Tratto da:

Rivista delle società commerciali

La burocratizzazione del credito e le proposte di vincolo pei depositi a risparmio

«Rivista delle Società Commerciali», marzo 1913, pp. 241-253

In estratto: Roma, Offic. tip. Bodoni, 1913, pp. 42

«Rivista di politica economica», marzo 1968, pp. 333-354

 

 

 

La lettera del disegno di legge (n. 1318 del 19 febbraio 1913) sul «riordinamento dei servizi del ministero di agricoltura, industria e commercio» dà materia a molte riflessioni. Il concetto informatore del disegno di legge non si deve, è vero, cercare nel testo o nella relazione, scritta con molta dottrina ed arte persuasiva; bensì a carte 49 e seguenti, dove si legge un allegato n. 4 di confronto tra i ruoli organici antichi e quelli nuovamente proposti col disegno di legge in discorso. Si apprende dall’allegato come, astrazion fatta da ciò che è semplice trasporto di impiegati del ministero di agricoltura, industria e commercio al ministero del tesoro, le desiderate variazioni sono le seguenti:

 

 

 

ORGANICI VIGENTI

ORGANICI PROPOSTI

 

Numero posti

Spesa comples.

Numero posti

Spesa comples

A) Personale di amministrazione: Carriera amministrativa

124

551.000

141

634.000

” di ragioneria

55

197.000

68

238.500

” di ordine

173

436.000

210

558.000

Personale subalterno

95

126.800

103

140.000

TOTALE

447

1.310.800

522

1.570.500

B) Personale per le ispezioni: Servizi dell’agricoltura

39

181.000

34

176.000

” dell’agricoltura e del com.

11

62.000

16

94.000

Ispettori credito e previdenza

15

76.500

24

126.000

Bibliotecario

1

5.000

1

5.000

TOTALE

66

324.500

75

401.000

TOTALE GENERALE

513

1.635.300

597

1.971.500

 

VARIAZIONI

 

Numero posti

Spesa comples.

A) Personale di amministrazione: Carriera amministrativa

+ 17

+ 83.000

” di ragioneria

+ 13

+ 41.500

” di ordine

+ 37

+ 122.000

Personale subalterno

+ 8

+ 13.200

TOTALE

+ 75

+ 259.700

B) Personale per le ispezioni: Servizi dell’agricoltura

– 5

– 5.000

” dell’industria e del com.

+ 5

+ 32.000

Ispettori credito e previdenza

+ 9

+ 49.500

Bibliotecario

TOTALE

+ 9

+ 76.500

TOTALE GENERALE

+ 84

+ 336.200

 

 

Il nocciolo del disegno di legge è tutto qui; tutto il resto sono frange, contorni, aggeggi messi innanzi per distrarre l’attenzione del pubblico sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci, che avviene nei ruoli organici della nostra sovrana: la burocrazia romana, sedentaria e pseudoviaggiante. Né di ciò da fare alcun rimproccio al ministro proponente; trattandosi di un fenomeno di filiazione per scissiparità, propria dell’animale burocratico, che si è verificato al ministero di agricoltura, industria e Commercio, prima che divenisse ministro l’on. Nitti, e continuerà ad avverarsi quando egli non sarà più tale; che si avvera tuttodì in ogni altro ministero romano, e sempre si avvererà fino a che la forza politica massima, forse unica, della società italiana sarà la burocrazia e non sieno sorte altre forze sociali e politiche indipendenti, atte ad opporsi alla sovranità burocratica, sovranità che tende a diventare sempre più assoluta ed invadente, sebbene ancora creda di nascondersi dietro le parvenze, che non fur mai vive, del parlamento, del gabinetto responsabile, della sovranità popolare, del suffragio universale e somiglianti facezie.

 

 

Nel disegno di legge si osservano talune fra le manifestazioni più caratteristiche dei morbo cosidetto «dell’organico» a cui i contribuenti sono chiamati a porgere, con balzelli cresciuti, le opportune medicine. Una è la moltiplicazione dei posti, che si verifica in tutti i gradi, salvoché negli ispettori dell’agricoltura, in cui però la diminuzione è solo apparente, essendoché «tre disegnatori ed un ufficiale d’ordine, che ora fanno parte del ruolo tecnico per il bonificamento agrario potranno, con vantaggio della loro carriera e del servizio, far passaggio nella carriera d’ordine del Ministero».

 

 

L’altra manifestazione del morbo potrebbe dirsi della ascensione per capillarità; il che vuol dire che ad ogni organico nuovo, aumenta proporzionatamente il numero dei capi e diminuisce quello dei gregari. Confrontiamo i due organici nella carriera amministrativa:

 

 

Numero dei

Posti nell’organico vigente

proposto

aumento percentuale

Direttori generali

4

6

50 %

Ispettori generali

2

2

15.3 %

Dirett. capi divisione

11

13

15.3 %

Capi sezioni

28

30

7.7 %

Primi segretari

22

27

22.7 %

Segretari

57

63

10.5 %

 

124

141

13.6 %

 

 

Se noi consideriamo come subalterni i segretari ed i primi segretari, vediamo aumentare del 10,50 % quelli che si trovano al più basso della scala gerarchica e del 22.30 % quelli che hanno già fatto un passo di più. Nello stato maggiore, l’aumento è minimo per i capi sezione (7.70 %), maggiore per i capi divisione e gli ispettori generali insieme (15.30 per cento) e massimo per i direttori generali (50 %). Tutto ciò è assai burocratico sebbene sia contrario al senso economico, il quale insegnerebbe che una intrapresa è tanto meglio amministrata quanto è minore il numero di coloro che dirigono e proporzionatamente maggiore il numero di coloro che hanno funzioni esecutive. Il miglioramento del servizio si ha quando pochi sono coloro che danno l’indirizzo all’opera comune, che dicono quali sono, ad. es., i concetti che devono essere espressi nella corrispondenza, e molti coloro che eseguono l’opera, che scrivono lettere, che si trovano a contatto col pubblico, che evadono effettivamente le pratiche. Nella burocrazia l’ideale invece pare debba raggiungersi il giorno in cui tutti dirigeranno, ordineranno, metteranno le firme e non ci sarà più nessuno che eseguirà gli ordini e stenderà le minute delle lettere da firmarsi.

 

 

È illogico; ma è caratteristicamente burocratico. La cosa si vede ancora meglio se ripartiamo i funzionari in ragione dello stipendio. Se noi supponiamo che fino a 6.000 lire comprese (ossia fino a capo sezione compreso) i funzionari possono ancora degnarsi di eseguire gli ordini e di fare effettivamente il lavoro d’ufficio, avremo che nella carriera amministrativa gli esecutori aumentano da 107 a 120 ossia del 17.1 % ed i dirigenti, i colonnelli ed i generali da 17 a 21, ossia del 23,50 %, quasi del doppio. Non sembra un esercito dell’America meridionale, dove tutti sono colonnelli e generali e non si vedono tenenti e gregari? Nella carriera di ragioneria, prendendo a criterio distintivo lo stipendio di 5000 lire, a partir dal quale comincierebbero le funzioni direttive, i dirigenti aumentano da 9 a 12, ossia del 33 %, gli esecutivi da 46 a 56 ossia del 21 %, nella carriera d’ordine gli archivisti capi passano da 8 ad 11 con un aumento del 37 %, tutti gli altri insieme da 165 a 199, ossia del 20 per cento. Persino i capi uscieri aumentano da 11 a 14 ossia del 27 %, mentre uscieri ed inservienti semplici crescono solo da 84 ad 89 ossia del 6 per cento.

