono, intendendosi per progresso quella situazione della quale gli uomini sono malcontenti solo perché anelano tuttavia ad innalzare se stessi, e la finanza pubblica è congegnata in modo da riposare sul consenso universale.

 

 

Perché non dovrebbe essere oggetto di studio scientifico fra le tante specie di classi politiche e di formule da esse adoperate per governare i popoli anche quella particolare specie la quale, ubbidendo alla legge morale, assicura la persistenza e la risurrezione dei popoli grazie alla formula eterna del decalogo e sola sembra perciò aver diritto all’appellativo di eletta? Perché, astrazion fatta da questi rarissimi quasi leggendari casi di stati governati da una classe eletta, non dovrebbe essere oggetto di studio scientifico l’operare perenne, talvolta inavvertito, ma sempre attivo, della classe eletta a scuotere il dominio delle classi politiche le quali di fatto sono al governo degli stati, ma non potranno durare a lungo se conducano gli stati al male ed alla rovina e seminino i germi della discordia civile e della disfatta militare? Lo studio della classe eletta non è altrettanto rilevante ed ugualmente possibile come quello della classe meramente politica? Non è esso lo studio di quel che dura accanto a quel che passa, delle forze e delle idee le quali guidano l’umanità verso l’alto, accanto a quello delle forze e delle idee le quali lo traggono in basso? Certamente è ardua impresa definire l’alto e il basso; ma la difficoltà non ha mai scoraggiato gli indagatori amanti della ricerca scientifica. Si farebbe grave ingiuria all’intelletto umano se lo si dichiarasse inetto a distinguere fra Dio e Satana. Chi, aborra da siffatte considerazioni quasi fossero estranee alla scienza, ma reputi tuttavia pertinente ad essa l’indagine dell’alternanza delle classi politiche al potere, dei vincoli esistenti fra la composizione delle classi politiche, il tipo e la durata dello stato esistente, la quantità e la qualità delle entrate e delle spese pubbliche;

 

 

deve reputare ugualmente pertinente alla scienza: l’indagine dell’esistenza nella collettività di classi elette distinte dalla classe politica, od immedesimate con essa, dei vincoli esistenti fra classe eletta, classe politica, persistenza, decadenza, dissoluzione e resurrezione dello stato, contentezza o malcontento, prosperità o rovina della collettività.

 

 

Non pare che classi elette, persistenza, decadenza, dissoluzione, risurrezione, contentezza, malcontento, prosperità, rovina (b) siano concetti di più ardua definizione o descrizione di classe politica, potere, interesse a conquistare ed a conservare il potere (a), né pare che la ricerca dei vincoli esistenti tra i fatti (b) sia di indole diversa di quella dei vincoli tra i fatti (a). Se è vero che i vincoli (a) sono spiegati dai (b) e solo per contrasto o reazione gli (a) spiegano i (b), si deve concludere che, pure essendo amendue scientifiche, la indagine (a) è posta su un piano inferiore a quello (b).

 

 

22.- Il diritto di limitare i proprii studi all’investigazione delle leggi del prezzo in regime di concorrenza piena o limitata o di monopolio o polipolio non implica dunque l’affermazione, ben diversa, che la scienza finisca a quel punto e che gli sforzi altrui intesi ad investigare se l’attuazione della concorrenza piena o del monopolio sia o non sia conforme a un certo ideale di vita cadano fuori del territorio scientifico. Il diritto di limitare le proprie investigazioni alle leggi dell’imposta in regime di stato monopolistico arbitrariamente definito non implica altresì il diritto di negare carattere scientifico all’indagine ben diversa sulla conformità ai fatti di quella definizione e sulla logica di altre diverse definizioni dei tipi di stato. Dall’insurrezione non è lecito trascorrere alla scomunica, perché si dichiarerebbe così che l’ipotesi della libera concorrenza o dello stato monopolistico sono meri parti della fantasia solitaria degli economisti in cerca di temi di esercitazione accademica. Se così fosse, se i «se» premessi ai ragionamenti economici fossero assolutamente arbitrari, l’economista potrebbe dire: qui finisce la scienza, tutto ciò che è al di là non esiste, non può formare oggetto di scienza, perché io ho creato il problema, io ho creato i dati di essi; e non devo render ragione a nessuno del perché delle mie creazioni. Ma così non è. I «se» premessi al ragionamento economico non sono creazioni solitarie ed arbitrarie. Sono tratti dalla realtà vivente. Sono astrazioni grandemente semplificate della realtà. Di questa realtà fanno parte le passioni, i sentimenti, gli ideali politici religiosi morali, le idee intorno al male ed al bene, gli interessi di famiglia di classe di regione, i rapporti tra le classi ed i ceti componenti la collettività, la legislazione e le consuetudini vigenti, e così via. Questa realtà, così varia e ricca e mutevole, è grandemente difficile da investigare; ma non vi è alcuna ragione plausibile perché essa non possa formare oggetto di indagine altrettanto scientifica quanto quella che gli economisti hanno costruito attorno alle ipotesi semplificate della libera concorrenza o del monopolio, od i finanzieri cercano di costruire attorno a quelle degli stati monopolistici, cooperativo o moderno. Supponiamo che gli uomini si formino la convinzione che un regime di libera concorrenza sia intollerabile per ragioni morali, che esso urti contro la coscienza umana; e che la convinzione acquisti tale vigore e tale universalità da indurre effettivamente gli uomini a sopprimere ogni traccia del regime di libera concorrenza. Anche gli economisti finirebbero di abbandonare una premessa di ragionamento priva di qualsiasi addentellato con la realtà. Quale interesse esisterebbe a studiare leggi di fatti inesistenti? Altrove[9] ho scritto che se la scomparsa della libera concorrenza si verificasse a favore di un regime a tipo collettivistico o comunistico, finirebbero persino di esistere gli economisti. Altri investigatori prenderebbero il loro posto: non so chi o come qualificati, probabilmente descrittori di pubbliche contabilità o di gestioni amministrative. Tanto stretti sono i vincoli fra la realtà e l’indole della scienza che quella realtà a volta a volta consente di creare.

 

 

23. – Noi non possiamo porre alla impostazione scientifica dei problemi economici limiti atti ad escludere i giudizi di valore. Se in uno stato, nel quale la classe politica si preoccupi, nell’esercizio del potere, esclusivamente dell’elevazione morale ed intellettuale e perciò anche materiale della grande maggioranza e possibilmente di tutti gli uomini componenti la collettività, si osservi dominare il concetto della esenzione dall’imposta di un minimo non solo fisico ma sociale di esistenza, diremo noi che la impostazione scientifica del problema dell’esenzione del minimo sociale consista semplicemente nel prendere atto, come di un dato, della opinione espressa in merito dalla classe politica? È vero che l’andare al di là di questa constatazione, il cercare di rendersi ragione del valore morale del minimo accolto sia un uscir fuori dal campo scientifico? Non si vuole con ciò menomamente indagare se sia ragionevole il tentativo di andare alla cerca del vero o giusto o perfetto minimo sociale. Non v’ha dubbio che non esiste un criterio perfetto di giustizia in tal materia opinabile; ed avrei invano irriso ai miti della giustizia tributaria se ritenessi logica la costruzione di qualche altro mito del genere. Il quesito è diverso. Suppongasi che in un determinato momento storico il legislatore, organo sensibilissimo dell’opinione del ceto politico dirigente e dei sentimenti del popolo governato, tenuto conto del livello dei prezzi e dei redditi e del costo della vita, abbia deliberato che il minimo sociale di esistenza per cui sia da concedersi la esenzione dalle imposte, sia di 6000 denari[10] all’anno per famiglia. Diremo noi che a chi si proponga soltanto di studiare le uniformità del fenomeno finanziario non spetti menomamente il compito della soluzione del problema del miglior minimo sociale di esistenza, e cioè dell’esame critico della soluzione adottata; e che lo scienziato debba accettare senz’altro quella soluzione come un dato dei problemi di cui egli specificamente si occupa? Diremo noi che si debba scetticamente contemplare la soluzione accolta dalla classe politica come un giudizio il quale «può essere buono o cattivo, giusto o ingiusto, sensato o no, a piacere di questo o quel finanziere»; ma è «per lo scienziato» meramente «un fatto, un dato dei problemi di cui si occupa» (II, 59-60)? Mai no. Non vi è affatto alcuna necessità logica la quale costringa lo studioso a spogliarsi volontariamente e gratuitamente degli attributi della sua virilità scientifica. Quei 6000 danari all’anno per famiglia non sono affatto l’ultima Thule della sua ricerca. Appunto perché sono un dato del problema che egli deve studiare, essi non hanno alcuna particolare degnità; ed egli li può voltare e rivoltare in tutti i sensi e dopo avere studiato gli effetti del dato, risalire alle origini di esso, col sussidio di altri dati pertinenti o non al suo proprio campo di investigazione. Se, a cagion d’esempio, studiando gli effetti dell’applicazione del dato, egli riscontrasse l’uniformità: «dati i 6000 denari di esenzione per ogni famiglia dall’imposta, nasce un disavanzo di 5000 su 30.000 milioni nel bilancio dello stato nel luogo e nel tempo di cui si tratta» non ne discenderebbe forse l’altra uniformità: «poiché la situazione di disavanzo di 5000 su 30.000 milioni non può durare, è necessario che mutino altri dati del problema: o che si tratti di accendere un debito annuo di 5000 milioni, o che si riducano le spese di altrettanto o che, se ambe le vie non siano accette alla opinione dei ceti politici dirigenti, si modifichi il minimo, riducendolo, suppongasi, da 6000 a 4000 denari»?

 

 

24. – Non è così dimostrato che i 6000 denari fissati, ad ipotesi, dal ceto politico dirigente non sono affatto il dato del problema per lo scienziato; che la cosidetta opinione o giudizio del ceto politico è qualcosa che egli contribuisce a formare ed a modificare, lui scienziato, colla analisi degli effetti che dall’adozione di questo o quel minimo derivano o deriverebbero al bilancio dello stato? È uscito lo scienziato, così facendo, dal suo campo proprio? Ha dato consigli? Ha proposto ricette? Si è fatto paladino della assoluta o perfetta giustizia tributaria? Ha preteso di sostituire il suo giudizio a quello della classe politica? Ancora no. Si è semplicemente appellato dal papa male informato al papa bene informato. Ha semplicemente esposto alcune ulteriori uniformità che paiono anch’esse di natura strettamente scientifica. Ha detto: se questo è il dato, se questa è la premessa, queste sono le conseguenze; se il dato muta in un dato senso ed in una data misura, queste altre sono le conseguenze. Se noi supponiamo che l’equilibrio del bilancio sia un altro dato, sta che equilibrio del bilancio e 6000 denari esenti dall’imposta sono, in quelle contingenze di luogo e di tempo, due dati incompatibili tra di loro. Dopo di che, parrebbe che il giudizio definitivo sia di nuovo lasciato alla classe politica dirigente. Ma questo sarebbe un modo assai improprio di esprimersi. La classe politica dirigente, la quale non governi nell’interesse proprio, ma in quello della elevazione degli uomini componenti la collettività, non dà, non può dare un giudizio arbitrario. Dà il giudizio che deve dare, posto il fine che per la sua indole deve raggiungere. Altrimenti cadremmo fuori dell’ipotesi di una classe politica dirigente la quale ecc. ecc. (come sopra). Epperciò, se noi supponiamo, come dobbiamo, che lo scienziato sia colui il quale, conoscendo tutti i dati conoscibili del problema che si tratta di risolvere: esigenze di minimo sociale di esistenza, esigenze di bilancio, struttura del sistema d’imposta, possibilità e convenienza di variare l’ammontare delle spese pubbliche e private, possibilità e convenienza di indebitamento dello stato e, sovrattutto, fine di elevamento umano, antivede anticipa e sollecita la soluzione del problema che in definitiva dopo ripetute esperienze, sarà data dalla classe politica dirigente, noi neghiamo che scienza sia quella la quale si limita a prendere atto delle premesse volute dalla classe politica. Sottoponendo ad esame critico le prime provvisorie soluzioni, esaminandone e chiarendone gli effetti, lo scienziato compie opera che in apparenza è di critica, in sostanza è rivolta alla conoscenza di uniformità nel modo di comportarsi dei dati, da lui esaminati ad uno ad uno e nel loro insieme. Se egli conosce maggior numero di dati di quelli noti alla classe politica dirigente, dovrebbe forse far finta di ignorarli?

 

 

Che cosa sono questi paraocchi che taluni scienziati puri si vorrebbero mettere e che vieterebbero ad essi di guardare al di là delle opinioni manifestate dalla classe politica dirigente? Egli non indirizza ad essa male parole; ma candidamente tiene conto anche dei dati, a lui noti e per inavvertenza (nel caso dello stato moderno) o per interesse proprio (nel caso dello stato monopolistico) ignorate dalla classe medesima. Talvolta, nell’ansia di compiere il dover suo, egli dimentica di dare alle sue conclusioni la forma ipotetica del se e pare egli consigli e comandi o giudichi. In realtà, qualunque sia la forma del suo discorrere, egli adempie al dover suo che è di tener conto, nell’indagine, di tutti i dati del problema di cui egli è a conoscenza. Se pochi, la sua soluzione del problema sarà imperfetta; se molti, meglio si avvicinerà a quella perfezione alla quale giustamente aspira.

 

 

Lo studioso, il quale non va al di là del giudizio della classe politica, fa come Ponzio Pilato: si lava le mani del vero problema scientifico. Se egli assume che i 6000 denari del minimo sociale di esistenza siano il dato del problema che non può criticare, perché tale è la opinione in merito del ceto politico dirigente, egli non fa opera scientifica. Il nome dell’opera sua è un altro: egli serve qualcuno e merita il titolo di giurista dell’imperatore.

 

 

25. – In verità, non merita questa taccia lo studioso il quale semplicemente metta in luce la impossibilità della coesistenza di due o più dati contemporaneamente posti dalla classe politica. Eccolo diventato senz’altro critico. Illustrando le incompatibilità reciproche di parecchi dati posti nel tempo medesimo dal legislatore, i critici sono tratti fatalmente a passare oltre i limiti che essi avevano posto dapprima alla propria indagine. Né essi veggono un limite qualsiasi alla loro analisi critica. Se è ovvio che lo scienziato metta in rapporto il dato 6000 denari all’anno con i dati relativi al bilancio dello stato, al livello medio dei redditi, alla composizione economica delle classi sociali, perché non sarebbe altrettanto ovvio metterlo in rapporto con altri dati o forze, storicamente più rilevanti? Perché non, ad esempio, con le conseguenze della politica del panem et circenses? Esentare, oltre il minimo fisico dell’esistenza, un’aggiunta al minimo stesso, detta sociale, non è riconoscere il principio che le classi più numerose della società debbano godere dei servigi pubblici senza nulla pagare allo stato? Facciasi astrazione dalla circostanza che per lo più il minimo sociale d’esistenza in realtà non è tale sul serio, perché le classi più numerose pagano imposte sui consumi più che bastevoli ad assolvere il loro debito verso la cosa pubblica; e suppongasi che sul serio quel minimo sia rispettato. Può lo scienziato non porsi il quesito: quali conseguenze saranno per derivare dal dato rispetto all’ammontare delle pubbliche spese ed alla distribuzione del loro costo? Quale finirà di essere la pressione dei tributi sulle classi rimaste sole a sopportare l’onere? Quali saranno gli effetti sulla produzione e sul risparmio? Quali gli effetti se il dato fosse diverso, maggiore o minore? Quali gli effetti del dato sul morale dei beneficati e dei contribuenti? Ossia sui loro sentimenti e sulla loro condotta verso lo stato? Il principio che l’uomo provveduto di un reddito famigliare non superiore ai 6000 denari all’anno ha diritto ai servizi gratuiti dello stato in qual modo reagirà sulle opinioni e sullo stato d’animo di coloro i quali hanno i 7000 o gli 8000 denari all’anno? In qual modo reagirà sull’ammontare dei servizi pubblici i quali via via saranno chiesti allo stato dai ceti forniti, in principio, del diritto di goderne gratuitamente?

 

 

A poco a poco lo stato non tenderà a passare dal tipo della città periclea a quello della Atene vittima designata di Filippo il Macedone, dal tipo di Roma repubblicana a quello di Roma del basso impero? Sebbene, a questo punto, lo studioso sia obbligato, pur industriandosi a salvare la forma, a pronunciare giudizi di valore sulla preferibilità della città periclea a quella demostenica o della Roma repubblicana all’impero dioclezianeo, non appartengono forse codesti quesiti altresì al campo proprio dell’indagine scientifica, della ricerca di uniformità teorico-storica? Da a nasce b, da b nasce c; e c reagisce su b e su a.

 

 

26.- Non si afferma con ciò menomamente che il ricercatore debba occuparsi di tutti codesti quesiti; e risalendo dall’uno all’altro, debba giungere alla contemplazione della causa causarum. Bene fa colui il quale vuole scavare a fondo in un dato campo a circoscrivere esattamente il territorio delle sue investigazioni ed a dire: più in là io non aspiro ad andare.

 

 

Così operano gli studiosi serii e meritano lode. Altra è tuttavia la divisione del lavoro ed altra è la scomunica. Altro è dire: più in là non vado; altro soggiungere: quel che è al di là non è scienza. Porre la volontà intenzionale del ceto politico dirigente come un dato e partire da quel dato è per fermo un porre correttamente i confini del proprio ragionare. Ma non è corretto soggiungere: quel dato è un primo al di là del quale non è ufficio della scienza di andare. Senza volerlo, col solo chiarire gli effetti, io contribuisco a modificarlo, io stimolo a mutarlo più o meno profondamente. Mettendo in luce i vincoli di quel dato con altri dati, dipendenti o indipendenti dal giudizio del ceto politico governante, io dimostro che esistono certe leggi, certe uniformità le quali fanno sì che quel dato riveli la sua indole caduca e stabile, apparente o sostanziale. Intervengo nella formazione dei giudizi; giudico io stesso. Possono ragionevolmente gli economisti sottrarsi alla necessità di formulare giudizi di valore? Certamente, se, giunti al limine di questa necessità, tacciono, essi possono a testa ben alta affermare di aver compiuto la loro missione od almeno, la parte più ardua e nobile di essa. Si pensi alle maniere solitamente tenute dalla classe politica nei tentativi di dimostrare la convenienza economica per la collettività di provvedimenti intesi a favorire interessi particolari. Si vuole un dazio doganale protettivo, il quale, con danno dei più dei consumatori e produttori, avvantaggi una particolare industria e talvolta un singolo imprenditore? Sempre si dirà che il dazio giova a dar lavoro agli operai, a redimere il paese della servitù straniera, a far rimanere oro in paese. Se l’economista, oggettivamente analizzando il provvedimento, dimostra che l’occupazione operaia sarà invece probabilmente ridotta, che la servitù straniera è un mito inesistente e che la quantità d’oro esistente in paese certamente non aumenterebbe grazie al dazio, egli avrà assolto nel tempo stesso al suo specifico compito scientifico ed alla difesa della morale politica; poiché è immorale trarre in inganno l’opinione pubblica facendo apparire conforme all’interesse pubblico quel che invece conduce soltanto al particolare vantaggio privato.

 

 

Del pari, accade che la classe politica, la quale intende ad un allargamento del territorio metropolitano o coloniale, cerchi di rendere popolare il proposito affermando che la conquista sarà feconda di vantaggi economici non pochi e non piccoli per i ceti più numerosi della popolazione della madrepatria. Se l’economista, indagando le probabili conseguenze della conquista, giungerà ad opposta conclusione; se egli dimostrerà che la conquista sarà invece cagione di oneri economici non lievi, che essa imporrà sacrifici notevoli e lungamente duraturi alla madrepatria, che, ove si raggiungano col tempo gli scopi di ampliamento della civiltà che stanno al sommo delle dichiarazioni dei promotori dell’impresa, saranno sovratutto beneficate le popolazioni indigene, alle quali saranno recati i doni della istruzione, della igiene, della tecnica, laddove la colonia darà qualche vantaggio solo ad alcuni pochi commercianti ed imprenditori agricoli metropolitani; se egli metterà in luce che la meta finale della conquista, compiuta effettivamente con intenti di diffusione del vivere civile, sarà di destare col trascorrere del tempo nelle popolazioni coloniali l’aspirazione alla indipendenza e quindi alla separazione di fatto, se non formale, dal corpo metropolitano; non avrà egli, tenendosi stretto rigidamente al suo proprio campo di analisi economica, compiuto perciò opera politica di altissima moralità? Una impresa coloniale mossa dalla speranza di lucro economico conduce a breve andare a disillusioni economiche, epperciò presto fiaccamente è abbandonata a metà o, se pur condotta militarmente a termine, non è seguita dalla necessaria lunga costosa opera di costruzione economica e politica. Se invece essa, conformemente alle conclusioni dell’economista, è iniziata avendo ben chiara dinnanzi alla mente la nozione dei costi e dei sacrifici presenti e dei vantaggi indiretti lontanissimi, le sue probabilità di riuscita saranno ben più grandi. Chi costruisce sapendo che non lui, ma i suoi lontani nepoti e sovratutto genti a lui ignote e forestiere godranno il frutto dell’opera sua, quegli costruisce per l’eternità, quegli abbrevia, appunto perché non vi intese, i tempi della riuscita, quegli veramente procaccia grandezza alla madrepatria.

 

 

L’economista, il quale, posto dinnanzi ad un proposito dell’uomo di stato, freddamente ne indaga gli effetti e ne studia le relazioni necessarie con altri propositi e con altri istituti, e più in là non si attenta di andare, ci appare dunque come un vero sacerdote della scienza. Indagare verità, non dar consigli: ecco la sua divisa che più faticosa e ardua e moralmente coraggiosa non si saprebbe immaginare.

