La caduta del consolidato e le ragioni della classe risparmiatrice

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/10/1920

La caduta del consolidato e le ragioni della classe risparmiatrice

«Corriere della Sera», 21 ottobre[1] e 2 dicembre[2] 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 904-910

 

 

 

I

 

I risparmiatori scrivono sfiduciati

 

Un lettore scrive:

 

 

«Io sono un padre di famiglia di 65 anni: ho sempre lavorato indefessamente e fatte le maggiori economie. A forza di sacrifici e risparmi ero arrivato a risparmiare circa 70.000 lire, creandomi così una discreta posizione. Questi risparmi prima della guerra li tenevo alla banca. Durante la guerra, man mano che si facevano le emissioni dei prestiti, un po’ alla volta ho impiegato tutto il mio capitale nel prestito. Ora mi si dice che, in seguito ad una legge nuova sulla nominatività, il prestito è calato di molto e che io ho perduto circa 15.000 lire.

 

 

Lire 15.000! Ma non sapete, o signori del governo, che 15.000 lire rappresentano per me 20 anni di stenti e di lavoro. Non sono un pescecane io e i miei soldi li ho guadagnati centesimo per centesimo. È questo il premio a chi ha fatto il suo dovere di patriota? I miei compagni avevano ragione quando dicevano che l’affare del prestito era una imbroglieria. Loro, i furbi, hanno comperato la casa invece del prestito e i loro soldi li hanno raddoppiati. E quando mi vedono, mi prendono in giro. È questa la giustizia?

 

 

Io sono sempre stato un buon patriota, della piccola borghesia amante dell’ordine e dell’osservanza delle leggi; ma ora mi viene la voglia di diventare sovversivo. Almeno saprò fin da principio dove si va a finire.

 

 

Ma che al governo non si pensi mai a tutelare i galantuomini! Rendetemi i miei denari o fate approvare una legge che tuteli chi ha sottoscritto al prestito!».

 

 

Questa lettera, da cui ho tolta qualche parola troppo vivace, fotografa lo stato d’animo di centinaia di migliaia di piccoli e medi risparmiatori. Io, che ho sempre creduto che i risparmiatori, della borghesia minuta, dei contadini, dei professionisti, siano economicamente il sale della terra, la classe più necessaria e benemerita sempre, ma sovratutto nel momento presente, dico che lettere siffatte, di cui quella ora trascritta è solo un campione, dovrebbero stringere d’angoscia il cuore di chi pensi all’avvenire del paese.

 

 

Sono a centinaia di migliaia, sono con le loro famiglie a milioni coloro che hanno avuto fiducia nello stato, che gli hanno portato i loro risparmi; ed ora se li vedono di giorno in giorno sfumare, volatilizzare. Il consolidato 5% sottoscritto a 90, a 87,50 ora è sotto 70 lire. E vale ancora tanto solo in grazia all’aggio. A Londra, la rendita italiana 3,5 che in patria quotiamo da 67 a 68 lire, ne vale solo da 25 a 26, il che vuol dire che, essendo le cedole di interesse pagate in sterline ai portatori inglesi, essa frutta il 14%. Il credito italiano valutato all’estero al 14%! Roba da far venire il rossore alla fronte. Il 3% belga a Londra è quotato da 53 a 54, il che vuol dire che il Belgio ha credito a meno del 6%. Per trovare un titolo quotato più basso del nostro, bisogna arrivare sino alla Russia, col suo 5% quotato 21,5. Ma la Russia è in mano ai bolscevichi, i quali hanno ripudiato il debito pubblico!

 

 

Purtroppo, molti dei detentori di consolidato se la pigliano, come fa l’autore della lettera, direttamente col governo, come se fosse questo che ha fatto ribassare il titolo o non ha fatto una legge per impedire l’ingiusto ribasso. È evidente che, se il governo ha molte colpe, non ha però questa. Un titolo di consolidato 5% è un riconoscimento di debito da parte dello stato. Il governo non può dire: questo titolo deve valere 100 o 87 o una qualunque altra cifra. Sono gli altri, sono i creditori, quelli i quali valutano il credito del governo. Il governo che è il debitore non può obbligare la gente a comprare i suoi titoli di debito ad un dato prezzo. La gente li compererà da lui – o da quelli che li hanno acquistati in passato e li volessero vendere – al prezzo che i titoli stessi meritano in ragione del credito di cui lo stato gode. Se lo stato gode molto credito il titolo vale 100; se gode poco credito, vale 70 in Italia e 26 a Londra. Quando lo stato ha emesso l’ultimo prestito, godeva tale credito da meritare 87,50. Ora il suo credito è ribassato ed il titolo vale 70 lire soltanto.