 

 

Gli statistici si sono sbizzarriti a descrivere la curva della distribuzione degli uomini nelle diverse classi sociali; gli uni volendo rassomigliare la società ad una piramide, gli altri ad una trottola, tutti accordandosi però nel raffigurare la società come una figura che va assottigliandosi rapidamente verso il punto più alto. Nella più ristretta società burocratica converrà fra non molto capovolgere la figura e discorrere di piramide rovesciata, che si regge sulla punta ed in cui uno scarso numero di agenti esecutivi inferiori sopporta il peso di uno stato maggiore amplissimo. È evidente che un mostro siffatto non può avere in sé stesso le ragioni dalla vita, non può vivere cioè del frutto del proprio lavoro, come ogni altro organismo sano ed indipendente; deve vivere a guisa di parassita, del lavoro degli altri. Ci sono i contribuenti che pagano e basta.

 

 

A differenza dei consumatori volontari, i quali vogliono ottenere un compenso adeguato al prezzo pagato, i contribuenti possono essere costretti a pagare ciò che vuole la classe dominante. Se noi consideriamo il fenomeno sotto questo, che è il suo vero, aspetto, allora si spiega la stranezza per cui sono così numerosi i posti dei dirigenti e relativamente scarsi e decrescenti i posti dei gregari. Gli è che tutti, dirigenti e gregari, compongono insieme la classe sovrana. Coloro, che sono riusciti ad introdurvisi, vogliono nel più breve tempo riuscire a godere dei vantaggi della sovranità, e cioè degli stipendi di almeno 4 o 5 o 6 mila lire, a seconda della carriera a cui appartengono; e per ottenere l’intento non c’è altra via se non la moltiplicazione dei posti superiori, il rovesciamento della figura normale della società umana.

 

 

Naturalmente la burocrazia sovrana non può apertamente dichiarare che essa vive dei contributi altrui e non del lavoro proprio. Cura dessa perciò che l’aumento degli organici avvenga in modo che il dispendio occasionato dall’inasprirsi del morbo appaia una trasformazione e non un aumento di spesa; ed all’uopo si giova di certe strane fisime da cui inesplicabilmente sono colti spesso i contribuenti, i quali si inducono volontariamente ad offrire denari alla burocrazia perché essa renda loro certi, per lo più immaginari, servizi.

 

 

Così era accaduto in passato che gli agricoltori e gli industriali, sempre pronti a lamentarsi dei malanni di cui soffrono e ad invocare aiuti dal governo, avessero fatto gran baccano per indurre il governo ad accettare dai contribuenti l’assegno di L. 50 mila per incoraggiamenti alla produzione cavallina (sovvenzioni ad associazioni di allevatori, visite agli stalloni privati, spese e contributi per acquisti e per cessioni di stalloni e di cavalle a prezzi di favore a consorzi ed a privati, premi agli stalloni ed alle cavalle destinate alla riproduzione ecc.), di L. 110 mila per il miglioramento del bestiame ovino e suino ed incoraggiamento alla pollicoltura ed all’industria del caseificio, di L. 46 mila per la istituzione ed il funzionamento del servizio di informazioni e di statistica nazionale ed internazionale sulle condizioni della produzione serica e del mercato della seta, di L. 115 mila per provvedimenti a favore della produzione e dell’industria serica, ecc. ecc. Era una pietosa illusione quella degli agricoltori ed industriali contribuenti di credere che con quelle poche centinaia di migliaia di lire offerte alla burocrazia romana si sarebbero fatte risorgere le nobili industrie della zootecnia, del caseificio, della pollicoltura e della seta.

 

 

Le industrie fioriscono per opera di chi vi si dedica con intelligenza, perizia, costanza e capitali adeguati; ed a produrre questi effetti a nulla giovano le cartacce giranti per gli uffici dei vecchi e nuovi palazzi ministeriali romani ed a pochissimo – non si può dire a nulla essendo infinite le molle della vanità umana – i diplomi, le medaglie e la varia chincaglieria delle esposizioni e dei concorsi agricoli banditi dal ministero di agricoltura, industria e commercio. Ma poiché i contribuenti erano ostinati ad offrirli, sarebbe stato stravagante che la burocrazia romana non avesse accettato gli stanziamenti offerti per il cosidetto risorgimento ed incoraggiamento delle industrie sofferenti.

 

 

Ora si vede a che cosa giovano le offerte di denaro dei contribuenti. L’esperienza dimostrò che i denari non si sapeva come spenderli con frutto; onde è laudabile l’atto della burocrazia sovrana la quale si fa innanzi e dice: ci sono 300 – 400 mila lire destinate a far fiorire l’agricoltura, la pollicoltura e l’industria serica? Chi mai meglio di me può assolvere l’arduo compito? O che forse non è cosa chiara come la luce del sole che tutte queste industrie mancano di indirizzo, di unità di azione, di notizie precise sulla concorrenza estera? E chi può meglio di me fornire indirizzi, insegnare la solidarietà nell’azione, stampare bollettini con statistiche copiose ed informazioni amplissime? Basta che aumentiate il nostro numero arruolando in basso nuovi segretari, ragionieri, applicati, allievi ispettori, uscieri e inservienti e facendo progredire noi che siamo già in carriera ad un posto più elevato.

 

 

È pertanto naturale, che, a coonestare viemmeglio il proprio ingrandimento, la burocrazia non solo prometta di fare le cose inutili che i contribuenti si sono intestarditi a volere ed a voler pagare, bensì aggiunga di suo la promessa di compiere altri uffici finora trascurati. Convien riconoscere che alcuni di questi uffici sono propri del governo e sarebbe utilissimo venissero meglio assolti.

 

 

Per quanto io appartenga all’esigua, e purtroppo ognor più diradantesi, schiera degli insofferenti della dominazione burocratica, anzi perché odio asprissimamente questa moderna forma di servitù, debbo affermare che la burocrazia del ministero di agricoltura, industria e commercio molto bene fece in passato ed assai più potrebbe fare in avvenire come divulgatrice di notizie. L’influenza del ministero di agricoltura; industria e commercio era assai benefica ai bei tempi del Bodio, quando la sua attività si appuntava sopratutto nel divulgare notizie e statistiche; e delle due funzioni dell’ufficio del lavoro del Montemartini la sola veramente utile è quella che viene compiuta con la pubblicazione del bollettino e delle altre belle inchieste sulle condizioni del lavoro in Italia.

 

 

Così pure l’opera svolta mercé le scuole d’agricoltura, le scuole industriali e commerciali già apparve feconda in passato e più larghi frutti darà sicuramente in avvenire. Se il ministero di agricoltura, industria e commercio fosse soltanto un grande centro di cultura, un fornitore di notizie, un apparecchiatore di esperienze costose ad uso degli agricoltori, dei commercianti e degli industriali, non sarebbero da rimpiangere i milioni destinati al suo incremento. E merita gran lode il ministro Nitti per tutto ciò che ha fatto e col presente disegno di legge si propone di fare a pro dei servizi statistici ed informativi, delle scuole e degli istituti sperimentali. Questa è la funzione propria del ministero di agricoltura, industria e commercio; funzione assolta per mezzo di pochi uomini colti, energici ed intelligenti. Il guaio si è che questi pochi uomini sono resi impotenti dal prepotere delle esigenze proprie della burocrazia.