 

 

27. – Ma, indagando verità, lo studioso inevitabilmente pone a se stesso la domanda: posso io evitare di dare un giudizio sulle opinioni, sulle credenze, sulle deliberazioni dei ceti politici; il che, nei tipi di stato cooperativo o moderno, quando lo stato è l’eco della volontà dei governati, interpretata dalla classe politica, vuol dire un giudizio sulle opinioni, sulle credenze, sulle deliberazioni degli uomini viventi in società? Par certo che, dati certi fini, si fanno certe scelte, e, dati altri fini, si fanno altre scelte. Ed anche questa è una uniformità scientifica. Gli economisti la possono bensì espellere dal territorio che essi hanno impreso a coltivare; ma poiché non esiste nessuna ragione plausibile per fissare i confini di un qualunque territorio scientifico secondo una linea piuttosto che secondo un’altra, vi potrà essere qualcuno diversamente curioso degli altri, il quale legittimamente studierà i vincoli tra fini e scelte, non foss’altro per indagare se la consacrazione che egli ha fatto di se stesso a quella scienza non sia per avventura sacrificio ad idolo privo di anima.

 

 

Gli economisti hanno le loro sorti legate a quel tipo di società in cui gli uomini compiono le loro scelte liberamente, entro i limiti posti dalle istituzioni, dalle tradizioni, dai costumi, dalla cultura, dalle leggi, dal clima, dall’ambiente politico sociale religioso e morale, dall’indefinito vario moltiplicarsi dei desideri in relazione ai redditi delle diverse classi sociali. Dire che le scelte sono determinate dai fini voluti dagli uomini, è dire che esse sono in funzione dei varii e molti fattori, i quali compongono i fini; e poiché fra i fattori e le scelte fatte intercedono rapporti che possono essere quantitativi non si vede la ragione decisiva perché gli economisti debbano fermarsi nelle loro indagini al fatto scelta.

 

 

Se si vuole, chiameremo economisti alfa gli indagatori delle uniformità successive al fatto scelta; e economisti beta coloro che indagano altresì le uniformità che, attraverso le scelte, legano, ad es., i costumi, le leggi, le istituzioni, la distribuzione dei redditi ai prezzi. Ma la differenza sarà di mera divisione del lavoro e priva di contenuto sostanziale. E poiché non tutti i motivi delle scelte sono misurabili quantitativamente, quale ostacolo vieta, in nome della scienza, all’indagatore di pronunciare un giudizio intorno alla relativa dignità dei diversi motivi e dei diversi fini perseguiti dagli uomini? Necessariamente, quando non si voglia rinunciare all’uso della ragione, si è indotti da ultimo a formulare giudizi morali sui motivi delle proprie scelte decisioni ed azioni private e pubbliche. Perché a questo punto, così strettamente legato con le scelte fatte, dovrebbe tacere la scienza? Perché gli economisti, con viso arcigno, dovrebbero ringhiare: fate voi politici, fate voi uomini: create una società liberale o comunistica o plutocratico-protezionistica ed io, serenamente, oggettivamente, studierò le relazioni tra i fatti, qualunque siano, che voi avrete creato. No; serenità ed oggettività non esistono nelle cose umane. L’economista il quale sa quali siano le leggi regolatrici di una società economica liberale o comunistica o plutocratico-protezionistica non può non aver fatto, a norma del suo ideale di vita, la sua scelta; ed ha il dovere di dichiararne le ragioni. Chi, al par dello scrivente, aborre dall’ideale comunistico o plutocratico- protezionistico non può far a meno di palesarsi fautore dell’ideale liberale;[11] e questa visione della vita non può fare a meno di esercitare un’influenza preponderante sulla trattazione, che egli fa, dei problemi economici. Quasi tutti gli economisti, anche quando hanno simpatie operaie o socialistiche o interventistiche, in sostanza vogliono osservata la condizione fondamentale della libera scelta da parte degli uomini dei proprii fini e quindi anche dei proprii consumi. E poiché questa condizione è incompatibile con la persistenza di un ordinamento comunistico o plutocratico-protezionistico, essi implicitamente vogliono un ordinamento liberale della società. Perché astenersi studiosamente dal manifestar questa che è la loro fede? Ma i classici furono reputati grandi anche perché ebbero una fede e compirono indagini astratte durature perché le premesse dell’indagare erano poste dalla fede che avevano in un certo ordinamento sociale. Se avessero avuto altra fede, avrebbero poste altre premesse; ed i loro ragionamenti sarebbero stati probabilmente infecondi, così come furono nel tempo stesso scientificamente infecondi i ragionamenti di coloro che erano partiti da ideali utopistici o, come Marx, derivarono la premessa del valore-lavoro dal fine di sommuovere le moltitudini contro il mito capitalistico. Se le premesse ed i ragionamenti degli economisti furono fecondi di grandi risultamenti scientifici, grazie debbono essere rese anche ai loro ideali di vita. Consapevolmente o non, essi possedevano e posseggono un certo ideale; ed in relazione ad esso ancor oggi pensano e ragionano. Perché tacerlo; e perché chiudere gli occhi dinnanzi ai legami strettissimi i quali intercedono fra quel che si vuole e quel che si fa? fra l’ideale e l’azione? Che cosa sono codesti fatti, dei quali soltanto la scienza dovrebbe occuparsi, se non il risultamento delle azioni umane, ossia, da ultimo, degli ideali che muovono gli animi?



[1] Nota del Socio nazionale Luigi Einaudi presentata nell’adunanza del 17 febbraio 1943 della classe di scienze morali della Reale Accademia delle scienze di Torino [Ndr.].

[2] La dichiarazione è implicita nei Principii di economia finanziaria (Torino, Einaudi, 1938) dell’originatore dello schema Antonio De Viti De Marco ed è esplicita nei Principii di scienza delle finanze (Torino, Giappichelli, 1942) di Mauro Fasiani che ho recensito nel quaderno del marzo 1942 della «Rivista di storia economica». Le citazioni che si faranno qui di seguito colla indicazione, tra parentesi, del numero romano del volume ed arabico della pagina si riferiscono a questa segnalata opera.

[3] (Avendo anch’io commesso il peccato comune agli insegnanti di scrivere o dover scrivere i miei Principii di scienza delle finanze (Torino, 1940).

[4] Vedine un cenno nel par. 3 della mia recensione nel quaderno del marzo 1942 della «Rivista di storia economica». A quel cenno intorno alla mancanza di connessione logica fra una certa definizione dell’imposta generale e la presenza del tipo monopolistico di stato seguì una corrispondenza, la conclusione della quale pare potersi riassumere così: 1) lo scrivente nega quella connessione perché ritiene che ove si definisca generale un’imposta quando, anziché «un ristretto settore di economia» percuota, sia da sola, sia costituendo con altre un insieme, «vasti settori o, al limite, tutti i settori» della medesima economia (F. I, 258), l’ipotesi della esistenza di un’imposta generale non è necessariamente legata con l’ipotesi della esistenza dello stato monopolista; e con quest’ultima non è necessariamente legata la stessa ipotesi, quando essa riceva l’ulteriore connotato che il gettito ne sia impiegato a crescere i redditi dei dominanti. Non è dimostrabile cioè che solo nello stato monopolistico possa istituirsi «un’imposta generale il cui gettito sia impiegato a crescere i redditi di taluno, ossia di una parte sola di coloro i quali hanno pagato l’imposta», che è il modo generico di formulare il concetto particolare che il gettito sia devoluto a crescere il reddito di certe persone dette dominanti. Un’imposta di questo tipo può postularsi anche nel caso dello stato cooperativo o di qualunque altro tipo di stato, bastando pensare alle imposte il cui gettito, ottenuto da tutti o da molti cittadini è impiegato a favore di altri o di alcuni solo tra essi: interessi del debito pubblico, pensioni di vecchiaia e simili (le cosidette transfer expenditures, le quali non implicano per se stesse il consumo di beni e servigi e sono diverse dalle exhaustive expenditures, le quali implicano una controprestazione da parte del beneficiario: stipendi a pubblici funzionari, pagamento di forniture allo stato, ecc. e cioè il consumo di beni e servigi i quali non possono perciò essere altrimenti impiegati. (Cfr. Pigou, A study in public finance, p. 19-20). Quindi non essendo il concetto dell’imposta generale il cui gettito sia destinato a crescere il reddito di taluni a spese di altri collegato logicamente e necessariamente col concetto dello stato monopolistico, l’ipotesi di quest’ultimo è superflua e non aggiunge nulla alla trattazione che degli effetti dell’imposta generale, con o senza il connotato anzidetto, si può fare; 2) ma il Fasiani replica essere «pretesa arbitraria ed eccessiva» quella della «dimostrazione dell’appartenenza esclusiva delle transfer expenditures allo stato monopolista» o l’altra della «dimostrazione che effetti di un tal genere non possano essere studiati nell’ipotesi dello stato cooperativo o moderno. In questo problema, come in tutti gli altri, basta molto meno. Basta il concetto di tendenza e di norma… Io non contesto che anche in uno stato cooperativo esistano imposte le quali trasferiscono redditi: ad es., da coloro che non posseggono titoli di debito pubblico a coloro che li posseggono. Non nego quindi che si possano studiare gli effetti di un’imposta di tal tipo anche nell’ipotesi di uno stato cooperativo. Dico però che tendenzialmente, nello stato cooperativo, l’imposta non è di tal genere, mentre lo è nello stato monopolistico. Sicché la sede più appropriata per studiarne gli effetti, gli è quella dell’ipotesi di uno stato monopolista e non quella di uno stato cooperativo. Se queste proposizioni sono esatte, ne deriva questa conseguenza: col mio modo di impostare un problema, io so che gli effetti tendenziali dell’imposta nello stato monopolista sono quelli di un tributo trasferente redditi; mentre gli effetti tendenziali dell’imposta nello stato cooperativo sono quelli di un tributo il cui gettito è impiegato in una exhaustive expenditures»… E questa «credo sia una verità più generale di quella che si ottiene studiando gli effetti dell’imposta indipendentemente dal tipo di stato in cui si applica».

 

 

A questo punto la discussione potrebbe aver termine, essendo ormai i disputanti d’accordo nel ritenere che tra le due ipotesi – imposta generale con semplice trasferimento di reddito e stato monopolista – non esiste una connessione, logicamente necessaria, ma un’altra specie di connessione, che il Fasiani dice di tendenza o di norma (frequenza). Diremo astratta o empirica siffatta connessione? Le verità che se ne deducono sono uniformità logiche o uniformità empiriche? Che cosa vuol dire verità più generale applicata ad un’ipotesi, la quale, come fatto empirico o storico, ha nello stato cooperativo o moderno verificazioni (interessi del debito pubblico, pensioni di vecchiaia, di invalidità, indennità di assicurazione per infortuni, disoccupazione ecc., istruzione gratuita, spese sociali per giardini teatri divertimenti pubblici ecc.) forse più imponenti, e si vorrebbe dire a guardarne la massa assoluta e quella relativa al reddito nazionale, di gran lunga più imponenti di quelle (appannaggi reali, spese di corte, spese di fasto, mantenimento delle varie specie di pretoriani, oligarchi e loro satelliti ecc, ecc.) che si osservano, sempre fatta ragione al reddito nazionale del tempo, negli stati detti monopolistici? Se anche sia impresa ardua e probabilmente vana il dare giudizio comparativo sull’imponenza relativa di quelle spese nei due tipi di stato, sembra legittimo il dubbio se non convenga, invece di generalità maggiore o minore delle verità assodate, disputare di mera convenienza didattica di seguire l’un metodo o l’altro di esposizione. Il primo, che sarebbe quello da me preferito: di studiare gli effetti delle imposte, facendo astrazione del tipo di stato nel quale possono eventualmente, con maggiore o minor frequenza, verificarsi; che è indagine teorica od astratta, compiuta sub specie aeternitatis; riservandosi di indagare poscia in sede teorica-storica in quali tipi di stato le diverse qualità di imposta ed i loro effetti proprii più frequentemente si verifichino. L’altro metodo, che sarebbe preferito dal F., vuole indagar prima quali maniere di imposte siano tendenzialmente proprii dell’uno o dell’altro tipo di stato, allo scopo di trattare separatamente, a proposito dell’uno e dell’altro tipo, delle maniere di imposta ad esso più confacenti. A proposito del quale metodo, lo scrivente non riesce a liberarsi del senso di inquietudine derivante dal non sapere se ci si trovi dinnanzi a leggi astratte ovvero empirico-storiche; inquietudine nel caso specifico fugata dal nitido fulgore delle dimostrazioni che, dimentico dei tipi di stato, il F. immediatamente dà in sede di teoria astratta di traslazione delle imposte.

[5] Si errerebbe supponendo che le considerazioni le quali seguono nel testo siano una critica delle teorie che sulla base di certe definizioni dello stato sono esposte dal De Viti e dal Fasiani. Devesi riaffermare esplicitamente che lo studioso ha diritto, in sede astratta, di porre quella qualunque definizione dello stato che a lui piaccia. Non ha rilievo, in quella sede astratta, verificare se le definizioni date dello stato monopolistico o cooperativo o moderno raffigurino o meno la realtà. Nel mondo di ipotesi teoriche in cui quelle trattazioni si muovono importa solo verificare se i ragionamenti condotti sulla base di quelle ipotesi siano corretti ed illuminanti. Se si faccia la ovvia riserva di possibili discussioni intorno a particolari problemi, ad es. quella accennata nella nota precedente, le opere ricordate del De Viti e del Fasiani eccellono per la chiara maestria del dedurre logicamente teoremi rilevanti da premesse chiare.

 

 

Il quesito che qui si pone è un altro, diverso da quello proprio della discussione ipotetica. Sono quelle definizioni dei diversi tipi di stato altresì atte ad interpretare la realtà storica? Non era affatto necessario che il De Viti, il Fasiani od altri ancora si ponessero il quesito; né, se lo posero, faceva d’uopo lo discutessero. È frequente nei recensenti il brutto vezzo di rimproverare agli autori di non avere studiato un problema diverso da quello che essi vollero porsi. Questa è critica impertinente, comune in coloro che, impotenti a condurre a termine indagini proprie, sempre si lagnano che altri, che pur fece, non abbia fatto meglio o diversamente. Non è però illegittimo reputare che le ipotesi presentate od i ragionamenti condotti in un libro possano anche dar luogo a quesiti diversi da quelli propostisi dall’autore considerato; e nel testo si vuole appunto discutere uno di questi diversi quesiti. Nel qual modo pare si dia anzi più ampio rilievo alle premesse poste dagli autori considerati, discutendo se esse, oltre ad essere strumento di indagine teorica, siano per avventura altresì canone atto ad interpretare la realtà. La conclusione eventualmente negativa può giovare a segnalare i limiti della validità concreta dei teoremi correttamente dimostrati veri nella loro propria sede astratta.

[6] Il F. talvolta qualifica il tipo così definito come assoluto o medievale (I, 51 e passim). Ma poiché si tratta evidentemente di sinonimi approssimativi, sui quali il pensiero non si ferma e dei quali solo in senso latissimo e parziale si vede l’uguaglianza di significato con il qualificativo comunemente usato adopererò solo la terminologia normale di stato monopolistico.

[7] Si può dubitare se lo strumento detto dello stato monopolistico abbia avuto parte nella formazione della teoria delle illusioni finanziarie se si pensa che il suo primo trattatista lungamente ne discorse senza farne menzione. Almeno questa è l’impressione che si ha nel leggere la Teoria della illusione finanziaria di Amilcare Puviani (Palermo, Sandron, 1903). È del pari dubbio se la teoria dei «limiti ai fenomeni di illusione» possa essere considerata come un frutto dello strumento logico stato monopolistico. Esso è piuttosto, nella formulazione che ne dà il F., la risultante di due forze: da un lato gli artifici illusionistici usati dallo stato e dall’altro la resistenza dei contribuenti. Ne risulta perciò una trattazione in cui ha gran parte il calcolo economico ordinario; un capitolo del trattato sugli effetti delle imposte.

[8] Il Fasiani usa promiscuamente l’aggettivo liberale invece che cooperativo e nazionalistico e corporativo invece che moderno. Mi asterrò dai sinonimi, sembrandomi che l’aggettivo liberale abbia un contenuto ben più vasto e complesso di quel che non sia quello del più adatto, perché modesto e meramente economico, aggettivo cooperativo. Quanto al tipo di stato moderno conosciuto solo per accenni generali, non userò gli aggettivi nazionalistico e corporativo, il primo perché, di fronte alle tendenze moderne, comuni ai due campi combattenti, verso le grandi formazioni politiche ultranazionali, esso appare cosa del passato ed il secondo perché peculiare, sinora, al nostro paese. Moderno essendo aggettivo privo di significato sostanziale, e contenente solo un attributo temporale, sembra meglio adatto alla materia incandescente che sta ora solidificandosi. Non mi giovo dell’altra definizione dei due tipi di stato: cooperativo quello in cui i governanti aspirano ad un massimo di utilità per la società, e moderno quello in cui i governanti aspirano ad un massimo di utilità della società, perché sebbene più concise, richieggono nel lettore uno sforzo mentale rinnovato ad ogni volta questi deve raffigurarsi nella mente la condotta della classe politica. La condotta medesima è resa invece con evidenza immediata dalle equivalenti definizioni riportate nel testo.

[9] In Le premesse del ragionamento economico e la realtà storica in Rivista di storia economica, quaderno del settembre 1940, p. 197, e segg.

[10] Uso come unità monetaria di conto denaro, che, per la sua indole storica, non ha oramai alcun addentellato con le unità monetarie oggi correnti e non può dar luogo ad alcuna impressione di troppo o di troppo poco.

[11] Liberale e non liberistico; ché liberismo è concetto assai più ristretto, sebbene abbastanza frequentemente compatibile col liberalismo; ed ha un contenuto concreto di applicazione, in particolare a certi problemi sovratutto commerciali e doganali. Il liberalismo implica un ideale di vita e vien fuori da imperativi morali assoluti; il liberismo, assai più modestamente, enumera inconvenienti che la natura umana oppone all’attuazione di ragionamenti, in se stessi corretti, i quali condurrebbero a taluni interventi dello stato compatibilissimi con l’ideale liberale. Il liberalismo è ideale di vita; il liberismo è mera pratica contingente derivata sovratutto da considerazioni politico-morali.

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», vol. 78, 1942-1943, tomo II, pp. 57-119

 

 

 

1. – Uniformità astratte e uniformità storiche. Il metodo delle approssimazioni successive. L’uso dello sperimento inibito nelle scienze sociali. Le uniformità astratte sono vere sub specie aeternitatis. [p. 9]

 

 

2. – Rapporti tra schemi astratti e realtà concrete. Gli economisti intervengono, quasi tutti, nelle polemiche poste dalla vita quotidiana. [p. 10]

 

 

3. – Stretti legami fra teoremi e consigli. Differenza tra la posizione dei problemi economici nel quadro dell’equilibrio generale e in quello degli equilibri parziali. Identità teorica fra il problema di prima approssimazione risolto da Walras e da Pareto nello schema dell’equilibrio generale ed il problema concreto del prezzo del frumento di una data qualità in un dato istante risolto dagli operatori di una grande borsa dei cereali. [p. 11]

 

 

4. – Alla soluzione col calcolo, impossibile per la mancanza dei dati di fatto e la difficoltà di metterli in equazioni, si sostituisce la soluzione ottenuta per intuito dagli operatori. [p. 14]

 

 

5. – I vecchi economisti, anche i maggiori, come Cantillon e Ricardo, e non di rado i recenti teorici, come Gossen e Walras, accanto alla norma astratta pongono il consiglio ed il progetto. Le verità monetarie hanno quasi sempre avuto occasione dall’opportunità di consigli concreti. L’economista talora «scopre» le soluzioni ai problemi, talaltra traduce in linguaggio ipotetico le soluzioni già trovate dagli uomini della pratica. [p. 16]

 

 

6. – Leggi astratte feconde se atte a spiegare la realtà concreta. Leggi empiriche valide a spiegare i legami esistiti in un dato luogo e intervallo di tempo. Valore delle leggi empiriche. [p. 18]

 

 

7. – Della coincidenza fra leggi astratte e uniformità concrete. Del cosidetto fallimento della scienza economica e della verificazione dei suoi teoremi ad occasione della guerra. [p. 20]

 

 

8. – Strumenti (tools) di indagine teorica e di verificazione empirica dei teoremi teorici. Strumenti teorico-storici. Infecondità di questi ultimi. Inettitudine di essi a spiegare gli avvenimenti storici. [p. 21]

 

 

9. – Gli schemi devitiani dello stato monopolista e di quello cooperativo nella scienza delle finanze. Cauto uso degli schemi da parte del loro proponente. [p. 24]

 

 

10. – Degli schemi di Fasiani applicati allo studio degli effetti delle imposte. Nota sulla necessarietà della connessione fra l’imposta generale definita in un dato modo e l’ipotesi dello stato monopolistico. [p. 26]

 

 

11. – Della definizione del tipo di stato «monopolistico» e della ragionevolezza della ipotesi che ad esso si confacciano le illusioni come sistema, mentre possono essere assenti nei due altri tipi di stato cooperativo e moderno. [p. 27]

 

 

12. – La esemplificazione delle illusioni finanziarie nello stato monopolistico è propria del sottotipo di stato monopolistico in cui la classe dominante per vie non logiche sfrutta i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina. Necessità di una attenta revisione dei giudizi storici intorno alla finanza degli stati di antico regime. [p. 32]

 

 

13. – Analisi dei concetti di stato cooperativo e moderno. [p. 36]

 

 

14. – Se dominanti e dominati sono tutt’uno, la distinzione fra stato cooperativo e quello moderno è un assurdo. Nello stato non esistono cittadini singoli distinti dal gruppo, ed il gruppo non esiste come entità a sé distinta dai cittadini. [p. 38]

 

 

15. – Lo stato può perseguire fini proprii degli individui come singoli; ma trattasi di mezzo tecnico per conseguire fini che gli individui potrebbero conseguire, da soli o liberamente associati, anche senza l’opera dello stato. L’esempio delle colonie: i fini singoli sono perseguibili anche per mezzo di compagnie private; i fini statali sono quelli della madrepatria. [p. 40]

 

 

16. – Nello stato moderno il potere non può essere esercitato nella preoccupazione esclusiva degli interessi del gruppo pubblico considerato come una unità. Se così fosse non ci troveremmo dinnanzi ad uno stato «moderno», bensì alla deificazione dello stato sopra l’individuo. – Inconsistenza del concetto di dualismo fra individuo e stato, e di uno stato trascendente posto fuori e al di sopra degli individui. [p. 43]

 

 

17. – Il vero contrasto è quello dialettico fra stato e non-stato; che sempre coesisterono e coesistono l’uno accanto all’altro. Esso è un aspetto del contrasto profondo tra le forze del bene e quelle del male. [p. 46]

 

 

18. – L’astensione dell’economista dai giudizi di valore, legittima per ragioni di divisione del lavoro, non è sostenibile ai fini di una più generale conoscenza della verità. – La volontà dello stato è la stessa volontà dello scienziato. – La scelta posta da Demostene: guerra contro Filippo il Macedone ovvero feste e spettacoli. Differenza fra il chimico e l’economista. [p. 48]

 

 

19. – L’atteggiamento di indifferenza dell’economista per i motivi delle scelte è radicata nello studio del prezzo nel caso di libera concorrenza. – Lo studio dei casi di monopolio, di concorrenza limitata e simili impone di risalire al di là della scelta, sino ai motivi di esse, per rendersi ragione della scelta fatta e delle sue modalità. – Lo stesso automatismo della ipotesi della piena concorrenza è un artificio. [p. 51]

 

 

20. – La convenzione, in base alla quale l’economista puro, quello applicato, il politico, il giurista ecc. studiano diversi aspetti della realtà, necessaria per ragioni di divisione scientifica del lavoro, è talvolta impossibile ad osservare. [p. 53]

 

 

21. – Diritto di insurrezione, e diritto di scomunica a proposito dei limiti all’indagine scientifica. – Lo studio della classe politica non esclude lo studio della classe eletta. [p. 54]

 

 

22. – Schemi e realtà. – Mutando la realtà mutano altresì gli schemi. [p. 57]

 

 

23. – Il dato posto dal politico della esenzione di un minimo sociale di esistenza non è un dato ultimo. [p. 58]

 

 

24. – L’appello dal papa male informato al papa bene informato. [p. 60]

 

 

25. – Il dato posto dal legislatore è soggetto a giudizio in relazione ai fini posti alla società umana. [p. 62]

 

 

26. – Possono gli economisti sottrarsi all’obbligo di formulare giudizi di valore? [p. 63]

 

 

27. – Non esistono limiti artificiali alla indagine scientifica. I fini gli ideali della vita determinano le scelte fatte dagli uomini. Non è possibile studiare le scelte fingendo di ignorare i fini, dai quali esse traggono origine. [p. 66]

 

 

 

 

1. – Le uniformità delle quali si occupano le scienze economiche sono di due specie: l’una astratta e l’altra storica.

