Keynes, il trattato di Versailles ed i debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/02/1920

Keynes, il trattato di Versailles ed i debiti interalleati

«Corriere della Sera», 15[1], 18[2] e 25 febbraio[3]; 24 giugno; 24 ottobre 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 643-663

 

 

 

I

 

Polvere negli occhi di Wilson[4]

 

Vi è un libro che sta mettendo a rumore l’Inghilterra contro la giustizia e la sapienza del trattato di Versailles. Quel libro non predica il millennio e non vuole si rompa il trattato, che è una garanzia di pace formale; ma vuole preparare la formazione di un’opinione pubblica mondiale la quale faccia apparire a tutti necessario e conveniente rivedere quelle condizioni di pace che oggi talune nazioni difendono con estrema energia.

 

 

Per comprendere lo spirito del trattato ed il perché della sua necessaria revisione, l’autore ci fa assistere alla sua genesi. La pace di Versailles fu in realtà l’opera di un uomo solo.

 

 

«Il signor Clemenceau era di gran lunga il personaggio più eminente del consiglio dei quattro. Egli solo aveva un’idea e l’aveva meditata fino alle sue ultime conseguenze. Non si poteva sentir disprezzo od antipatia per Clemenceau, ma solo avere un’opinione diversa sulla natura dell’uomo od almeno nutrire una speranza differente intorno ad essa… Egli sentiva per la Francia quel che Pericle sentiva per Atene; soltanto la Francia contava ai suoi occhi, e tutto il resto era men che nulla. Ma la sua politica era quella di Bismarck. Per lui il tedesco non capisce e non può comprendere null’altro fuorché l’intimidazione; è senza generosità e senza rimorso nel negoziare, senza onore, orgoglio o pietà. Perciò non bisogna mai negoziare con un tedesco o cercare di conciliarselo; voi dovete imporvi a lui. A nessun’altra condizione egli vi rispetterà o voi impedirete che egli vi inganni… Nei rapporti internazionali non vi è posto per «sentimentalismi». Solo le nazioni sono cose reali, di cui voi amate una e sentite per il resto indifferenza od odio. La gloria della nazione che voi amate è uno scopo desiderabile; ma generalmente deve essere ottenuta a spese altrui. La politica della forza è fatale; e non vi è davvero nulla di molto nuovo da imparare intorno all’ultima guerra ed agli scopi per cui fu combattuta: l’Inghilterra ha distrutto, come in ogni secolo precedente, un rivale commerciale ed un grande capitolo si è chiuso nella lotta secolare fra le glorie della Germania e della Francia. La prudenza consiglia di rendere omaggio a fior di labbra agli ideali di americani ingenui e di inglesi ipocriti; ma sarebbe sciocco di credere che vi sia molto posto nel mondo, così come è fatto, per imbrogli simili alla Lega delle nazioni o molta significazione nel principio dell’auto-decisione, salvoché lo si riguardi come un’ingegnosa formula per accomodare la bilancia della potenza nel proprio interesse».

 

 

Perciò era necessario che la forza della Germania fosse ridotta a quella che era nel 1870 affinché la Francia potesse dirsi di nuovo sua uguale. Essendo la guerra lo stato normale dell’Europa, era d’uopo che la Francia si garantisse, diminuendo il territorio e la potenza economica della Germania. Perciò la sola pace possibile era una pace cartaginese; ed il signor Clemenceau non si preoccupava minimamente dei quattordici punti e lasciava ad altri di escogitare i trucchi necessari per salvare gli scrupoli o la faccia del presidente.

 

 

Come accadde che Wilson, il «presidente», si sia lasciato indurre a mettere la sua firma sotto un trattato di pace cartaginese invece che sotto ad un documento di giustizia? Ad osservarlo, si vedeva subito che il presidente non aveva il temperamento dello studioso e neppure quell’abito mondano che «segnalano il signor Clemanceau e il signor Balfour come campioni squisitamente fini della loro classe e della loro generazione». Quale probabilità di far trionfare le sue idee aveva il presidente, insensibile al mondo esterno, contro la infallibile sensibilità, quasi medianica, di Lloyd George verso chiunque gli stesse attorno?

 

 

«Il primo ministro britannico nel tempo stesso osservava i colleghi con sei o sette sensi non esistenti per la comune degli uomini, giudicava caratteri, motivi ed impulsi subcoscienti, percepiva ciò che ognuno pensava e persino ciò che ognuno intendeva in seguito dire e preparava con istinto telepatico l’argomento o l’appello più adatto alla vanità, alla debolezza, ed all’interesse del suo immediato interlocutore… Invece la mente del presidente era lenta e incapace di adattamento. Egli non poteva in un minuto entrare nel vivo di ciò che gli altri dicevano, afferrare in un lampo la situazione, formulare una replica e fronteggiare un assalto cambiando opportunamente di terreno; ed era perciò destinato ad essere battuto dalla semplice prontezza, intuizione ed agilità di un Lloyd George… Nessun uomo mai entrò in consiglio vittima più perfetta e predestinata dell’abilità sopraffina del primo ministro».

 

 

Ad essere vittima lo designavano le sue qualità: non era uno studioso, non un filosofo, non un uomo d’affari, non un politicante comune. Che cosa era dunque il presidente? Pare che la caratteristica non fosse facile a scoprire. Ma trovatala, fu «illuminante».

 

 

«Il presidente rassomigliava ad un ministro nonconformista, forse ad un ministro presbiteriano. Il suo pensiero ed il suo temperamento erano essenzialmente teologali, non intellettuali, con tutta la forza e la debolezza di questa maniera di pensare, sentire ed esprimersi».

 

 

La similitudine, che per un inglese è «illuminante», dice poco agli italiani, che hanno in mente il tipo del teologo italiano fino, ragionatore, abile dialettico e politico scaltrito. Forse, al tempo del Savonarola e dei suoi piagnoni, abbiamo avuto anche noi qualche tipo vivo dell’asceta che non fa l’eremita, ma il predicatore, che dall’alto del pulpito sulla piazza ordina ai fedeli in linguaggio apocalittico di attuare severamente, su se stessi, senza scuse ed eccezioni, a qualunque costo, il verbo della verità e della fede. Wilson è un piagnone redivivo.

