Tratto da:

La Tribuna

La borsa e le crisi. (Lane, carboni, grano)

«La Tribuna», 3 novembre 1900

 

 

 

È abitudine diffusa nel pubblico, quando una crisi nei prezzi dei titoli o delle merci si avvera, accusare gli speculatori come se essi fossero la causa dell’aumento fortissimo o del ribasso repentino nei prezzi. Sembra quasi che nelle Borse si ordiscano tenebrose congiure site a gettare lo scompiglio nella industria e la desolazione delle masse operaie. Così si dice adesso che la fame di carbone sia dovuta a manovre di Borsa e si affermò spesso nei mesi scorsi ed ancora si ripete che unicamente alla malvagità degli speculatori sia dovuta la crisi laniera la quale ha destato tanta attenzione nel mondo degli industriali e dei commercianti di pannilana.

 

 

Sarebbe troppo lungo confutare in generale l’idea che la speculazione di Borsa sia in grado di fare la pioggia ed il bel tempo negli affari industriali e commerciali.

 

 

Uno studio pubblicato nell’ultimo fascicolo della Riforma Sociale (Torino, Editori Roux e Viarengo) e dovuto ad E. Sella, ci offre occasione a toccare in breve l’argomento in proposito di un fatto che interessa profondamente molte regioni d’Italia.

 

 

Il fatto in sostanza è questo: nel 1897 la lana pettinata valeva 4 lire al chilo. Da dicembre 1898 il prezzo era già salito a 4.75. In aprile 1899 si giunse a 5.95 in maggio a 6.20, in novembre a 6.80. erano corsi altissimi che minacciavano di disorganizzare tutto il commercio dei panni.

 

 

Nel 1900 si manifesta un forte ribasso. Il 28 agosto si scende al punto minimo di 3.70 al chilogramma; ed ora i corsi si aggirano intorno alle 4 lire. Il ribasso repentino provocò puntualmente fallimenti colossali. Una sola casa di Roubaix perdette 8 milioni. Il krack del 1900 rappresenta complessivamente a Roubaix-Turcoing una perdita secca di 80 milioni. Una grande Banca, il Comptoir d’Escompte du Nord dovette scomparire. Il panico subito dilagò. Nei centri lanieri italiani, specialmente nel Biellese, molti immaginarono che la crisi dovesse mandare in rovina l’industria e cominciarono a gridare contro le Borse ed i contratti a termine.

 

 

In realtà ecco cosa era accaduto:

 

 

Da lunghi anni, per corrispondere ai bisogni del crescente consumo e per utilizzare le sterminate pasture dell’Argentina e dell’Australia, la produzione della lana era molto cresciuta ed i prezzi erano scemati per conseguenza fermandosi intorno alle 4 lire al chilo. Nell’estuario del Plata la produzione da 85 milioni di chili nel 1870 era passata a 240 milioni di chili nel 1899. Nell’Australia da 79 milioni di chili nel 1870 si era giunti ad una media di quasi 300 milioni di chili nel periodo 1894-98.

 

 

Nel 1899 la scena cambia. La produzione continua a crescere nella Plata, scema un po’ in compenso in Europa, ma soprattutto ribassa nell’Australia da 300 a 270 milioni di chili. Una enorme ed impreveduta siccità aveva fatto strage di pecore nel nuovissimo continente. Più di 22 milioni di lanuti erano morti.

 

 

Questo fatto da solo avrebbe legittimato un certo rialzo nel prezzo delle lane. Si aggiunga che da parecchi anni gli allevatori avevano trovato interesse a diminuire la produzione di pecore merinos, che danno una lana finissima ed una carne cattiva, per accrescere la produzione di pecore d’incrocio che danno lane mediocri ma in compenso permettono di trasportare in Europa sulle navi frigorifero una discreta quantità di carne. Mentre nel 1889 la produzione della lana fina alla totale lana venduta sul mercato di Londra era dell’82.80%, nel 1899 la produzione era scemata al 54.40%. Dunque nel 1899 due cause facevano prevedere un aumento nel prezzo delle lane e specialmente delle lane fine: la diminuzione del prodotto complessivo delle lane, per la siccità d’Australia e la minor percentuale di lane fine sul complesso della produzione.

 

 

L’aumento doveva avvenire. L’incertezza stava unicamente nella misura dell’aumento. A Roubaix ed a Turcoing, i due massimi mercati a termine di lane, gli speculatori credettero che si avesse davvero a verificare una fame di lane e cominciarono a comprarne a termine quantità enormi, facendone salire, come dicemmo i prezzi da 4 lire a 6.80 al chilo.