 

 

Ai burocrati, che son uomini forniti di potere, non piace insegnare. Hanno dinnanzi a se l’esempio degli altri ministeri, ove si esercita un comando; e vogliono imitarli. Il mestiere di insegnare stanca; richiede troppa fatica intellettuale, troppa tensione nervosa. Bisogna produrre sempre del nuovo; si è soggetti alla critica, al controllo di coloro a cui si pretende di insegnare e che, se ricevono notizie inutili o dannose, sono magari capaci di inquietarsi. Comandare agli altri uomini piace assai di più. La burocrazia agricola romana si è persuasa, di essere nata per comandare, per indirizzare, per guidare.

 

 

Basta scorrere l’allegato n. 3 del disegno di legge, il quale contiene una filastrocca interminabile di leggi, alla cui osservanza essa dovrebbe provvedere, per rabbrividire. Sono ventisette ampie pagine di puri titoli di leggi, in virtù della massima parte delle quali i burocratici hanno il diritto di comandare ai loro sudditi di fare o non fare questa o quella cosa che ai burocratici piaccia o dispiaccia. Per fortuna è probabile che la maggior parte di queste leggi rimanga inosservata, perché i funzionari sono pochi, dicono loro, perché, correggiamo noi quei pochi o molti che siano sono afflitti dal morbo dell’organico, che ognora li affanna con le cure della prolificazione e con la ricerca dell’equilibrio a piramide rovesciata.

 

 

La filastrocca delle leggi inosservate è il mezzo con cui la burocrazia tenta di nascondere e giustificare il progresso fatale del morbo dell’organico, né contenta delle innumeri leggi trascorse, cessa un solo istante dal prolificarne altre. Questo medesimo disegno di legge, il cui intento è quello dell’ampliamento delle schiere burocratiche, contiene in sé stesso parecchie leggi minori, tutte intente ad affidare nuove funzioni al ministero.

 

 

Così l’articolo 6 istituisce tutto un nuovo servizio di tutela del risparmio depositato presso gli istituti ordinari di credito. L’art. 8 disciplina in modo nuovo la pubblicazione degli atti delle società anonime e in accomandita per azioni ed attribuisce nuove facoltà al ministero in merito alla costituzione medesima delle società. L’art. 9 crea – e qui nessuno può negare plauso al proponente – un nuovo istituto di sperimentazioni agrarie. L’art. 12 attribuisce nuove funzioni alle cattedre ambulanti di agricoltura e le fa progredire sulla via della burocratizzazione, vieppiù allontanandole da quella evangelica missione di propaganda che a noi agricoltori piccoli e medi aveva nei primi tempi resi così simpatici ed utili i predicatori viaggianti delle buone norme agricole. Tutto ciò ha assai poco a che fare con la sostanza del disegno di legge; trattandosi invero di norme appiccicate ad esso per persuadere il pubblico dei meriti della sua sovrana, la quale non contenta di presiedere alla cosidetta osservanza di 27 pagine di titoli di leggi, vuole assumersi nuovi compiti a beneficio dell’umanità.

 

 

L’art. 6, del quale soltanto mi occuperò in questo articolo, vuole «iniziare» – si sa che la sete di dominio dei sovrani, vecchi e nuovi, deve essere soddisfatta a grado a grado – la soluzione di un grosso problema: la tutela dei risparmi dei capitalisti. Occorre notare subito, a chiarire l’argomento, che non si tratta dei denari dei piccoli risparmiatori, depositati nelle casse postali o nelle casse di risparmio. I primi non occorre siano tutelati, perché hanno la garanzia dello Stato, il quale dovrà esso subire le perdite derivanti da eventuali men buoni investimenti. I depositanti presso le casse postali di risparmio non devono cioè preoccuparsi degli impieghi scelti dalla cassa depositi e prestiti pei loro denari.

 

 

Questa può anche aver commesso l’errore di acquistare troppe rendite perpetue o troppi titoli a lunga scadenza; e per una cassa di risparmio è nel momento presente, un errore avere impiegata troppa parte delle proprie disponibilità in valori ad interesse fisso a lunga scadenza o perpetui, anche di Stati a finanza solida, come l’italiana, per cui non cade dubbio sul pagamento degli interessi e sul rimborso del capitale. È inevitabile invero che, quando i] tasso dell’interesse corrente aumenta dal 3,50 al 7,75 %, il titolo 3,50 che valeva 100 tenda a scendere a 93,33, perché, solo comperandolo a tal prezzo, è possibile ricavare il 3,75 % sulla somma effettivamente impiegata comprando un titolo 3,50 per cento. Tutto ciò è naturale, e finché durano le cause e queste non sono controbilanciate da altre particolari circostanze, come l’affezione dei piccoli risparmiatori verso un particolare titolo di debito pubblico (per es. rendita 3,50 %), la diffidenza loro verso titoli similari di Stato a reddito più elevato(redimibile 3 %, buoni del tesoro 4 %), l’effetto dell’equiparamento dei corsi dei valori, con la discesa di quelli ad interesse più basso e l’ascesa di quelli ad interesse più elevato del corrente, non potrà non farsi sentire. Ma, ripeto, tutto ciò non interessa né punto né poco i depositanti, poiché, se perdite nei corsi vi saranno dovranno essere colmate dallo Stato garante, cosicché sempre integro rimanga l’avere dei depositanti.

 

 

Quanto alle casse ordinarie di risparmio, esse sono già sottoposte alla sorveglianza governativa la quale non ha impedito che in passato si verificassero fallimenti di casse di risparmio, con conseguente comica entrata in scena dell’ispettore governativo quando il cassiere era scappato e i denari erano già stati ingoiati da male speculazioni. Gli ispettori governativi hanno sempre avuto la lodevole abitudine di venire a chiedere notizie delle malversazioni a cose fatte, esprimendo anzi la meraviglia più genuina per l’inopinato disastro, essendoché ad essi, viaggiando a Roma tra i moduli statistici inviati dalle casse fallite al ministero in conformità dei regolamenti, era sempre parso che tutto procedesse in perfettissima regola.

 

 

Per fortuna, le casse di risparmio italiane, nella loro grandissima maggioranza, per non dire nella loro totalità, sono assai saggiamente e prudentemente amministrate dai migliori uomini del luogo, sicché i depositanti possono dormire i sonni tranquilli. Hanno commesso forse alcune il solito errore: di investire troppa parte dei depositi in valori pubblici ad interesse fisso e a lunga scadenza; ma una scusante si deve loro riconoscere in ciò che essi hanno creduto di dover rendere ossequio ai desideri, tacitamente od apertamente manifestati, della burocrazia romana sorvegliante.

 

 

Che se oggi, i bilanci del 1912 accusano perdite nei corsi ed i consiglieri e sorveglianti se ne lavano le mani, già corrono ai ripari i saggi amministratori, assai più oculati di coloro che li sorvegliano: convertendo i titoli di rendita perpetua ed i redimibili a lunga scadenza, che possono presentare pericoli di oscillazioni nei corsi, in buoni del tesoro quinquennali, dalla brevità del tempo resi tetragoni contro ogni ribasso; ed istituendo, con larghi prelievi sugli utili, dei fondi di riserva contro le oscillazioni dei valori di portafoglio.

 

 

Ma la romana burocrazia, che è persuasa di essere sapientissima in mezzo ad un popolo di ciechi, attribuisce a sé medesima il merito della prudenza degli uomini che dirigono le casse di risparmio e da lunghi anni a stento frena l’impeto che la spinge a venire in soccorso ai mal consigliati capitalisti, i quali incautamente affidano i propri risparmi ad istituti di credito ordinari, banche popolari, casse rurali, banchieri privati non soggetti alla sua sorveglianza. Nella sua mente «sicurezza» è parola sinonima di «sorveglianza governativa». Come può essere sicura una banca che non ha l’onore di essere ispezionata dal burocrata romano in missione e non è obbligata a mandare le statistiche mensili ed annue all’ufficio sovrano ministeriale?