 

 

Il suo verbo è la Società delle nazioni, la sua meta una pace di giustizia. Ma egli non andava al di là delle tavole della fede.

 

 

«Si credeva comunemente al principio dei lavori della conferenza di Parigi che il presidente avesse elaborato, coll’aiuto di un numeroso stuolo di consiglieri, un ampio progetto per l’attuazione della Lega delle nazioni, e per la trasfusione dei quattordici punti in un effettivo trattato di pace. Di fatto il presidente non aveva elaborato nulla; quando fu chiamato a formularle praticamente, si vide che le sue idee erano nebulose ed incomplete. Egli non aveva un piano, un progetto, un’idea costruttiva qualsiasi per vestire delle carni della vita i comandamenti che egli aveva fra i tuoni ed i lampi della casa bianca comunicato ai popoli. Egli avrebbe potuto predicare un sermone su uno qualunque dei punti o indirizzare una solenne preghiera all’onnipotente per il loro adempimento; ma non era capace di formularne la concreta applicazione allo stato attuale dell’Europa… Non solo egli non aveva proposte da fare, ma era sotto molti rispetti male informato, forse inevitabilmente, intorno alle condizioni dell’Europa… Né egli rimediò a questi difetti ricorrendo all’aiuto della sapienza collettiva dei suoi luogotenenti. Egli aveva bensì riunito intorno a sé, per quanto riguarda i capitoli economici del trattato, un abilissimo gruppo di uomini d’affari. Ma essi erano privi di esperienza nelle pubbliche faccende, e fatta una o due eccezioni, sapevano dell’Europa altrettanto poco come il presidente e venivano chiamati a dare il loro parere solo di quando in quando su punti particolari… Gli altri plenipotenziari americani erano mere teste di legno; ed anche il fidato colonnello House, di gran lunga miglior conoscitore degli uomini e dell’Europa che non il presidente, cadde nell’ombra a mano a mano che il tempo passava… Giorno per giorno, settimana per settimana, il presidente si chiuse sempre più in se stesso, senza aiuto e senza consiglio, solo, di fronte ad uomini molto più astuti di lui, in situazioni di difficoltà suprema, quando per ottenere il successo egli avrebbe avuto bisogno di ogni specie di risorse, fertilità di concezioni e conoscenze… Arriva un momento in cui la vittoria nelle camere di consiglio è vostra se con qualche leggera apparenza di concessioni voi potete salvare la faccia degli oppositori o conciliarli riformulando le vostre proposte in maniera gradita ad essi e non dannosa in nulla di essenziale al vostro interesse. Il presidente non era dotato di questa semplice e comune abilità. La sua mente era troppo lenta e troppo poco agile per potere inventare una qualsiasi alternativa. Il presidente era capace di puntare i piedi e di rifiutare di muoversi, come fece per Fiume. Ma non aveva nessun altro mezzo di difesa, e bastava di regola qualche piccola manovra dei suoi oppositori per impedire alle cose di giungere ad un punto da non poterlo più smuovere. Con qualche bella maniera ed una parvenza di conciliazione, era facile trarre il presidente fuori del suo terreno, fargli perdere il momento di puntare i piedi, sicché, prima che egli sapesse dove si trovava, era per lui troppo tardi per ribellarsi… Nel momento della crisi suprema, egli aveva gran bisogno della simpatia, dell’aiuto morale, dell’entusiasmo delle masse. Ma a lui non giunse nessun’eco dal mondo esteriore, nessun palpito di passione, di simpatia, di incoraggiamento dei suoi silenziosi elettori di tutti i paesi».

 

 

Intorno a lui la trama del trattato andò tessendosi sotto la ispirazione degli inglesi e dei francesi solo preoccupati di rivestire con le formole verbali dei quattordici punti i desideri egoistici dei vincitori. Nel consiglio dei quattro «Clemenceau era intento unicamente a schiacciare la vita economica del suo nemico, Lloyd George a fare un bel colpo e portare a casa qualcosa che per una settimana potesse sembrare un successo, il presidente a non far nulla che non fosse giusto e diritto». Lloyd George aveva promesso ai suoi elettori di far pagare alla Germania le spese della guerra; e voleva ottener quel tanto che gli bastasse a dire di avere attuato le sue promesse.

 

 

«I più sottili sofisti ed i redattori più ipocriti furono messi al lavoro ed inventarono molti ingegnosi spedienti che non avrebbero ingannato per più di un’ora uomini più accorti del presidente. Così, invece di dire che all’Austria tedesca è vietato di unirsi con la Germania eccettochè col permesso della Francia, il che sarebbe stato in contradizione col principio dell’auto-decisione, il trattato, con delicatezza di tocco, stabilisce che «la Germania riconosce e rispetterà strettamente la indipendenza dell’Austria, entro le frontiere da fissarsi nel trattato fra questo stato e le principali potenze alleate ed associate; essa consente che questa indipendenza rimanga inalienabile, salvo il consenso (unanime, in virtù di un altro articolo) del consiglio della Lega delle nazioni». Nel porre il sistema fluviale della Germania sotto il controllo straniero, il trattato parla di dichiarare internazionali «quei sistemi fluviali i quali provvedono naturalmente a più di uno stato un accesso al mare, con o senza trasbordo da una nave ad un’altra». Esempi simili potrebbero essere moltiplicati. L’onesto e chiaro scopo della politica francese, di limitare la popolazione della Germania e di indebolire il suo sistema economico è rivestito, per buttar polvere negli occhi del presidente, con l’augusto linguaggio della libertà e dell’uguaglianza internazionale».

