La campagna per il ribasso

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/06/1920

La campagna per il ribasso

«Corriere della Sera», 14 giugno e 1 luglio 1920[1]

Prediche, Laterza, Bari, 1929, pp. 173-175

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 803-808

 

 

 

I

 

Non comperate!

 

Questo grido, che da anni, sin dallo scoppio della guerra italiana, fu ripetuto con monotonia insistente su queste colonne, oggi è divenuto il grido di guerra di milioni di uomini, di leghe di consumatori, di migliaia di giornali. Cominciarono gli Stati uniti a farsene banditori con quel fracasso, in cui sono maestri; e di lì il grido si ripercosse in Inghilterra, in Francia ed ora anche in Italia. Apostoli della prima ora del verbo dell’astinenza, quando il predicarlo provocava derisione e taccia di teorismo, siamo lieti che esso finalmente si sia imposto come una verità incontrastata. Se gli uomini, i quali finora hanno fatto i sordi, ascolteranno il verbo dell’astinenza, un primo notevole passo sarà fatto sulla via del ribasso dei prezzi.

 

 

Tuttavia, ora che il verbo è diventato unanime ed universale, c’è nella sua predicazione qualcosa che turba e preoccupa. «Non consumare» è un imperativo che trae la sua virtù quasi soltanto dall’essere un freno morale, un vincolo che l’uomo mette a se stesso, un limite ai suoi acquisti inutili. Perché esso sia efficace occorre che i consumatori siano persuasi che la cagione del rialzo dei prezzi erano stati precisamente essi, proprio essi consumatori, con la loro sete di compre, con i loro acquisti eccessivi, con la loro smania di possedere subito la cosa il cui consumo poteva essere prorogato. Bisogna che i consumatori, i cui redditi monetari crebbero in confronto all’anteguerra, si persuadano che furono essi ad eccitare, a provocare l’ingordigia degli intermediari e dei negozianti. I prezzi non sarebbero saliti se i consumatori non si fossero l’un l’altro strappata la merce di mano e con le loro domande incomposte non avessero posti i commercianti sull’avviso che essi potevano impunemente rialzare i prezzi. I veri colpevoli delle sofferenze delle classi medie, i cui salari non crebbero, furono gli operai, furono i contadini, furono gli arricchiti di guerra che, offrendo prezzi più vistosi, strapparono di bocca e di dosso ai primi ciò di cui questi avevano bisogno.

 

 

Se i giornali predicassero l’astinenza e il pentimento agli arricchiti, ai contadini ed agli operai, essi farebbero opera moralmente degna e socialmente utile.

 

 

Purtroppo non si vede che questa sia la sostanza intima della predicazione. I giornali socialisti per spirito di distruzione, i giornali borghesi per leggerezza predicano bensì ai consumatori di astenersi dal consumare, ma additano unicamente il responsabile ed il colpevole nell’intermediario e nel bottegaio. Certo, costoro non sono simpatici e qui non se ne vuole prendere le difese. Ma è anche certo che essi non sono la causa del male; che essi hanno soltanto utilizzato a proprio profitto un movimento che aveva la propria radice altrove; nell’arricchimento, reale o monetario, di vaste classi di consumatori e nella frenesia di acquisti da cui costoro erano stati presi.

 

 

Battere soltanto sulla testa di turco degli intermediari e dei bottegai è scambiare la causa vera con lo strumento del rialzo dei prezzi; è eccitare all’odio quando bisogna invece predicare il sacrificio. Il risultato più probabile della presente campagna bandita da giornali contro la classe degli intermediari additata come unica colpevole, per spirito di speculazione, del rialzo dei prezzi, sarà il ripetersi fra poche settimane dei saccheggi e dei tumulti del giugno del 1919. Anche allora, tumulti e saccheggi furono dovuti alla cecità imperdonabile di giornali liberali, i quali ritennero di poter procacciarsi in tal modo popolarità e soppiantare i fogli socialisti nel favore delle folle. Non soppiantarono niente e condussero all’anarchica distruzione di scorte preziose, ad un susseguente rincaro di prezzi ed a più forti guadagni degli intermediari vogliosi di rifarsi delle perdite subite.