 

 

I piccoli risparmiatori, i possessori di consolidato hanno un sacrosanto interesse a vedere crescere il credito dello stato, affinché il loro titolo torni a valere 87,50 e fors’anco giunga a 100. Questo è anche l’interesse di tutti, perché l’alto credito dello stato è l’indice di una situazione favorevole di tutto il paese.

 

 

Ma perché il credito dello stato migliori non basta e non serve a niente una qualsiasi legge. Quel che occorre, è che il governo governi bene, che mantenga l’ordine pubblico, cacci e mantenga in carcere i ladri e gli assassini, renda giustizia a tutti; e, dal punto di vista finanziario, metta in ordine il suo bilancio.

 

 

Coloro i quali hanno incitato a sottoscrivere l’ultimo prestito nazionale ciò hanno fatto nella speranza ed a condizione che il provento del prestito servisse a ritirare buoni del tesoro, a diminuire un po’ od almeno a non crescere i biglietti circolanti, a dare un po’ di respiro al governo affinché questo potesse tranquillamente assestare il proprio bilancio.

 

 

Invece, se fu ritirata una buona massa di buoni del tesoro, la circolazione seguitò a crescere, le spese pubbliche continuarono ad andar su, si diedero 700 milioni alla volta in caro-viveri non sperati a tutti gli impiegati, non si tolse il disavanzo del pane. In conclusione si spendono 28 miliardi contro a 10 o 12 di entrate. Come è possibile che il credito dello stato non vada giù? Se le cose seguitano di questo passo, andrà ancor più giù e vedremo prezzi peggiori per i valori pubblici.

 

 

Invece di diventare sovversivi od anarchici – se tutti diventassero tali, il consolidato cadrebbe a zero – i portatori di titoli di debito pubblico facciano un’altra cosa. Incomincino a gridare anch’essi. Finché io od i miei colleghi economisti scriviamo articoli, nessun governo se ne dà per inteso. Anzi tutti i governi affettano di non leggere mai ciò che si scrive sui giornali. Invece, deputati e governi ascoltano gli elettori che gridano e si organizzano. C’è tanta gente la quale grida e si organizza per muovere all’assalto dell’erario, la quale chiede ed ottiene ingiustamente, che davvero una organizzazione per difendere il tesoro contro i suoi aggressori sarebbe la benvenuta. L’interesse dei possessori di titoli di debito pubblico si identifica oggi con l’interesse dello stato e del paese. Essi non possono sperare di vedere il consolidato ritornare ad 87 e tendere a 100 se:

 

 

  • non si pone un fermo assoluto alle nuove spese pubbliche;

 

 

  • non si pone termine al disavanzo del pane, lasciando che il prezzo vada su verso il suo livello naturale;

 

 

  • non si sopprimono le spese militari straordinarie e parassitiche, le quali fanno spendere 800 milioni al mese invece di 200;

 

 

  • non si aumenta da 10 almeno a 20 lire l’imposta sul vino e non si procede al pignoramento ed alla vendita all’asta pubblica dei beni di quegli sfacciati viticultori, i quali, dopo essersene ad usura fatto rimborsare l’importo dai consumatori, si rifiutano oggi di pagare l’imposta allo stato e trovano deputati che svergognatamente si fanno paladini di tanta avidità e tracotanza.

 

 

Potrei continuare. Ma quel che ho detto chiarisce contro chi e contro che cosa debbono gridare, a quale scopo debbono organizzarsi i possessori di titoli di debito pubblico. Il mondo odierno non è fatto per i timidi, per i silenziosi, per coloro che osano appena confidare le loro angoscie ad una lettera. Ognuno deve sostenere apertamente, in tempo di elezioni e fuori, le proprie ragioni. Non lasciarsi intimidire dall’accusa di interessato. Non è forse interessato l’operaio che vuole una paga più alta e chi perciò gli dice di star zitto? Ai candidati alle elezioni comunali, ai deputati chiedere risposte categoriche su ciò che essi intendono fare per mettere in equilibrio il bilancio dello stato. Le cose andranno meglio quando anche le classi medie, risparmiatrici, laboriose avranno compreso che anch’esse debbono imparare ad organizzarsi.