 

 

Tutti riuscirono a buttar polvere negli occhi dell’arbitro. Tutti, salvo il quarto membro del consiglio supremo, di cui nel libro dal quale ho tratto le citazioni fin qui fatte, pallido estratto di un vividissimo quadro, non ho trovato ricordo alcuno apprezzabile. L’autore parla sempre del «consiglio dei quattro», ma dipinge le caratteristiche, la mentalità, gli scopi, le manovre di tre soli. Per lui esistono solo il signor Clemenceau, il presidente ed il primo ministro. Conosciamo quale fosse la pace cartaginese, di distruzione della Germania, voluta dal primo; sappiamo che il primo ministro inglese voleva riportare in patria la notizia di una grossa indennità e del processo al Kaiser, a cui non credeva fino ad una settimana prima delle elezioni del dicembre 1918 e tornò a non credere subito dopo. Sappiamo quali fossero le vie per cui il presidente a poco a poco capitolò dinanzi ai colleghi, dopo essere stato convinto, da teologi sopraffini, di essere rimasto fedelissimo ai quattordici punti. Sappiamo che egli ritornò in America indignatissimo contro i tedeschi, che avevano osato rimproverargli la sua mancanza alla parola data al momento dell’armistizio. Ma dell’Italia e dei negoziatori italiani nulla sappiamo, salvochè il presidente aveva «puntato i piedi» nella questione di Fiume, mentre a questo estremo di puntare i piedi nessun altro l’aveva lasciato venire, bastando di regola qualche «piccola manovra», qualche «bella maniera», qualche «parvenza di conciliazione» per smuoverlo dal suo terreno e costringerlo con perfetta logica e con sua stupefazione (bewildered) alla resa. Sappiamo che egli si trovò solo, senza aiuto, senza conforto nella lotta per far trionfare le idee della giustizia; ed intuiamo quale sarebbe stata la forza straordinaria di quel negoziatore, di quella nazione che gli si fosse messa a fianco ed avesse dato un contenuto reale ai principii astratti wilsoniani, ed avesse fornito al presidente quel sussidio di abilità duttile e di adattamento resistente, di cui egli totalmente mancava. Sappiamo solo che la nomea di «arbitro» assoluto e dispotico delle cose europee, di cui il presidente fu circondato in Italia e che fu accreditata anche ufficialmente dai nostri negoziatori era una leggenda. Arbitro fu solo per coloro che non arrivarono in tempo ad impedirgli di puntare i piedi «come egli fece per la questione di Fiume», unico esempio citato di questo terribile puntamento di piedi. Ma sappiamo che per tutti gli altri il «povero» presidente era predestinato all’ufficio dell’uomo bendato nel giuoco a mosca cieca.

 

 

Chi scrive queste cose non è un tedesco meditante sulle sorti della sua patria, non è un italiano il quale voglia attribuire alla imperizia dei suoi negoziatori od alla testardaggine di Wilson le difficoltà di Fiume; non è un socialista il quale condanni il trattato di Versailles come il frutto di egoismi imperialistici e capitalistici. E un inglese, il quale è persuaso che il trattato è di impossibile applicazione, il quale avrebbe voluto tradurre in formule concrete i principii di Wilson, e non esita perciò a parlare con vergogna ed a condannare implacabilmente i partiti e gli uomini inglesi piegatisi alla campagna popolaristica e giornalistica a favore delle indennità e del processo al Kaiser. È un inglese il quale vuole che il suo paese non solo rinunci alla indennità tedesca ma anche al rimborso dei debiti contratti dagli alleati verso il tesoro britannico.

 

 

John Maynard Keynes era noto da anni, fin da prima della guerra, agli studiosi di economia. Figlio di un altro noto economista, John Neville Keynes, vinse giovanissimo il concorso più arduo dell’amministrazione britannica, quello dell’India Office, illustrato già dai due Mill, vi rimase per due anni e ne uscì nel 1909 quando fu nominato fellow del King’s College a Cambridge. Nel 1912, sebbene pochissimo avesse scritto, fu chiamato alla direzione dell’«Economic Journal», organo della Royal Economic Society e senza dubbio la prima tra le riviste che nel mondo sono dedicate alla scienza economica. A lui gli economisti devono giorni di insuperato compiacimento intellettuale, quando nel 1913 poterono leggere il suo libro su la circolazione e la finanza nell’India (Indian Currency and Finance), libro classico, che sta a paro con quei saggi di Ricardo, di Tooke, di Fullarton, di Lord Overstone, che contrassegnarono l’età dell’oro della scienza economica. Nel 1914 e nel 1915 la firma del Keynes apparve sotto alcuni saggi descrittivi delle giornate d’agosto e sui primi mesi di scompiglio bancario a Londra, che sono quanto di più bello sia mai stato scritto sui problemi monetari durante la guerra.

 

 

Dopo d’allora il silenzio s’era fatto intorno a lui nella famiglia internazionale degli studiosi. Il governo inglese aveva veduto in lui una delle teste più fini del paese e l’aveva voluto suo consigliere presso la tesoreria britannica. Alla conferenza di Parigi il Keynes rappresentò ufficialmente il tesoro inglese sino al 7 giugno 1919 e sedette come sostituto del cancelliere dello scacchiere nel consiglio supremo economico. Era noto, inoltre, negli ambienti della conferenza, che il Keynes era il vero inspiratore del governo nelle cose finanziarie e che nulla potevasi dagli alleati ottenere dal tesoro britannico contro il suo consiglio.

 

 

Oggi egli rompe il silenzio con il libro The economic consequences of the peace (Macmillan, London), di uno dei cui capitoli ho dato sopra un pallido riassunto. Il Keynes si ritirò dagli uffici coperti a Parigi e presso il tesoro inglese quando si convinse di non potere più nutrire alcuna speranza di modificazioni sostanziali alle condizioni di pace. La sua critica al trattato è fondata esclusivamente su motivi di carattere pubblico e su fatti noti al mondo intiero. Così egli dichiara nella prefazione. Ma la sua conoscenza intima dell’ambiente in cui il trattato sorse e delle persone che lo compilarono, la maestria con cui ne espone le linee essenziali e le conseguenze necessarie, la parsimonia nei particolari e nelle cifre, e l’abilità con cui le poche cifre citate sono fatte parlare fanno sì che si comincia a leggere il libro con interesse, lo si prosegue con ansia crescente e lo si chiude convinti che il lavoro per la pace e per la ricostruzione dell’Europa comincia appena oggi. Verranno dopo i politicanti dei partiti comunisti, a saccheggiare, senza entrare nello spirito del libro, cifre e ragionamenti del Keynes, così come fecero tutti i loro più famosi campioni, a cominciare dal Marx, plagiario e denigratore dei Ricardo, dei Senior e dei Malthus. Verranno essi a dire che la pace di Versailles è una cattiva pace perché voluta da un capitalismo per schiacciare altri capitalismi. Sta, contro le loro declamazioni, il fatto che il libro, da cui comincia la vera discussione, la discussione feconda e rinnovatrice della pace europea, è stato scritto da un economista; e sta il fatto che egli condanna la pace di Parigi come un tentativo vano, assurdo e pericoloso di ricostruire un’economia morta cinquant’anni fa, un tentativo contro cui protestano tutte le forze vive, del capitale e del lavoro, tutte le idee creatrici del mondo moderno.

