Italia ed Australia

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/08/1898

Italia ed Australia

«La Stampa», 8 agosto 1898

 

 

 

A primo aspetto sembrerebbe che l’Italia non abbia nulla a che fare con l’Australia; questo è un mercato troppo lontano, con gusti diversi, con abitudini commerciali già fatte: i suoi abitanti parlano lingua inglese e sembrano poco propensi ad accogliere con simpatia i nostri emigranti. Eppure l’esposizione di prodotti australiani compiuta nella Divisione Italiani all’estero per cura del comm. P. Corte, console generale d’Italia nell’Australia, dimostra quanto si sia fatto o quanto più ancora si potrebbe fare per vivificare le correnti commerciali fra i due paesi. La colonia italiana è piccola di numero – 5000 o 6000 in tutto – ma scelta per qualità.

 

 

Numerosi sono gli italiani che occupano cariche ufficiali di non lieve importanza: agrimensori, disegnatori, ingegneri ed architetti, nelle poste e nei telegrafi, nelle pubbliche biblioteche, negli Osservatori astronomici, nelle ferrovie, nelle scuole pubbliche e private, nelle Capitanerie di porto, nella stampa, nelle professioni legali e medica, nelle Case di commercio, nelle imprese industriali, ecc. Il comm. P. Baracchi, direttore dell’Osservatorio di Melbourne, espone delle curiose fotografie di nebulose e nuvole nell’emisfero suo, il cav. avv. Ferdinando Gagliardi ha inviato i piani e le fotografie della principale biblioteca australiana, quella di Melbourne, di cui egli è capo, per quanto riguarda la classificazione scientifica.

 

 

L’ing. Cattani, direttore delle opere pubbliche, strade, porti e ponti dello Stato dell’Australia Meridionale, espone carte geografiche e piani di colonie agricole da lui compilati. Il dott. Fiaschi, uno dei più rinomati medici di laggiù, ha impiantato, secondo i sistemi italiani, un vigneto modello per i metodi di coltivazione e di vinificazione ed ha inviato alla Mostra torinese un campionario dei suoi vini bianchi e rossi di Tizzana e di Moscatello con vedute delle sue vigne e cantine.

 

 

Vi si aggiungano le composizioni musicali degli italiani De Beaupuis e Zelman, le pitture del Prese, del Zanetti, le fotografie del Meyer e del Prosdocimi, e la raccolta di fotografie e prodotti minerali, forestali ed agricoli dei nuclei coloniali dell’Australia, la raccolta completa di marsupiali australiani; i numerosi libri e rapporti australiani sui progressi economici, intellettuali e morali delle colonie australiane inviati dal console Corte, e si avrà un complesso tale per cui un visitatore intelligente può di leggieri farsi un’idea precisa della potenzialità di sviluppo di quelle colonie.

 

 

Ma i commercianti e gli industriali faranno bene a fermarsi in ispecial modo davanti alla ricca mostra di scatole di conserve alimentari della Queensland Meat Export and Agency Company, il cui rappresentante e socio è il signor Arrigoni di Genova, ed al campionario di lane e pelli australiane classificato con grande cura dal cav. F. Gagliardi. Essi comincieranno allora forse a persuadersi che in quel mercato, grande come l’Europa, si trovano materie prime in abbondanza e che saggio consiglio sarebbe di provvedersi direttamente, risparmiando i maggiori noli, le spese di senserie e di magazzinaggio dei grandi mercati europei di Londra ed Anversa. E questa persuasione li inciterà a nuovi negozi profittevoli qualora gettino, anche fugacemente, lo sguardo sopra un piccolo e prezioso libro compilato dal principale importatore italiano nell’Australia, il cav. Federico Gagliardi di Sydney, sull’«Australia, i suoi commerci ed i suoi rapporti con l’Italia».

 

 

Mi limito ad estrarne alcune notizie interessanti, certo che desse invoglieranno gli interessati a procurarsene di più estese e precise con una visita alla Divisione degli Italiani all’estero. Nel 1895 approdarono nei porti australiani navi della portata complessiva di 9,101,320 tonnellate, e quelle che ne partirono rappresentano un tonnellaggio di 9,068,017; in tutto tonnellate 4,33 per abitante. Numerose Compagnie inglesi, tedesche, austriache, francesi, americane collegano quei porti con quelli di America e d’Europa.

 

 

Gli scambi complessivi delle colonie australiane ammontarono nel 1896 alla cifra di 129 milioni circa di lire sterline, ossia a 3 miliardi e 250 milioni di lire italiane, cifra enorme per una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti (l’Italia, con 32 milioni di abitanti ebbe nel 1897 uno scambio internazionale complessivo di appena 2 miliardi e 315 milioni di lire).

 

 

E questa cifra è in continuo aumento; nel 1871 raggiungeva solo 70 milioni circa di lire sterline. Le esportazioni (66,581,813 Ls.) superano le importazioni (62,648,745 Ls.). Una parte di questo traffico gigantesco è intercoloniale; ma più della metà si effettua con paesi posti al di là delle colonie.