 

 

I fabbricanti, vedendo che gli speculatori spingevano al rialzo, temendo anch’essi a comprare e cooperarono così a far salire i corsi al punto stravagante a cui li vedemmo giungere. Un’altra causa influiva sugli spiriti: l’Esposizione di Parigi del 1900 che, dicevasi, doveva aumentare di molto il consumo dei panni.

 

 

La cosa finì come era possibile immaginare.

 

 

L’altissimo prezzo ad un certo punto non si poté più sostenere. Il consumo dava già indizi di diminuire. Le previsioni per la campagna del 1900 erano migliori che non per l’anno precedente. Molti industriali, sospettosi che gli altri corsi non potessero durare a lungo, cominciarono a comprare solo più le quantità di cui avevano bisogno di giorno in giorno. Alcune case speculatrici al rialzo sentirono bisogno di liquidare le differenze. Fu il segnale della caduta. I prezzi precipitarono a 3.70 in non molto tempo e gli speculatori dovettero pagare differenze di milioni.

 

 

La storia ora narrata ci indica quale sia la vera influenza della speculazione di Borsa in una crisi.

 

 

Per circostanze naturali (siccità nell’Australia, diminuzione delle lane fine merinos) la produzione, specialmente delle lane fine del 1899 era alquanto inferiore al consumo che si sarebbe verificato ai prezzi correnti. Per una legge economica inevitabile i prezzi dovevano aumentare in modo da far scendere la domanda al livello della quantità offerta. Si tratta di un fenomeno che non può non verificarsi ed in cui le male arti della Borsa non hanno nulla a vedere.

 

 

La Borsa entra in scena quando si tratta di determinare la misura dell’aumento. Alcuni speculatori credono che la lana manchi in piccola quantità e comprano a termine, ad es. 5 lire, sperando di potere al momento della liquidazione ricomprare lana a 4.90 e fare un guadagno.

 

 

Altri, invece, ritengono che la carestia sia maggiore e comprano a termine a 5.50, a 6, od a 6.80. Si tratta di giudizi diversi sul futuro. Guadagneranno coloro i quali riusciranno a fare un calcolo giusto. Se in realtà la lana fosse stata straordinariamente scarsa, poteva darsi che aumentasse sino a 7 lire al chilo; ed in questo caso gli speculatori che l’avevano comprata a termine a 6.80 avrebbero fatto un buon affare. Ed avrebbero nel tempo stesso fatto il bene della società, perché l’avrebbero avvertita, colle loro compere a termine, che i prezzi tendevano al rialzo, inducendo così i consumatori a diminuire subito il consumo, in modo da non dar fondo in principio alla provvista ed a trovarsi sprovveduti poi, col pericolo certo di un aumento fortissimo e repentino di prezzi in ultimo.

 

 

Nel caso nostro gli speculatori si ingannarono. Le lane non erano così rare come essi credevano. I corsi ribassarono ed essi dovettero perdere milioni. Ma fu una perdita da cui l’industria laniera ed i compratori di lana non ebbero nulla a soffrire. Coloro che avevano fatto una previsione erronea, pagarono il fio dello sbaglio commesso.

 

 

Le osservazioni che abbiamo fatto per la lana, si potrebbero ripetere per il grano ed il carbone.

 

 

Nel 1898, per la scarsità del raccolto, il grano doveva aumentare di prezzo. Gli speculatori i quali prevedevano il rincaro, contrattando a termine, fecero aumentare fin dall’autunno i prezzi e fecero il bene dell’umanità costringendola a mangiare meno pane fin da principio in modo da averne per tutto l’anno. Ci fu però uno speculatore, il Leiter, il quale credette che i prezzi alti avessero a durare fino a giugno, non riflettendo che a quell’epoca entra in scena il nuovo raccolto e che questo poteva essere abbondante. Il raccolto fu abbondante davvero, i prezzi scemarono ed il Leiter vi rimise i molti milioni che tutti ricordano.

 

 

Forse accadrà lo stesso ora anche per i carboni. Se la speculazione vorrà spingerne i corsi troppo all’insù, senza tener calcolo delle possibilità di far venire il carbone dall’America o di trarlo da nuove miniere, verrà un giorno in cui si manifesterà una crisi di prezzi. Il ribasso rovinerà alcuni speculatori; ed in ciò non si dovrà vedere null’altro che la inevitabile punizione inflitta a chi aveva fatto un calcolo sbagliato. Volere impedire le punizioni sopprimendo la speculazione e le Borse sarebbe lo stesso come togliere la malattia ammazzando l’ammalato.

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