 

 

II

 

Quel che la Germania può pagare

 

Vi sono nel libro sulle conseguenze economiche della guerra del Keynes, che ho presentato qualche giorno fa ai lettori del «Corriere», parti che sarebbe interessantissimo riassumere, se lo spazio non difettasse troppo: come la pace imposta sia stata una violazione delle condizioni d’armistizio accettate da ambe le parti belligeranti, quale differenza vi sia tra queste condizioni e le singole stipulazioni del trattato di Versailles; come i quattro siano stati ciechi dinanzi al fatto che il problema più importante da risolvere non era politico o territoriale, ma finanziario ed economico. Tutto ciò può offrire campo a dibattiti senza fine. Forse non sono invece discutibili i dati e le considerazioni che il Keynes fa intorno al punto: potrà la Germania pagare le indennità che ha promesso di pagare?

 

 

Gli italiani sono forse il popolo più atto a sentire il valore delle critiche mosse dal Keynes ad un trattato che non fissa alcuna cifra all’ammontare delle indennità dovute dalla Germania, ma le lascia imprecise in modo da poterle spingere, secondo ragionevoli stime, sino a 200-250 miliardi di lire-oro italiane, e da poterle aumentare ancora, ove appena si veda che i tedeschi siano disposti a lavorare per pagare maggiormente. Nessun ministro italiano si rese colpevole di «inganni» verso il proprio popolo simili a quelli «tesi al popolo francese dai propri ministri» incapaci a dire ai contribuenti la verità sulle imposte che essi e non altri dovranno pagare in avvenire. Nessun ministro italiano promise, come fece Lloyd George, ai propri elettori di far pagare ai tedeschi tutte le spese della guerra. Sempre in Italia, da ministri e da pubblicisti, fu predicato, sebbene non sempre attuato, il verbo delle imposte e delle economie. Epperciò noi siamo, tra i popoli vincitori, quello meglio preparato a sentir dimostrare, da uno dei più profondi conoscitori della materia, che la Germania non può pagare se non una piccola parte della indennità promessa e che ogni tentativo di costringerla a pagar di più è assurdo e pernicioso, per essa e per noi. Riassumo la dimostrazione per sommi capi, trascurando i particolari e le prove.

 

 

La Germania può pagare in una prima maniera: con ricchezza immediatamente trasferibile:

 

 

a)    Oro. Nel settembre 1919 la riserva d’oro della banca imperiale tedesca era ridotta a 1 miliardo e 375 milioni di lire. Ma su di essa, che a mala pena equivale al 4% dei biglietti circolanti, non si può fare alcun assegnamento, se non si vuole ridurre a zero il valore del marco, di cui parecchi miliardi sono posseduti dalla Francia e dal Belgio, e rendere impossibile alla Germania di far fronte a qualsiasi suo impegno.

 

 

b)    Navi. Calcolandole a 4 milioni di tonnellate, il valore può oscillare da un minimo di 2 miliardi e 500 milioni ad un massimo di 3 miliardi e 750 milioni di lire. Suppongasi 3 miliardi.

 

 

c)    Titoli esteri. Valevano forse 31 miliardi e 250 milioni prima della guerra. Dedotti però i valori già sequestrati dagli alleati e già destinati a risarcimenti privati, i titoli russi, austriaci, turchi, ecc., che non valgono quasi più niente, i titoli venduti durante la guerra e contrabbandati all’estero dopo l’armistizio, il residuo disponibile varia da un minimo di 2 miliardi e 500 milioni ad un massimo di 6 miliardi e 250 milioni di lire.

 

 

In totale, per i tre capitoli indicati, una somma variabile da 6 miliardi e 250 milioni al minimo ad 8 miliardi e 750 milioni di lire al massimo. Il Keynes è convinto tuttavia di essere stato molto ottimista e ritiene che la commissione delle riparazioni non riuscirà a realizzare neppure la cifra minima.

 

 

Il secondo modo di pagamento consiste in ricchezze esistenti nel territorio ceduto o consegnato in virtù dell’armistizio. Le proprietà private sono già destinate a soddisfare debiti privati tedeschi verso cittadini alleati. Le proprietà pubbliche in Alsazia-Lorena, nel territorio ceduto al Belgio, nelle ex colonie tedesche sono trasferite allo stato successore, e non sono comprese nell’indennità. Il resto – una parte delle proprietà cedute alla Polonia ed alla Danimarca, le miniere della Sarre, i materiali bellici ceduti coll’armistizio, ecc. -, dedotte le spese di occupazione degli eserciti in territorio tedesco ed altre diverse, non supera dai 2,5 ai 5 miliardi di lire. Ma poiché il Belgio ha un privilegio di priorità di 2,5 miliardi, la conclusione è che forse il Belgio otterrà questa somma; ma i ministri delle finanze degli altri paesi debbono fare astrazione da questo elemento nel compilare i loro bilanci.

 

 

Il terzo modo di pagamento consiste in annualità distribuite in un dato periodo di tempo. In ultima analisi un paese può pagare altrui un tributo annuo, non in moneta, che abbiamo veduto essere ridotta ad un minimo al disotto di cui non si può scendere senza pericolo di arrestare la vita della Germania; ma in merci, ossia esportando, senza ricevere nulla in cambio, merci per un valore superiore alle merci importate. Nei cinque anni 1909-13 la Germania invece importava 1 miliardo e 850 milioni di lire di merci di più di quanto esportava. Bisognerebbe dunque rovesciare la situazione, ossia crescere enormemente le esportazioni tedesche e vendere di meno alla Germania. È ciò possibile? E vi saranno molti in Europa disposti a ritenere conveniente questa inondazione di merci tedesche? Vi ha ragione di rimanere scettici, passando in rivista le principali esportazioni tedesche:

 

 

  • Ferro ed acciaio. Davano il 13,2% delle esportazioni ante-belliche. Ma i territori ceduti nella Polonia, nella Slesia superiore e nell’Alsazia davano i tre quarti della produzione del minerale di ferro, il 38% degli alti forni, ed il 9,5% delle fonderie di ferro ed acciaio. Invece di un aumento, è probabile perciò un forte decremento nell’esportazione.