 

 

No. La campagna per l’astensione dagli acquisti, se deve essere realmente efficace, non deve essere una campagna di odio, una predicazione fomentatrice di saccheggi e forse di massacri. Su questa via non si risolve nulla. Si fa un fuoco d’artifizio; ed il risultato è negativo. Bisogna che gli uomini facciano invece il proprio esame di coscienza e si chiedano: «possiamo fare a meno di comperare questo o quell’oggetto?» Se sì, si astengano dal comperare. Il fatto dell’astensione costringerà gli intermediari alla resa ed a contentarsi di prezzi minori, durevolmente.

 

 

Ma se invece si dice: «non comperare, perché quel tale negoziante è un ladro» – si eccita ancor più la voglia di possedere quell’oggetto, di possederlo sotto prezzo, di possederlo ad ogni costo. È l’eccitamento al saccheggio a breve respiro, allo spreco, alla distruzione delle merci. Ossia è la preparazione di un nuovo rincaro.

 

 

II

 

La campagna per il saccheggio

 

Manco a farlo apposta, le facili previsioni vanno già verificandosi. Il movimento, utilissimo e sano, indirizzato ad inculcare la massima: non comperate! appare già inquinato di elementi pericolosi e dannosi.

 

 

A Torino, la lega consumatori ha approvato il suo statuto, il primo articolo del quale esprime magnificamente lo scopo utile del movimento: «promuovere con ogni mezzo di propaganda in ogni ceto di cittadini la limitazione dei consumi e la cessazione delle spese superflue».

 

 

Benissimo detto e fecondissima l’opera da svolgersi in questo senso. Lo statuto poteva fermarsi lì. Invece esso prosegue, enumerando come secondo scopo della lega «quello di reprimere con tutti i mezzi ogni forma di frode o di speculazione tendente ad artificiosi rincari, vigilando, con apposite inchieste, sulla fissazione dei giusti prezzi delle derrate alimentari e degli altri generi indispensabili alla vita quotidiana». Lo statuto vuole all’uopo ottenere l’effettivo riconoscimento giuridico della lega, con compiti di controllo e di consultazione.

 

 

Fin che la lega si proponesse solo di fare studi sui prezzi e sui costi e di illuminare i consumatori sulla convenienza di comperare od astenersi, le cose andrebbero benissimo. Il guaio si è che il movimento non vuole fermarsi a questo punto. Si vogliono poteri coercitivi per fissare il giusto prezzo delle cose e per schiacciare l’idra della speculazione. Da non pochi si dice chiaramente che cosa si vuole. Un oratore è persuaso – cito dai giornali torinesi – «che se si vuole risanare il mercato e restituirlo alla sua genuina funzione di agevolare gli scambi, occorre colpire senza riguardi coloro che lo tramutarono in campo di personale sfruttamento a danno di tutti i cittadini». Un altro rincara la dose ed esprime il parere «che i mezzi d’azione della lega debbano essere contenuti nei limiti della legalità fin tanto che ciò sarà possibile, ma ove ciò risultasse inefficace non riterrebbe fuor di luogo di rintuzzare con forme anche extralegali le rapine degli speculatori».

 

 

È l’eccitamento aperto e chiaro alle bastonate ed al saccheggio dei negozi. E, con qualche blanda riserva del presidente, l’eccitamento è accolto con applausi dagli adunati, tutta fior di gente, pubblicisti, funzionari, professionisti, rappresentanti di associazioni.

 

 

