Italiani in America

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/06/1897

Italiani in America

«La Stampa», 4 giugno 1897

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 32-36

 

 

Nella esposizione torinese del 1898 la divisione Italiani all’estero costituisce una delle maggiori attrattive per tutti coloro che s’interessano alla condizione dei nostri connazionali nei lontani paesi di immigrazione. Una delle contrade dove più ampio è stato l’afflusso degli italiani e dove più misero è il loro stato è certamente l’America settentrionale. Fino dal 23 giugno 1874 il congresso degli Stati uniti, su proposta generosa del signor Celso Cesare Moreno, proibiva con forti penalità il reclutamento dei ragazzi da parte dei padroni che li sfruttavano facendoli cantare sulle pubbliche vie e piazze. Dopo d’allora numerose altre leggi furono approvate per vietare la importazione di operai obbligati a lavorare per un certo tempo per determinati industriali, vietando l’accesso sul suolo degli Stati uniti degli illetterati, stabilendo un ufficio governativo italo – americano ad Ellis-Island per la protezione degli italiani.

 

 

Sembra però che non si sia ancora posto riparo ai gravissimi mali esistenti; e di questi brevemente vogliamo render conto, basandoci su due interessanti pubblicazioni; l’una del nostro connazionale Celso Cesare Moreno, intitolata: History of a Great Wrong, Italian Slavery in America, e l’altra del signor John Koren: The Padrone Sistem and Padrone Bank, pubblicata ufficialmente dal governo americano nell’ultimo fascicolo del «Bulletin of the Department of Labor».

 

 

La massa degli immigranti italiani viene dalle province meridionali ed appartiene alla classe dei contadini usati a lavorare aspramente a bassi salari, generalmente illetterati, di mente ed immaginazione infantile, facili alla dimenticanza ed a lasciarsi ingannare. Queste persone sono attratte dall’Italia con false promesse di concessioni di fertili terre e di clima mite, di probabilità numerosa di trovare miniere d’oro nelle terre loro date, di guadagni favolosi e facili,tali da metterli in grado di accumulare in pochi anni una grande fortuna. Viene loro pagato il passaggio dall’Italia all’America. Quando giungono, sono gettati sulle strade come suonatori ambulanti, mendicanti, falsi ciechi, ecc. Non conoscendo la lingua inglese, sono obbligati a rivolgersi ai loro connazionali, i cosidetti banchieri o padroni (boss), né, se anche lo desiderassero, potrebbero rivolgersi ad americani, temendo la vendetta dei padroni.

 

 

Il boss o padrone è un italiano, il quale è in relazione colle grandi corporazioni tranviarie e ferroviarie, coi principali appaltatori e con tutti coloro che impiegano numerosi operai. Quando egli non può soddisfare subito le ordinazioni di operai ricevute, avverte l’amico suo banchiere, pur esso italiano, del numero degli operai richiesti, del salario giornaliero, dell’ammontare della bossatura o premio per il boss incettatore di uomini. Il banchiere affigge un avviso e manda i suoi commessi ad assoldare uomini.

 

 

L’ammontare della bossatura che gli operai italiani devono pagare per ottener lavoro varia da 5 a 50 lire; l’ultimo saggio è ritenuto onesto quando si tratta di lavoro avente la durata di sei mesi. La bossatura è pagata anticipatamente e segretamente perché il padrone conosce la illegalità dell’atto. Approfittandosi dell’ignoranza dei suoi connazionali il boss fa pagare loro il biglietto intiero anche quando esso ha ottenuto loro un viaggio a prezzo ridotto.

 

 

Spesso il boss mette come condizione agli operai di approvigionarsi alla sua bottega per tutto il tempo che dura il lavoro. Gli operai sono minacciati di gravi multe o del licenziamento se comprano altrove il loro cibo. Talvolta sono costretti a comprare ogni giorno una data quantità di cibo. Le provvigioni sono fornite in qualità cattive e devono essere cotte dagli stessi operai; spesso sono disadatte al consumo. I prezzi sono notevolmente più alti del corso di mercato. Ad esempio, i maccaroni costano 50 centesimi alla libbra invece di 15; il pane 50 invece di 20; gli ortaggi 50 invece di 2; l’olio d’oliva 10 lire al gallone invece di 5, il vino 4 lire al gallone invece di 1,50. Un francobollo da 25 centesimi viene fatto pagare ai disgraziati italiani 50 centesimi, una busta 25 centesimi, per scrivere una lettera la tariffa varia da 50 centesimi ad 1,25 e per portare una lettera all’ufficio postale bisogna pagare altrettanto.

 

 

Il boss riceve le abitazioni di solito gratuitamente, ma egli fa pagare da 5 a 15 lire al mese agli operai, oltre a contribuzioni per il medico, medicine ed assicurazioni contro gli infortuni, per il diritto di madonna ed il diritto di lampa.

