La battaglia doganale inglese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/11/1923

La battaglia doganale inglese

«Corriere della Sera», 23 novembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 462-466

 

 

 

Qualunque previsione si voglia fare intorno all’esito della campagna elettorale inglese, si deve riconoscere che essa è indice dell’alta educazione politica della classe dirigente di quel paese. Il signor Baldwin avrebbe potuto fare approvare dalla attuale camera dei comuni la tariffa doganale preferenziale e protezionista che egli ritiene atta a ridurre il numero di 1.344.667 disoccupati esistenti al 30 settembre 1913. Disponeva di una maggioranza sufficiente all’uopo. Non volle farlo e preferì correre il rischio di una sconfitta per il suo programma e per il suo partito, perché il problema doganale non era stato, nelle elezioni del 1922, posto esplicitamente ed esclusivamente dinanzi al corpo elettorale. Gli elettori, chiamati a decidere di altri problemi, non avevano detto né sì né no intorno al protezionismo ed al libero scambio; epperciò il signor Bonar Law, predecessore di Baldwin, si era impegnato a non mutare lo stato di fatto oggi esistente senza una nuova consultazione degli elettori. In altri paesi, forse nella maggior parte dei paesi del continente europeo, camere e governi credono di essere autorizzati a fare le leggi che ritengono migliori. Il mandato ricevuto dagli elettori è ritenuto un mandato generico, per fare il bene del paese. In Inghilterra, il mandato imperativo è escluso come contrario all’essenza dei governi rappresentativi; ma governi e camere non credono di potere mutare sostanzialmente le basi di una data politica – riforma della camera dei lordi, autonomia all’Irlanda, protezionismo – senza avere in proposito interrogato il paese. Naturalmente, nel programma dei partiti ci sono sempre molti punti secondari, intorno ai quali il corpo elettorale è chiamato a dare un giudizio solo genericamente col favorire il partito incaricato di attuare all’incirca, secondo le esigenze del momento, il programma medesimo. Ma vi è sempre un punto fondamentale, che è messo innanzi a tutti gli altri, che il partito proponente si impegna a condurre in porto, se vincitore. Oggi, il partito conservatore dichiara di volere instaurare il protezionismo doganale, ossia di volere porre a fondamento della politica commerciale inglese, la protezione della industria nazionale, con dazi più alti, contro le provenienze straniere, e più bassi contro le provenienze dalle colonie. Il partito del lavoro respinge il protezionismo preferenziale, vuole mantenuto il libero scambio e come mezzo per combattere la disoccupazione, invoca l’imposta straordinaria sul patrimonio. Il partito liberale unificato respinge amendue – protezione doganale ed imposta sul patrimonio – e vuole sovratutto tenersi fermo al libero scambio.

 

 

Il partito conservatore, che è al potere, gioca una gran carta; poiché è risaputo che, a differenza di altri paesi, dove le elezioni sono sempre favorevoli al governo, ma le camere elette rovesciano in seguito ben presto il ministero che le ha create, in Inghilterra le camere elette rimangono fedeli al proprio governo per tutta la durata della legislatura; ma spessissimo il governo in carica è sconfitto dagli elettori. Non fu così fino a quando i governi si ingerirono di elezioni; ma da quasi un secolo l’ingerenza governativa nelle elezioni è sconosciuta. Spendono i partiti; e devono spendere molto perché le spese di stampa, di pubblicità, di comizi sono enormi; ma il governo, non avendo prefetti e funzionari a sua disposizione ed avendo cessato di spendere per corrompere gli elettori – cosa frequente nel secolo XVIII all’epoca classica, sotto questo rispetto, di Walpole -, non saprebbe a qual metodo appigliarsi per fabbricare l’opinione elettorale. Il ministro dell’interno, che sul continente è una figura dominante nei gabinetti, in Inghilterra ha una parte secondaria. Nessun uomo politico di prima fila accetta quel posto.

 

 

Dunque bisogna educare. Oggi, ad esempio, la massa di articoli, di opuscoli, di fogli volanti intorno al protezionismo è terrificante. Si sono aperte le cateratte dei cieli e di li piovono parole scritte e stampate per insegnare ai britanni che cosa sono i dazi doganali e quali effetti utili (per i conservatori) o dannosi (per i liberali) essi producono.

 

 

Così, alla allegazione dei conservatori protezionisti che la disoccupazione possa essere curata istituendo dazi protettori contro le merci importate dall’estero, affinché queste possano essere prodotte all’interno e la loro produzione dia lavoro agli operai, i liberali liberoscambisti rispondono ricordando teorie e citando statistiche. Le statistiche dicono che la disoccupazione non è massima nelle industrie nelle quali è maggiormente sentita la concorrenza estera. Ecco una classificazione dei disoccupati:

 

 

A)

 

Industrie nelle quali le esportazioni prevalgono notevolmente sulle importazioni

 

698.337

B)

 

Industrie le quali provvedono a bisogni interni (lavori pubblici, edilizia, alberghi, trasporti, uffici pubblici, acqua potabile, professioni)