 

 

La ricerca della legge astratta è preceduta dal se. Se noi supponiamo che in un determinato momento e luogo, si attui l’ipotesi della concorrenza piena, e che in questa ipotesi lo stato prelevi un’imposta personale sul reddito netto dei cittadini; e se noi supponiamo che la società di cui si parla sia statica, ossia che in essa non si formi alcun nuovo risparmio, la popolazione ed i suoi gusti non variino, se noi supponiamo che ecc. ecc., le conseguenze le quali derivano dall’imposta immaginata sono tali e tali. In seguito si fanno variare ad una ad una le circostanze supposte, od altre si aggiungono a quelle già poste; e, ad ogni variazione dei dati del problema, con appropriati ragionamenti si compiono le opportune deduzioni. Ad agevolare l’indagine, si pone innanzitutto il problema secondo l’ipotesi più semplice, facendo entrare in campo il minimo numero di dati; e poi via via lo si complica introducendo ipotesi nuove più complicate e più numerose. Il procedimento logico è da tempo conosciuto col nome di metodo delle approssimazioni successive; ed ha il vantaggio di avvicinare a mano a mano gli schemi teorici alla realtà senza tuttavia giungere mai alla contemplazione di questa. Gli schemi estremi della piena concorrenza e del pieno monopolio, quelli intermedi della concorrenza imperfetta e del monopolio imperfetto e le loro innumeri sottospecie non sono presentati dagli studiosi come quadri o fotografie della realtà, ma come disegni a grandi linee atti a raffigurare, con tratti appena sbozzati e poi alquanto più decisi, la realtà, senza che mai si possa giungere a tener conto nello schema di tutte le circostanze le quali in un dato momento e luogo la compongono. Pur senza potere controllare, come si fa nelle scienze fisiche e chimiche, i risultati del ragionamento astratto coll’esperimento fabbricato a bella posta nelle condizioni volute, se le premesse sono poste con chiarezza e se si è ragionato rigorosamente, i teoremi ai quali giungono gli economisti sono veri, entro i limiti delle premesse fatte.

 

 

Essi sono leggi astratte, le quali ci dicono che cosa necessariamente accadrebbe ogniqualvolta si verificassero nella realtà tutte e sole le premesse poste dal ragionatore.

 

 

Non occorre affatto collocare premesse problema ragionamento e teorema in un determinato luogo e tempo storico politico o morale, perché il teorema dimostrato sia vero. Esso è vero sub specie aeternitatis; è una verità di cui non è necessario dimostrare la conformità ai fatti accaduti, appunto perché l’indagatore non si proponeva affatto quello scopo.

 

 

2. – Tuttavia, se la scienza economica consistesse soltanto nella posizione di problemi astratti e nella dimostrazione di leggi parimenti astratte, essa non avrebbe quel pur minimo seguito tra i laici che ancora è suo e non eserciterebbe quella qualunque influenza, sia pure modestissima, sulle faccende umane della quale può tuttavia vantarsi. Seguito ed influenza sono dovuti alla connessione che studiosi e laici reputano esistente tra gli schemi astratti e la realtà concreta, fra i problemi ed i teoremi di prima approssimazione ed i problemi e le relative soluzioni urgenti nella vita quotidiana delle società umane. Il fisico, il chimico e l’astronomo possono, se vogliono, trascorrere intera la vita senza preoccuparsi menomamente delle applicazioni concrete che altri trarrà dai teoremi da essi scoperti. L’economista no. Nessun economista è mai rimasto rigidamente chiuso entro l’eburnea torre dei primi principii, dei teoremi di prima approssimazione. Pantaleoni e Pareto, per ricordare solo i due grandi morti della passata generazione, furono altrettanto pugnaci combattenti nel dibattito dei problemi attuali del loro tempo quanto grandi teorici.

 

 

L’atteggiamento assunto nelle battaglie della vita concreta reagì ripetutamente sul loro modo di porre i problemi teorici. Posero somma cura nel distinguere il teorema dal consiglio; cercarono di evitare ogni contaminazione tra l’uno e l’altro; talvolta, parlarono – specialmente uno di essi (Pareto), con dispregio ed ironia degli economisti letterari che confondevano la scienza con la politica, e davan consigli ai principi invece di dichiarare uniformità; ma, distinguendo e chiarendo, non cessarono mai di rimbrottare, criticare, vilipendere, rarissimamente lodare governanti e governati, segnalando la via da scansare e quella da percorrere. Egli è che, nelle scienze economiche, esiste il terreno proprio dei teoremi, e quello dei consigli; ma questi due terreni non sono separati e indipendenti l’uno dall’altro. Gli economisti che hanno qualcosa da dire, pur divertendosi talvolta a vilipendere l’altra e forse miglior parte di se stessi, coltivano a scopo di conoscenza e smuovono a scopo di agire sulla realtà; gli imitatori, i pedissequi, incapaci di vedere i legami fra i due aspetti della persona intiera, fanno teoria insipida e forniscono quei consigli che sanno accetti ai potenti.

 

 

3. – In verità tra i teoremi ed i consigli vi ha legame strettissimo.

 

 

Quando Walras e Pareto costruiscono la teoria dell’equilibrio generale, le premesse dei loro ragionamenti sono nel tempo stesso poche e molte: poche nel senso che essi assumono certe situazioni semplificate: perfetta concorrenza o perfetto monopolio, illimitata riproducibilità dei fattori produttivi o limitazione di questo o quel fattore, mercato libero o mercato chiuso e simili; molte nel senso che essi non suppongono che, mutando una delle premesse del problema, tutte le altre premesse rimangano invariate. Anzi suppongono che, contemporaneamente ed a causa delle variazioni di uno dei dati del problema, tutti gli altri corrispondentemente mutino; che, per lo spostarsi e durante lo spostarsi di uno dei punti del firmamento economico, tutti gli altri punti si muovano, influenzati dal moto del primo ed alla lor volta reagenti su questo moto. Così essi giungono alla conquista forse più generale e certo più feconda della scienza economica moderna: sul mercato domina sovrana la legge di interdipendenza, sicché non è possibile mutare il prezzo di un bene qualsiasi senza che il prezzo di tutti gli altri beni, vicini o lontani, presenti o futuri, muti anch’esso, di poco o di molto. Ma quanta strada si deve fare per passare da questo principio o da quell’altro per il quale il prezzo di un bene diretto è, su un dato mercato, quello che rende uguale la quantità domandata alla offerta e rende uguali altresì nel tempo stesso le quantità domandate ed offerte dei beni strumentali e dei servizi produttivi, del risparmio e dei capitali occorsi alla produzione dei beni diretti, quanta strada occorre fare per passare dalla formulazione dei teoremi generalissimi alla formulazione dei teoremi più vicini all’uomo vivente, i soli i quali di fatto interessano costui, quelli per cui ci si dovrebbe spiegare perché il prezzo del quintale di frumento, in quel momento e luogo e in quelle condizioni di mercato, è 25 e non 30, 240 e non 300 lire! Tanta strada che in verità nessuno l’ha neppur tentata! Marshall, disperato, intraprese la via degli equilibri parziali, ossia dello studio delle leggi del prezzo fatta l’ipotesi che non tutte le premesse del problema mutino contemporaneamente ma, coeteris paribus, muti una premessa sola per volta o mutino poche, quel numero cioè le cui variazioni la limitata mente umana giunge a seguire ed a combinare insieme. Su questa via, la quale è, in fondo, dopo il ragionato omaggio reso alla teoria dell’equilibrio generale, quella seguita da tutti gli economisti teorici, notevoli progressi sono stati compiuti. Ma, per la detta limitazione della mente umana, è stato sinora e rimarrà per lunga pezza impossibile complicare il problema e moltiplicare i dati o le premesse di esso, in modo da poter tener conto anche solo di una piccola parte dei numerosi dati che occorrerebbe considerare per risolvere caso per caso il problema concreto. Sulla via delle approssimazioni successive ad un certo punto ci si deve arrestare. Ben di rado gli economisti vanno al di là di un secondo o terzo stadio nell’approssimazione alla realtà. Per giungere a questa, quanti scalini converrebbe scendere dall’alta cima dove stanno i contemplatori delle verità prime! Se i Walras ed i Pareto potessero da quelle alte cime, dove il loro sguardo spazia e domina gli orizzonti, e vede le leggi del prezzo nei diversi tipi di mercato, scendere giù giù, sino al fondo di un mercato concreto, ad esempio giù sino al fondo del rumoroso fragoroso rombante di urla e di gesti frenetici pozzo (pit) dei cereali di Chicago, essi risolverebbero un problema scientifico, della stessa precisa natura di quelli che già avevano risoluto ponendo le equazioni corrette delle loro prime approssimazioni. I Walras ed i Pareto, se possedessero la onniveggenza necessaria, porrebbero silenziosamente, in quel luogo ove ora si agitano centinaia di uomini convulsi e congestionati, le migliaia di equazioni richieste dalle migliaia di incognite da determinare; e quante incognite tra i dati che pur si dovrebbro conoscere! Conosciamo o dobbiamo intuire, ossia determinare ponendo rapidissimamente le opportune equazioni, la superficie, la fertilità, la posizione ecc. dei terreni che furono o saranno destinati alla coltivazione del frumento nel Dakota, nell’Iowa, nell’Indiana, nell’Alberta, nelle Calabrie, in Lombardia, in Sicilia, in Russia, nell’Australia, nell’Argentina e nell’India ecc.; il numero e la produttività dei lavoratori destinati a quella coltivazione; la quantità del risparmio necessario a produrre gli strumenti e le macchine agricole; i mezzi ed i costi dei trasporti per fiume per terra per mare per aria; i gusti ed i redditi dei consumatori di frumento sparsi nei diversi paesi del mondo, e nel tempo stesso i terreni, i fattori produttivi, i consumi attinenti a tutti i beni che possono essere concorrenti o succedanei al frumento? Quegli ingegni sovrani avrebbero dinnanzi a sé, posto in equazioni, tutto il quadro del mondo economico e sociale fotografato in quell’istante; e la fotografia sarebbe nel tempo stesso la visione in scorcio di quel mondo nel suo previsto divenire futuro e nelle ripercussioni che quel divenire esercita sull’operato del mondo presente. Se quel calcolo potesse compiersi e se in quell’attimo il prezzo calcolato fosse di 1 dollaro e 27 centesimi per staio (bushel) del frumento di quella data varietàe qualità, quel prezzo avrebbe il valore di legge scientifica necessaria. Necessaria perché essa sarebbe la logica inevitabile conseguenza di tutte le opportune premesse chiaramente poste e ragionate.

 

 

4. – Di fatto, quei calcoli sono al di là delle possibilità della mente umana ragionante; ed al posto dei Walras e dei Pareto noi vediamo nel pozzo del frumento di Chicago – e, per altri beni economici, nelle altre borse dove si determinano o si determinavano quotidianamente i prezzi dei principali beni o valori pubblicamente negoziati – migliaia o centinaia di vociferatori ossessionati e congestionati, i quali a furia di urla e di gesti giungono anch’essi in quell’attimo a quel medesimo risultato di dollari 1 e 27 centesimi per staio di frumento di quella certa varietà e qualità. Come vi giungono? In fondo, il processo è quel medesimo, che se fosse possibile, avrebbero osservato i Walras ed i Pareto. Anche gli speculatori in cereali del pozzo del frumento di Chicago pongono in equazione i dati del problema: terreni coltivati o che saranno coltivati a frumento in concorrenza con i terreni destinati ad altre culture; produttività di quei terreni e particolarmente di quelli marginali; costi dei fattori produttivi; costi dei trasporti; inclemenze stagionali o vicende favorevoli alla vegetazione del frumento; raccolti maturati o maturandi nei varii paesi del mondo; rimanenze esistenti; gusti e redditi dei consumatori; passaggi del frumento dagli elevatori ai mulini e da questi ai forni ed ai pastifici; dazi doganali e divieti di importazione nei paesi consumatori; concorrenza del riso e della segala e delle patate; concorrenze di negozianti singoli, di cooperative di agricoltori, di consorzi (trusts) di mulini; monopoli di ferrovie e di compagnie di navigazione sui laghi, ecc. ecc. Tutti questi dati del problema ed altri ancora sono tenuti presenti dagli operatori sui frumenti, presenti e futuri, del pozzo di Chicago, sulla base di notizie di agenzie, di cablogrammi ai giornalisti, di informazioni particolari telefoniche; ed è una corsa affannosa dalle cabine telefoniche al pozzo; ed ogni telefonata è un avviso che permette di sostituire un dato certo o approssimativo ad una incognita nel sistema di equazioni che si tratta di risolvere tumultuosamente ed affannosamente in quel momento. Dal tumulto di notizie e di dati spesso contrastanti ed incerti nasce in quell’attimo quel prezzo: 1 dollaro e 27 centesimi per moggio. Se questo è, in quell’attimo, il prezzo che rende la quantità domandata uguale a quella offerta, io non vedo nel processo il quale condusse a quel prezzo nulla di diverso dal procedimento scientifico, con il quale l’economista puro ha risolto il suo problema di prima approssimazione sulla base di poche premesse esplicitamente e chiaramente poste. Non esiste diversità alcuna fra le leggi astratte di prima approssimazione poste dal teorico nella solitudine dello studio e le leggi concrete poste dagli operatori nel tumulto del mercato. Ambe sono leggi: le prime si dicono astratte perché vere nei limiti delle poche premesse fatte; le seconde concrete perché vere dato l’operare di tutte le premesse esistenti, note ed ignote; le prime si dicono vere sub specie aeternitatis perché e finché il teorico non muta le premesse del problema; le seconde sono vere solo per un attimo, perché, quello trascorso, mutano istantaneamente e sicuramente i dati del problema; le prime possono essere enunciate e dimostrate nelle memorie accademiche e nei trattati della scienza, perché si possano fare ragionamenti, spesso eleganti, e talora stupendi, intorno alle vicendevoli azioni e reazioni di alcune poche forze ben definite; le seconde non si leggono mai scritte in nessun libro perché frutto di impressioni fuggevoli, di intuiti miracolosi, di quel certo magico fluido che fa i veggenti, i profeti, i capitani, i capi di stato e fa anche i grandi operatori, i quali, sinché non giunge anche per essi la giornata di Waterloo, dettano le leggi dei prezzi nei mercati dei beni economici. Cesare e Napoleone scrissero memorie; ma i grandi operatori non sanno né scrivere né fare discorsi. Farebbe d’uopo che qualche economista si facesse loro segretario e trascrivesse, novello Boswell, le confidenze che i Johnson delle borse consentissero a far loro. Ma gli economisti di secondo piano, ai quali cotale ufficio spetterebbe, preferiscono guardare dall’alto al basso i pratici e sputar il disprezzo dei puri su coloro che si attentano a fotografare gli intuiti degli uomini i quali fanno o registrano i prezzi veri sui mercati effettivi. Se, per miracolo, taluno fosse disposto ad ascoltare, probabilmente guasterebbe il rendiconto, trascrivendolo nel linguaggio economico puro, dimenticando cioè che quel che contraddistingue la realtà dallo schema è che il linguaggio di questo è diventato tecnico ossia proprio a dar conto delle sole premesse e dei ragionamenti che fan parte dello schema ed è affatto disadatto a spiegare i tanti dati sconosciuti alle prime e seconde e terze approssimazioni, dei quali l’operatore sui mercati effettivi tiene conto perché è nato nel mestiere o vi è vissuto a lungo o perché, grazie ad un peculiare suo sesto senso, ne ha miracolosamente l’intuito.

 

 

5. – Per l’indole di coloro che le enunciano, le leggi prettamente scientifiche ricavate dai pratici dalle equazioni risolute per intuito invece che per calcolo, prendono, se messe per iscritto, quasi sempre la forma di consigli o progetti; e come consigli quelle leggi sono entrate a far parte del corpo della scienza ad opera dei vecchi economisti. Rarissimo ed ammirando è il caso di grandi operatori pratici, come Cantillon e Ricardo, i quali scrivendo libri teorici, seppero per lo più usare un linguaggio dichiarativo di mere leggi. Ma anche codesti grandi non di rado alla enunciazione di principii teorici aggiunsero il consiglio od il progetto. Fecero, così operando, cosa estranea alla scienza? Fece opera extra-scientifica il Walras ed il Gossen quando propugnarono talune loro riforme monetarie o tributarie terriere? Distinguerei la forma dal contenuto. Oggi, che ci siamo sentito le tante volte ripetere il precetto, che in bocca ai Cairnes ed ai Pareto si ascolta con rispetto, essere la scienza rivolta a dettar leggi e non a fabbricar progetti, una certa impazienza è legittima verso chi manifestamente dimostra, nel suo modo di porre i problemi, di non essere mosso dall’intento di ricerca della verità, ma da qualche fine pratico, inteso il fine pratico non nel senso detto sopra di avvicinamento alla realtà, ma di consecuzione di vantaggi proprii o di un ceto sociale o professionale o di piaggeria verso i potenti o verso le folle. Ma quando si tratti di mera forma dello scrivere, sieno i colpevoli economisti antichi o moderni, direi essere doverosa in proposito la maggiore indulgenza. Quel che monta non è affatto la forma del discutere, ma il suo contenuto. Quasi tutte le verità scoperte in materia monetaria ieri ed oggi ebbero ad occasione progetti e consigli. Le falsificazioni monetarie del medioevo, gli abbassamenti ed i rialzamenti delle monete immaginarie in confronto a quelle effettive nei secoli XVII e XVIII, i corsi forzosi nel primo quarto dell’ottocento, i sistemi bimetallistici tra il 1850 ed il 1880, le svalutazioni e le rivalutazioni monetarie del 1914-1940 non furono forse l’occasione di grandi scritti teorici in materia monetaria? E parecchi tra gli scritti i quali segnarono in essa un’orma duratura non presero forse la forma di polemiche e di contro-progetti? Non si vuole sminuire il merito degli economisti teorici venuti di poi, i quali tradussero in linguaggio scientifico i precetti degli scopritori; ma pare certamente di pessimo gusto svillaneggiare costoro ed esaltare i primi. La fatica del tradurre una proposizione dal tipo precettistico:

 

 

«Non coniate una moneta d’oro la quale abbia in confronto ad una moneta d’argento dello stesso peso e titolo una facoltà liberatrice come 15,5 ad 1, quando nel comune commercio un chilogrammo d’oro si scambi con 16 chilogrammi d’argento, perché il paese rimarrà del tutto privo di monete d’oro, con grande incomodo del pubblico» nella proposizione identica di tipo scientifico od ipotetico:

 

 

«Se, cambiandosi in comune commercio 1 chilogramma d’oro contro 16 chilogrammi d’argento, vengono coniate con quel peso e titolo una moneta d’oro ed una d’argento, ma questa abbia invece legalmente una potenza liberatrice uguale ad una quindicesima parte e mezza di quella d’oro, la moneta (argento) relativamente svilita nel rapporto commerciale in confronto a quello legale, rimarrà sola in circolazione»

 

 

è in verità fatica piccolissima e direi d’ordine, quando si sia appresa la modesta tecnica all’uopo occorrente. Non dico che i precetti antichi e moderni si possano sempre altrettanto facilmente tradurre in principii teorici; ma dico accadere non di rado anche oggi che l’attenzione degli economisti su un dato problema sia risvegliata dalla soluzione data ad esso in concreto in un dato luogo e tempo e che le prime trattazioni abbiano la forma di progetti di altre e diverse soluzioni; e può accadere, sebbene più difficilmente, che, nel corso di quelle discussioni e di quei progetti, si espongano, sul problema da risolvere, sugli allegati effetti che derivavano dalla soluzione eventualmente già accolta e sui diversi effetti della nuova proposta soluzione, considerazioni le quali sono in sostanza ragionamenti e teoremi puramente scientifici. Se le cose stanno così, l’economista venuto dopo, il quale compisse la versione dalla terminologia precettistica in quella ipotetica, compirebbe opera indubbiamente utile; ma l’utilità didattica dell’esercitazione non lo autorizzerebbe menomamente a sputare con dispregio sul piatto dal quale ha tratto il suo vitale nutrimento; né sminuirebbe il senso di fastidio col quale si debbono guardare coloro i quali per aver compiuto quel modesto ufficio di traduttore dal linguaggio vivo dei combattenti in quello smorto convenzionale dei ripetitori reputano se stessi inventori del teorema che hanno soltanto rivestito della solita terminologia scolastica. Quale abisso tra codesti, per lo più boriosissimi, traduttori e gli scienziati che in silenzio offrono agli studiosi le verità che davvero essi hanno per i primi scoperte!