 

 

L’operaio italiano si sottomette a queste estorsioni perché egli non ha altra alternativa: egli deve lavorare per il boss suo connazionale o morire di fame. È inutile lagnarsi; egli sa che il boss lo licenzierebbe subito, ben lieto di esigere una nuova bossatura da un altro fra i numerosi italiani che si affollano a chieder lavoro.

 

 

Di rado l’operaio può pagare i generi in contanti, perché i salari sono pagati a grandi intervalli, e nel frattempo egli deve contrarre forti debiti su cui decorrono rilevanti interessi.

 

 

In tal modo i risparmi degli operai non possono essere rilevanti e cessano nei mesi di ozio. Nell’inverno essi si trovano di solito senza lavoro e senza risparmi. Il boss od il banchiere dà alloggio e vitto a condizione che essi lavorino per essi alla prima occasione. Ampi caseggiati sono posseduti dai banchieri in Nuova York e Boston, dove gli italiani vengono ammucchiati in venti e più per stanza.

 

 

Alcuni banchieri mantengono da 100 a 200 italiani nelle loro case e li inducono a ogni sorta di spese stravaganti per impadronirsene ed obbligarli poi a lavorare al loro servizio. Le sofferenze degli italiani aumentano quando essi sono mandati in squadre a fare lavori lontano dalle principali città, nelle campagne. Non è raro il caso che i padroni, dopo aver ricevuto la bossatura, abbandonino gli infelici loro connazionali nelle campagne, senza lavoro e senza mezzi per ritornare nelle città.

 

 

I boss sono di varie specie: i maggiori e più onesti, i quali procurano lavoranti a grosse società o sono essi stessi appaltatori; i minori, detti anche bossachi, i quali si trovano a Nuova York in numero di circa 2.000, ed hanno la riputazione di essere i peggiori camorristi del genere.

 

 

Accanto ai boss prosperano anche i banchieri italiani, che ne formano quasi lo stato maggiore. Gli italiani non si fidano delle banche americane per depositarvi i loro risparmi, per fare invii all’estero; a Nuova York esistono così circa 150 cosidette banche, nessuna delle quali è stata riconosciuta secondo le leggi dello stato.

 

 

Non sono necessari grandi capitali per mettere su una banca italiana. Qualche tempo fa un banchiere chiese ad un amico un imprestito di 50 lire per procurarsi da mangiare.

 

 

Le operazioni delle banche italiane sono svariate. Ecco tradotta l’insegna di una di esse: «Trasmissione di somme agli uffici postali d’Italia, Svizzera, Francia ed Austria, in carta, oro. Ordini telegrafici. Assegni pagabili a vista in tutte le principali città d’Europa. Notaio pubblico. Consigli legali gratuiti. Biglietti oceanici e ferroviarii, spedizione di pacchi postali. Pagamento di tasse doganali. Deposito di marsala e vini da pasto. Deposito di tabacco importato da Sant’Antonino, prima qualità».

 

 

L’italiano non ottiene una vera ricevuta per i depositi, ma un pezzo di carta su cui è scritta la somma. Il banchiere è molto facile a commettere sbagli che tornano sempre a danno del suo cliente illetterato. Spesso accade che le somme inviate non giungano a destinazione; ed i banchieri si giustificano allegando il naufragio della nave o la disonestà degli uffici postali americani. Come notai, essi esigono diritti immaginari sotto il nome di registro, protocollo, bollo, scrittura. Danno cauzione per gli italiani imprigionati; e si sa di somme di 1.000 lire pagate per ottenere una cauzione di 500 lire.

 

 

Parecchi banchieri aspirano solo ad accumulare ampii depositi per scomparire d’un tratto. Ogni giorno si sente parlare di una fuga di banchieri italiani coi sudati risparmi dei loro connazionali. Tali fatti non eccitano alcuna lagnanza o querela; raramente un banchiere italiano è condannato per abuso di fiducia.

 

 

Malgrado le molte lezioni avute, gli italiani continuano ad affidare ai banchieri tutto il loro avere. Grazie al movimento continuo della popolazione ed al giungere di sempre nuovi immigranti, i meno scrupolosi banchieri non hanno difficoltà nel trovare clienti, i quali non hanno ancora imparato a proprie spese le consuetudini italiane in America.

 

 

Le cose che sono state brevemente esposte più su sono molto tristi e gravi; ed è forse meraviglia che gli americani vogliano bandire dal loro suolo una immigrazione di persone, le quali minacciano di trapiantarvi le peggiori consuetudini della mafia e della camorra? Il più doloroso si è che le misere sorti degli italiani sono dovute in gran parte ai loro stessi connazionali. Nella California, dove essi giungono solo dopo lungo tempo, già familiarizzati colla lingua inglese, formano una delle colonie più rispettabili, laboriose ed agiate. Solo l’educazione e l’innalzamento delle condizioni materiali e morali della nostra emigrazione potrà riescire a togliere dal nome italiano la cattiva fama onde all’estero è circondato ed a far cessare la sfiducia colla quale gli italiani sono ora considerati dalle classi operaie più forti, libere e coscienti degli altri paesi.

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