L’esasperazione dei consumatori, specie delle classi medie a reddito quasi fisso, contro coloro i quali aumentano di giorno in giorno i prezzi delle cose esposte in vendita, è naturale e comprensibile. Ma tanto più doveroso è insistere sul concetto che l’azione contro gli intermediari, per il giusto prezzo, se può dare qualche balsamo all’indignazione, non serve a niente, anzi fa danno praticamente alla causa dei consumatori. In sostanza, che altro, se non calmieri e requisizioni, vogliono dire i poteri coercitivi della lega per fissare i prezzi al giusto prezzo determinato dal costo di produzione e da oneste percentuali di guadagno? Non si è fatta ancora abbastanza esperienza in tutti questi anni per non sapere che calmieri e requisizioni vogliono dire scomparsa della merce ed arricchimento degli intermediari? Finché c’è gente che vuol spendere, c’è chi vende ad alto prezzo. Si venderà di nascosto ed a più alto prezzo. A Torino si vedono già i primi effetti della propaganda di odio: cesti di verdura sparsi per terra e diserzione del mercato. Il dissidio tra città e campagna si inasprisce. Come si può pretendere che il campagnuolo pigli sul serio chi gli chiede in tono di scherno se le galline hanno cessato di fare le uova o le fanno con maggior stento, poiché le uova sono salite dai 10 centesimi dell’anteguerra ai 50 centesimi d’oggi? Sebbene non abbia fatto studi di economia, il campagnuolo sente che sarebbe vittima di una vera truffa se si acconciasse a vendere le uova, che una volta dava per 10 centesimi di moneta buona, per l’identica quantità di pezzettini di carta svilita. Si potrà discutere sui 40 o sui 50 centesimi, ma il contadino sente che i 40 od i 50 centesimi d’oggi sono la stessa precisa cosa dei 10 centesimi dell’anteguerra. Come si può sperare che la scarpa grossa campagnuola voglia lasciarsi mettere nel sacco dalle lingue lunghe cittadine?

 

 

Gli errori economici enunciati dai liberali danno ansa ad equivalenti errori dei socialisti. La camera del lavoro socialista in rossi manifesti schernisce la propaganda piccolo – borghese dei giornalisti. Con sfacciataggine inaudita afferma che la classe operaia «non ha mai comperato che lo strettamente necessario» – come se il malessere dei piccolo – borghesi non provenisse invece per nove decimi dal fatto della cresciuta concorrenza sui mercati da parte delle masse ad alti salari! -; e tira fuori la solita panacea della socializzazione e dei consigli di fabbrica, di azienda e dei campi per mettere a posto la speculazione.

 

 

La propaganda borghese conduce al saccheggio; quella socialista all’immiserimento generale per la distruzione del capitale che sarà compiuta dai futuri consigli. Entrambe sono sciagure sebbene la prima meno tremenda, perché non definitiva.

 

 

Perché perdersi dietro ai bubboni, alle piaghe visibili, ai profittatori, che ci saranno sempre dove esista già prima l’occasione del profitto e la preda sia già pronta ad essere afferrata e non guardare alla radice del rialzo? Che io sappia, i medici poco si curano dei sintomi e guardano alla causa vera del male e curano questa.

 

 

La causa vera del male è che molta, moltissima gente ha più denaro di prima da spendere e lo vuol spendere. I più grossi danno noia infinita per la loro goffa ostentazione; ma se fossero soli non spingerebbero all’insù il prezzo delle merci di gran consumo. Centomila nuovi ricchi in Italia non possono spostare, se non di pochi centesimi, il prezzo della carne, del vino, delle verdure, delle uova, dei vestiti e delle scarpe comuni. Neanche se prendessero l’abitudine degli antichi romani di vomitare dopo il pasto per mangiar di nuovo, produrrebbero grande effetto. I prezzi delle merci di gran consumo sono tirati su dalla offerta cresciuta del denaro delle masse. Quando il tramviere guadagna da 20 a 30 lire invece che 5, quando in una famiglia operaia entrano due o tre salari da 20 lire al giorno e vi sono settimanali complessivi da 300 a 500 lire, e quando tutto questo denaro viene speso, ossia offerto in cambio di merci, come potrebbero i prezzi non salire? La rivoluzione nei redditi è già avvenuta e può essere alla lunga benefica. I giornalisti italiani acquisterebbero benemerenze somme, impareggiabili se riuscissero a far prendere alla nuova classe dominante, quella lavoratrice, le abitudini morigerate, risparmiatrici, socialmente utili della vecchia borghesia. Così si può operare durevolmente sui prezzi. Altrimenti avremo sparso soltanto la semenza di nuovi odi, di nuove perturbazioni, di nuove miserie.

 

 



[1] Con il titolo La campagna per il ribasso [nrd].

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