 

 

È vero che i capitalisti, i quali portano i propri risparmi agli istituti di credito ordinari, non sono i minuti ed ignari risparmiatori delle casse postali ed ordinarie di risparmio, che si può ammettere siano tutelati proforma dal governo perché si suppongono incapaci di pensare da sé alle cose loro. Sono invece professionisti, commercianti, industriali, agricoltori, i quali è ragionevole credere abbiano una certa educazione economica almeno uguale a quella degli ispettori governativi (non perdono mai nulla costoro per fiducia malamente riposta in chi non la merita?).

 

 

Se non l’hanno, il buon senso non dice forse che l’unica maniera di farla acquistare è quella di lasciar loro compiere l’esperienza a proprie spese, così che possano persuadersi di fatto quali sono le vie da tenere per conservare sicuramente i propri denari? Trattasi di gente che è utilissimo si educhi a pensare colla propria testa, e a pesare il pro e il contro delle proprie azioni; non donne, non minori d’età, non ignoranti, sibbene persone che sono in affari, che comprano e vendono tuttodì merci, che ricorrono spesso a banche, che vogliono, in ogni caso, depositare a scopo di lucro; e sanno benissimo che portano i denari alla banca per ottenere il 3, o il 3 1/2 o il 4 %, mentre dalle casse di risparmio avrebbero solo il 2,64 o il 2,75 o il 3 % e conoscono quindi il rischio che corrono.

 

 

Che se può esservi il dubbio che taluno, ignaro o ingordo, varchi le soglie d’una banca, solo perché vede che questa rilascia libretti a risparmio, ed immagini trattarsi solo per questa analogia di vocabolo, d’una propria cassa di risparmio sorvegliata dal governo, ad avvertimento suo si riformi il vocabolario: dicendosi che nessuna banca possa rilasciare libretti intitolati di risparmio se essa non si assoggetti alle medesime discipline delle casse ordinarie di risparmio. Sarebbe questa una violazione della libertà di ognuno di usare, nei discorsi e negli scritti, le «parole» che crede; ma, poiché il vocabolario è ricchissimo e non mancano le parole da sostituire a quella di «risparmio»; poiché nella mente del volgo questa parola si è identificata con certi istituti pubblici o semi – pubblici, non aventi scopo di lucro; poiché si può supporre che sia compito del governo tutelare la buona fede degli incapaci, così quella piccola restrizione della libertà di vocabolario potrebbe ritenersi accettabile.

 

 

In tal modo i depositi dei risparmiatori si dividerebbero spontaneamente in due categorie: l’una dei risparmi della gente timorosa o ignara che andrebbero esclusivamente verso gli istituti sorvegliati dal governo, immaginando con ciò di essere più sicuri; l’altra dei depositi o conti correnti della gente noncurante della prelodata sorveglianza, persuasa che dessa non serve a nulla e convinta di fare il proprio interesse affidandosi ad istituti non soggetti al controllo governativo.

 

 

Questa la soluzione razionale del problema: dar la tutela utile od inutile che sia, a chi immagina od è reputato averne bisogno; non darla a coloro che, colla loro condotta, danno a vedere di non averne o di credere di non averne bisogno.

 

 

Ma questa soluzione, sebbene razionale, doveva combattere contro due ostacoli:

 

 

1)    dei quali il primo si è la voglia della burocrazia dominante di intromettersi negli affari altrui, di consigliare, comandare, indirizzare i sudditi nella loro condotta privata; onde ad essa è sempre parso e sempre parrà assurdo, inconcepibile che ci siano uomini capaci di pensare colla propria testa e noncuranti dei suoi preziosi consigli;

 

2)    ed il secondo si è l’incapacità dei privati ad accusare sé stessi degli errori che essi, e non altri, hanno commesso.

 

 

È accaduto non infrequentemente che banche ordinarie per azioni o popolari o cooperative o private dilapidassero malamente i denari affidati alle loro cure. I depositanti, i quali sapevano benissimo che quelle non erano casse postali od ordinarie di risparmio, che avevano tranquillamente riscosso i più alti interessi che la banca di loro fiducia pagava in confronto alle casse postali, né mai aveano in proposito fatta alcuna obbiezione, si risvegliano e mandano sino al cielo altissime strida quando la banca fa loro la bruttissima sorpresa di chiudere loro in faccia gli sportelli. Niente di più umano, ma anche nulla di più intempestivo di siffatte querimonie; perché se è compito del governo, o meglio del magistrato, punire severamente i malversatori, è compito dei risparmiatori aprire gli occhi in tempo e non affidare i propri denari a chi non ne sia meritevole.

 

 

Se ogni volta accade un disastro bancario, giornali, curatori, governo, legislatori vanno a gara a scusare i depositanti, affermando che tutta la colpa è di chi non li ha tutelati abbastanza, quando mai i depositanti saranno indotti a recitare il mea culpa? La quale è la giaculatoria più sana, più fortificante, più educativa che immaginar si possa; la sola la quale elevi l’uomo, e,facendolo accorto degli errori commessi, gli insegni la via a non commetterne altri! Mentre, se il malaccorto può accusare la sfortuna, il governo ladro, la legge insufficiente, l’ispettore tardigrado, il magistrato ignavo delle disgrazie che gli capitano, mai egli si correggerà e la sfortuna sempre lo perseguiterà sino alla fine della sua vita.

 

 

Veggasi quanto siano vane le querimonie contro il governo dei depositanti scottati da un disastro bancario e come sarebbe opportuno nell’interesse generale lasciarli sbrogliare da sé la matassa che hanno consentito colla loro cecità si formasse; salvo ai magistrati far gravare tutta la severità della legge contro i malversatori della roba altrui. Quando la gente si persuaderà che la miglior tutela possibile contro i pericoli che insidiano la fortuna pubblica o privata è il senso di responsabilità e la sicurezza di dover pagare il fio delle proprie sciocchezze o delle proprie male azioni?

 

 

Riuscire a persuadere di tali semplici verità la romana burocrazia legiferante è vana speranza, specialmente quando il non persuadersene giova alla moltiplicazione del numero ed il miglioramento della carriera dei burocrati. Onde costoro, commossi dalle invocazioni dei depositanti malcauti, hanno escogitato l’art. 6 del disegno di legge sul loro organico, il quale dice:

 

 

1)    che gli istituti di credito commerciale, i quali raccolgano depositi a risparmio in misura cosidetta «non eccessiva» ossia non superiore al triplo della somma costituente l’importo complessivo del loro capitale e del loro fondo di riserva, continueranno a godere del regime di assoluta libertà;

 

2)    che gli istituti, i quali raccolgano depositi a risparmio in misura superiore al triplo e non superiore a dieci volte l’ammontare del capitale e delle riserve, saranno sottoposti alla vigilanza del ministero di agricoltura, industria e commercio, vigilanza limitata però al potere di fare eseguire ispezioni periodiche e straordinarie agli istituti;

 

3)    che gli istituti, i quali superino coi depositi la proporzione di dieci volte l’ammontare del capitale e delle riserve, oltre alla vigilanza, saranno soggetti all’obbligo di devolvere a riserve i due terzi degli utili annuali. L’istituto che non osservasse questa norma dovrà, a richiesta del pubblico ministero, porsi in liquidazione.