 

 

6. – Se le leggi di cui si è parlato sin qui sono francamente astratte, e perciò regolano necessariamente i rapporti fra circostanze premesse fatti definiti numerati e pesati così come piacque all’indagatore, pare diversa l’indole di altre uniformità ragionate intorno a premesse o schemi storici. Se in economia io definisco l’ipotesi del monopolio puro come quella dell’imprenditore privato unico produttore-offerente di un dato bene su un dato mercato in un dato momento, senza alcun freno né di concorrenti potenziali né di succedanei e neppure di vincoli legislativi e ne deduco che il prezzo di mercato sarà quello determinato dal punto di Cournot del massimo utile netto, io non affermo che in questo mondo esista o sia mai esistito od esisterà di fatto mai un monopolista puro epperciò che il prezzo possa di fatto essere stabilito precisamente nel luogo del punto di Cournot. La mia è una proposizione ipotetica e la legge del prezzo che ne deduco è una legge puramente astratta. Se in qualunque epoca storica ed in qualunque luogo l’ipotesi per avventura si verificasse, la legge del prezzo sarebbe necessariamente quella ora dichiarata. In verità, non accade necessariamente che il prezzo sia regolato di fatto in alcun momento o luogo per l’appunto da quella legge o dalle altre che si formulano nelle ipotesi, pure astratte, della piena concorrenza o del monopolio bilaterale e così via dicendo. Le ipotesi e conseguenti leggi astratte sono soltanto tipi dai quali si può trarre qualche indizio intorno al modo nel quale si comportano i prezzi e le loro uniformità nella realtà concreta, che è complessa e mutevole.

 

 

Diremo che le ipotesi o premesse o schemi o tipi sono fecondi quando, paragonando le leggi astratte alle uniformità accertate empiricamente noi riscontriamo una rassomiglianza più o meno chiara tra la legge astratta ed il comportamento concreto. Anzi si può tenere il cammino inverso; e dalla osservazione precisa del comportarsi di date serie di fatti empirici trarre l’enunciato di leggi, non astratte e non necessarie, intorno alle relazioni realmente esistite, ad es., in un dato luogo e per un dato tratto di tempo, per un dato bene o per parecchi beni, fra quantità prodotte, consumate e relativi prezzi. Dalla circostanza che l’elasticità della domanda e della offerta di un dato bene nel luogo x per l’intervallo di tempo da A a B ubbidì ad una certa legge, si può trarre stimolo ad indagare se quella legge possa essere applicabile in tutto o in parte anche ad altri beni o ad altri luoghi o tempi ai primi rassomiglianti. Eccellono in queste indagini gli statistici e gli econometrici, i quali danno prova di tanta maggior consapevolezza scientifica quanto più sono timidi nell’estendere e nel generalizzare uniformità osservate in un dato luogo o tempo.

 

 

L’osservazione invero non consente, se non con molta circospezione e con delicatissimi espedienti, di tener conto di tutti od almeno dei principali dati i quali hanno fatto sì che l’elasticità della domanda e dell’offerta fosse in quel momento e luogo quella che fu e non altra. Chi ci sa dire quale influenza ebbero nella determinazione della legge empirica scoperta l’altezza dei redditi nominali e reali, la loro distribuzione tra le diverse classi sociali, il numero ed i gusti dei consumatori, la concorrenza di altri beni, presenti e futuri, ecc. ecc.? Basta che uno di questi fattori muti ed ecco non essere la legge empirica vera nell’altro luogo o momento. Ciononostante, gli sforzi compiuti nell’accertamento di leggi empiriche o di fatto, non estrapolabili al di là del momento luogo e bene considerati, sono sommamente lodevoli; e tanto più lo diverranno quanto più le indagini saranno prolungate nel tempo e nello spazio, quanto più la raffinatezza dei metodi impiegati consentirà di accertare il peso e le variazioni di ognuno dei fattori influenti sulla legge empirica e quanto più gli indagatori riusciranno a mano a mano ad immaginare schemi o tipi, i quali pur rimanendo empirici, siano sempre meglio atti a raffigurare il comportamento di dati fenomeni economici per lunghi tratti di tempo e ampi territori. La scoverta di siffatti schemi o tipi empirici alla sua volta potrà fornire il destro ai teorici di immaginare premesse schemi o tipi astratti semplificati, coincidenti o quasi con il comportamento dei dati empirici, da cui si possono ricavare nuovi teoremi illuminanti. Salvo la moderna maestria del metodo, il consiglio di adoperare congiuntamente i procedimenti logici deduttivi ed induttivi, il ragionamento astratto e la sua verificazione empirica fu sempre lodato; e quel grande logico astratto che fu il Jevons trasse molta parte della fama di cui ancora gode dalla maestria con la quale passava dall’astrazione all’osservazione, e da questa traeva stimolo per nuove feconde astrazioni.

 

 

7. – È singolare la coincidenza frequente fra le leggi formulate dagli economisti teorici in prima approssimazione e il comportamento concreto dei fatti economici più comuni anche in circostanze nuove e straordinarie. Quella taccia che i laici ingenuamente mossero durante e dopo la guerra passata e muovono nuovamente oggi: «la guerra, il dopo guerra e la nuova guerra hanno consacrato il fallimento della scienza economica» bene può rivoltarsi così: «la guerra il dopo guerra e la nuova guerra hanno dimostrato quanto fossero esatte e, parlando figuratamente, inesorabili le leggi poste dagli economisti classici; e non mai si videro meglio verificate le conseguenze che quelli avevano segnalate delle abbondanti emissioni cartacee, dei calmieri senza requisizioni e senza tessere, delle tessere stabilite per quantità incongrue rispetto ai prezzi; mai non si videro tanto magnificati i turbamenti sociali da impoverimenti ed arricchimenti, che i classici avevano descritto a loro tempo in tono minore per la minore gravità delle cause che vi avevano dato origine. Sicché quella che ai laici parve il fallimento della scienza economica fu invece un trionfo suo grande; e fallirono solo le stravaganti aspettazioni dei laici, i quali, innocenti di tutto quanto fu scritto nei libri degli economisti, immaginavano che questi fossero negromanti, atti a impedire che l’errore partorisse il danno a lui intrinseco, che le leggi fabbricate senza por mente all’interdipendenza di tutte le azioni e le forze economiche producessero effetti opposti a quelli benefici previsti dai cosidetti periti, ossia da gente segnalata per la propria ignoranza di tutto ciò che sta al di fuori della loro limitata provincia; fallirono solo gli illogici ragionamenti di industriali agricoltori e commercianti i quali, attissimi a formulare per intuito teoremi e corollari particolari identici a quelli generali esposti dagli economisti teorici in teoria pura, sono tratti dall’interesse a disconoscere la validità dei teoremi medesimi non appena si trascorra dal loro campo proprio a quello generale e vorrebbero che gli economisti dimenticassero teoremi e corollari per farsi fautori di altri confacenti a quei privati interessi. Il che non potendo accadere vilipendono la scienza come cosa inutile e gli scienziati quasi nemici della patria».

 

 

8. – La fecondità dell’uso simultaneo ed alternativo nella scienza economica della deduzione e dell’induzione, dello schema astratto e dell’osservazione empirica di dati comportamenti di fatto ha stimolato l’impiego di espedienti o strumenti (gli anglosassoni li chiamano appunto tools) diversi da quelli tradizionali. Non dirò degli strumenti recentemente inventati o proposti od usati da taluni moderni economisti, esaltati dapprima e poi facilmente obliterati e quindi ripresi; e così si videro susseguirsi gli strumenti del reddito del consumatore, del moltiplicatore, del rapporto fra risparmio ed investimento per spiegare le fluttuazioni o crisi economiche, le variazioni monetarie e così via. È bene che ogni strumento faccia le sue prove, che saranno poi quelle dell’abilità logica dell’operaio il quale lo adopra; e rimarranno in piedi quelli i quali avranno dimostrato di valere sul serio qualcosa. Voglio invece accennare all’uso di schemi, i quali stanno di mezzo fra quelli tradizionali astratti estremamente semplificati e quelli empirici proposti per descrivere la legge del variare di un dato fenomeno (ad es. prezzo di un bene) in un dato luogo e tempo. Essi non sono semplificati come i primi e non aspirano a descrivere alcuno stato di fatto empiricamente esistito in un dato luogo e tempo. Sono, direi, schemi teorico-storici. Tengono del teorico, perché non pretendono di raffigurare alcun momento preciso dell’accaduto; ma hanno in sé qualcosa di storico, perché vorrebbero riassumere i lineamenti tendenziali caratteristici di istituti storicamente esistiti, degni di studio per il sommo rilievo che ebbero nel determinare in certe epoche il destino dell’umanità.

 

 

A tal genere di schemi sembra appartenere la sequenza delle economie della caccia, della pastorizia, della agricoltura e dell’industria in cui taluno ha distinto i successivi momenti della vita economica dell’umanità; o quella della schiavitù, della servitù della gleba, delle corporazioni, del lavoro libero e di nuovo delle associazioni libere o pubbliche, in cui altri ha raffigurato le successive fasi dell’organizzazione del lavoro; o quella ancora del comunismo primitivo, della proprietà individuale (artigianato), del capitalismo semplice (impresa a manifattura), del capitalismo complesso (consorzi, cartelli, società ramificate) e del collettivismo di stato, con cui si volle descrivere il succedersi dei tipi di organizzazione dell’attività economica. Ma subito si vede che questi non sono né schemi teorici né schemi storici di fecondità scientifica. Non sono schemi o strumenti di lavoro atti a fecondare l’indagine astratta perché non sono abbastanza semplici e chiaramente precisabili. Noi possiamo definire l’ipotesi della libera concorrenza (quella situazione nella quale sul mercato intervengono molti produttori e molti consumatori, la presenza o l’assenza di ciascuno dei quali non esercita sul mercato una influenza apprezzabile sul prezzo dei beni negoziati) o quella del monopolio, o quella della produzione a costi costanti crescenti o decrescenti, perché si tratta di premesse semplici, le quali danno luogo a calcoli quantitativi, a più od a meno e consentono l’impostazione di ragionamenti su un dato numero di incognite. Proviamoci invece a definire l’economia della caccia, della pesca, della pastorizia, la schiavitù, il corporativismo medievale, la servitù della gleba, il capitalismo primitivo o quello moderno! Si avranno descrizioni necessariamente complesse, con molti ma e se e riserve di tempo e di luogo. Nulla che possa dare luogo a ragionamenti di tipo quantitativo, che possano essere compiuti a fil di logica. Si provi qualcuno a mettere per iscritto premesse chiare relative ad uno di questi schemi e veda se gli riesce di cavarne fuori qualcosa che rassomigli anche lontanamente alla trafila logica delle premesse, corollari, lemmi e teoremi che si leggono, dicasi ad esempio, nei Principi di Pantaleoni.

 

 

Sono quegli schemi fecondi per l’indagine storica? Qui vale l’esperienza. Gli autori degli schemi se ne servirono per classificare gli avvenimenti e gli istituti economici; ed i seguitatori riclassificarono, echeggiando e, a lor detta, perfezionando. Ma si trattava di giocattoli, presto sostituiti, come accade per i bambini, da altri più nuovi e graziosi. La storia non si presta ad essere ridotta a schemi e tipi uniformi. Dovrebbero, gli schemi essere senza numero per avere un qualche sapore. Storia si fa di fatti singoli, individuali, non di tipi. Lo storico, sì, deve avere un’idea, un filo conduttore per scegliere i fatti singoli ai suoi occhi importanti di mezzo agli innumerevoli fatti e fatterelli che non contano nulla. Ma l’idea che guida lo storico non è uno schema astratto, classificatorio. L’idea-guida, il filo conduttore, è quella che ha indotto gli uomini ad operare, a lottare, a vivere ed a morire. Non può essere la schiavitù o l’artigianato od il capitalismo, che sono semplici parole descrittive di modi esteriori di vita, i quali traggono la loro ragion d’essere da sorgenti ben più profonde. L’uomo crea l’impresa, riduce i suoi simili in schiavitù o si libera da essa, coltiva la terra o conduce greggi spinto dalla sete di ricchezza, dal piacere del dominio, dalla parola di Cristo, il quale ha proclamato gli uomini tutti uguali dinnanzi a Dio, dall’aspirazione alla libertà ed al perfezionamento morale. Le idee ed i sentimenti, razionali ed irrazionali guidano gli uomini dall’uno all’altro tipo di organizzazione economica. I tipi e le classi e le forme non spiegano nulla. Sono espedienti mnemonici didattici per orizzontarsi, non sono storia. Sono buttati via, non appena, usandoli, si veda quanto sia limitato e tutt’affatto scolastico il vantaggio che se ne può ricavare.

 

 

9. – Poiché coloro che ne fecero uso li dichiararono esplicitamente ed implicitamente[2] schemi puramente teorici, senza riferimento ad alcuna particolare verificazione di fatto, parrebbero immuni dalla critica gli schemi modernamente proposti dal De Viti De Marco per la scienza finanziaria, dello stato monopolistico e dello stato cooperativo, ai quali il Fasiani aggiunge ora lo schema dello stato moderno. Chi ricorda la condizione caotica della cosidetta scienza delle finanze nell’epoca nella quale il De Viti iniziò l’opera sua chiarificatrice non può non riconoscere che quegli schemi non abbiano sommamente giovato a dare alla scienza finanziaria una struttura compatta e logica ed ordinata. Il De Viti ragionò: essendo i prezzi privati e pubblici, i contributi e le imposte null’altro che il prezzo dei beni pubblici prodotti dallo stato e da esso forniti ai cittadini, perché non si dovrebbero usare quelle medesime ipotesi del monopolio (stato monopolistico od assoluto) e della concorrenza (stato cooperativo) che tanti e tanto utili servizi avevano reso nella scienza economica? Ed egli adoperò quei due strumenti di indagine con eleganza e con successo. Il successo fu dovuto forse sovrattutto all’uso cautissimo che egli ne fece là dove essi veramente chiarivano i problemi trattati, e cioè nell’impostazione dei singoli problemi. Quel che è caratteristico nel trattato del De Viti non è invero la bipartizione della economia pubblica entro i due schemi; è invece la tesi che i problemi della finanza pubblica (il De Viti anzi dice della economia finanziaria) sono problemi economici, i quali devono essere discussi con gli stessi criteri usati nella scienza economica. A volta a volta, senza impacciarsi troppo dei due schemi politici (stato monopolistico e stato cooperativo), egli discusse i singoli problemi finanziari, come se fossero problemi di prezzo, usando ora l’ipotesi del monopolio, ora quella della libera concorrenza, a seconda che meglio l’una o l’altra ipotesi si attagliava a ciascun problema particolare. Con questo suo trattare i problemi di finanza come problemi economici, il De Viti si attirò le critiche di coloro i quali reputano essere invece quei problemi prevalentemente politici e sociologici o giuridici. Poiché anche la scienza finanziaria è e rimarrà a lungo una scienza astratta e deve necessariamente vivere di schemi, più o meno vicini alla realtà, e poiché tra tutti gli schemi quello economico è sinora il solo il quale abbia prodotto una costruzione avente in sé una qualche logica, un certo ordine ed abbia un contenuto discreto di teoremi abbastanza bene dimostrati, anch’io[3] preferisco lo schema economico ed attendo che altri faccia fruttificare schemi diversi.

 

 

10. – È riuscito il Fasiani nel suo magnifico recentissimo tentativo a dimostrare che gli schemi dello stato monopolistico cooperativo e moderno hanno una propria virtù teorica? Sono scettico per quanto riguarda la parte essenziale della indagine del F., quella che a giusta ragione assorbe metà delle pagine del trattato, e si riferisce ai problemi della traslazione e degli effetti delle imposte. L’a. avrebbe potuto, se avesse voluto, scrivere quelle pagine che tanto onore fanno alla scienza italiana, senza ricorrere ai tools dei tre tipi di stato; e quelle pagine non avrebbero certo perduto nulla della loro perspicuità ed eleganza logica. Ma una adeguata dimostrazione del mio atteggiamento negativo richiederebbe una lunga analisi che in questa sede sarebbe fuor di luogo.[4]

 

 

11. – La difficoltà di usare gli schemi di stato offerti dal De Viti e perfezionati dal Fasiani per condurre innanzi le indagini delicate di traslazione delle imposte, le sole che di teoria pura economica si incontrino nel campo variopinto della scienza finanziaria, pone il quesito se quegli schemi abbiano indole astratta ovvero storica.[5] Sono essi soltanto ipotesi immaginate dalla mente dello studioso per trarne leggi teoriche vere sub specie aeternitatis o sono anche strumenti di interpretazione approssimata della realtà storica?

 

 

Assumo la definizione dei tre tipi di stato quali sono poste dal Fasiani. Fatta la premessa che in esso siano riconosciute «la libertà e l’integrità personale e la proprietà privata» lo stato monopolistico è definito come quella «organizzazione in cui una classe eletta dirigente (i dominanti) eserciti il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominanti»[6] (I, 42).

 

 

Se la sistematica dell’ordinamento finanziario di uno stato cosiffatto fosse rispetto alle imposte soltanto quello riassunto dalla sapienza popolare nell’antichissima massima del pelar la gallina senza farla gridare o, rispetto alle spese, quella del dare alle spese utili ai dominanti l’aspetto di spese utili a tutti od al gruppo non oserei dire che essa sia propria di un peculiare qualsiasi tipo di stato, essendo stata seguita anche dai legislatori che agivano e volevano ed erano persuasi di agire nell’interesse di tutti e di ciascuno (stato cooperativo) o della collettività (stato moderno); ed essendo i limiti all’operato delle illusioni tanti e tanto potenti da rendere ben piccolo il campo di azione di quel sistema anche nel tipo di stato più accentuatamente monopolistico.

 

 

Ma l’osservazione, storicamente fondata, non è tale logicamente. Né il De Viti, né il Fasiani, né altri che abbia assunto la distinzione fra stato monopolistico e stato cooperativo a punto di partenza delle proprie indagini affermò che stati cosiffatti siano mai esistiti in questo o quell’altro luogo o tempo. Se ciò avessero sostenuto, sarebbero caduti nell’errore di scambiare la realtà che è sempre complicata e unica e non soggetta a ripetizione con lo schema astratto o modello teorico, utile per il ragionamento che voglia spiegare qualche aspetto particolare della realtà.

 

 

Contrariamente a quanto immaginarono i critici frettolosi, i quali condannarono l’analisi della finanza condotta col criterio degli schemi o modelli teorici a sfondo economico perché non conformi a realtà e, così criticando, dimostrarono di ignorare la natura propria della indagine scientifica nel campo delle nostre scienze astratte, i teorici dei tipi sopradetti di stato non si proposero un problema storico, sibbene un problema di logica che io direi degli strumenti. Secondo questa logica un criterio non è assunto a scopo di indagine storica di fatti realmente accaduti, ma allo scopo di estrarre dai fatti storici accaduti quelli soltanto che si ritengono proprii a caratterizzare il concetto medesimo. Caratterizzano perciò il tipo di stato monopolistico soltanto quei fatti senza di cui quel tipo cade o si trasforma in un diverso od opposto tipo; laddove i fatti medesimi possono essere assenti dai tipi opposti, senza che questi vengano meno.

 

 

Il Fasiani, ad esempio, pone il trattato delle illusioni finanziarie nel libro il quale esamina le caratteristiche dello stato monopolistico, reputando che la teoria di esse sia propria di questo caso limite di stato ed estranea («non c’è posto per essa») negli altri due casi limite dello stato cooperativo e dello stato moderno. Non che illusioni non possano darsi in materia di entrate e spese anche negli altri due tipi di stato; ma solo nel tipo monopolistico quelle «illusioni si raggruppano fino a formare una vera tendenza, un sistema. Ciò che conta storicamente, non è già che uno stato in una certa epoca abbia un insieme di entrate e spese che implichino questa o quella illusione, ma piuttosto che, nel suo complesso, l’ordinamento finanziario si avvicini o si allontani dal caso limite in cui le illusioni sono sistema» (I, 70).[7]

 

 

I tipi di stato cooperativo moderno possono in verità vivere senza creare illusioni finanziarie, anzi raggiungono la perfezione quanto più le illusioni sono assenti dal loro armamentario legislativo ed amministrativo e governanti e governati apprezzano perfettamente senza veli il vantaggio delle spese pubbliche e l’onere dei tributi necessari a compierle; ed è vero altresì che il sistema delle illusioni non ripugna invece al tipo di stato monopolistico, così come fu sopra definito.

 

 

Non mi soffermo sulla riserva premessa alla definizione, per la quale lo stato monopolistico sarebbe tenuto a rispettare «la libertà e l’integrità personale e la proprietà privata» sia perché di cosiffatta riserva non si vede si faccia poi uso nel prosieguo del discorso talché può essere messa nel novero degli strumenti di ricerca divenuti caduchi per non uso, sia perché la riserva può intendersi come un modo abbreviato di enunciare il proposito di escludere dai casi studiati di imposta quelli della riduzione in massa dei dominati a schiavi o della espropriazione in massa dei dominati. Metodi grossolani e contrastanti con quella della illusione di essere liberi e proprietari in che i dominanti vogliono tenere i dominati. La riserva insomma può voler dire soltanto che ai dominati può, se conviene ai dominanti, essere tolta la libertà e proprietà, purché essi si illudano di non aver perduto né l’una né l’altra.