 

 

Nel 1804, ultimo anno a cui rimontano i dati relativi, su 111 milioni di Ls. di traffico complessivo, 65,332 mila. Ls. si riferivano a commercio con paesi posti al di là delle colonie. Per apprezzare al loro giusto valore queste cifre, basta questo raffronto: ogni italiano riceve e spedisce in media all’estero merci per L. 72.30 all’anno; ogni australiano traffica con abitanti posti al di fuori delle colonie per L. 400 circa. Ogni uomo ha nell’Australia una potenzialità di scambio coll’estero sestupla circa che in Italia.

 

 

Sui 65 milioni di scambi coll’estero la parte del leone (50 milioni) è assorbita dall’Inghilterra. Ma la sua posizione non è più di assoluto predominio come prima. Altri paesi prendono parte agli scambi con l’Australia per 10,824 mila Ls, fra cui sono notevolissimi per invadenza, spirito d’iniziativa, abilità commerciale i tedeschi, i belgi, gli olandesi, gli americani del nord ed anche i francesi. L’Italia vi apparisce per la modesta somma complessiva di Ls. 96,078. Però abbiamo ragione di rallegrarcene perché quella somma segna un notevole miglioramento sugli anni precedenti.

 

 

È pur da notare che è ben difficile farsi un’idea anche approssimativa della importanza vera degli scambi fra l’Italia e quei porti per la mancanza di comunicazioni dirette. Una gran parte del nostro commercio rimane assorbito in quello inglese, tedesco o francese, con le navi dei quali paesi si effettua, non tenendosi qui molto conto dell’origine delle merci importate.

 

 

Nella realtà, nel 1895 (e la cifra del 1896 deve essere maggiore) si importarono dall’Italia fra i 15 ed i 16 milioni di lire italiane. E la cifra potrebbe essere facilmente accresciuta senza la difficoltà dei noli su linee straniere. In Italia vi sono importantissime fabbriche di gessi, di cementi, di laterizi, di terraglie, di vetrerie ed altre consimili che potrebbero dare a quei mercati prodotti tanto buoni quanto quelli provenienti da qualunque altra parte d’Europa; ma, sfortunatamente per quelle industrie, non trovano in Italia la comodità degli imbarchi con la modicità dei noli quali l’Inghilterra, la Germania, la Francia, il Belgio, ecc., si sono messi in grado di offrire per i trasporti dei prodotti loro, tanto a vapore che a vela.

 

 

Nel libro del Gagliardi c’è una lunga enumerazione dei prodotti italiani che sono o sarebbero bene accetti in Australia con tutte le notizie al riguardo che possono interessare i nostri industriali. Ma perché si possa attivare una vigorosa corrente di traffici sarebbe necessaria una linea diretta di piroscafi da Genova a quelle colonie.

 

 

La posizione privilegiata dei nostri porti sulla via dell’Australia, – l’affluenza anche da nazioni vicine di merci a Genova per essere trasportate all’Estremo Oriente – l’accentuata tendenza a dirigere merci australiane su Napoli e Genova per essere quindi inoltrato ai mercati esteri di destinazione – le abbondanti risorse di questi paesi, e perciò facilità di trovare in questi porti carichi di ritorno e minima percentualità di viaggi in zavorra – la necessità per le nostre industrie di poter esportare i propri prodotti in Australia con noli adatti, moderati o fissi, ciò che non si può avere dalle linee estere che fanno scalo ai porti italiani – la convenienza per le industrie stesse di poter importare direttamente ed a buon mercato gli ottimi e variati prodotti australiani – la importanza che dovrebbe assumere la immigrazione italiana della cui capacità di adattamento alla vita australiana è splendida prova la colonia New Italy, fondata nella Nuova Galles del Sud da contadini veneti, sbarcati nudi ed affamati su quelle coste per colpa di un marchese avventuriero – tutti questi dovrebbero indurre a prolungare fino all’Australia l’attuale linea delle Indie, aggiungendovi 4 o 5 vapori.

 

 

Questa linea, partendo da Genova, dovrebbe far scalo a Napoli e ad un porto della Sicilia in alcuni mesi dell’anno, e toccare Colombo, Freemantle, Adelaide, Melbourne e Sydney, coprendo una distanza di circa 10 mila miglia. Questa linea diretta potrà con successo non dubbio aprire comunicazioni e scambi ragguardevolissimi fra l’Italia e quei porti, con certo e grande utile dei commerci e delle industrie italiane, rendendosi col tempo meritamente rimuneratrice alla Compagnia che la assumerà.

 

 

Se a questo si aggiungeranno una pratica riforma al servizio consolare, mettendo vicino al console un agente commerciale, e trasferendo la sede del Consolato da Melbourne a Sydney, l’invio di giovani forniti di borse di pratica commerciale e di agenti commerciali stipendiati per economia anche da gruppi di industriali affini, la partecipazione alla prossima Esposizione di Sydney, con una conveniente reclame, l’impianto di succursali o di agenzie dei nostri Istituti di emissione, si potrà sperare che l’Italia fra breve possa proficuamente tenere il campo di fronte alle altre nazioni sul mercato australiano, la cui importanza straordinaria e la indefinita capacità di espansione non possono oramai rimanere ignote a quanti ai occupano per scopi di studi e per bisogni pratici degli scambi internazionali.

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