 

 

II

 

L’impoverimento dei ceti indipendenti

 

L’anticipo dell’imposta patrimoniale è una sperequazione fiscale per i ricchi dal milione in su, perché, senza vantaggio per l’erario, o disorganizza il mercato con vendite forzate o aumenta la circolazione e i prezzi obbligando i contribuenti a ricorrere ai prestiti.

 

 

Ma c’è una zona di contribuenti a cui il nuovo tributo, così come fu congegnato, colla decennalità e con il raddoppiamento per il 1921, sta cagionando sofferenze inaudite. È la classe dei piccoli e medi redditieri, che si sono col risparmio costituiti un patrimonio per la vecchiaia o per sostentare la famiglia. Per lo più costoro hanno comperato rendita o consolidato; talvolta hanno venduto, seguendo consigli che su queste colonne non furono mai dati o solo parzialmente e con grandi cautele, terreni e case. Adesso, lo stato per rimeritarli del concorso prestatogli durante la guerra li ha assoggettati alla tagliola dei dieci anni, su valori assai superiori agli odierni, mentre altri paga in venti anni su valori più bassi.

 

 

Se si voleva essere equi, l’imposta straordinaria patrimoniale avrebbe dovuto essere accompagnata da una correlativa imposta straordinaria sui guadagni professionali, pensioni e stipendi, di valore corrispondente ed avrebbe potuto così essere per tutti assai più moderata, con vantaggio del fisco. Così era stato proposto nelle sedute d’agosto 1919 della commissione per l’imposta patrimoniale. Ma non se ne fece nulla. Accadde invece che professionisti, assicurati, stipendiati, vitaliziati non pagarono nulla, in via straordinaria, anche se il loro reddito era di 50 o di 100 mila lire all’anno; e i chiamati a pagare furono solo gli amministratori delle società e i possessori di patrimoni. Naturalmente costoro dovettero pagare per tutti, con aliquote stravaganti.

 

 

Prendasi il caso di un professionista o commerciante il quale avesse anteguerra risparmiato un patrimonio di 100.000 lire. Anziano e incapace al lavoro proficuo, dovette ritirarsi dalla vita attiva. Sulle 4.000 o 5.000 lire di reddito vivevano lui, la moglie e qualche figlia nubile. Non c’era da scialarla; ma appena da vivere modestamente. Adesso è venuto il caro-vita ed essi fanno della vera fame. Per giunta debbono pagare 452 lire d’imposta patrimoniale e l’anno venturo 904. Per essi è la rovina: è il pensiero della casa, del mangiare che diventa assillante. Essi, badisi bene, hanno commesso l’errore di procurarsi una pensione sotto forma di risparmio e di capitalizzazione. Se avessero pensato ad assicurarsi una pensione di stato o di società assicuratrice, non pagherebbero un centesimo. Non l’hanno fatto perché c’erano i figli, perché non erano egoisti, perché furono membri utili della società : ed oggi si vedono costretti a vendere a frusto a frusto i titoli componenti il loro patrimonio e a prezzi inferiori di un quarto, di un terzo ai prezzi d’acquisto. Almeno vedessero gli altri pagare nelle stesse proporzioni, o almeno pagare qualcosa! Essi avranno, sì e no, 10 – 12 lire al giorno per vivere, per comprar tutto, dal pane alle scarpe, dal fitto di casa alla medicina e ne devono versare allo stato 1,25 adesso e 2,50 l’anno venturo. Chi può stupirsi se essi piangono o vedono rosso, a seconda dei temperamenti? Specialmente quando a porta a porta essi vedono la famiglia del tecnico, dell’operaio, del professionista giovane, la quale trova che non si può mangiare con meno di 30, 50, 60 lire al giorno e non si può far senza del mezzo litro di vino a testa e per pasto?