 

 

Caratteristica essenziale dello strumento logico detto stato monopolistico pare dunque quella di far uso di illusioni finanziarie, allo scopo di raggiungere più agevolmente il fine proprio della classe dirigente di esercitare il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati. Da quale esperienza storica è stata astratta l’indicazione dello scopo ora detto?

 

 

12. – Volto pagina e vedo che, dopo aver ricordata la solenne definizione che, per bocca di Sully, Enrico IV diede non so se dello stato cooperativo o di quello moderno:

 

 

«Dio essendo il vero proprietario di tutti i regni e non essendone i re che gli amministratori debbono tutti rappresentare ai popoli colui di cui tengono il posto, per le sue qualità e le sue perfezioni. Soprattutto essi non regneranno come lui se non in quanto regneranno come padri» (I, 77).

 

 

si elencano esempi – tratti da tempi nei quali i ceti dirigenti francesi ed un po’ quelli borbonici tra il secolo XVIII e il secolo XIX ed ancora quelli democratici dell’epoca umbertina stavano preparando i torbidi rovinosi degli ultimi Valois o le rivolte della Fronda o la rivoluzione del 1789, od i Borbonici scavavano l’abisso tra sé e le nascenti energie borghesi e popolari meridionali. E mi fermo, ché il quadro delle oscurità del bilancio dell’epoca umbertina disegnato dal Puviani è tirato sul nero; e in esso si dimentica che nessuno in Italia era tratto in inganno dagli espedienti maglianeschi cuciti a grosso fil bianco e tutti ne discutevano; ed in virtù di siffatte discussioni l’Italia giunse al 1914 dotata di una finanza, che se era, al par di altre, impreparata all’improvviso grandioso sforzo della guerra mondiale, superato tuttavia con successo, era però solida ed onesta e chiara.

 

 

Non intendo avventurarmi troppo nell’uso dell’altro strumento di indagine che si dice delle azioni logiche e non logiche; ma parmi di potere affermare che il sistema delle illusioni finanziarie, quale almeno risulta dalla esemplificazione addotta dal Puviani e perfezionata dal Fasiani non si può dir propria del tipo generico di stato monopolistico. Farebbe d’uopo perlomeno distinguere il tipo nei seguenti sottotipi:

 

 

a)    il tipo in cui la classe dominante compie consapevolmente solo quelle azioni di sfruttamento dei dominati le quali giovano alla conservazione del proprio potere;

 

b)    il tipo in cui la classe dominante si comporta nello stesso modo inconsapevolmente, per vie non logiche;

 

c)    il tipo in cui la classe dominante per vie non logiche (si possono escludere le vie logiche perché, eccetto i casi, qui esclusi per definizione, di sacrificio di se stesso a vantaggio dei più o della collettività, nessuna classe politica corre volutamente consapevolmente al suicidio) sfrutta i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina.

 

 

I fatti di illusione addotti negli scritti dei due autori ricordati sono tratti dall’arsenale storico dei tempi in cui il tipo di stato esistente si approssimava all’ultimo sottotipo (c). Lo studio è grandemente suggestivo, sia al punto di vista storico come a quello teorico; ma è lo studio di un sottotipo peculiare. Per la Francia, non ci dà il quadro della finanza del tempo di Enrico IV con Sully, né quello di Luigi XIV con Colbert, né quello di Bonaparte primo console, né l’altro della restaurazione, ossia delle epoche nelle quali la Francia fu grande o restaurò le fortune compromesse nei tempi precedenti di torbidi, o di decadenza o di follia di grandigia. Per l’Italia non so in verità quale tempo appartenga a quel sottotipo (c); ché la raffigurazione della finanza umbertina è, già dissi, una parodia calunniosa, e le tinte scure usate dal Bianchini per descrivere la finanza borbonica meritano revisione attenta, almeno per lunghi tratti del secolo XVIII e, ad intervalli, anche degli anni fra il 1815 ed il 1860. Ma la finanza toscana, sotto i Lorenesi fu un modello; e non sapendosi nulla di quella dei Medici, non se ne può parlar male sulla fede di dicerie di cronisti. I bilanci e conti pubblicati della repubblica veneta offrono un quadro di rigorosa amministrazione del denaro pubblico.

 

 

Pubblicammo, io e Prato, i bilanci piemontesi dal 1700 al 1713, testimonianza di costumi austeri e di grandi risultati ottenuti con misurato dispendio; e potrei, se avessi voglia e tempo, render conto altresì fino all’ultimo denaro, oggi si direbbe centesimo, dei tributi incassati, delle spese compiute e dei mezzi di tesoreria usati negli stati sabaudi dal 1714 al 1798. Si rendeva ossequio alla pubblicità ed al controllo finanziario secondo i criteri e le cognizioni del tempo. Invece di bilanci stampati e distribuiti a parlamentari ed a giunte del bilancio, i bilanci ed i consuntivi erano redatti a mano, discussi dai consigli delle aziende, controllati dagli uffici del controllo generale e della Camera dei conti. Diversa la forma, era identica la sostanza e non so se meno efficace. Lievissime le tracce di sfruttamento dei dominati da parte dei dominanti. Tenui gli stipendi pagati a ministri, ambasciatori, alti officiali, e spiegabili col permanere non tanto delle istituzioni, logorate dal tempo, quanto dei sentimenti feudali, per cui i signori sentivano il dovere di servire il principe.

 

 

Prima di astrarre dalla realtà storica, allo scopo di interpretarla, caratteristiche teoriche proprie dei tipi di stato non cooperativi e non moderni importa chiedere: dove e quando esistettero sottotipi dello stato monopolistico diversi dal sottotipo (c), ossia degli stati votati alla propria rovina? Quali furono le caratteristiche precise degli stati monopolistici di tipo A e B ossia auto conservantisi? Quale peso proporzionale ebbe in quegli stati lo sfruttamento dei dominati da parte dei dominanti e la tutela, voluta od inconsapevole, degli interessi di tutti o del gruppo? Se si riscontrasse, per avventura, che negli stati detti monopolistici, durati a lungo la tutela degli interessi di tutti o del gruppo assorbì e non poteva non assorbire la maggior parte, dicasi i nove decimi e più delle risorse pubbliche e solo un decimo fu destinato a gratificazione della classe dominante; e se, in aggiunta, questa decima od altra qualunque tenue parte fu il compenso pagato al ceto dirigente perché tale e perché un qualunque stato ha bisogno di un ceto dirigente e questo è scelto o si sceglie in funzione delle idee del tempo e può prendere talvolta perciò l’apparenza di dominante, classificheremo ancora quello o quegli stati tra i monopolistici? E se no, diremmo che il tipo dello stato monopolistico sia proprio solo degli stati governati a vantaggio di dominanti correnti verso la propria rovina? Se così fosse conserverebbe ancora quel tipo di stato la dignità necessaria per figurare allato ai tipi cooperativo e moderno, dei quali si suppone la persistenza, almeno entro i limiti del tempo, nei quali essi serbino la propria natura e non degenerino nell’opposto tipo monopolistico votato alla rovina? Quali sarebbero, per avventura, le caratteristiche teoriche proprie di quel tipo peculiare di stato? Domande, alle quali non mi attento di dare una risposta; ma alle quali converrebbe rispondere innanzi di attribuire allo strumento logico stato monopolistico la virtù di chiave logica utile ad interpretare e sistemare un aspetto o una sezione dei fatti finanziari. Qui si pone un problema di logica. Storicamente, nessuno stato fu mai monopolistico puro o cooperativo puro e probabilmente nessun stato sarà mai costrutto in modo da potersi considerare puramente moderno. L’obiezione, ripetesi, non ha valore al fine dell’indagine teorica. Quel che monta, anche a codesto fine, è che le caratteristiche assunte, per astrazione dalla realtà, a qualificare, ad ipotesi, lo stato monopolistico siano congrue alla sua propria natura. Deve, sì o no, quello stato agire in modo da provvedere alla propria auto conservazione? Se così agisce, per via logica o non logica, è concepibile che esso non provveda massimamente oltreché alla potenza della classe politica dominante, al benessere ed alla sicurezza dei governati? Se a ciò non intende (sottotipo c), corre o non corre quello stato verso il suicidio? Basterebbe, per render legittima l’indagine, assumere ipoteticamente che lo stato monopolistico sia quello in cui i dominanti esercitano il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati, qualora l’esperienza storica dimostrasse che, nei casi nei quali l’ipotesi si approssimò alla sua attuazione, perciò lo stato correva alla rovina, laddove nei casi nei quali lo stato si mantenne, la realtà fu perciò diversa dall’ipotesi e più vicina, nonostante le forme apparentemente monopolistiche, all’ipotesi teorica dello stato cooperativo?

 

 

Badisi che qui non si nega il diritto all’indagatore di porre quelle qualsisiano ipotesi astratte che egli giudica più adatte ai ragionamenti intrapresi; si afferma solo che se le ipotesi fatte hanno, oltreché un intento di esercitazione raziocinativa, lo scopo di giovare alla interpretazione della realtà storica, esse debbono essere da questa astratte e raffigurare aspetti ben chiari di quella realtà. Sembra perciò che non si possano elencare indiscriminatamente fatti appartenenti a tempi e luoghi diversi, senza compiere di essi una attenta ventilazione per collocare ognuno di essi nella sua propria cornice, ed appurarne il vero significato, così da non attribuire allo stato duraturo cosidetto monopolistico caratteristiche che probabilmente -non dico certamente, ché l’indagine è tuttora da fare – sono proprie invece soltanto dello stato monopolistico suicida, del tipo, a cagion d’esempio, della monarchia decadente dei Luigi XV e XVI, di Napoleone dalla campagna di Spagna e di Russia a Waterloo, dello czar Nicola II e simiglianti autocrati dall’orgoglio o dall’eredità fatti ciechi dinnanzi all’abisso.

 

 

13. – Dubbi ancora più profondi fanno sorgere le ipotesi degli stati cooperativo e moderno.[8] Sarebbe cooperativa una organizzazione statale «in cui il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza»; e moderna quella «in cui il potere sia esercitato invece nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità» (I, 42).

 

 

Passo sopra alle complicazioni le quali nascono da ciò che, secondo l’autore della distinzione, il punto del distinguere «sta nel criterio a cui si informa la decisione, più che nei risultati positivi conseguiti»; e dalla coincidenza possibile e frequente dell’interesse particolare dei singoli e della loro maggioranza con l’interesse del gruppo, sicché «perseguendo direttamente e per via logica l’uno, si attui incidentalmente e per via non logica anche il secondo»; o, viceversa «perseguendo in modo diretto e logico la potenza e la conservazione del gruppo, si ottenga il risultato non logico (non previsto né deliberatamente voluto) di procurare a tutti od alla maggioranza dei consociati un guadagno individuale» (I, 49).

 

 

E passo sopra anche ad altre complicazioni, fra le quali quella nascente dal modo di esprimere la profezia, secondo la quale «lo stato nazionalistico rappresenta l’ultima e la più viva espressione della evoluzione della civiltà europea, non solo perché viene cronologicamente dopo lo stato assoluto e lo stato liberale, ma perché ne rappresenta una negazione e una trasformazione» (I, 55). Dove, se le parole dovessero essere interpretate alla lettera, non si vede in qual modo lo stato nazionalistico potrebbe essere considerato posteriore a quello assoluto, quando il compito delle grandi monarchie assolute di Carlo V e Filippo II, di Enrico IV e di Luigi XIV fu appunto quello di creare gli stati nazionali al disopra dello spezzettamento feudale e cittadino; e quando stato liberale e stato nazionale nacquero in Italia e in Germania nell’epoca medesima del risorgimento. Ma si tratta di questioni di parole e dell’uso dell’aggettivo nazionalistico oggi superato ed anacronistico, al luogo di quello moderno neutro ed adatto a tutti i tempi.

 

 

Sia nello stato cooperativo che in quello moderno non esiste più la distinzione fra dominanti e dominati. Esiste, si, un ceto dirigente politico; ma esso, in qualunque modo sia scelto, per elezione popolare, per cooptazione, per eredità, per autodesignazione, opera nell’interesse esclusivo particolare della totalità o della maggioranza dei singoli cittadini (stato cooperativo) ovvero in quello della collettività (stato moderno).

 

 

14. – Dico che, posta la premessa della mancanza di contrasto e separazione fra dominanti e dominati, la distinzione fra i due tipi di stato è logicamente assurda, appunto perché essa si riferisce allo stato ed agli uomini in quanto appartenenti allo stato. Supporre che il ceto dirigente di uno stato cooperativo si possa preoccupare solo degli interessi dei cittadini come singoli, sia pure della totalità o della maggioranza di essi è supporre che esso agisca come se lo stato non esistesse, come se i cittadini di uno stato fossero un semplice aggregato di atomi l’uno distinto dall’altro e riuniti solo dalla opportunità tecnica di conseguire, senza danno di nessuno, taluni vantaggi particolari meglio di quanto otterrebbero con l’opera individuale separata. No. Lo stato non è una mera società per azioni. A causa dello stato i cittadini cessano di essere dei singoli; diventano altri da quel che erano prima o, poiché non esistettero mai fuor di uno stato, da quel che si può artificiosamente immaginare sarebbero fuor di esso; la loro personalità non è più quella dell’uomo, ma dell’uomo vivente in una società organizzata a forma di stato. Non si può, neppure a scopo di mero strumento logico di indagine, immaginare che l’uomo resti, nello stato, il singolo considerato come singolo, ossia come una astrazione; e che si possa fare il conteggio dei singoli e constatare la esistenza di totalità o di maggioranze più o meno grandi.

 

 

Noi in verità non sappiamo che cosa siano entità dette uomini isolati, Robinson Crusoè viventi in un’isola deserta, privi di conoscenza di quel che poteva essere stata la loro vita in società e non legati, come era il Robinson Crusoè di Daniele Defoe, ad essa dal desiderio di ritornare a farne parte. I soli uomini da noi conosciuti, anche storicamente o per relazioni di viaggiatori, sono uomini viventi in società e dalla vita comune con altri uomini resi veri uomini, ricchi di cultura, di energia interiore, forniti di passioni di dominio o di fama, ovvero dotati di umiltà e di amore verso gli altri; uomini insomma e non automati simili a quelli immaginati nel tempo dell’illuminismo. La persona, l’individuo nell’uomo diventa più vario e ricco in quanto esso vive insieme con altri uomini e la società o collettività non è un che di distinto dagli uomini che la compongono ed esiste soltanto in quanto essa trasforma gli uomini e da atomi sperduti od automati meccanici ne fa uomini veri. Perciò il concetto degli appartenenti al gruppo pubblico e quello del gruppo pubblico considerato come unità hanno senso solo se considerati unitamente e inscindibilmente l’uno dall’altro; non ne hanno veruno quando si pretenda figurarli ed assumerli disgiuntamente.

 

 

Già dissi che lo strumento di indagine, se vuole essere fecondo, deve avere una qualche parentela con la realtà; e la realtà non è quella di un uomo, di cento uomini, di un milione di uomini, ognuno in se stesso considerato e numerato; ma è quella dell’uomo vivente dentro la collettività, trasformato da questa, avente fini che sono tali in quanto egli fa parte della collettività. Discorrere di interessi particolari di ciascuno si può, con moltissima cautela, quando si tratti di faccende private, entro i limiti nei quali lo stato non interviene. Ma se noi pensiamo a scopi che sono perseguiti attraverso o dentro lo stato, noi ipso-facto pensiamo a scopi i quali sono proprii dell’uomo in quanto parte della collettività, scopi, i quali possono riuscire di vantaggio ai singoli non in quanto tali, ma in quanto membri della collettività. Non esistono più, nello stato, interessi particolari ed interessi della collettività; ma gli uni sono fusi negli altri, e gli uni si possono conseguire solo se si conseguono gli altri. Né a caso i ceti dirigenti usano un linguaggio, il quale, se spesso è improprio, è indice della loro consapevolezza della inscindibilità dei fini privati e di quelli collettivi (nel senso di fini proprii della collettività come unità, come insieme). Se sul serio supponiamo, perciò, attuata l’idea dello stato cooperativo, ipso facto vediamo attuata l’idea dello stato moderno.

 

 

separatamente assunti, che ne fanno parte. Può trasportare la lettera di Tizio; e così facendo rende servigio a lui e non a Caio. Ma questa è mera tecnica; è un modo economicamente od altrimenti reputato vantaggioso per raggiungere fini che potrebbero altresì essere perseguiti coll’azione individuale: di trasporti ferroviari, tramviari, postali, telegrafici, telefonici, di illuminazione, di istruzione professionale ecc. ecc. Ed è tecnica propria di tutti i tipi di stato, non peculiare allo stato cooperativo. Se lo stato decide di costruire una strada, che i singoli proprietari beneficati – e si può supporre che il beneficio sia ottenuto praticamente solo dai proprietari serviti dalla strada – non riuscirebbero a costruire con accordo spontaneo, l’intervento dello stato è, di nuovo, un mero mezzo tecnico per raggiungere o raggiungere meglio un fine che i singoli sarebbero incapaci a conseguire od a conseguire perfettamente. Ed è mezzo usato da tutti i tipi di stato e non peculiare a quello cooperativo. Ossia, ancora, lo stato detto cooperativo non può, se è stato, limitarsi ai fini che tornano vantaggiosi particolarmente ai singoli od almeno alla maggioranza di essi. Lo stato il quale si limiti a perseguire fini vantaggiosi ai singoli, anche a tutti i singoli non ha vita autonoma. Esso suppone la esistenza di un altro stato, cosidetto moderno, il quale persegua fini proprii della collettività assunta nel suo insieme. Prima esiste lo stato, il quale assicura la vita della collettività, la difende contro il nemico esterno, la conserva e la esalta contro le forze di disgregazione interna (giustizia, sicurezza, istruzione); e tutti questi fini sono proprii della collettività una e indivisibile; sono fini non apprezzabili se non attraverso ad artifici convenzionali, appunto perché essi non sono fini propri degli uomini singoli, soli capaci di valutazione economica. Poi, lo stato, già formato e forte e duraturo, può prendersi il lusso di venire in aiuto dei singoli, assumendo compiti e perseguendo fini che essi da soli non potrebbero perseguire o perseguirebbero imperfettamente: costruire strade vicinali, cercare sbocchi coloniali ad agricoltori e commercianti ed industriali ardimentosi, esercitar poste e ferrovie. Lo stato cooperativo puro è acefalo; ed ha vita puramente complementare a quella dello stato moderno.

 

 

Un esempio addotto dal Fasiani è illuminante.

 

 

«Durante l’ondata di pacifismo dilagante in Europa subito prima della guerra 1914-18 si è da vari autori negata la convenienza delle Conquiste coloniali, in quanto il costo dell’impresa supera, a loro dire, il valore del flusso di reddito che se ne può trarre.

 

 

Prescindiamo pure dal fatto che la conclusione era del tutto arbitraria e priva di qualunque base seria. Ma il modo stesso con cui il problema veniva impostato, dimostra che gli autori che lo proponevano avevano esclusivamente di mira una organizzazione in cui il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza. Soltanto in questa il problema della conquista può assumere l’aspetto di un bilancio fra i sacrifici che i singoli son chiamati a sopportare e i vantaggi che ne possono trarre. In una organizzazione in cui il potere sia esercitato invece nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità, il problema è assai più vasto e complesso. La conquista non è più una questione di dare ed avere nel bilancio dei singoli, ma riguarda la sorte del gruppo pubblico come tale: le sue possibilità di espansione, la sua potenza militare e politica, la formazione e la decadenza del suo imperialismo. Non è più in gioco l’interesse del singolo, ma l’interesse del gruppo considerato come unità» (I, 47-48 e 42).

 

 

Supponiamo di aver superato le difficoltà di valutazione dei costi e dei redditi dell’impresa coloniale, rispetto alla quale sembra probabile la conclusione che il bilancio si chiuda sul serio in perdita per l’imprenditore (stato o compagnia), rimanendo incerta, perché sinora non indagata, la natura della chiusura del bilancio per i singoli coloniali andati al seguito dell’imprenditore; e supponiamo altresì di aver superato le difficoltà della valutazione dei fini di potenza e di espansione dello stato, concepito come unità, il quale inizia l’impresa coloniale. Dico che il primo bilancio, del costo dell’impresa col flusso dei redditi che se ne possono trarre, non è il bilancio di uno stato; ed aggiungerei anzi che quasi non lo interessa. Concepita come un bilancio di dare ed avere economico, l’impresa coloniale è propria di una società di azionisti perseguenti fini di arricchimento. Se vogliamo attribuirla allo stato, essa pare propria dello stato monopolistico, il cui gruppo dominante la mediti per arricchire se stesso ed i proprii affiliati o cadetti. Una società coloniale per azioni, è, sì, costituita allo scopo di crescere il reddito degli azionisti consociati al di là di quanto costoro potrebbero ottenere se isolatamente e separatamente si avventurassero a colonizzare paesi nuovi o barbari. Ma una società per azioni non è lo stato, il quale, se è tale, deve perseguire fini i quali sono proprii degli uomini in quanto essi facciano parte di una collettività politica. Qual è il bilancio del dare e dell’avere individuale del raggiungimento dei fini della sicurezza, della giustizia, della difesa o potenza nazionale, della pubblica igiene, i quali, da che mondo è mondo, sono caratteristici dello stato, di un qualunque stato il quale sia inteso alla propria conservazione? Se l’organizzazione di cui si parla pensa, iniziando un’impresa coloniale, solo ad un bilancio di costi e di redditi, quella non è stato, è semplicemente una compagnia coloniale, che io anzi direi senza carta, perché tutte le vecchie carte di concessione di conquiste coloniali imponevano obblighi di espansione, di potenza militare, di influenza politica a pro della madrepatria. Se una organizzazione coloniale è veramente stato, se essa emana od è la lunga mano dello stato, essa necessariamente persegue fini di gruppo, fini proprii degli uomini viventi e in quanto viventi nella collettività nazionale della madrepatria. Insomma, lo stato cooperativo o non è stato ovvero è tutt’uno con lo stato moderno; e, qualunque ne sia il nome, si chiama semplicemente stato e persegue i fini suoi proprii.