 

 

La mentalità burocratica rifulge in queste elegantissime disposizioni. Chi calcola i meriti secondo lo stipendio, chi fa carriera secondo gli anni di servizio, trova naturalissimo che la garanzia dei depositi stia tutta nel grosso capitale. Quindi non si vigilino coloro che hanno pochi depositi, sì quelli che ne hanno molti in proporzione al capitale. Non è caduto in mente ai burocrati che il non aver saputo attrarre forti depositi in proporzione al capitale possa essere provenuto da imperizia dei dirigenti o scarsa fiducia inspirata nel pubblico? E non è balenato in essi il dubbio che, casomai, i meritevoli di essere vigilati forse siano precisamente quelli che hanno pochi depositi, ed i meritevoli di essere lasciati liberi nei loro movimenti siano gli istituti i quali, con una lunga ed onorata carriera, hanno saputo inspirare nel pubblico la persuasione che essi sono saggi e prudenti amministratori dei capitali loro affidati?

 

 

La proporzione del capitale ai depositi è uno solo dei moltissimi elementi, i quali concorrono ad inspirare fiducia in una banca; e non c’è ragione alcuna per ritenere che sia il fattore più importante. Il fattore precipuo è il carattere morale e la capacità tecnica dei dirigenti; ed è tale fattore che non si lascia imprigionare e regolare dalle ragnatele aritmetiche immaginate dai burocratici. Le quali non v’è alcuna probabilità abbiano a giovare nei casi di necessità; potendo egualmente darsi falliscano alcune delle banche poste nella prima categoria e non soggette a sorveglianza e la vigilanza si palesi inutile per quelle banche che vi si sono assoggettate; onde la romana burocrazia, in sua sapienza infinita, giudicherà che le prime erano fallite perché da lei non invigilate e subito proporrà l’estensione della vigilanza a tutti gli istituti.

 

 

Anche la norma escogitata per le banche della terza categoria può chiarirsi vessatoria della sua semplicità aritmetica; potendo darsi che una banca di questo genere voglia aumentare il suo capitale – cosa che secondo il disegno di legge dovrebbe sembrare desiderabilissima – e non vi riesca facilmente a causa dei nuovi vincoli imposti dal legislatore.

 

 

Supponiamo infatti una banca con 1 milione tra capitale e riserve e 20 milioni di depositi, la quale lucri nette 90 mila lire all’anno, che prima poteva distribuire in gran parte come dividendo e dopo l’approvazione della legge dovrà mandare a riserva per i due terzi; rimanendo ripartibili solo 30 mila lire. I vecchi azionisti si devono contentare per forza; ma altrettanto non può dirsi per i nuovi, i quali hanno ancora disponibile il proprio capitale e lo investiranno solo ove possano sperare il compenso corrente. A ciò è necessario raddoppiare il capitale, portandolo da 1 a 2 milioni poiché, se lo si aumenta in una proporzione minore, si rimane sempre con una massa di depositi superiore a dieci volte il capitale sociale e coll’obbligo di destinare i due terzi degli utili a riserva

 

 

Si contenteranno i nuovi azionisti di questo digiuno prolungato? e troveranno sempre gli istituti disposti ad aumentare il proprio capitale fino al punto da ridurre al disotto del decuplo la proporzione ora detta? Né le difficoltà dell’attuazione della legge si limiteranno a queste. Conclude invero l’articolo 6: «il regolamento determinerà quali siano da considerare depositi a risparmio agli effetti del presente articolo». Par semplice ed è imbrogliatissimo. I burocrati, che san tutto, avranno certo in testa la definizione dei «depositi a risparmio» ma, prudentemente, non han messa nella legge, rimandandola, al solito, al regolamento Trattasi di concetto capitalissimo, intorno a cui non darebbe male fare un po’ più di luce preventiva.

 

 

Sopra ho detto che, a tutela degli ignari, poteva proibirsi l’uso della parola «libretti o depositi a risparmio» a tutti gli istituti che non fossero casse di risparmio o non si assoggettassero alle norme regolatrici di queste. La proposta è chiara, non equivoca, perché non vuole indagare quali siano in realtà i depositi a risparmio e quali i depositi semplici o in conto corrente. Nessuna indagine di tal genere verrebbe intrapresa; affermandosi soltanto che chi vuole adoperare la parola «risparmio», che nella mente della gente modesta e ignorante è connessa con certi istituti pubblici, debba assoggettarsi a certe regole; liberissimi tutti di non adoperare più quelle parole, se non si vogliono adattare a quelle regole.

 

 

Tutt’altra cosa è definire che cosa sia il «deposito a risparmio». A voler escludere qualche genere di deposito, si è sicuri di dire almeno uno sproposito scientifico e di codificare una regola imprecisa ed inapplicabile Un errore scientifico perché tutto il capitale è risparmio finché dal suo possessore non sia per suo conto impiegato stabilmente. «Risparmio» è il nome che serve a caratterizzare le somme di denaro che si sono guadagnate e non si vogliono per il momento consumare, senza averle ancora impiegate direttamente in una qualche impresa: Tizio, contadino, ha vendute le uve e ne ha ricavato 2.000 lire, di cui spende 1.000 e il resto lo mette da parte. Finché le 1.000 lire risparmiate sono da lui conservate in contanti o depositate in una banca o cassa col diritto di farsele rimborsare a vista o con breve preavviso, sono risparmio, ossia capitale ancora indifferenziato, neutro, in cerca di impiego.

 

 

Se Tizio con le 1.000 lire si decide a comprare un campo ed a piantare una vigna le 1.000 lire cessano di essere risparmio, ossia anima in pena in cerca di collocamento, e diventano capitale definitivamente impiegato. Il risparmio è il fatto nel suo divenire, il capitale lo stesso fatto già divenuto, che ha acquistato forma definitiva. Dato ciò, sono risparmi le 1.000 lire del contadino, le 20 lire del mese della donna di servizio, le 10.000 lire del commerciante, le 100.000 dello speculatore di borsa che sono depositate in conto corrente in attesa di impiego. La diversità della forma del deposito – libretto a risparmio, al portatore, in conto corrente, buono a scadenza fissa – non ha nessuna importanza sostanziale: tutto è ugualmente risparmio.

 

 

Adotteremo noi un criterio empirico per caratterizzare i risparmi? Dicendo, per esempio, che sono risparmi solo quei depositi per cui c’è un limite massimo di 3.000 o 5.000 o 10.000 lire, nella somma che può essere depositata? Se con ciò si crede di distinguere i piccoli dai grossi depositi, considerando «risparmio» i piccoli depositi e «non risparmio» i grossi depositi, si dirà cosa assurda e praticamente inefficace; perché le banche, desiderose di togliersi di dosso i vincoli di legge, aboliranno i limiti ed accetteranno depositi senza limite per qualunque specie di libretti.

 

 

Diremo noi che siano «depositi a risparmio» quelli per cui la banca è obbligata a rimborsare non più di 1.000 lire al giorno, supponendosi che coloro che vincolano per tal modo i loro depositi non siano commercianti od industriali, sibbene privati capitalisti? Non accadrà che si vengano a tutelare in tal modo coloro che sapevano benissimo quel che si facevano, tantoché hanno dato prova di avere gran fiducia nella banca, vincolando in tal modo i propri depositi? Si stia del resto sicuri che le banche, le quali avranno qualcosa sulla coscienza, saranno sempre pronte a mutare la forma dei loro libretti; e, se il regolamento considererà risparmi quelli che sono rimborsabili a non più di 1.000 lire al giorno, esse dichiareranno che ogni giorno son pronte a rimborsare le 2.000, le 3.000 lire e più se occorre. Il dubbio che la legge frastorni gli innocenti e lasci indisturbati i malvagi è insopprimibile. Ma si ammetta persino che una definizione sensata dei depositi a risparmio possa indovinarsi. Avremo banche con depositi a risparmio e con depositi diversi dal risparmio, che per brevità dirò in conto corrente. La proporzione imposta dalla legge tra il capitale e le riserve da una parte e i depositi a risparmio dall’altra non tocca i depositi in conto corrente.