 

 

  • Macchine. Forse qualche maggiore esportazione è possibile.

 

 

  • Carbone e coke. La Germania esportava già prima della guerra 550 milioni di lire nette di carbone. Gli alleati hanno consentito che per ora la massima esportazione possibile è di 20 milioni di tonnellate. Anche questa cifra è problematica, avendo la Germania perduto un terzo delle sue miniere; e se si raggiungerà, diminuiranno di gran lunga più le esportazioni di articoli manufatti, che richiedono carbone per la loro produzione. In conclusione nessun aumento di esportazione è prevedibile per questo capo.

 

 

  • Cotonate e lanerie. È probabile una diminuzione, se si pensa alla grande ressa di tutte le nazioni per procurarsi le materie prime.

 

 

  • Cereali. Non vi fu mai e non vi potrà essere un’esportazione netta.

 

 

  • Cuoi e pellami. La stessa conchiusione che per le cotonate e le lanerie. Rimangono solo merci, nessuna delle quali superava prima della guerra il 3% delle sue esportazioni. Pagherà in colori? Valevano 250 milioni di lire. In giuocattoli? in potassa? Il valore ne era di 75 milioni di lire all’anno.

 

 

Forse, si potrà ottenere di più diminuendo le importazioni. Parecchio si può ottenere, riducendo il tenor di vita dei tedeschi. Ma non si possono per lo più ridurre le importazioni, senza diminuire ancor di più le esportazioni dei relativi manufatti.

 

 

Tutto sommato, bisogna concludere che al massimo la Germania potrà per 30 anni pagare in merci, ai valori attuali, 2 miliardi e 500 milioni di merci all’anno. cifra massima, dice il Keynes, che possa essere ammessa come ragionevole. Una cifra superiore sarebbe sciocca (foolish). Al 5% di interesse ed 1% di rata di ammortamento, 2 miliardi e 500 milioni all’anno per 30 anni corrispondono ad una indennità avente il valore attuale di 42,5 miliardi di lire.

 

 

Tirando le somme dei tre modi di pagamento elencati, la massima indennità che nelle condizioni più favorevoli sarà possibile far pagare alla Germania in 30 anni ha dunque un valore attuale di non più di 50 miliardi di lire-oro. Un’indennità maggiore potrebbe essere pagata soltanto se si verificasse una di queste tre ipotesi: 1) che il valore della lira-oro scendesse ad una metà, ad un decimo del valore presente. In tal caso l’indennità, pagata in merci, avrebbe un valore doppio o decuplo; 2) che il prodotto del lavoro umano subisca qualche straordinario e rivoluzionario incremento; 3) che per un quinquennio od un decennio gli alleati facciano grandi prestiti alla Germania, la provvedano di navi, alimenti, materie prime, le procaccino mercati, impieghino tutte le loro risorse e la loro buona volontà a renderla la più grande nazione industriale dell’Europa, se non del mondo. In tal caso la Germania potrà pagare, in seguito, una indennità notevolmente maggiore di 50 miliardi. Ma poiché sarebbe insensato fidarsi delle prime due ipotesi e quanto alla terza è problematico se la Germania, ridivenuta ricca e potente, vorrà pagarci indennità, forza è conchiudere alla necessità di tenersi sul terreno fermo dei 50 miliardi.

 

 

Come verranno distribuiti questi 50 miliardi? Ho l’impressione – qui le cifre sono, come è naturale, estremamente vaghe – che le previsioni fatte dal Keynes intorno alle liquidazioni che saranno fatte dalla commissione di riparazione si aggirino intorno alle seguenti cifre:

 

 

miliardi di lire-oro

Francia

80

Impero britannico

50

Italia

15

Belgio

15

Altri alleati (compresi gli Stati uniti)

40

____

200

 

 

Espongo dubitosamente, non discuto cifre che lo stesso Keynes non riassume neppure così come per brevità ho dovuto far io e che egli giudica nel complesso e nei particolari fantastiche. Poiché la Germania potrà pagare al massimo ed in merci ed in trent’anni un quarto di questa somma, ognuno può da sè trarre le conclusioni.

 

 

In questa materia, noi non siamo chiamati a dare giudizi intorno al dovere della Germania, né a rinunciare menomamente a nessuno dei diritti che il trattato ci attribuisce. Si tenta solo di stabilire, con la prudenza che il finanziere deve sempre usare quando mette in colonna le cifre della parte attiva del suo bilancio, quale sia la somma che sarà possibile ottenere dalla Germania. Quella cifra non giunge per l’Italia a più di qualche miliardo di lire. Con la indennità pagata di fatto dal nemico, l’Italia non potrà rimborsare i debiti di guerra verso gli alleati. Questa sia per ora la sola nostra precisa conclusione.

 

 

III

 

Condono dei debiti e fondo di ricostruzione

 

Nel suo libro su Le conseguenze economiche della pace il signor Keynes pubblica una tabella sui debiti interalleati che merita di essere riprodotta (in milioni di lire italiane, alla pari di 25 lire contro una sterlina):

 

 

Prestiti concessi

Dagli Stati uniti

Dall’Inghilterra

Dalla Francia

Totale

Inghilterra

21.050

21.050

Francia

13.750

12.700

26.450

Italia

8.125

11.675

875

20.675

Russia

950

14.200

4.000

19.150

Belgio

2.000

2.450

2.250

6.700

Serbia e Jugoslavia

500

500

500

1.500

Altri alleati

875

1.975

1.250

4.100


Totale

______

47.250

______

43.500

______

8.875

______

99.625

 

 

 

Le cifre non sono assolutamente complete, fermandosi al novembre 1919. Dopo d’allora, gli Stati uniti hanno quasi raggiunto i 50 miliardi, fissati come limite ai crediti europei dal congresso americano. Ma trattasi di variazioni di poco conto. In complesso, l’indebitamento interalleato raggiunge i 100 miliardi di lire, calcolate alla pari con i dollari, le sterline ed i franchi. Sebbene la parola non sia esatta, possiamo dire che trattasi di 100 miliardi in lire-oro. In realtà soltanto quelle dovute agli Stati uniti sono all’incirca lire-oro; quelle dovute all’Inghilterra scapitano oggi del 30% e quelle dovute alla Francia del 60%. Domani potrà darsi che le proporzioni siano diverse.