 

 

16. – I fini proprii dello stato, non possono, d’altro canto, essere concepiti fini esclusivi del gruppo considerato come una unità. Se lo stato cooperativo, concepito come perseguente soltanto fini dei singoli che lo compongono, è acefalo; lo stato moderno, concepito come perseguente esclusivamente fini della collettività considerata nella sua unità, è un mostro. L’ipotesi suppone l’assurdo: che possa darsi uno stato il quale operi nel proprio interesse di collettività senza preoccuparsi degli interessi degli uomini vivi che lo compongono. Non è, se si voglia conoscere la realtà, supponibile che nello stato moderno «l’interesse dei singoli sia d’importanza affatto secondaria rispetto all’interesse del gruppo considerato come un organismo». Immaginare che in quel tipo di stato l’attività finanziaria possa essere «perseguita anche se non accresce il benessere individuale della totalità o della maggioranza dei consociati» (I, 43) è fare ipotesi la quale non ha alcun addentellato con la realtà.

 

 

Partire dalla premessa che esista una unità detta stato, dei cui interessi la classe politica possa nell’esercizio del potere preoccuparsi esclusivamente, invece che degli interessi particolari di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, è partire da una premessa irreale. Non esiste infatti l’unità stato concepita come distinta dai cittadini dello stato medesimo. Per dare corpo all’ombra fa d’uopo uscire dal campo proprio dei due tipi di stato, cooperativo e moderno; concepire l’esistenza effettiva di un’entità, diversa e sovrapposta agli uomini, ossia entrare nel campo proprio del tipo di stato monopolistico. Se è vero che l’uomo isolato non esiste, se è vero che non esistono i due, i tre, i mille, i milioni di individui componenti la collettività, separatamente considerati, se è vero che i due, i tre, i mille, i milioni di individui sono tali quali sono perché viventi nella società; se è vero che di interessi dei singoli non può parlarsi, se non in quanto essi singoli facciano parte della collettività; se è vero che di interessi della collettività non possa parlarsi se non in quanto essi siano anche interessi dei componenti di essa; è vero che il dualismo fra individuo e collettività è concepibile solo se la collettività si incarni in qualcuno, uomo singolo o gruppo di uomini, ossia si incarni nella classe politica. Cacciato dalla porta il concetto dello stato monopolistico rientra dalla finestra della entità superiore, diversa e trascendente, detta stato concepito come unità.

 

 

Si spogli del resto la tesi della sua terminologia crudamente economica. Lo stato non è un ente il quale persegue fini economici, di interessi, intesi nel senso nel quale questa parola è comunemente assunta di vantaggi misurabili in lire, soldi e denari. Lo stato ossia gli uomini viventi nella società politica perseguono fini, economici morali politici, proprii del loro vivere collettivo dentro lo stato. Assumere che essi possano distinguere i fini conseguibili per mezzo dello stato in fini vantaggiosi ad essi come singoli e in altri vantaggiosi ad essi come collettività è risuscitare quel dualismo fra i singoli e lo stato, che apparve già dianzi erroneo discorrendo dello stato cooperativo. Il dualismo fra i singoli e il tutto appare anzi qui sotto un aspetto più terrificante e pericoloso; in quanto è fondato sulla premessa di uno stato il quale pensi e provveda solo alla collettività e non agli uomini che ne fanno parte. La concezione non è moderna; è antica come i tiranni greci, come l’Etat c’est moi di Luigi XIV; è il ritorno alla pagana deificazione dello stato sopra l’individuo. Cristo sarebbe venuto indarno sulla terra se noi non fossimo persuasi che lo stato non ha altro scopo se non la elevazione morale e spirituale dell’uomo vivente nella società dei suoi simili. L’elevazione dell’uomo singolo non può non aver luogo nello stato; deriva dal contatto necessario di ogni uomo libero con tutti gli altri uomini liberi, dalla emulazione reciproca di essi. Non esistono fini dello stato i quali non siano anche fini degli uomini, di tutti gli uomini, dei morti, dei vivi e dei non nati ancora.

 

 

Nella società organizzata gli uomini viventi acquistano la consapevolezza del legame inscindibile che li avvince alle generazioni passate ed a quelle future. Non lo stato come ente pensa ai trapassati ed ai nascituri, ma gli uomini associati e fatti diversi, esprimono, per mezzo dello stato, la volontà di perseguire fini, i quali vanno oltre la loro vita caduca e radicati nel passato si protendono nel lontano avvenire. Come potrebbero gli uomini isolati, anche se viventi a milioni gli uni accanto agli altri pensare e provvedere a fini relativi a gente non viva? Gli uomini, insieme viventi, sono essi lo stato. Essi e non qualche cosa di trascendente che stia sopra e al di là di essi, anche se questo qualcosa lo decoriamo col nome di collettività o di gruppo o di stato. Per vedere un tipo di stato il quale persegua esclusivamente fini della collettività, come unità, bisogna ritornare indietro di millenni. Ma forse neppure nell’Egitto o nella Persia antichi si può trovare qualcosa che rassomigli al mostro che ci si vorrebbe presentare sotto la denominazione di stato moderno. Anche allora gli uomini credevano in qualche cosa. Anche quando elevavano le piramidi, e cadevano uccisi dalla fatica, gli uomini credevano di salire così più facilmente in cielo, essi e non la loro mitica unità collettiva.

 

 

Migliaia di martiri sono morti per protestare contro l’idolo trascendentale dello stato posto al disopra e fuori degli uomini che lo compongono. Un grande santo e uomo di stato, Tommaso Moro, è salito sul patibolo perché non volle riconoscere che lo stato fosse giudice nelle cose della coscienza; e ammetteremmo oggi che possa esistere uno stato moderno il quale persegua fini proprii del solo gruppo e possa quindi comandare all’uomo, in ubbidienza al gruppo, di violare i comandamenti che la coscienza gli detta?

 

 

Sì, un mostro cosifatto di stato può essere esistito; ma non è moderno né compatibile con la libertà dell’uomo. Lo stato moderno è quello e solo quello il quale persegue fini di elevazione morale e spirituale e perciò e solo perciò anche di benessere economico degli uomini nei quali lo stato medesimo si sostanzia e si compone. Elevazione non di ipotetici uomini selvaggi viventi isolati nelle foreste, ma di uomini viventi nella società dei loro simili.

 

 

17. – Certo, col sostituire alla nozione di stato, nel quale «il potere sia esercitato nell’interesse di tutti gli appartenenti al gruppo pubblico, ma avendo di mira gli interessi particolari di ciascuno o almeno della maggioranza» (cosidetto stato cooperativo), o in cui esso sia invece esercitato «nella preoccupazione degli interessi del gruppo pubblico, considerato come una unità» (cosidetto stato moderno), la nozione di stato, nel quale «il potere è esercitato al fine della elevazione morale e spirituale e perciò economica degli uomini viventi in società» noi siamo scivolati od ascesi dalla concezione del dualismo fra stato monopolistico e stato cooperativo (con la variante di moderno) al contrasto dialettico fra stato e non-stato, fra lo stato il quale vuol vivere e durare e il non-stato il quale a quello si contrappone e lo dissolve. Senza volerlo, i teorici i quali come De Viti e Fasiani hanno creato la figura astratta dello stato monopolistico, hanno in quella figura sintetizzato le forze che in ogni momento storico minano l’esistenza dello stato e lo conducono alla rovina.

 

 

Lo stato monopolistico, che sia veramente tale e in cui si riscontrino caratteristiche che lo distinguano sul serio dallo stato cooperativo o moderno, è solo quello che sopra fu detto il sottotipo (c) dello stato in cui i governanti per vie non logiche sfruttano i dominati in modo da preparare e determinare la propria rovina. Uno stato in cui ciò non accada potrà essere assoluto od oligarchico, monarchico o repubblicano, retto da uno, da pochi o molti, ma non può dirsi monopolistico, sinché non si sia dimostrato, e sarebbe dimostrazione meravigliosa a darsi, che la sua classe dirigente «eserciti il potere nel proprio esclusivo interesse senza preoccuparsi degli interessi dei dominati». Ma questo è il non-stato, che sempre è esistito e sempre esisterà accanto allo stato. Sempre, in ogni momento storico, vi è il pericolo che le forze di dissoluzione prevalgano su quelle creative e organizzatrici; che gli egoismi individuali prevalgono sul bene comune. Sinché in un paese sono vive ed operose le forze morali intellettuali ed economiche le quali innalzano gli uomini, esiste lo stato e questo dura, lotta, prospera. Quando nel paese diventano forti e prevalenti le forze le quali degradano gli uomini, può in apparenza durare la forma esteriore dello stato; ma è forma senza contenuto. Al primo urto essa si dissolve e tutti vedono che essa era il non-stato. L’impero romano d’occidente nel quarto e quinto secolo stava dissolvendosi internamente; e, prevalendo in esso le forze disgregatrici, i potenti volgevano a proprio profitto i tributi pagati dai più, invece di volgerli al vantaggio comune.

 

 

Quando vennero i barbari, essi altro non fecero se non constatare la scomparsa già avvenuta dello stato.

 

 

La distinzione, che appartiene al mondo della realtà e della storia, fra stato e non-stato è ben altrimenti feconda di quella astratta fra tipi di stato monopolistico, cooperativo e moderno. Sempre, in ogni momento e in ogni luogo, coesistono, ad esempio, tributi che accompagnano lo stato nella sua ascesa e ne sono nel tempo stesso effetto e condizione; sempre vi sono altri tributi i quali agevolano il non-stato nel suo fatale percorso verso l’abisso e sono causa e manifestazione della sua decadenza. Sempre gli effetti del primo tipo di imposte sono stati e saranno diversi da quelli del secondo tipo; e gli effetti diversi sono stati e saranno nel tempo stesso effetto e causa e manifestazione della prosperità degli stati e della rovina dei non-stati. Alla luce della distinzione storica tratta dalla realtà i fatti singoli si illuminano e si concatenano; laddove legate a definizioni astratte in materie ribelli all’astrazione, elegantissime dimostrazioni teoriche perdono alquanto del loro splendore di verità sempiterne. Perché, ove si vogliano costrurre sistemi, non costrurre sulla realtà, che è sempre la stessa, ossia è sempre lotta, sforzo, superamento, conquista, frammezzo a caduta e ricorsi, di più alti ideali di vita?

 

 

La distinzione fra i tipi di stato monopolistico e cooperativo appare come una distinzione definitoria, la quale lascia nell’ombra la caratteristica veramente fondamentale della contemporanea coesistenza dei due tipi in ogni tempo e luogo. È la coesistenza la quale spiega l’alternarsi delle classi politiche, la decadenza della classe al potere, il sorgere di nuove forze sociali, le quali divengono a poco a poco ceto politico, atto a conquistare il potere ed a volgerlo a vantaggio morale e materiale dei componenti la collettività e nel tempo stesso già provvedute di quei motivi egoistici, i quali col tempo faranno si che il potere venga esercitato nell’interesse dei dominanti, colla rovina della cosa pubblica e del gruppo dominante medesimo. Il contrasto dialettico fra stato e non-stato che sempre coesistono e lottano per la prevalenza è, in altra sede, il contrasto eterno fra Dio e Satana, fra il bene e il male, fra la materia e lo spirito; o, meglio, è il contrasto che è dentro di noi, che ci fa soffrire e godere, che ci salva dalla morte e dal nulla per la vita che è continua lotta, continuo sforzo.

 

 

Così scrivendo è chiaro che, travalicando i confini della scienza economica astratta, abbiamo pronunciato giudizi di valore.

 

 

18. – Può, del resto, l’economista astenersi dal pronunciare giudizi di valore, intendendo per essi giudizi sul bene e sul male morale e spirituale proprii delle scelte che gli uomini fanno ed allo studio delle quali ragionevolmente si limita, per ragioni di divisione del lavoro, il campo specifico della sua indagine? La domanda non è se egli possa, volendo, astenersi dallo scrivere su problemi sui quali non ha meditato a bastanza; ché, evidentemente se il motivo del silenzio è questo, la astensione è degna di lode. È invece se egli debba essere scomunicato se si azzarda ad uscire fuor dello studio delle scelte fatte dagli uomini, perché colpevole di condotta antiscientifica.

 

 

Se è vero che il non-stato coesiste per lo più con lo stato, l’economista, il quale, per definizione, conosce ed indaga i vincoli fra l’uno e l’altro, pone, per suo istituto, in luce le ragioni per le quali si passa dall’uno all’altro e l’uno tende a prevalere sull’altro. Là dove esiste uno stato fornito di indefettibilità, ed in esso, per definizione, la volontà della classe politica è la stessa cosa della volontà di tutti ed insieme della collettività, l’economista, il quale discute di questi problemi, altro non è se non la voce di tutti, la voce della collettività. Egli non può dire: ascolto e registro; poiché se ascolta opinioni o propositi che a lui paiono infondati, egli che è parte della collettività e quindi, per definizione, parla per conto ed a nome della collettività, non può rinunciare a contrapporre argomento ad argomento, a fare che la volontà sua, che egli sa più illuminata, diventi la volontà della collettività.

 

 

Sapendo che il dato, dal quale egli dovrebbe nelle sue indagini prendere le mosse, è incompatibile con altri dati che pure sono stati fissati dalla classe politica, o che a lui sono noti per la sua partecipazione, necessaria partecipazione, alla classe politica, egli non può fare a meno di dichiarare siffatta incompatibilità e di spingere la volontà politica, che è la sua stessa volontà, a modificare o l’uno o l’altro dei dati. Egli si decide a favore di una scelta ovvero di un’altra per qualche ragione da lui ritenuta valida; la ragione valida per lui, che la deve render pubblica, è, secondo opinano gli economisti che ragionano utilitaristicamente, quella del vantaggio per tutti o per la collettività; ovvero è, a detta di altri ed a parere dello scrivente, l’imperativo dell’elevazione morale e quindi materiale degli uomini.

 

 

Quando Demostene, ahimè! troppo tardi, fece deliberare dal popolo ateniese che il theoricon e, in generale, gli avanzi di bilancio fossero versati nella cassa di guerra invece che distribuirli gratuitamente ai cittadini, egli riuscì nell’intento solo perché seppe far sorgere viva dinnanzi ai loro occhi l’immagine del pericolo, minaccioso per la libertà cittadina, degli eserciti di Filippo il Macedone. La sequenza:

 

 

  • la libertà cittadina è per gli ateniesi il bene massimo;

 

  • la libertà è minacciata da Filippo il Macedone;

 

  • senza una pronta preparazione alla guerra, la minaccia di Filippo non può essere scansata;

 

  • la preparazione richiede mezzi pecuniari;

 

  • la limitazione dei mezzi richiede la rinuncia alla distribuzione del theoricon ai cittadini desiderosi di feste e di spettacoli;

 

  • feste e spettacoli sono un bene di pregio inferiore a quello della libertà cittadina;

 

  • quindi importa mutare la scelta: guerra invece di feste e spettacoli; non può essere mutilata solo perché l’economista ritenga di dovere partire dalla scelta già fatta (feste e spettacoli ovvero preparazione alla guerra) dall’assemblea dei cittadini e non si azzardi a pronunciare su quella scelta un giudizio di valore che sarebbe politico-morale. Tutto quel che accade: feste o spettacoli, imposte sui ricchi o sui poveri, imposte alte o basse, imposte che si trasferiscono in un modo o in un altro, che incidono su questi o su quei cittadini, tutto è frutto di giudizii, di atti di volontà; e l’economista, il quale contempla e registra e analizza e concatena scelte, costi di servizi pubblici, tipi di imposte, contempla e registra ed analizza quel che egli stesso, insieme con gli altri, parte inscindibile della collettività, ha giudicato e voluto. Il chimico non può far sì che l’idrogeno e l’ossigeno non siano quel che sono, e non ha d’uopo di formulare giudizi di bene o di male su quel che è come è indipendentemente dalla sua volontà; ma l’economista fa sì, egli insieme con gli altri e per le sue maggiori conoscenze egli più degli altri, che i dati del suo problema siano quel che sono. La sua volontà contribuì alla scelta dei servizi e vi contribuì perché egli sapeva quali sarebbero state le uniformità derivanti dalla scelta fatta e quali sarebbero state le diverse uniformità derivanti da una diversa scelta. Perché la classe politica ed egli con essa ed egli all’avanguardia di essa preferì l’una sequenza di uniformità all’altra? Perché egli ritenne che la libertà cittadina (destinazione del theoricon e degli avanzi di bilancio alla cassa di guerra contro Filippo di Macedonia) era il bene; e che le feste e gli spettacoli erano, in quel momento, il male. Theoricon, avanzi di bilancio, libertà e servitù cittadina, bene e male sono tutti fatti o concetti legati gli uni agli altri; e non esiste alcuna ragione plausibile perché la ricerca scientifica debba arrestarsi dinnanzi al bene ed al male, dinnanzi agli ideali ed alle ragioni della vita quasi si trattasse di intoccabili.

 

 

Si potrà dire che, a quel punto, lo scienziato deve chinare, reverente, il capo dinnanzi a qualcosa a cui la sua mente non giunge, ed intorno a che solo i profeti i mistici i filosofi dissero parole illuminanti. Si potrà dire che da quel momento nel quale le scelte sono fatte e registrate, comincia, in ossequio a legittimi canoni di divisione del lavoro, il compito specifico dell’economista: se gli uomini hanno deciso di fare le tali e tali scelte, con tutto quel che segue. Ma se quel che segue a sua volta ha influenza sulle scelte compiute, se i risultati delle scelte e le scelte medesime reagiscono sui motivi di queste, come si può dire: di qui comincia la scienza; e prima c’e… che cosa? Fuor della scuola non esistono i vincoli di cortesia accademica i quali vietano ad un insegnante di usurpare il terreno altrui; e la curiosità scientifica non ha limiti alle sue domande sul come delle cose.

 

 

19. – L’atteggiamento di indifferenza dell’economista verso i motivi delle scelte è, probabilmente, radicato nella premessa dei ragionamenti classici intorno al prezzo in caso di libera concorrenza. Quando l’attenzione era rivolta solo allo studio di questo caso, che di fatto dominava di gran lunga su tutti gli altri, l’economista poteva credere che l’azione dell’individuo e quindi sua fosse inetta a produrre, con una scelta diversa, una qualsiasi impressione sui prezzi. L’azione infinitesima del singolo era di fatto nulla rispetto alle scelte verificantisi sul mercato ed al sistema di prezzi che ne seguiva; e poteva essere ritenuto ovvio partire dalla constatazione delle scelte senza risalire più in là nello studio dei legami tra i fatti. Non fu più così quando si cominciò a studiare il caso del monopolio. Si dovette forzatamente ricercare quale fosse il motivo che spingeva il monopolista produttore a scegliere quella quantità di merce da produrre o quel prezzo di vendita. Si dovette ammettere che il monopolista produttore ponesse a fondamento delle sue azioni il motivo, non si sa se bello o brutto, cattivo o buono, del massimo lucro netto. Si riconobbe cioè che quella teoria del prezzo del monopolio non parte dalla mera constatazione di una scelta già fatta; ma dalla premessa che quella scelta di quantità o di prezzo è motivata dalla volontà della consecuzione di un dato fine. Senza quel motivo e quel fine, la scelta sarebbe stata diversa. Oggi, che si studiano i casi di concorrenza imperfetta o di monopoli parziali o bilaterali, gli economisti hanno dovuto costrurre ragionamenti assai complicati intorno all’atteggiamento dei pochi concorrenti o dei monopolisti rivali, ed intorno alle ipotesi che ognuno di costoro fa sui movimenti altrui. I giocatori di scacchi non movono le loro pedine solo sulla base dei movimenti altrui già avvenuti (constatazione di scelte già avvenute) ma cercano di indovinare i motivi che i rivali possono avere di compiere questo o quel movimento futuro. Il generale sul campo di battaglia ragionando sui motivi probabili dell’avversario cerca di intuirne i movimenti e su questi regola i proprii. L’economica moderna è sempre più largamente intessuta di studi sulle previsioni (anticipations è divenuta parola frequentissima, fin troppo, nei libri e nei saggi di economia pura anglosassone) delle azioni altrui e sulle conseguenti variazioni delle azioni dell’individuo considerato. Si potrà dire che ciò non cambia sostanzialmente l’indole del problema; e che, in fondo, l’economista non cerca se non di rappresentare dinnanzi alla propria mente il quadro non solo delle scelte passate e presenti ma anche di quelle future, le quali influiscono sulle scelte e sui prezzi e su tutte le quantità economiche presenti. Se è facile limitarsi a constatare scelte già avvenute e ragionar su queste e contentarsi di cotali constatazioni e ragionamenti, è tuttavia altrettanto facile prevedere scelte future, senza ricostruire colla fantasia i motivi che gli uomini probabilmente avranno di compiere questa a preferenza di quella scelta? Non siamo noi indotti così, quasi a viva forza, a riforgiare l’intiera catena causale che, per ragioni di divisione del lavoro, avevamo spezzato in un punto? Il caso medesimo della libera concorrenza, tipica rappresentazione dell’automatismo di milioni di produttori e di consumatori, tutti di modeste dimensioni, tali che l’azione dell’uno può ritenersi del tutto inetta ad influenzare l’azione degli altri e le variazioni dei prezzi sul mercato, è in verità un meraviglioso artificio. Quell’automatismo, quel muoversi non concertato di milioni di atomi, quell’incontrarsi non preordinato di contraenti, nessuno dei quali sa o si cura dell’azione altrui è in realtà il frutto di un concerto, di una vigile continua azione rivolta ad impedire vengano meno le premesse di quell’automatismo e di quell’apparente disordine. Il concerto e l’azione si chiamano codice civile, codice di commercio, giurisprudenza, giudici, discussioni sulle riviste, sui giornali, nei parlamenti, nei consessi professionali, i quali hanno per fine e vorrebbero avere per risultato – e l’ebbero e l’hanno, qua e là, in maggiore o minor misura – di impedire il sorgere di monopoli, di inventar surrogati alla concorrenza palesatasi in dati casi scarsamente vitale, di abolire o limitare i motivi alla creazione di monopoli e di quasi monopoli. Concerto ed azione sono intessuti di passioni e di azioni rivolte a conquistar dominio su altri od a liberar gli uomini da qualche giogo, a deprimere o ad innalzare.