 

 

Potrà dunque darsi che una banca con 5 milioni di capitali e riserve abbia 15 milioni di depositi a risparmio e 20 di depositi in conto corrente. Siccome i depositi a risparmio non superano il triplo del capitale e riserve, essa non sarà soggetta a vigilanza, sebbene abbia depositi che in totale sono uguali a 7 volte il capitale e riserve. E potrà darsi che, rimanendo il capitale, le riserve e i depositi a risparmio immutati, i depositi in conto corrente crescano a 40 milioni. Malgrado che i depositi totali siano di 55 milioni, ossia 11 volte il capitale e le riserve, la banca non potrà essere assoggettata alla sorveglianza governativa e al vincolo del collocamento a riserve dei due terzi degli utili. Immaginiamo i fremiti della burocrazia legiferante a vedere scompigliati i suoi calcoli dal semplice trasporto dei depositi dalla categoria dei depositi «a risparmio» alla categoria dei depositi «in conto corrente»! E come negare che le banche avranno tutto l’interesse a scoraggiare i depositi a risparmio ed a promuovere i depositi in conto corrente?

 

 

Dinanzi al quale, per essa inopinato, ma certissimo risultato, la burocrazia si avvedrà di aver commesso un errore tentando di definire e circoscrivere i «depositi a risparmio», e finirà per proporre e far approvare dagli organi legislativi, incaricati di registrare la sua volontà, che tutti i depositi, a risparmio od in conto corrente e di qualsivoglia altro genere siano soggetti alle norme della legge ora proposta. Il che è logico essendoché il capitale e le riserve non giovano a garantire i depositi a risparmio quando possono essere ingoiati dal malo impiego dei depositi in conto corrente. Quale importanza si darà inoltre al conto «corrispondenti creditori»? Una banca può rimanere entro i limiti imposti dalla legge per tutta la massa dei suoi depositi; sia a risparmio sia in conto corrente – 1 milione di capitale e riserve contro 3 milioni di depositi di ogni specie -; e tuttavia trovasi in pessime condizioni finanziarie.

 

 

Basta che essa abbia scontato cambiali di ditte male in gambe per somme cospicue e le abbia riscontate, colla sua firma, presso altre banche. Essa può cioè aver fatto fido mercé sconto di accettazioni per 5 milioni di lire a ditte o società commerciali che fanno cattivi affari e si reggono unicamente mercé la rinnovazione continua di quegli effetti. La banca, a sua volta, per procurarsi i 5 milioni ha riscontato le cambiali presso altri istituti e si è resa così garante del loro buon fine. Anche se i 3 milioni di depositi ed il milione di capitale sono impiegati in modo sicuro, è chiaro che la banca dovrà malamente fallire. Poiché il suo bilancio sarà così costituito:

 

 

attivo

passivo

titoli L. 1.000.000 capitale L. 1.000.000
portafoglio L 7.000.000 depositi L 3.000.000
anticipazioni L 1.000.000 corrispond. creditori L 5.000.000
Totale L. 9.000.000 Totale L. 9.000.000

 

 

Sulla carta c’è pareggio; ma siccome ha scontato 5 milioni di carta cattiva, che ha poi girato ad altre banche (corrispondenti creditori), l’attivo si riduce a 4 milioni. Il capitale è tutto perso ed i depositi, insieme coi corrispondenti creditori, riceveranno il 50 % del loro avere. L’esempio dimostra come sia facile eludere le disposizioni della legge. Bisognerebbe considerare come «depositi a risparmino» anche le somme che la banca si procura mediante risconto di cambiali od altre operazioni di credito, somme che sono per la banca un debito precisamente come i depositi a risparmio.

 

 

Oppure bisognerebbe – ritorno sempre all’unica idea che mi sembra pratica – vietare l’uso della parola «depositi a risparmio» alle banche che non si assoggettino alle norme delle casse ordinarie di risparmio. Quelle banche che vogliono seguitare al usare questa parola, istituiscano nel loro seno una sezione autonoma, con bilancio speciale, avente attività destinate esclusivamente a garantire i depositi a risparmio e per cui gli altri creditori della banca non possano vantare alcun diritto, se non quando siano soddisfatte intieramente le ragioni dei depositanti a risparmio. La cosa è fattibilissima; e si la in Svizzera in virtù di leggi e regolamenti cantonali diversi. Ho sott’occhio il 38esimo bilancio del Rheintalischen Kreditanstalt con sede in Altstatten, il quale mette in chiaro come a 3.691.512 franchi di depositi a risparmio (Sparkassa-einlagen) corrispondono franchi 4.271.112 di garanzie speciali consistenti in 44 cartelle ed altri crediti ipotecari.

 

 

In tal modo non si tenta l’impossibile, ossia di regolamentare tutti i depositi bancari; essendoché il voler regolare solo i depositi a risparmio, lasciando questi confusi in una questione sola con tutti gli altri è cosa assurda e praticamente senza alcun effetto. Si lasciano anzi liberi i depositi bancari in genere; e si impone soltanto alle banche, che vogliono continuare ad usare della parola depositi a risparmio l’obbligo di istituire una sezione speciale, autonoma, regolata dalle norme delle casse ordinarie di risparmio. Per evitare che queste ultime si lagnino di una concorrenza nuova che potrebbe essere loro fatta dalle banche ordinarie, si potrebbe stabilire che il titolo di «Cassa di risparmio» non possa essere assunto dalle banche; ma queste abbiano solo l’obbligo della istituzione della sezione speciale, senza il diritto di dare a questa sezione altra denominazione se non quella generica della banca, con la vera aggiunta; sezione speciale dei depositi a risparmio o somigliante. Se i benefici sono dunque grandemente incerti, i danni del vincolismo paiono sicuri.

 

 

L’esperienza dimostrerà che le regole aritmetiche sono insufficienti a prevenire disguidi bancari, perché agiscono su uno solo dei molti fattori che influiscono sulla sicurezza dei depositi; onde a questo primo passo seguiranno inevitabilmente altri, che vieppiù ristringeranno le libertà delle banche di amministrare i propri depositi. Principis obsta: in nessun caso la verità profonda di questo dettame della antica sapienza è così evidente come in questo. Se voi date alla burocrazia romana la punta del dito mignolo della mano sinistra, è inutile vi facciate delle illusioni: ben presto vi avrà stretto tutto nelle sue spire, e più non allenterà la stretta finché non vi abbia soffocato. Comincerà ad estendere la vigilanza a tutti i depositi ed a tutte le banche; poi verranno i banchieri privati; quindi a tutti si farà obbligo di far prelievi sugli utili per accrescere le riserve.

 

 

Già fin d’ora può nascere il dubbio se i banchieri privati debbono essere sottoposti alle disposizioni del proposto art. 6; il quale parla in genere di «tutte le società commerciali che esercitano il credito e ricevono depositi a risparmio». Talché sfuggirebbero all’impero dell’art. 6 solo i banchieri singoli, che esercitano l’industria bancaria in proprio nome; ma vi sarebbero assoggettate tutte le società in nome collettivo e in accomandita semplice. Basta porre il problema di questi suoi chiari termini, per vederne tutta la gravità. L’articolo 6 sarebbe un’arma potente in mano dei grossi istituti per schiacciare la concorrenza dei banchieri privati. Questi hanno molti svantaggi di fronte alle banche a forma di anonima; fra cui principalissimo quello di non potersi giovare delle maniere di pubblicità di bilanci ed annunci, di cui si giovano le anonime. Hanno a loro beneficio il vantaggio delle fiducia personale e della segretezza, che li rende preferibili a molti clienti.