 

 

Gli Stati uniti sono i soli che hanno imprestato, senza ricevere nulla in prestito da altri. Il loro credito si può oggi calcolare sui 50 miliardi di lire-oro.

 

 

L’Inghilterra ha dato a mutuo 43 miliardi e 500 milioni; ma poiché ha ricevuto dagli Stati uniti 21 miliardi e 50 milioni, il suo credito netto si riduce a 22 miliardi circa. In realtà il credito netto è notevolmente minore, perché i debiti sono quasi tutti in dollari apprezzati ed i crediti in lire sterline deprezzate.

 

 

La Francia ha debiti per 26 miliardi e 450 milioni di lire, tutti in monete ottime come il dollaro o relativamente buone come la sterlina; ed ha crediti per 8 miliardi e 875 milioni in monete deprezzate verso paesi insolventi, come la Russia. Debito netto 17 miliardi e 575 milioni; in realtà assai maggiore.

 

 

L’Italia ha debiti per 20 miliardi e 675 milioni, tutti in monete migliori della sua; e non ha alcun credito.

 

 

Così pure la Russia deve 19 miliardi e 150 milioni, il Belgio 6 miliardi e 700 milioni, la Serbia 1 miliardo e 500 milioni e gli altri alleati 4 miliardi e 100 milioni, netti, senza compenso di crediti.

 

 

Il Keynes ritiene «assolutamente necessario per la pace del mondo» che tutti questi rapporti di debito e credito interalleato siano intieramente annullati. Ricordiamo che, secondo l’opinione assai misurata dell’autore, la indennità effettivamente pagabile dal nemico al massimo potrà giungere a 50 miliardi di lire-oro. Se gli alleati non consentiranno ad annullare i debiti reciproci «la guerra sarà finita con l’intollerabile risultato che gli alleati dovranno pagare indennità gli uni agli altri invece di riceverle dal nemico».

 

 

Le considerazioni dell’autore in proposito meritano di essere riprodotte testualmente:

 

 

«La questione dei debiti interalleati è strettamente collegata con la vivacità dei sentimenti popolari dominanti tra gli alleati europei riguardo alle indennità nemiche. Questi sentimenti non sono fondati su alcun ragionevole calcolo di ciò che la Germania può pagare, ma su un apprezzamento fondato intorno alla insopportabile situazione finanziaria in cui gli alleati si troveranno se la Germania non paga. Prendiamo l’Italia come un esempio estremo. Se è ragionevole pretendere che l’Italia paghi 20 miliardi di lire-oro, certamente la Germania può e deve pagare una cifra incomparabilmente maggiore. Ancora: se si deciderà – come per forza bisognerà fare – che l’Austria non può pagare quasi nulla, non sarà una conclusione intollerabile che l’Italia debba andarsene carica di un tributo schiacciante, mentre l’Austria se la cava con niente? Oppure, per dir la stessa cosa in altri termini, come si può immaginare che l’Italia si sottometta al pagamento di una così gran somma, quando essa vedrà la Ceco-Slovacchia pagare nulla o quasi nulla?

 

 

All’altro lato della bilancia vi è la Gran Bretagna. Qui la situazione finanziaria è differente, perché chiedere a noi di pagare 20 miliardi è una cosa ben differente dal chiederli all’Italia. Ma l’impressione non è molto diversa. Se noi dobbiamo contentarci di una riparazione parziale dalla Germania, come saranno acri le proteste contro il pagamento in pieno agli Stati uniti!

 

 

Il caso della Francia è almeno ugualmente intollerabile. A mala pena essa potrà ottenere dalla Germania un compenso per le distruzioni materiali sofferte. Tuttavia la Francia vittoriosa dovrà pagare ai suoi amici ed alleati una somma quadrupla delle indennità che nel 1870 essa dovette versare alla vittoriosa Germania. Il guanto di ferro di Bismarck fu leggero in paragone della stretta di mano di un alleato e di un associato…

 

 

Forse è esagerato affermare essere impossibile per gli alleati europei di pagare il capitale e l’interesse sui loro debiti. Costringerli a pagare equivarrebbe tuttavia ad imporre su di essi un peso schiacciante. Essi faranno continui tentativi per evadere o sfuggire il pagamento e questi tentativi saranno una fonte permanente di attriti e di malanimo internazionale per molti anni a venire. Una nazione debitrice non ama il suo creditore; ed è inutile sperare sentimenti di buona amicizia dalla Francia, dall’Italia o dalla Russia verso il nostro paese o verso l’America, se il loro sviluppo avvenire sarà per molti anni impedito dall’annuo tributo che esse dovranno pagarci. Grande sarà per esse la spinta a cercare altrove i loro amici: ed ogni rottura delle relazioni pacifiche con noi recherà sempre con sè l’enorme vantaggio di fare sfuggire al pagamento dei debiti esteri. Se invece si passa la spugna su questi debiti, saranno favorite la solidarietà e la vera amicizia tra le nazioni finora associate…

 

 

Le nazioni creditrici presto si vedranno imbarazzate dalla necessità di mantenere al potere uno speciale tipo di governo od una speciale organizzazione economica nei paesi creditori. Alleanze imbarazzanti o leghe vincolatrici sono un nulla in confronto agli imbarazzi dei debiti… La guerra è finita con immense masse di debiti reciproci. La Germania deve grandi somme agli alleati; gli alleati alla Gran Bretagna; e la Gran

Bretagna agli Stati uniti. Tutta questa situazione è al più alto grado artificiale, ingannevole e vessatoria. Noi non saremo mai in grado di muoverci liberamente, se non libereremo le nostre gambe da queste bende di carta. Un falò generale è tale una necessità che se non si riesce a farlo in una maniera ordinata e temperata senza nessuna grave ingiustizia per nessuno, potremo invece avere una conflagrazione distruggitrice di molte altre cose…

 

 

Saranno i popoli malcontenti d’Europa disposti per una generazione a regolare la propria vita in maniera che una apprezzabile parte del loro lavoro giornaliero sia devoluta a fronteggiare un pagamento estero, la ragione di cui, sia nei rapporti fra l’Europa e l’America che in quelli fra la Germania ed il resto dell’Europa, non corrisponda imperiosamente al loro senso della giustizia o del dovere? Da un lato, l’Europa deve alla lunga decidersi a vivere dei frutti del proprio lavoro e non delle largizioni americane; ma dall’altro lato, essa non si assoggetterà a privazioni allo scopo di far emigrare altrove i frutti del proprio lavoro. A dirla in breve, non credo che alcuno di questi tributi sarà pagato, nell’ipotesi più benigna, per più di pochissimi anni. Essi sono contrari alla natura umana ed allo spirito dei tempi».