 

 

20. – La convenzione in virtù della quale l’economista puro studia le uniformità più generali di prima approssimazione del sistema di prezzi in regime di libera concorrenza, l’economista applicato le uniformità più vicine alla realtà concreta, e quindi, eventualmente, le forze le quali limitano l’azione della concorrenza e ne indaga gli effetti e indica i mezzi grazie ai quali sarebbero tolti di mezzo gli effetti della limitazione, ed il politico, ed il giurista enunciano i principii o formulano le norme legislative od amministrative atte ad eliminare od a ridurre le limitazioni alla concorrenza, quella convenzione ha una utilità pratica indiscutibile, ma nulla più. Quanto più la rappresentazione che noi ci facciamo della realtà passa dal tipo della istantanea fotografica a quella della cinematografia estesa nel tempo, dalla statica alla dinamica, tanto meglio scelte fatte, scelte future e previste, conseguenze delle scelte fatte e motivi delle scelte future si innestano e si compenetrano le une negli altri, sì da rendere monca e spesso illogica la trattazione separata di ognuno degli aspetti di un unico problema.

 

 

21. – La trattazione autonoma di un solo aspetto dell’unico problema è certo perfettamente legittima. Chi vuole studiare le leggi del prezzo in regime di libera concorrenza ha mille ragioni di non voler essere disturbato dalle vociferazioni di coloro i quali gli vorrebbero imporre di dichiarare se, a parer suo, la libera concorrenza sia un bene od un male, sia tollerabile o non dal legislatore liberale o socialista o conservatore o cattolico, sia storicamente destinata a scomparire e, se per avventura scomparisse, sia capace di risurrezione. Chi vuole studiare le leggi dell’imposta in una situazione ipotetica da lui definita con esattezza ha ragione di cacciar fuor dall’uscio i disturbatori, i quali vorrebbero invece che egli desse un giudizio storico o morale o politico intorno ai regimi di monopolio o di concorrenza, che egli ha assunto come premessa delle sue indagini. Contro siffatte prepotenze ogni studioso ha diritto di insorgere.

 

 

Il diritto di insurrezione non implica però il diritto di scomunica contro altre ricerche. Chi studia il modo di agire della classe politica, intesa nel senso di gruppo di persone le quali posseggono le qualità, qualunque esse siano, necessarie in quel tempo, per esercitare il comando dello stato ha perfettamente ragione di limitare il suo studio alla classe politica intesa in quel senso e non in un altro. Ma non ha il diritto di escludere che altri studi la medesima classe politica diversamente definita, sì, ad esempio, da legittimare veramente l’uso, altrimenti improprio, della terminologia di classe eletta. L’aveva definita Platone come composta di pochi «uomini divini… i quali hanno saputo serbarsi puri da corruzione». Essi debbono essere ricercati dai cittadini «per terra e per mare, in parte per rafforzare quel che v’è di saggio nelle leggi del loro paese ed in parte per correggere quel che può essere in quelle di difettoso. Non è possibile la perfezione nella repubblica, se non si osservano e non si cercano questi uomini o se ciò si fa male». La concezione della classe politica come quella la quale consiste in quei gruppi di uomini che aspirano alla conquista del potere, o riescono a conquistarlo ed a conservarlo per un tempo più o meno lungo, concezione dominante nei libri classici di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto, non è la sola possibile. Accanto ad essa, esiste non di rado un’altra classe, di uomini che non aspirano al potere, e non di rado sono perseguitati da coloro che detengono il potere. Sono i cristiani dei primi due secoli, i grandi filosofi, i saggi ed i virtuosi d’ogni tempo. Hanno essi il potere morale e talvolta sono assai più potenti di coloro che detengono il potere politico. Costoro compongono la classe eletta. Assai di rado accade che la classe eletta sia chiamata a governare gli stati od abbia parte preponderante e decisiva nel governo. Nascono in quei rarissimi casi gli stati prosperi pacifici e stabili; ed in questi stati tende ad essere osservata la legge morale, le relazioni fra le classi sociali non sono turbate da discordia e da invidia, le condizioni economiche della nazione progrediscono, intendendosi per progresso quella situazione della quale gli uomini sono malcontenti solo perché anelano tuttavia ad innalzare se stessi, e la finanza pubblica è congegnata in modo da riposare sul consenso universale.

 

 

Perché non dovrebbe essere oggetto di studio scientifico fra le tante specie di classi politiche e di formule da esse adoperate per governare i popoli anche quella particolare specie la quale, ubbidendo alla legge morale, assicura la persistenza e la risurrezione dei popoli grazie alla formula eterna del decalogo e sola sembra perciò aver diritto all’appellativo di eletta? Perché, astrazion fatta da questi rarissimi quasi leggendari casi di stati governati da una classe eletta, non dovrebbe essere oggetto di studio scientifico l’operare perenne, talvolta inavvertito, ma sempre attivo, della classe eletta a scuotere il dominio delle classi politiche le quali di fatto sono al governo degli stati, ma non potranno durare a lungo se conducano gli stati al male ed alla rovina e seminino i germi della discordia civile e della disfatta militare? Lo studio della classe eletta non è altrettanto rilevante ed ugualmente possibile come quello della classe meramente politica? Non è esso lo studio di quel che dura accanto a quel che passa, delle forze e delle idee le quali guidano l’umanità verso l’alto, accanto a quello delle forze e delle idee le quali lo traggono in basso? Certamente è ardua impresa definire l’alto e il basso; ma la difficoltà non ha mai scoraggiato gli indagatori amanti della ricerca scientifica. Si farebbe grave ingiuria all’intelletto umano se lo si dichiarasse inetto a distinguere fra Dio e Satana. Chi, aborra da siffatte considerazioni quasi fossero estranee alla scienza, ma reputi tuttavia pertinente ad essa l’indagine dell’alternanza delle classi politiche al potere, dei vincoli esistenti fra la composizione delle classi politiche, il tipo e la durata dello stato esistente, la quantità e la qualità delle entrate e delle spese pubbliche;

 

 

deve reputare ugualmente pertinente alla scienza: l’indagine dell’esistenza nella collettività di classi elette distinte dalla classe politica, od immedesimate con essa, dei vincoli esistenti fra classe eletta, classe politica, persistenza, decadenza, dissoluzione e resurrezione dello stato, contentezza o malcontento, prosperità o rovina della collettività.

 

 

Non pare che classi elette, persistenza, decadenza, dissoluzione, risurrezione, contentezza, malcontento, prosperità, rovina (b) siano concetti di più ardua definizione o descrizione di classe politica, potere, interesse a conquistare ed a conservare il potere (a), né pare che la ricerca dei vincoli esistenti tra i fatti (b) sia di indole diversa di quella dei vincoli tra i fatti (a). Se è vero che i vincoli (a) sono spiegati dai (b) e solo per contrasto o reazione gli (a) spiegano i (b), si deve concludere che, pure essendo amendue scientifiche, la indagine (a) è posta su un piano inferiore a quello (b).

 

 

22.- Il diritto di limitare i proprii studi all’investigazione delle leggi del prezzo in regime di concorrenza piena o limitata o di monopolio o polipolio non implica dunque l’affermazione, ben diversa, che la scienza finisca a quel punto e che gli sforzi altrui intesi ad investigare se l’attuazione della concorrenza piena o del monopolio sia o non sia conforme a un certo ideale di vita cadano fuori del territorio scientifico. Il diritto di limitare le proprie investigazioni alle leggi dell’imposta in regime di stato monopolistico arbitrariamente definito non implica altresì il diritto di negare carattere scientifico all’indagine ben diversa sulla conformità ai fatti di quella definizione e sulla logica di altre diverse definizioni dei tipi di stato. Dall’insurrezione non è lecito trascorrere alla scomunica, perché si dichiarerebbe così che l’ipotesi della libera concorrenza o dello stato monopolistico sono meri parti della fantasia solitaria degli economisti in cerca di temi di esercitazione accademica. Se così fosse, se i «se» premessi ai ragionamenti economici fossero assolutamente arbitrari, l’economista potrebbe dire: qui finisce la scienza, tutto ciò che è al di là non esiste, non può formare oggetto di scienza, perché io ho creato il problema, io ho creato i dati di essi; e non devo render ragione a nessuno del perché delle mie creazioni. Ma così non è. I «se» premessi al ragionamento economico non sono creazioni solitarie ed arbitrarie. Sono tratti dalla realtà vivente. Sono astrazioni grandemente semplificate della realtà. Di questa realtà fanno parte le passioni, i sentimenti, gli ideali politici religiosi morali, le idee intorno al male ed al bene, gli interessi di famiglia di classe di regione, i rapporti tra le classi ed i ceti componenti la collettività, la legislazione e le consuetudini vigenti, e così via. Questa realtà, così varia e ricca e mutevole, è grandemente difficile da investigare; ma non vi è alcuna ragione plausibile perché essa non possa formare oggetto di indagine altrettanto scientifica quanto quella che gli economisti hanno costruito attorno alle ipotesi semplificate della libera concorrenza o del monopolio, od i finanzieri cercano di costruire attorno a quelle degli stati monopolistici, cooperativo o moderno. Supponiamo che gli uomini si formino la convinzione che un regime di libera concorrenza sia intollerabile per ragioni morali, che esso urti contro la coscienza umana; e che la convinzione acquisti tale vigore e tale universalità da indurre effettivamente gli uomini a sopprimere ogni traccia del regime di libera concorrenza. Anche gli economisti finirebbero di abbandonare una premessa di ragionamento priva di qualsiasi addentellato con la realtà. Quale interesse esisterebbe a studiare leggi di fatti inesistenti? Altrove[9] ho scritto che se la scomparsa della libera concorrenza si verificasse a favore di un regime a tipo collettivistico o comunistico, finirebbero persino di esistere gli economisti. Altri investigatori prenderebbero il loro posto: non so chi o come qualificati, probabilmente descrittori di pubbliche contabilità o di gestioni amministrative. Tanto stretti sono i vincoli fra la realtà e l’indole della scienza che quella realtà a volta a volta consente di creare.

 

 

23. – Noi non possiamo porre alla impostazione scientifica dei problemi economici limiti atti ad escludere i giudizi di valore. Se in uno stato, nel quale la classe politica si preoccupi, nell’esercizio del potere, esclusivamente dell’elevazione morale ed intellettuale e perciò anche materiale della grande maggioranza e possibilmente di tutti gli uomini componenti la collettività, si osservi dominare il concetto della esenzione dall’imposta di un minimo non solo fisico ma sociale di esistenza, diremo noi che la impostazione scientifica del problema dell’esenzione del minimo sociale consista semplicemente nel prendere atto, come di un dato, della opinione espressa in merito dalla classe politica? È vero che l’andare al di là di questa constatazione, il cercare di rendersi ragione del valore morale del minimo accolto sia un uscir fuori dal campo scientifico? Non si vuole con ciò menomamente indagare se sia ragionevole il tentativo di andare alla cerca del vero o giusto o perfetto minimo sociale. Non v’ha dubbio che non esiste un criterio perfetto di giustizia in tal materia opinabile; ed avrei invano irriso ai miti della giustizia tributaria se ritenessi logica la costruzione di qualche altro mito del genere. Il quesito è diverso. Suppongasi che in un determinato momento storico il legislatore, organo sensibilissimo dell’opinione del ceto politico dirigente e dei sentimenti del popolo governato, tenuto conto del livello dei prezzi e dei redditi e del costo della vita, abbia deliberato che il minimo sociale di esistenza per cui sia da concedersi la esenzione dalle imposte, sia di 6000 denari[10] all’anno per famiglia. Diremo noi che a chi si proponga soltanto di studiare le uniformità del fenomeno finanziario non spetti menomamente il compito della soluzione del problema del miglior minimo sociale di esistenza, e cioè dell’esame critico della soluzione adottata; e che lo scienziato debba accettare senz’altro quella soluzione come un dato dei problemi di cui egli specificamente si occupa? Diremo noi che si debba scetticamente contemplare la soluzione accolta dalla classe politica come un giudizio il quale «può essere buono o cattivo, giusto o ingiusto, sensato o no, a piacere di questo o quel finanziere»; ma è «per lo scienziato» meramente «un fatto, un dato dei problemi di cui si occupa» (II, 59-60)? Mai no. Non vi è affatto alcuna necessità logica la quale costringa lo studioso a spogliarsi volontariamente e gratuitamente degli attributi della sua virilità scientifica. Quei 6000 danari all’anno per famiglia non sono affatto l’ultima Thule della sua ricerca. Appunto perché sono un dato del problema che egli deve studiare, essi non hanno alcuna particolare degnità; ed egli li può voltare e rivoltare in tutti i sensi e dopo avere studiato gli effetti del dato, risalire alle origini di esso, col sussidio di altri dati pertinenti o non al suo proprio campo di investigazione. Se, a cagion d’esempio, studiando gli effetti dell’applicazione del dato, egli riscontrasse l’uniformità: «dati i 6000 denari di esenzione per ogni famiglia dall’imposta, nasce un disavanzo di 5000 su 30.000 milioni nel bilancio dello stato nel luogo e nel tempo di cui si tratta» non ne discenderebbe forse l’altra uniformità: «poiché la situazione di disavanzo di 5000 su 30.000 milioni non può durare, è necessario che mutino altri dati del problema: o che si tratti di accendere un debito annuo di 5000 milioni, o che si riducano le spese di altrettanto o che, se ambe le vie non siano accette alla opinione dei ceti politici dirigenti, si modifichi il minimo, riducendolo, suppongasi, da 6000 a 4000 denari»?

 

 

24. – Non è così dimostrato che i 6000 denari fissati, ad ipotesi, dal ceto politico dirigente non sono affatto il dato del problema per lo scienziato; che la cosidetta opinione o giudizio del ceto politico è qualcosa che egli contribuisce a formare ed a modificare, lui scienziato, colla analisi degli effetti che dall’adozione di questo o quel minimo derivano o deriverebbero al bilancio dello stato? È uscito lo scienziato, così facendo, dal suo campo proprio? Ha dato consigli? Ha proposto ricette? Si è fatto paladino della assoluta o perfetta giustizia tributaria? Ha preteso di sostituire il suo giudizio a quello della classe politica? Ancora no. Si è semplicemente appellato dal papa male informato al papa bene informato. Ha semplicemente esposto alcune ulteriori uniformità che paiono anch’esse di natura strettamente scientifica. Ha detto: se questo è il dato, se questa è la premessa, queste sono le conseguenze; se il dato muta in un dato senso ed in una data misura, queste altre sono le conseguenze. Se noi supponiamo che l’equilibrio del bilancio sia un altro dato, sta che equilibrio del bilancio e 6000 denari esenti dall’imposta sono, in quelle contingenze di luogo e di tempo, due dati incompatibili tra di loro. Dopo di che, parrebbe che il giudizio definitivo sia di nuovo lasciato alla classe politica dirigente. Ma questo sarebbe un modo assai improprio di esprimersi. La classe politica dirigente, la quale non governi nell’interesse proprio, ma in quello della elevazione degli uomini componenti la collettività, non dà, non può dare un giudizio arbitrario. Dà il giudizio che deve dare, posto il fine che per la sua indole deve raggiungere. Altrimenti cadremmo fuori dell’ipotesi di una classe politica dirigente la quale ecc. ecc. (come sopra). Epperciò, se noi supponiamo, come dobbiamo, che lo scienziato sia colui il quale, conoscendo tutti i dati conoscibili del problema che si tratta di risolvere: esigenze di minimo sociale di esistenza, esigenze di bilancio, struttura del sistema d’imposta, possibilità e convenienza di variare l’ammontare delle spese pubbliche e private, possibilità e convenienza di indebitamento dello stato e, sovrattutto, fine di elevamento umano, antivede anticipa e sollecita la soluzione del problema che in definitiva dopo ripetute esperienze, sarà data dalla classe politica dirigente, noi neghiamo che scienza sia quella la quale si limita a prendere atto delle premesse volute dalla classe politica. Sottoponendo ad esame critico le prime provvisorie soluzioni, esaminandone e chiarendone gli effetti, lo scienziato compie opera che in apparenza è di critica, in sostanza è rivolta alla conoscenza di uniformità nel modo di comportarsi dei dati, da lui esaminati ad uno ad uno e nel loro insieme. Se egli conosce maggior numero di dati di quelli noti alla classe politica dirigente, dovrebbe forse far finta di ignorarli?

 

 

Che cosa sono questi paraocchi che taluni scienziati puri si vorrebbero mettere e che vieterebbero ad essi di guardare al di là delle opinioni manifestate dalla classe politica dirigente? Egli non indirizza ad essa male parole; ma candidamente tiene conto anche dei dati, a lui noti e per inavvertenza (nel caso dello stato moderno) o per interesse proprio (nel caso dello stato monopolistico) ignorate dalla classe medesima. Talvolta, nell’ansia di compiere il dover suo, egli dimentica di dare alle sue conclusioni la forma ipotetica del se e pare egli consigli e comandi o giudichi. In realtà, qualunque sia la forma del suo discorrere, egli adempie al dover suo che è di tener conto, nell’indagine, di tutti i dati del problema di cui egli è a conoscenza. Se pochi, la sua soluzione del problema sarà imperfetta; se molti, meglio si avvicinerà a quella perfezione alla quale giustamente aspira.

 

 

Lo studioso, il quale non va al di là del giudizio della classe politica, fa come Ponzio Pilato: si lava le mani del vero problema scientifico. Se egli assume che i 6000 denari del minimo sociale di esistenza siano il dato del problema che non può criticare, perché tale è la opinione in merito del ceto politico dirigente, egli non fa opera scientifica. Il nome dell’opera sua è un altro: egli serve qualcuno e merita il titolo di giurista dell’imperatore.

 

 

25. – In verità, non merita questa taccia lo studioso il quale semplicemente metta in luce la impossibilità della coesistenza di due o più dati contemporaneamente posti dalla classe politica. Eccolo diventato senz’altro critico. Illustrando le incompatibilità reciproche di parecchi dati posti nel tempo medesimo dal legislatore, i critici sono tratti fatalmente a passare oltre i limiti che essi avevano posto dapprima alla propria indagine. Né essi veggono un limite qualsiasi alla loro analisi critica. Se è ovvio che lo scienziato metta in rapporto il dato 6000 denari all’anno con i dati relativi al bilancio dello stato, al livello medio dei redditi, alla composizione economica delle classi sociali, perché non sarebbe altrettanto ovvio metterlo in rapporto con altri dati o forze, storicamente più rilevanti? Perché non, ad esempio, con le conseguenze della politica del panem et circenses? Esentare, oltre il minimo fisico dell’esistenza, un’aggiunta al minimo stesso, detta sociale, non è riconoscere il principio che le classi più numerose della società debbano godere dei servigi pubblici senza nulla pagare allo stato? Facciasi astrazione dalla circostanza che per lo più il minimo sociale d’esistenza in realtà non è tale sul serio, perché le classi più numerose pagano imposte sui consumi più che bastevoli ad assolvere il loro debito verso la cosa pubblica; e suppongasi che sul serio quel minimo sia rispettato. Può lo scienziato non porsi il quesito: quali conseguenze saranno per derivare dal dato rispetto all’ammontare delle pubbliche spese ed alla distribuzione del loro costo? Quale finirà di essere la pressione dei tributi sulle classi rimaste sole a sopportare l’onere? Quali saranno gli effetti sulla produzione e sul risparmio? Quali gli effetti se il dato fosse diverso, maggiore o minore? Quali gli effetti del dato sul morale dei beneficati e dei contribuenti? Ossia sui loro sentimenti e sulla loro condotta verso lo stato? Il principio che l’uomo provveduto di un reddito famigliare non superiore ai 6000 denari all’anno ha diritto ai servizi gratuiti dello stato in qual modo reagirà sulle opinioni e sullo stato d’animo di coloro i quali hanno i 7000 o gli 8000 denari all’anno? In qual modo reagirà sull’ammontare dei servizi pubblici i quali via via saranno chiesti allo stato dai ceti forniti, in principio, del diritto di goderne gratuitamente?

 

 

A poco a poco lo stato non tenderà a passare dal tipo della città periclea a quello della Atene vittima designata di Filippo il Macedone, dal tipo di Roma repubblicana a quello di Roma del basso impero? Sebbene, a questo punto, lo studioso sia obbligato, pur industriandosi a salvare la forma, a pronunciare giudizi di valore sulla preferibilità della città periclea a quella demostenica o della Roma repubblicana all’impero dioclezianeo, non appartengono forse codesti quesiti altresì al campo proprio dell’indagine scientifica, della ricerca di uniformità teorico-storica? Da a nasce b, da b nasce c; e c reagisce su b e su a.

 

 

26.- Non si afferma con ciò menomamente che il ricercatore debba occuparsi di tutti codesti quesiti; e risalendo dall’uno all’altro, debba giungere alla contemplazione della causa causarum. Bene fa colui il quale vuole scavare a fondo in un dato campo a circoscrivere esattamente il territorio delle sue investigazioni ed a dire: più in là io non aspiro ad andare.