 

 

Obbligateli a palesare il loro capitale, le loro riserve, la massa dei loro depositi ecc., e voi avrete loro tolto il principal titolo di attraenza in confronto alle anonime e li avrete costretti a trasformarsi in anonime. Sarebbe questa una grave jattura, perché stabilimenti a forma anonima e banchieri privati hanno amendue una loro ragione di essere ed amendue riescono utilissimi al paese; sicché non si sa davvero qual danno sarebbe maggiore, se la scomparsa dei primi o dei secondi. Non è questo il luogo di esporre le ragioni di questo convincimento e dire in che tempi e in che occasioni riescono più vantaggiosi i primi od i secondi. Basti accennarli; e basti far accenno altresì ad un altro problema quasi insolubile.

 

 

Chi è il banchiere che esercita il credito e riceve depositi? Quegli soltanto che ha appunto nome di banchiere; e non anche gli agenti di cambio, a cui la fiducia dei loro clienti affida somme in deposito. Non dovranno altresì cadere sotto l’articolo 6 quelle società commerciali – e sono numerosissime – che lavorano con somme ricevute da capitalisti in conto corrente? A rigor di logica – ed i burocrati romani sono loici sottilissimi – ben poche sarebbero le società commerciali, anche costituite per esercitare industria ben diversa da quella bancaria, le quali riuscirebbero a sottrarsi ai vincoli dell’articolo 6.

 

 

Il peggio verrà quando l’esperienza dimostrerà che tutti questi vincoli, in certi casi, e precisamente nei casi brutti, non avranno servito a nulla. Perché la virtù delle leggi dovrebbe essere non di fare andar bene le impresa che da sé avrebbero ugualmente prosperato; bensì di impedire i danni ai depositi tanti quando la banca rovinasse. Il guaio si è che, in caso di cattivo andamento della banca, di solito, col capitale e le riserve, sono ingoiati in parte anche i depositi.

 

 

A che cosa servirebbero questi se non giovassero a dare un’aria di sicurezza all’azienda, a far sembrare tuttora esistente un capitale già scomparso? Il disastro viene a galla e gli ispettori governativi se ne accorgono quando i depositi non bastano nemmeno più a far fronte alle scadenze e ai rimborsi. Ma fino allora tutto era in ordine: portafoglio, titoli, mutui ipotecari ecc. ecc. Quando il disordine diventa visibile, siamo troppo tardi per correre ai ripari: col capitale una parte dei depositi è bell’e sfumata. Cosicché la romana burocrazia, avvistasi della inutilità dei suoi primi cerotti, invocherà nuove «provvidenze» e queste non potranno non consistere nella disciplina degli impieghi.

 

 

Il termine fatale di questa legislazione, che si inizia come una mammoletta timida e vergognosa, è lì: nei vincoli delle maniere di impiego dei depositi. Perché infatti si perdono denari nelle banche? Perché si impiegano male, imprudentemente, comprando titoli che ribassano, scontando cambiali destinate a non essere pagate, interessandosi in imprese sballate, impegolandosi in iniziative venute in mal punto, quando c’è per aria crisi di sovraproduzione.

 

 

Se i direttori di banca sapessero scegliere i titoli buoni, se scontassero solo carta di prim’ordine, se facessero mutui con prima ipoteca su stabili di valore doppio, se meglio di tutte, tenessero in cassa il denaro contante, sempre pronto per essere restituito, i dissesti non sarebbero possibili ed i depositanti dormirebbero sonni tranquilli. Orbene, quella sapienza che i dirigenti le banche non hanno perché mossi dall’ingordigia di facili lucri, credono averla gli onniveggenti burocrati romani, mossi unicamente dallo zelo del pubblico bene. Perciò possiamo essere sicuri che, fra qualche anno, quando le proporzioni aritmetiche dell’odierno disegno di legge avranno fatto fiasco, allo scoppiare di qualche nuovo clamoroso scandalo bancario, una nuova legge sembrerà imperiosamente urgente, la quale ordini alle banche, che ricevano depositi a risparmio, di tenere in cassa almeno il 10 per cento di riserva in contanti e di impiegare almeno il 30 od il 40 per cento in valori pubblici. Non importa nulla che i valori pubblici – a meno che siano buoni del tesoro a scadenza di pochi anni – siano oggi e siano per essere, finché il tasso dell’interesse continui a rialzare, tra i più instabili valori e tra i meno raccomandabili per impieghi di assoluto riposo quanto alla loro valutazione capitale.

 

 

Non importa che il solo fallimento bancario di qualche importanza degli ultimi dieci anni in Inghilterra, quello della Birbeck Bank, sia stato dovuto precisamente alla fiducia dei suoi dirigenti nel consolidato inglese e nei valori pubblici di prim’ordine ed alla impossibilità di far fronte alle perdite cagionate dal ribasso di quei titoli. La burocrazia è persuasa, nella sua incontrollabile sapienza, che l’impiego più sicuro sia l’impiego in valori pubblici e come lo prescrive a tanti enti morali, ecclesiastici, a casse di risparmio, ecc. ecc. così lo prescriverà alle banche, lusingandosi di aver tutelato in tal modo l’interesse dei depositanti.

 

 

Premettasi che, criticando in parte questa miniera di impiego, non si vuole menomamente mettere in dubbio la solidità delle finanze italiane, né quella degli altri maggiori Stati europei. Trattandosi di Stati, come l’Italia, l’Inghilterra, la Francia, la Germania, l’Austria Ungheria che hanno sempre fatto onore ai loro impegni e le cui finanze sono in buon ordine, non v’è dubbio che i creditori sono sicuri di ricevere il pagamento degli interessi e il rimborso del capitale, nei casi in cui questo è stato promesso. Non si vuol discorrere di ciò. Si vuol dire che per ragioni tecniche vi sono persone ed enti che hanno convenienza a comperare certi titoli e non certi altri e vi sono variazioni in questa convenienza per ragioni di tempo. Paragoniamo una rendita perpetua, tipo il 3 1/2 italiano, un titolo redimibile, come il 3 % ferroviario nuovo che si ammortizza in 50 anni, e un titolo a breve scadenza, come il buono del tesoro 4 % a 5 anni.

 

 

 

Essi fanno appello a tre diversi tipi di investitori e ciò che conviene all’uno non è adatto all’altro. Il privato capitalista, che vuol vivere tranquillo, che non fa bilanci di fin d’anno, che sa di non aver bisogno di vendere, che può aspettare i dieci o vent’anni prima di realizzare un valore momentaneamente deprezzato, può non sentire nessun danno dalla compra di una rendita perpetua, come la nostra 3 1/2 per cento. A lui non importa nulla che al diritto di riscuotere la rendita annua non corrisponda il diritto di ricevere ad una certa scadenza il rimborso del capitale, perché al rimborso del capitale egli non dà nessuna importanza, bastandogli di poter conservare la rendita annua.

 

 

Invece una impresa di assicurazione sulla vita, che assume degli impegni passivi a scadenza, ha bisogno di far conto su disponibilità in cifra certa a date scadenze; epperciò preferirà, se è assolutamente libera nella scelta dei suoi impieghi, come erano finora le imprese tedesche, i mutui ipotecari, perché può fare assegnamento sul rimborso della somma capitale ad una certa scadenza, ovvero, se è vincolata da leggi a certi impieghi, acquisterà il ridimibile 3 % ferroviario, essendo sicura del rimborso, per estrazione a sorte, del capitale entro un cinquantennio.