 

 

I lettori del «Corriere della Sera» sanno con quanta pertinacia su queste colonne fu sostenuta la tesi che oggi Keynes, fino a ieri consigliere ascoltatissimo della tesoreria britannica, espone con tanta larghezza di argomentazioni e netta visione delle necessità dell’Europa. Ad eliminare il rimprovero che gli Stati uniti potrebbero fare all’Inghilterra di farsi iniziatrice del condono dei debiti, essendo essa una solida debitrice verso un paese forte, mentre ha crediti verso tesori semi-dissestati, l’«Economist» recensendo il libro del Keynes torna ad insistere sulla sua idea che il condono dei debiti debba farsi a favore di tutti gli alleati salvoché dell’Inghilterra. Questa condoni i suoi crediti, ma rimanga obbligata a pagare i suoi debiti verso gli Stati uniti. È una tesi dignitosa e simpatica : quella del signore di vecchia data, che rinuncia a far valere i suoi diritti verso l’Europa, a condizione che gli Stati uniti facciano altrettanto; ma non vuole dir grazie a nessuno, pure essendo persuaso di avere diritto al condono dei debiti, contratti quasi del tutto per conto altrui.

 

 

Comunque sia di questo particolare, il condono dei debiti non è sufficiente, secondo il Keynes, a risanare le condizioni dell’Europa. Occorre mettere a disposizione dell’Europa continentale, alleati ed ex nemici, un fondo per la ricostruzione, per facilitare il passaggio a condizioni normali di vita economica. Egli non è d’accordo con coloro i quali farneticano di giganteschi prestiti internazionali, di 50, di 100 miliardi o più, con cui si consoliderebbero e si fonderebbero insieme i debiti dei paesi belligeranti. Tutto ciò è pura fantasia, che fa ridere i banchieri americani e li indispone verso l’Europa. Il Keynes è molto più moderato; egli invoca un primo prestito internazionale – coi fondi sovratutto versati dagli americani – di 5 miliardi per l’acquisto di alimenti e materie prime e un secondo di 5 miliardi per la riorganizzazione della circolazione. I nuovi prestiti dovrebbero prendere il primo posto, con preferenza a qualunque debito interno od esterno degli stati debitori. I creditori dovrebbero avere un diritto generale di controllo, che non entri nei particolari minuti, sull’impiego dei fondi presi a prestito.

 

 

Sulle modalità di applicazione sarebbe prematuro di entrare – neppure il Keynes ci si addentra -; ma un’osservazione importa fare. È passato il momento in cui l’Europa poteva fare assegnamento su prestiti esteri di decine di miliardi. Il governo degli Stati uniti ha cessato per sempre di essere il fornitore di fondi all’Europa.

 

 

Nuovi prestiti si avranno nei soliti modi: con la emissione di titoli, diretti ed indiretti, a Londra ed a New York. Ma la capacità di assorbimento di quei due mercati è limitata; il pubblico assorbe a stento, con grandissima diffidenza e ad alti saggi di interesse, i titoli europei. Bisogna guadagnare a poco a poco la fiducia dei singoli risparmiatori americani; opera più lunga ed ardua che non sia stato il pescare nella borsa del tesoro americano. Da questa ottenemmo 50 miliardi, con scarsa o nulla speranza di rimborso. Dai primi si avranno i 50, i 100 milioni alla volta, con serie garanzie per gli interessi ed il rimborso. Bisogna riabituarsi alle cifre piccole; e togliersi di capo le fantasie dei miliardi di approvvigionamenti a credito. Sarà del resto una rieducazione ottima, se essa ci assuefarà all’idea semplice che per mangiare occorre lavorare e lavorare proprio noi, intensamente.

 

 

IV

 

L’Inghilterra deve dare il buon esempio

 

Le dichiarazioni che il signor Lloyd George ha fatto, chiudendosi il convegno di Hythe, per quanto riguarda i debiti interalleati sono in verità poco soddisfacenti. Noi saremmo stati disposti – disse il primo ministro – a rinunciare ai crediti verso gli alleati, circa 25 miliardi, purché gli Stati uniti rinunciassero ad altrettanti crediti verso l’Inghilterra. Siccome i debiti inglesi verso gli Stati uniti toccano solo i 21 miliardi, mentre Francia ed Italia debbono all’Inghilterra, quasi in parti uguali, più di 25 miliardi, l’Inghilterra perderebbe nella transazione un 4 miliardi.

 

 

Il discorso, dicemmo, è poco soddisfacente. Il primo ministro prende la posizione non simpatica di essere disposto a rinunciare ad un credito verso nazioni finanziariamente deboli in cambio del condono di un debito verso uno stato forte. In apparenza perde 4 miliardi; in realtà scambia 21 miliardi che possono essere conteggiati alla pari con 25 miliardi, a cui molti inglesi sono già fin d’ora disposti a rinunciare. Offre un affare buono per il suo paese in luogo di un altro di intelligente generosità e di pura giustizia.