 

 

Così operano gli studiosi serii e meritano lode. Altra è tuttavia la divisione del lavoro ed altra è la scomunica. Altro è dire: più in là non vado; altro soggiungere: quel che è al di là non è scienza. Porre la volontà intenzionale del ceto politico dirigente come un dato e partire da quel dato è per fermo un porre correttamente i confini del proprio ragionare. Ma non è corretto soggiungere: quel dato è un primo al di là del quale non è ufficio della scienza di andare. Senza volerlo, col solo chiarire gli effetti, io contribuisco a modificarlo, io stimolo a mutarlo più o meno profondamente. Mettendo in luce i vincoli di quel dato con altri dati, dipendenti o indipendenti dal giudizio del ceto politico governante, io dimostro che esistono certe leggi, certe uniformità le quali fanno sì che quel dato riveli la sua indole caduca e stabile, apparente o sostanziale. Intervengo nella formazione dei giudizi; giudico io stesso. Possono ragionevolmente gli economisti sottrarsi alla necessità di formulare giudizi di valore? Certamente, se, giunti al limine di questa necessità, tacciono, essi possono a testa ben alta affermare di aver compiuto la loro missione od almeno, la parte più ardua e nobile di essa. Si pensi alle maniere solitamente tenute dalla classe politica nei tentativi di dimostrare la convenienza economica per la collettività di provvedimenti intesi a favorire interessi particolari. Si vuole un dazio doganale protettivo, il quale, con danno dei più dei consumatori e produttori, avvantaggi una particolare industria e talvolta un singolo imprenditore? Sempre si dirà che il dazio giova a dar lavoro agli operai, a redimere il paese della servitù straniera, a far rimanere oro in paese. Se l’economista, oggettivamente analizzando il provvedimento, dimostra che l’occupazione operaia sarà invece probabilmente ridotta, che la servitù straniera è un mito inesistente e che la quantità d’oro esistente in paese certamente non aumenterebbe grazie al dazio, egli avrà assolto nel tempo stesso al suo specifico compito scientifico ed alla difesa della morale politica; poiché è immorale trarre in inganno l’opinione pubblica facendo apparire conforme all’interesse pubblico quel che invece conduce soltanto al particolare vantaggio privato.

 

 

Del pari, accade che la classe politica, la quale intende ad un allargamento del territorio metropolitano o coloniale, cerchi di rendere popolare il proposito affermando che la conquista sarà feconda di vantaggi economici non pochi e non piccoli per i ceti più numerosi della popolazione della madrepatria. Se l’economista, indagando le probabili conseguenze della conquista, giungerà ad opposta conclusione; se egli dimostrerà che la conquista sarà invece cagione di oneri economici non lievi, che essa imporrà sacrifici notevoli e lungamente duraturi alla madrepatria, che, ove si raggiungano col tempo gli scopi di ampliamento della civiltà che stanno al sommo delle dichiarazioni dei promotori dell’impresa, saranno sovratutto beneficate le popolazioni indigene, alle quali saranno recati i doni della istruzione, della igiene, della tecnica, laddove la colonia darà qualche vantaggio solo ad alcuni pochi commercianti ed imprenditori agricoli metropolitani; se egli metterà in luce che la meta finale della conquista, compiuta effettivamente con intenti di diffusione del vivere civile, sarà di destare col trascorrere del tempo nelle popolazioni coloniali l’aspirazione alla indipendenza e quindi alla separazione di fatto, se non formale, dal corpo metropolitano; non avrà egli, tenendosi stretto rigidamente al suo proprio campo di analisi economica, compiuto perciò opera politica di altissima moralità? Una impresa coloniale mossa dalla speranza di lucro economico conduce a breve andare a disillusioni economiche, epperciò presto fiaccamente è abbandonata a metà o, se pur condotta militarmente a termine, non è seguita dalla necessaria lunga costosa opera di costruzione economica e politica. Se invece essa, conformemente alle conclusioni dell’economista, è iniziata avendo ben chiara dinnanzi alla mente la nozione dei costi e dei sacrifici presenti e dei vantaggi indiretti lontanissimi, le sue probabilità di riuscita saranno ben più grandi. Chi costruisce sapendo che non lui, ma i suoi lontani nepoti e sovratutto genti a lui ignote e forestiere godranno il frutto dell’opera sua, quegli costruisce per l’eternità, quegli abbrevia, appunto perché non vi intese, i tempi della riuscita, quegli veramente procaccia grandezza alla madrepatria.

 

 

L’economista, il quale, posto dinnanzi ad un proposito dell’uomo di stato, freddamente ne indaga gli effetti e ne studia le relazioni necessarie con altri propositi e con altri istituti, e più in là non si attenta di andare, ci appare dunque come un vero sacerdote della scienza. Indagare verità, non dar consigli: ecco la sua divisa che più faticosa e ardua e moralmente coraggiosa non si saprebbe immaginare.

 

 

27. – Ma, indagando verità, lo studioso inevitabilmente pone a se stesso la domanda: posso io evitare di dare un giudizio sulle opinioni, sulle credenze, sulle deliberazioni dei ceti politici; il che, nei tipi di stato cooperativo o moderno, quando lo stato è l’eco della volontà dei governati, interpretata dalla classe politica, vuol dire un giudizio sulle opinioni, sulle credenze, sulle deliberazioni degli uomini viventi in società? Par certo che, dati certi fini, si fanno certe scelte, e, dati altri fini, si fanno altre scelte. Ed anche questa è una uniformità scientifica. Gli economisti la possono bensì espellere dal territorio che essi hanno impreso a coltivare; ma poiché non esiste nessuna ragione plausibile per fissare i confini di un qualunque territorio scientifico secondo una linea piuttosto che secondo un’altra, vi potrà essere qualcuno diversamente curioso degli altri, il quale legittimamente studierà i vincoli tra fini e scelte, non foss’altro per indagare se la consacrazione che egli ha fatto di se stesso a quella scienza non sia per avventura sacrificio ad idolo privo di anima.

 

 

Gli economisti hanno le loro sorti legate a quel tipo di società in cui gli uomini compiono le loro scelte liberamente, entro i limiti posti dalle istituzioni, dalle tradizioni, dai costumi, dalla cultura, dalle leggi, dal clima, dall’ambiente politico sociale religioso e morale, dall’indefinito vario moltiplicarsi dei desideri in relazione ai redditi delle diverse classi sociali. Dire che le scelte sono determinate dai fini voluti dagli uomini, è dire che esse sono in funzione dei varii e molti fattori, i quali compongono i fini; e poiché fra i fattori e le scelte fatte intercedono rapporti che possono essere quantitativi non si vede la ragione decisiva perché gli economisti debbano fermarsi nelle loro indagini al fatto scelta.

 

 

Se si vuole, chiameremo economisti alfa gli indagatori delle uniformità successive al fatto scelta; e economisti beta coloro che indagano altresì le uniformità che, attraverso le scelte, legano, ad es., i costumi, le leggi, le istituzioni, la distribuzione dei redditi ai prezzi. Ma la differenza sarà di mera divisione del lavoro e priva di contenuto sostanziale. E poiché non tutti i motivi delle scelte sono misurabili quantitativamente, quale ostacolo vieta, in nome della scienza, all’indagatore di pronunciare un giudizio intorno alla relativa dignità dei diversi motivi e dei diversi fini perseguiti dagli uomini? Necessariamente, quando non si voglia rinunciare all’uso della ragione, si è indotti da ultimo a formulare giudizi morali sui motivi delle proprie scelte decisioni ed azioni private e pubbliche. Perché a questo punto, così strettamente legato con le scelte fatte, dovrebbe tacere la scienza? Perché gli economisti, con viso arcigno, dovrebbero ringhiare: fate voi politici, fate voi uomini: create una società liberale o comunistica o plutocratico-protezionistica ed io, serenamente, oggettivamente, studierò le relazioni tra i fatti, qualunque siano, che voi avrete creato. No; serenità ed oggettività non esistono nelle cose umane. L’economista il quale sa quali siano le leggi regolatrici di una società economica liberale o comunistica o plutocratico-protezionistica non può non aver fatto, a norma del suo ideale di vita, la sua scelta; ed ha il dovere di dichiararne le ragioni. Chi, al par dello scrivente, aborre dall’ideale comunistico o plutocratico- protezionistico non può far a meno di palesarsi fautore dell’ideale liberale;[11] e questa visione della vita non può fare a meno di esercitare un’influenza preponderante sulla trattazione, che egli fa, dei problemi economici. Quasi tutti gli economisti, anche quando hanno simpatie operaie o socialistiche o interventistiche, in sostanza vogliono osservata la condizione fondamentale della libera scelta da parte degli uomini dei proprii fini e quindi anche dei proprii consumi. E poiché questa condizione è incompatibile con la persistenza di un ordinamento comunistico o plutocratico-protezionistico, essi implicitamente vogliono un ordinamento liberale della società. Perché astenersi studiosamente dal manifestar questa che è la loro fede? Ma i classici furono reputati grandi anche perché ebbero una fede e compirono indagini astratte durature perché le premesse dell’indagare erano poste dalla fede che avevano in un certo ordinamento sociale. Se avessero avuto altra fede, avrebbero poste altre premesse; ed i loro ragionamenti sarebbero stati probabilmente infecondi, così come furono nel tempo stesso scientificamente infecondi i ragionamenti di coloro che erano partiti da ideali utopistici o, come Marx, derivarono la premessa del valore-lavoro dal fine di sommuovere le moltitudini contro il mito capitalistico. Se le premesse ed i ragionamenti degli economisti furono fecondi di grandi risultamenti scientifici, grazie debbono essere rese anche ai loro ideali di vita. Consapevolmente o non, essi possedevano e posseggono un certo ideale; ed in relazione ad esso ancor oggi pensano e ragionano. Perché tacerlo; e perché chiudere gli occhi dinnanzi ai legami strettissimi i quali intercedono fra quel che si vuole e quel che si fa? fra l’ideale e l’azione? Che cosa sono codesti fatti, dei quali soltanto la scienza dovrebbe occuparsi, se non il risultamento delle azioni umane, ossia, da ultimo, degli ideali che muovono gli animi?



[1] Nota del Socio nazionale Luigi Einaudi presentata nell’adunanza del 17 febbraio 1943 della classe di scienze morali della Reale Accademia delle scienze di Torino [Ndr.].

[2] La dichiarazione è implicita nei Principii di economia finanziaria (Torino, Einaudi, 1938) dell’originatore dello schema Antonio De Viti De Marco ed è esplicita nei Principii di scienza delle finanze (Torino, Giappichelli, 1942) di Mauro Fasiani che ho recensito nel quaderno del marzo 1942 della «Rivista di storia economica». Le citazioni che si faranno qui di seguito colla indicazione, tra parentesi, del numero romano del volume ed arabico della pagina si riferiscono a questa segnalata opera.

[3] (Avendo anch’io commesso il peccato comune agli insegnanti di scrivere o dover scrivere i miei Principii di scienza delle finanze (Torino, 1940).

[4] Vedine un cenno nel par. 3 della mia recensione nel quaderno del marzo 1942 della «Rivista di storia economica». A quel cenno intorno alla mancanza di connessione logica fra una certa definizione dell’imposta generale e la presenza del tipo monopolistico di stato seguì una corrispondenza, la conclusione della quale pare potersi riassumere così: 1) lo scrivente nega quella connessione perché ritiene che ove si definisca generale un’imposta quando, anziché «un ristretto settore di economia» percuota, sia da sola, sia costituendo con altre un insieme, «vasti settori o, al limite, tutti i settori» della medesima economia (F. I, 258), l’ipotesi della esistenza di un’imposta generale non è necessariamente legata con l’ipotesi della esistenza dello stato monopolista; e con quest’ultima non è necessariamente legata la stessa ipotesi, quando essa riceva l’ulteriore connotato che il gettito ne sia impiegato a crescere i redditi dei dominanti. Non è dimostrabile cioè che solo nello stato monopolistico possa istituirsi «un’imposta generale il cui gettito sia impiegato a crescere i redditi di taluno, ossia di una parte sola di coloro i quali hanno pagato l’imposta», che è il modo generico di formulare il concetto particolare che il gettito sia devoluto a crescere il reddito di certe persone dette dominanti. Un’imposta di questo tipo può postularsi anche nel caso dello stato cooperativo o di qualunque altro tipo di stato, bastando pensare alle imposte il cui gettito, ottenuto da tutti o da molti cittadini è impiegato a favore di altri o di alcuni solo tra essi: interessi del debito pubblico, pensioni di vecchiaia e simili (le cosidette transfer expenditures, le quali non implicano per se stesse il consumo di beni e servigi e sono diverse dalle exhaustive expenditures, le quali implicano una controprestazione da parte del beneficiario: stipendi a pubblici funzionari, pagamento di forniture allo stato, ecc. e cioè il consumo di beni e servigi i quali non possono perciò essere altrimenti impiegati. (Cfr. Pigou, A study in public finance, p. 19-20). Quindi non essendo il concetto dell’imposta generale il cui gettito sia destinato a crescere il reddito di taluni a spese di altri collegato logicamente e necessariamente col concetto dello stato monopolistico, l’ipotesi di quest’ultimo è superflua e non aggiunge nulla alla trattazione che degli effetti dell’imposta generale, con o senza il connotato anzidetto, si può fare; 2) ma il Fasiani replica essere «pretesa arbitraria ed eccessiva» quella della «dimostrazione dell’appartenenza esclusiva delle transfer expenditures allo stato monopolista» o l’altra della «dimostrazione che effetti di un tal genere non possano essere studiati nell’ipotesi dello stato cooperativo o moderno. In questo problema, come in tutti gli altri, basta molto meno. Basta il concetto di tendenza e di norma… Io non contesto che anche in uno stato cooperativo esistano imposte le quali trasferiscono redditi: ad es., da coloro che non posseggono titoli di debito pubblico a coloro che li posseggono. Non nego quindi che si possano studiare gli effetti di un’imposta di tal tipo anche nell’ipotesi di uno stato cooperativo. Dico però che tendenzialmente, nello stato cooperativo, l’imposta non è di tal genere, mentre lo è nello stato monopolistico. Sicché la sede più appropriata per studiarne gli effetti, gli è quella dell’ipotesi di uno stato monopolista e non quella di uno stato cooperativo. Se queste proposizioni sono esatte, ne deriva questa conseguenza: col mio modo di impostare un problema, io so che gli effetti tendenziali dell’imposta nello stato monopolista sono quelli di un tributo trasferente redditi; mentre gli effetti tendenziali dell’imposta nello stato cooperativo sono quelli di un tributo il cui gettito è impiegato in una exhaustive expenditures»… E questa «credo sia una verità più generale di quella che si ottiene studiando gli effetti dell’imposta indipendentemente dal tipo di stato in cui si applica».

 

 

A questo punto la discussione potrebbe aver termine, essendo ormai i disputanti d’accordo nel ritenere che tra le due ipotesi – imposta generale con semplice trasferimento di reddito e stato monopolista – non esiste una connessione, logicamente necessaria, ma un’altra specie di connessione, che il Fasiani dice di tendenza o di norma (frequenza). Diremo astratta o empirica siffatta connessione? Le verità che se ne deducono sono uniformità logiche o uniformità empiriche? Che cosa vuol dire verità più generale applicata ad un’ipotesi, la quale, come fatto empirico o storico, ha nello stato cooperativo o moderno verificazioni (interessi del debito pubblico, pensioni di vecchiaia, di invalidità, indennità di assicurazione per infortuni, disoccupazione ecc., istruzione gratuita, spese sociali per giardini teatri divertimenti pubblici ecc.) forse più imponenti, e si vorrebbe dire a guardarne la massa assoluta e quella relativa al reddito nazionale, di gran lunga più imponenti di quelle (appannaggi reali, spese di corte, spese di fasto, mantenimento delle varie specie di pretoriani, oligarchi e loro satelliti ecc, ecc.) che si osservano, sempre fatta ragione al reddito nazionale del tempo, negli stati detti monopolistici? Se anche sia impresa ardua e probabilmente vana il dare giudizio comparativo sull’imponenza relativa di quelle spese nei due tipi di stato, sembra legittimo il dubbio se non convenga, invece di generalità maggiore o minore delle verità assodate, disputare di mera convenienza didattica di seguire l’un metodo o l’altro di esposizione. Il primo, che sarebbe quello da me preferito: di studiare gli effetti delle imposte, facendo astrazione del tipo di stato nel quale possono eventualmente, con maggiore o minor frequenza, verificarsi; che è indagine teorica od astratta, compiuta sub specie aeternitatis; riservandosi di indagare poscia in sede teorica-storica in quali tipi di stato le diverse qualità di imposta ed i loro effetti proprii più frequentemente si verifichino. L’altro metodo, che sarebbe preferito dal F., vuole indagar prima quali maniere di imposte siano tendenzialmente proprii dell’uno o dell’altro tipo di stato, allo scopo di trattare separatamente, a proposito dell’uno e dell’altro tipo, delle maniere di imposta ad esso più confacenti. A proposito del quale metodo, lo scrivente non riesce a liberarsi del senso di inquietudine derivante dal non sapere se ci si trovi dinnanzi a leggi astratte ovvero empirico-storiche; inquietudine nel caso specifico fugata dal nitido fulgore delle dimostrazioni che, dimentico dei tipi di stato, il F. immediatamente dà in sede di teoria astratta di traslazione delle imposte.

[5] Si errerebbe supponendo che le considerazioni le quali seguono nel testo siano una critica delle teorie che sulla base di certe definizioni dello stato sono esposte dal De Viti e dal Fasiani. Devesi riaffermare esplicitamente che lo studioso ha diritto, in sede astratta, di porre quella qualunque definizione dello stato che a lui piaccia. Non ha rilievo, in quella sede astratta, verificare se le definizioni date dello stato monopolistico o cooperativo o moderno raffigurino o meno la realtà. Nel mondo di ipotesi teoriche in cui quelle trattazioni si muovono importa solo verificare se i ragionamenti condotti sulla base di quelle ipotesi siano corretti ed illuminanti. Se si faccia la ovvia riserva di possibili discussioni intorno a particolari problemi, ad es. quella accennata nella nota precedente, le opere ricordate del De Viti e del Fasiani eccellono per la chiara maestria del dedurre logicamente teoremi rilevanti da premesse chiare.

 

 

Il quesito che qui si pone è un altro, diverso da quello proprio della discussione ipotetica. Sono quelle definizioni dei diversi tipi di stato altresì atte ad interpretare la realtà storica? Non era affatto necessario che il De Viti, il Fasiani od altri ancora si ponessero il quesito; né, se lo posero, faceva d’uopo lo discutessero. È frequente nei recensenti il brutto vezzo di rimproverare agli autori di non avere studiato un problema diverso da quello che essi vollero porsi. Questa è critica impertinente, comune in coloro che, impotenti a condurre a termine indagini proprie, sempre si lagnano che altri, che pur fece, non abbia fatto meglio o diversamente. Non è però illegittimo reputare che le ipotesi presentate od i ragionamenti condotti in un libro possano anche dar luogo a quesiti diversi da quelli propostisi dall’autore considerato; e nel testo si vuole appunto discutere uno di questi diversi quesiti. Nel qual modo pare si dia anzi più ampio rilievo alle premesse poste dagli autori considerati, discutendo se esse, oltre ad essere strumento di indagine teorica, siano per avventura altresì canone atto ad interpretare la realtà. La conclusione eventualmente negativa può giovare a segnalare i limiti della validità concreta dei teoremi correttamente dimostrati veri nella loro propria sede astratta.

[6] Il F. talvolta qualifica il tipo così definito come assoluto o medievale (I, 51 e passim). Ma poiché si tratta evidentemente di sinonimi approssimativi, sui quali il pensiero non si ferma e dei quali solo in senso latissimo e parziale si vede l’uguaglianza di significato con il qualificativo comunemente usato adopererò solo la terminologia normale di stato monopolistico.

[7] Si può dubitare se lo strumento detto dello stato monopolistico abbia avuto parte nella formazione della teoria delle illusioni finanziarie se si pensa che il suo primo trattatista lungamente ne discorse senza farne menzione. Almeno questa è l’impressione che si ha nel leggere la Teoria della illusione finanziaria di Amilcare Puviani (Palermo, Sandron, 1903). È del pari dubbio se la teoria dei «limiti ai fenomeni di illusione» possa essere considerata come un frutto dello strumento logico stato monopolistico. Esso è piuttosto, nella formulazione che ne dà il F., la risultante di due forze: da un lato gli artifici illusionistici usati dallo stato e dall’altro la resistenza dei contribuenti. Ne risulta perciò una trattazione in cui ha gran parte il calcolo economico ordinario; un capitolo del trattato sugli effetti delle imposte.

[8] Il Fasiani usa promiscuamente l’aggettivo liberale invece che cooperativo e nazionalistico e corporativo invece che moderno. Mi asterrò dai sinonimi, sembrandomi che l’aggettivo liberale abbia un contenuto ben più vasto e complesso di quel che non sia quello del più adatto, perché modesto e meramente economico, aggettivo cooperativo. Quanto al tipo di stato moderno conosciuto solo per accenni generali, non userò gli aggettivi nazionalistico e corporativo, il primo perché, di fronte alle tendenze moderne, comuni ai due campi combattenti, verso le grandi formazioni politiche ultranazionali, esso appare cosa del passato ed il secondo perché peculiare, sinora, al nostro paese. Moderno essendo aggettivo privo di significato sostanziale, e contenente solo un attributo temporale, sembra meglio adatto alla materia incandescente che sta ora solidificandosi. Non mi giovo dell’altra definizione dei due tipi di stato: cooperativo quello in cui i governanti aspirano ad un massimo di utilità per la società, e moderno quello in cui i governanti aspirano ad un massimo di utilità della società, perché sebbene più concise, richieggono nel lettore uno sforzo mentale rinnovato ad ogni volta questi deve raffigurarsi nella mente la condotta della classe politica. La condotta medesima è resa invece con evidenza immediata dalle equivalenti definizioni riportate nel testo.

[9] In Le premesse del ragionamento economico e la realtà storica in Rivista di storia economica, quaderno del settembre 1940, p. 197, e segg.

[10] Uso come unità monetaria di conto denaro, che, per la sua indole storica, non ha oramai alcun addentellato con le unità monetarie oggi correnti e non può dar luogo ad alcuna impressione di troppo o di troppo poco.

[11] Liberale e non liberistico; ché liberismo è concetto assai più ristretto, sebbene abbastanza frequentemente compatibile col liberalismo; ed ha un contenuto concreto di applicazione, in particolare a certi problemi sovratutto commerciali e doganali. Il liberalismo implica un ideale di vita e vien fuori da imperativi morali assoluti; il liberismo, assai più modestamente, enumera inconvenienti che la natura umana oppone all’attuazione di ragionamenti, in se stessi corretti, i quali condurrebbero a taluni interventi dello stato compatibilissimi con l’ideale liberale. Il liberalismo è ideale di vita; il liberismo è mera pratica contingente derivata sovratutto da considerazioni politico-morali.

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