 

 

Da un po’ di tempo io ricevo lettere strazianti ed accorate in proposito. L’amico di un vecchio settantenne, ammalato di cuore, che ha compilato per lui la scheda patrimoniale, scrive:

 

 

«Il suo patrimonio è di 75 mila lire, raggranellato a furia di lavoro e di stenti, il cui frutto gli dava di che vivere onestamente. Questo capitale, pel modo in cui è investito, non ha potuto frodare l’erario di un millesimo, perché consiste in cartelle di rendita, cartelle del prestito nazionale nonché una casa, in parte affittata e in cui abita. Il reddito ammonta a L. 3.750,50. Vi sono da dedurre le spese e cioè l’imposta sul fabbricato (lire 412,10), la manutenzione (lire 300), l’assicurazione incendio (lire 58), l’imposta sul patrimonio (lire 480) ed altre spese minute (lire 4,35), in tutto lire 1.254,45. Il reddito netto residua in lire 2496,05, che suddivise in 365 giorni dell’anno danno lire 6,85 al giorno. Per far fronte alla sua esistenza, si è deciso a vendere la casa, che tanto teneva a possedere, poi verrà la volta delle cartelle. E quando non avrà più nulla? Quei cani di legislatori che compilarono tale tabella, senza tenere alcun calcolo né di età, né di condizioni, per conto mio li vorrei vedere impiccati. Il più che sommuove l’indignazione è che i nostri cari socialisti lo chiamano grasso borghese, perché possiede una casa».

 

 

E un altro, il quale ricava 7.000 lire di reddito dal suo patrimonio e con esso deve pagare 1.100 lire di fitto e mantenere sé, la moglie e una congiunta, tutti e tre vecchi e incapaci a lavorare, e deve pagare quasi 1.000 lire di imposta patrimoniale all’anno, scrive a proposito del raddoppiamento:

 

 

«Questa sarebbe una enormità. Come si potrà ubbidire? Vendere i valori, perdere metà del patrimonio, non avere più il relativo reddito, e come vivere noi tre vecchi? Il residuo del reddito non basterà per l’affitto e per le imposte e tasse e a noi non resterebbe che procurarci la morte per non sottostare all’agonia e morire di fame. La prego a voler dire due parole perché sia provveduto a modificare una tale proposta e perché dall’attuazione siano esclusi i patrimoni il cui reddito basta appena a procurare pane e poi pane e minestra a chi, come il supplicante, non ha da tempo potuto procurare per sé e i suoi altro alimento. Nulla, nulla si può comprare, salvo rare volte un po’ di carne, mai vino né caffè. Alla sera prestissimo a letto, ove non si trova il sonno, perché si pensa al triste domani».

 

 

Frattanto il ministro delle finanze olimpicamente risponde che ha studiato o fatto studiare e che dai suoi studi risulta che i contribuenti possono pagare. Fuori questi studi! Sarà un bel fatto vedere in che cosa consistano e per via di quali elucubrazioni eleganti si dimostra come qualmente si possano pagare le imposte vendendo titoli invendibili, sperperando patrimoni risparmiati col sudor della fronte, rinunciando al cibo, vivendo al freddo o passando la giornata in letto per non sentirlo troppo. Orsù! È ora che cessi questa lugubre farsa di mettere imposte a casaccio senza pensare alla capacità contributiva delle varie classi di cittadini, colpendo i deboli parsimoniosi e arretrandosi dinanzi ai molti facinorosi dilapidatori, esitando dinanzi ad aumenti necessari del prezzo del pane per coloro che possono pagare e non provvedendo ai vecchi e ai veramente poveri che non possono neppure sostenere l’aumento a 1,30. La base di un buon sistema tributario è la conoscenza dei redditi singoli e del reddito complessivo del contribuente. Voler affastellare e inasprire imposte sui patrimoni e su forme particolari di guadagno senza conoscere i redditi base e senza farsi un’idea precisa di quel che veramente possa pagare il contribuente, è un costruire nella sabbia, è un seminar vento di malcontento e di ribellione.

 

 



[1] Con il titolo La caduta del consolidato e le ragioni della classe risparmiatrice [ndr].

[2] Con il titolo Parlano i piccoli capitalisti [ndr].

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