 

 

Posto così, il problema diventa insolubile. Per molte circostanze, bisogna aver pazienza con gli Stati uniti. Attraversano un momento brutto, di denaro caro, al 9 ed al 10%, e non hanno voglia di rinunciare ai crediti che possono vantare verso l’Europa. Il buon esempio non può venire da un popolo giovane, vissuto sempre appartato dagli affari europei, che ha potuto essere tratto ad intervenire tra noi quasi da un miracolo ed è poco disposto a rinunciare, almeno per ora, ai suoi diritti. Il buon esempio deve essere dato dai signori di gran razza; da signori antichi, come son gli inglesi, non dagli americani, ricchi nuovi, che devono ancora passare attraverso ad un lungo periodo di tirocinio in materia di cortesie internazionali. L’Inghilterra ha una lunga tradizione di sussidi a fondo perduto pagati agli alleati europei e di rinuncie a crediti verso paesi indebitati per la causa comune. Voci autorevoli di scrittori, di giornali, di uomini politici si sono già elevate nel suo seno a dimostrare che la rinuncia pura e semplice ai crediti verso gli alleati sarebbe un atto di politica sapiente, che cementerebbe alleanze, toglierebbe cagione di discordie e di freddezze. Che gli Stati uniti vogliano tentare una politica più computistica, è affar loro. Subordinare la politica di un grande paese, come l’Inghilterra, che fa parte dell’Europa, alla condotta di un altro paese, lontano dall’Europa e nuovo venuto negli affari mondiali, non è atto che dimostri taglia da grande uomo di stato. Il buon esempio deve venire dall’Inghilterra. Non giova dire che questa contrasse quei 21 miliardi di debito verso gli Stati uniti allo scopo di fare altrettanti prestiti agli alleati. La sostanza si è che i prestiti furono fatti a noi perché ciò era necessario alla vittoria comune; che i risultati ottenuti dall’Inghilterra furono di gran lunga superiori a quelli nostri, che i sacrifici furono notevolmente minori, e che perciò se anche essa dovrà risultare debitrice verso gli Stati uniti ciò sarà compensato dalla salvezza dell’impero e dalla sua rinnovata grandezza. Perciò le parole del signor Lloyd George non ci paiono lungimiranti. Abbiamo fede che quel grande paese obbedirà alla fine alla sua nobile tradizione ed alle voci dei suoi uomini migliori. Non ci sarebbe da stupire che la nuova parola la dicesse domani lo stesso Lloyd George. Egli ha dato troppe prove di sentire e capire le voci dei tempi.

 

 

V

 

Quali debiti si debbono rimborsare agli Stati uniti?

 

Il senatore Harding, candidato repubblicano alla presidenza degli Stati uniti, ha esposto rispetto ai crediti americani verso i paesi europei alcuni concetti i quali meritano di essere rilevati.

 

 

Su un punto siamo senz’altro d’accordo: che cioè il governo degli Stati uniti non può rinunciare ai crediti verso i governi europei senza il consenso del popolo americano. In un paese di democrazia, è naturale che così sia. Nessun governo può arbitrarsi di regalare altrui i denari dei propri contribuenti, senza che questi ne siano informati e vi abbiano dato il proprio consenso. Da questa verità indiscussa noi tiriamo una conseguenza diversa da quella che sembra sia propria del signor Harding: ossia non che gli stati europei debbano pagare, ma che il governo americano debba spiegare al suo popolo le ragioni per cui non può esigere il pagamento dei suoi crediti da parte delle nazioni europee che più hanno contribuito e più hanno sofferto per la guerra. Il signor Harding ha torto di parlare di questi miliardi come di veri «crediti». Finché egli parla così, è naturale che i cittadini americani, sentendosi creditori, non intendano rinunciare a nulla di quanto presumono sia ad essi dovuto. Ma se il signor Harding parlasse, come sarebbe suo dovere, il linguaggio della verità, dovrebbe dire ai suoi elettori: «Questi non sono crediti, od almeno in gran parte non sono crediti. Sono anticipi che noi, Stati uniti, paese più forte economicamente e meno provato dalla guerra, facemmo agli associati perché essi potessero combattere per la causa comune. Adesso dobbiamo liquidare la partita; e farci rimborsare tutto ciò di cui non abbiamo ottenuto il compenso».

 

 

Se il signor Harding parlasse così, sarebbe facile, come egli desidera, venire rapidamente ad una definizione esatta delle somme che gli associati europei debbono pagare, sul quando e sul come.

 

 

Nessun dubbio, ad esempio, che l’Italia deve rimborsare tutto ciò che i cittadini americani hanno privatamente mutuato al governo od a cittadini italiani. Questi impegni sono sacri e saranno scrupolosamente mantenuti. Invece i debiti del governo italiano, come di quello francese o serbo, verso lo stato americano sono di natura tutt’affatto diversa. Se gli uomini di stato nordamericani hanno il senso della grande missione compiuta venendo in Europa a combattere, devono comprendere che essi non sono venuti per crearsi ragioni di credito verso i governi europei. Creerebbero solo ragioni di astio, di malcontento sociale, di rivolta bolscevica contro uno sfruttamento straniero. Essi, nel loro interesse, debbono considerare quei crediti, quali realmente sono, ossia anticipi per una causa comune.

 

 

Sappiamo anche noi che gli Stati uniti, per farci quei mutui, dovettero far debiti interni, creare crediti bancari, provocare inflazioni monetarie e far crescere i prezzi nel loro paese. Ma oramai quel danno si è già verificato e non si può più tornare indietro, Essi stiano pur fermi nel loro programma di non concedere più un soldo di credito da governo a governo e di scoraggiare, con alti saggi di sconto, ogni concessione di crediti privati che si poggi sulla creazione di carta bancaria. Sta bene. Ma ricordino che essi sono in grado ed hanno già cominciato ad ammortizzare il loro debito pubblico così da estinguerlo nel corso di una generazione. Essi sono dunque in grado di riparare ai danni del passato colle loro proprie forze.

 

 

Perché ostinarsi a voler rimborsare il loro debito col nostro aiuto? In ciò invero si risolverebbe la pretesa di volere da noi ripetere un rimborso di un credito che noi sentiamo invece non essere un credito, ma un semplice contributo per il raggiungimento di un fine che era americano almeno altrettanto come era italiano o francese.

 

 



[1] Con il titolo Come si giunse al trattato di Versailles (Dal libro di un economista) [ndr].

[2] Con il titolo Quale indennità potrà pagare la Germania [ndr].

[3] Con il titolo L’annullamento dei debiti interalleati ed un prestito internazionale [ndr].

[4] Gli ideali di un economista, Firenze, «La Voce», 1921, pp. 239-250 [ndr].

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