 

 

Di mala voglia si adatterà a comprare la rendita perpetua, perché il valore capitale di questa non è più stabilizzato dalla certezza del rimborso del capitale ad una data scadenza, ma è in balia delle variazioni del tasso di interesse. Quando, per mille ragioni diverse, sul mercato il tasso di interesse ribassa, il valore capitale delle rendite perpetue sale ed i governi operano fortunate conversioni ad un tasso di rendita più basso; quando, invece, il tasso di interesse aumenta, il valore capitale delle rendite perpetue ribassa.

 

 

Gli istituti di assicurazione ed in genere tutti gli istituti che posseggono patrimoni mobiliari ed hanno d’uopo di fare bilanci ad ogni fine d’anno, si trovano imbarazzati, perché il valore delle attività più non corrisponde al valore degli impegni passivi. Né possono far calcolo su un aumento di valor capitale delle rendite perpetue in avvenire, perché il realizzo di tale aumento non è certo, ed i bilanci non si fanno su previsioni malsicure. Se il titolo è redimibile, il danno del ribasso dei corsi di borsa al disotto del valore di acquisto è tollerabile, perché, potendo l’istituto attendere il rimborso normale per sorteggio anche 50 anni, è sicuro di poter incassare il capitale scritto sui suoi libri, nell’epoca in cui matureranno i suoi impegni passivi. La banca non può investire a sua volta né in rendite perpetue in titoli redimibili a lunga scadenza; non nelle prime, perché deve fare bilanci anni e le attività sue sarebbero soggette a variazioni continue, con l’obbligo di dettare dai profitti, se ci sono, le somme occorrenti a compensare gli eventuali ribassi; non nei secondi, perché i suoi impegni passivi sono liquidi, a breve scadenza e non può contrapporvi disponibilità a lunga scadenza. Per una banca il titolo principe, tra i titoli di Stato, dei quali soltanto ci occupiamo, è il buono del tesoro a breve scadenza. Il quale però presenta alcuni difetti: che i buoni ordinari, a scadenza da tre a dodici mesi, di solito fruttano poco, meno di quanto la banca corrisponde ai suoi depositanti e non possono servire perciò come impiego vero e proprio, ma solo come mezzo di collocare momentaneamente le disponibilità di cassa; ed i buoni a più lunga scadenza, tipo i nostri quinquennali 4 %, sono emessi di rado dagli Stati, i quali preferiscono far debiti perpetui o redimibili a lunga scadenza, per evitare le noie di una continua rinnovazione dei mutui.

 

 

Queste sono talune soltanto delle difficoltà che si oppongono ad una buona scelta di valori pubblici a scopo di impiego; molte potendo essere le combinazioni tra i casi tipici sovra ricordati. È chiaro che soltanto i dirigenti di una impresa di assicurazione, di un ente morale, di una banca possono valutare caso per caso, tenuto conto dell’indole e della scadenza dei loro impegni passivi, delle probabilità di richieste di rimborso di una quota più o meno alta dei loro depositi nei momenti normali e nei momenti di crisi, della natura della loro clientela attiva, quale sia la proporzione giusta delle disponibilità che possa impiegarsi in valori pubblici delle diverse specie. Qualsiasi sostituzione del giudizio della burocrazia legiferante al giudizio dei dirigenti responsabili non può essere che dannosa.

 

 

Sostituire la norma rigida, la uniformità aritmetica alla norma elastica, alla flessuosità indispensabile in questo genere di affari è un errore grave. Il quale potrebbe essere non dico giustificato, ma spiegato, solo pensando che scopo del governo sia quello che pare costituisca il pensiero fondamentale del governo italiano in questo momento: costituire cioè il governo medesimo a guida del risparmio privato; rendere i mercati finanziari degli strumenti nelle mani dello Stato per il raggiungimento di fini cosidetti pubblici. Lo scopo già cominciò a raggiungersi colla istituzione delle casse postali di risparmio; più largamente si otterrà con l’istituto nazionale delle assicurazioni, con l’allargarsi della cassa nazione della vecchiaia e con le altre istituzioni congeneri di Stato aventi il maneggio dei capitali destinati alla assicurazione.

 

 

Sono miliardi di risparmio privato di cui lo Stato ha acquistato e vuole acquistare la padronanza. Ma non bastano ai fini cosidetti pubblici; ossia non bastano alle spese straordinarie, utile ed inutile, che gli Stati moderni, spenderecci più degli Stati di antico regime, sono sollecitati tuttodì a compiere. Occorre metter le mani sulla parte di risparmio che si ostina a non affluire agli istituti di Stato, per «indirizzarla» «guidarla» a compiere opera non solo di vantaggio privato, ma insieme di utilità cosidetta pubblica.

 

 

Poiché ci sono ancora dei privati che preferiscono le casse di risparmio ordinarie, le banche ed i banchieri privati agli istinti di Stato e poiché questi potrebbero imporre condizioni dure al governo quando questo ha bisogno di capitali a prestito per le sue spese straordinarie, poiché cioè banche e banchieri privati possono ostinarsi a chiedere il 4 od il 4 1/2 per cento di interesse, se questo è il saggio corrente, mentre lo Stato vuole pagare solo il 3 1/2, o il 3 per cento o il 2 1/2 per cento, ossia un sotto – interesse, – in ciò consistono le condizioni dure di cui si lamentano i governi[1] – così come fa con i depositanti delle casse postali di risparmio e con gli assicurati, così lo Stato, giovandosi del suo diritto di impero, compie l’allegra vendetta delle vessazioni. Comincia oggi a mettere vincoli quantitativi ai depositi, domani regolamenterà gli impieghi dei depositi.

 

 

È la socializzazione del credito che si inizia. Ideale prettamente collettivista; che gli uomini della borghesia sono incaricati di attuare. Coloro che pensano che nulla vi può essere di più nefasto ad un paese quanto la scomparsa dei pochi nuclei di resistenza all’impero della burocrazia, coloro che ritengono che collettivizzazione e burocratizzazione sono due sinonimi, i quali sono persuasi che la civiltà industriale è incompatibile col mandarinato cinese, con il regime dei gesuiti al Paraguay o degli Incas del Perù, coloro che hanno in pregio l’indipendenza, l’energia, la libertà sappiano opporsi fin da principio a questi ritorni verso l’assolutismo burocratico. La fabbrica del credito di un paese è certo una delle più difficili a crearsi; e può venir su soltanto a prezzo di esperienze dolorose e di sacrifici continui degli inesperti.

 

 

Mille volte meglio sopportare sacrifici e compiere esperienze sfortunate che affidare le sorti del credito alla burocrazia governante! Tanto varrebbe dire che gli agricoltori, gli imprenditori ed i commercianti d’Italia, le sole classi sociali che possano forse un giorno acquistare coscienza di sé e della propria indipendenza, le sole forse capaci di poter opporre un argine alla nuova tirannia, desiderano che il credito sia loro distribuito a beneplacito del governo e per raccomandazione dei deputati! Eppure questo è l’abisso verso cui inconsapevolmente si andrà, se non si lotta con energia contro questi primi e timidi tentativi di socializzazione del credito!



[1] Veggasi, intorno ai vantaggi di questa «durezza» di cuore della banca privata verso gli enti pubblici ciò che ho scritto in «Riforma sociale» del febbraio – marzo 1913 in articolo su Gli ammonimenti delle variazioni del tasso dell’interesse che serve di prefazione ad altro del Geisser su Il mercato del credito ed i prestiti municipali.

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