 

395.018

C)

 

Industrie nelle quali le importazioni prevalgono sulle

esportazioni

 

83.761

D)

 

Altre industrie (automobili, aeroplani, sartoria, tabacchi,

bevande ed alimentazione) 167.550

 

 

Totale

 

1.344.667

 

 

È soltanto il gruppo C, per il quale si può trovare una connessione tra la concorrenza estera, la quale con le sue importazioni batte alle porte, e il numero dei disoccupati. Neanche a farlo apposta, in esse il numero dei disoccupati è minimo. Né è rilevante nel gruppo D, per le quali si è incerti se siano o non siano soggette alla concorrenza estera. Invece, la disoccupazione è massima nel gruppo A, delle industrie le quali non solo non temono la concorrenza estera, ma vanno esse fuori del paese a far concorrenza vittoriosa ai rivali stranieri. Ed è rilevantissima nel gruppo B, delle industrie, alle quali non si può applicare il rimedio delle tariffe doganali: l’industria alberghiera non si può difendere con dazi, poiché gli alberghi non hanno ancora preso l’abitudine di comunicare da un paese ad un altro, ma rimangono dove sono e cercano di attirare a sé i forestieri con vari mezzi, tra i quali non si annovera ancora quello di rincarare la vita con i dazi protettivi. La verità è che la disoccupazione non è causata dall’eccessiva concorrenza estera, ma dalle difficoltà di esportare all’estero per le industrie le quali vivono di esportazione. E le difficoltà nelle quali si dibattono queste industrie fanno sì che esse facciano scarsa domanda dei prodotti e dei servigi che sono forniti dalle industrie le quali vivono esclusivamente del mercato interno. La verità non è che si importi troppo. Il male sta nel fatto che si importa troppo poco.

 

 

Le cifre delle importazioni ed esportazioni riescono alla stessa conclusione. Prendansi le merci «manufatte» esportate nei primi dieci mesi del 1923. Dicesi le sole merci manufatte, perché finora non si propone neppure dai conservatori protezionisti di colpire con dazi le materie greggie e le derrate alimentari. I dazi devono servire ad impedire l’entrata nello stato dei manufatti rivali stranieri. Le cifre sono in milioni di lire sterline:

 

 

 

Importazioni

Esportazioni

Coke

 

8,3

Vetro e suoi lavori

 

6,2

10,1

Ferro ed acciai

 

11,3

62,3

Coltelleria

 

4,7

6,1

Macchine, strumenti e materiale elettrico

 

1,8

6,9

Macchinari

 

6,8

37,4

Cotonate

 

5,6

148,9

Lanerie

 

8,5

53,1

Altri tessili

 

9,8

19,8

Abiti

 

13,3

22,1

Prodotti chimici

 

10,1

21,4

Veicoli

 

5,6

24,0

Manufatti di gomma elastica

 

3,9

4,4

Diversi

 

19,4

25,2

 

107,0

450,0

 

 

 

Importazioni

Esportazioni

Metalli non ferrosi

 

18,1

12,1

Legname

 

3,5

1,5

Sete

 

15,8

1,7

Olii, grassi

 

27,0

5,7

Cuoio e manufatti relativi

 

8,7

4,7

Carta, ecc.

 

10,7

7,1

 

83,8

32,8

 

 

Nella sezione superiore sono collocati i prodotti, per cui è ragione di vita o di morte trovare sbocchi all’estero; quelli cioè per i quali è necessario ridurre i costi per battere i rivali; per cui quindi è necessario trovare la protezione contro l’estero nell’essere capaci di vendere a più basso costo degli stranieri. Nella sezione inferiore sono invece collocate le industrie, contro cui lo straniero è vittorioso, quelle le quali vedono penetrare nel proprio campo le merci straniere. Ma se per il primo gruppo i dazi sono assurdi, forse che sono utili nel secondo caso? I metalli non ferrosi, le sete, gli olii, i grassi, il legname sono importati perché all’interno non si possono produrre. Si importano perché conviene importarli per necessità del consumo o per utilità medesima di altre industrie. Si importano perché questo è l’unico modo che gli stranieri hanno di pagare le esportazioni inglesi.

 

 

Ed ecco che durante la campagna elettorale gli uomini politici ripeteranno o confuteranno le massime fondamentali della scienza economica. Quelle verità semplici: le importazioni si pagano con le esportazioni, non è possibile esportare se non si importa, le importazioni abbondanti sono condizioni di prosperità e di lavoro – che da noi non si osano neppure più scrivere o pronunciare, salvoché agli studenti obbligati, per ragioni di esame, a ripeterle, e non si scrivono e non si pronunciano per non sentirsi naufragare tra l’indifferenza generale e la taccia di teorici, di astratti o distratti – saranno la nota viva di una battaglia elettorale. Ogni uomo politico le spiegherà, le combatterà, le correderà di prove e non per questo vi sarà alcuno che lo irriderà come accademico. Comunque volgano le cose, questa battaglia sarà un grande esempio di educazione nazionale.

 

Torna su