La carta economica della guerra

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/12/1917

La carta economica della guerra

«Corriere della Sera», 19 dicembre 1917

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 605-609

 

 

I messaggi del signor Wilson rimarranno certo i più memorabili documenti della guerra presente, pur tanto feconda di scritture e di discorsi. Scritti in stile solenne e commosso, pervasi da alti ideali, ferreamente logici di una logica seguitata da anni, essi serbano le grandi tradizioni di una letteratura politica, che fu onorata dai nomi di Washington e di Lincoln. Le professioni di fede economica di Wilson – e ad una di esse voglio limitare i miei rilievi – sono lapidarie. Non c’è in esse nulla che tradisca neppure lontanamente l’ossequio alle passioni del momento, l’accettazione di quei tanti nuovissimi verbi i quali nei due campi nemici si sono succeduti a dimostrare l’irrequietudine e la nervosità degli spettatori del grandioso conflitto. Nella risposta memoranda al pontefice, il signor Wilson distruggeva in poche parole tutta l’impalcatura artificiosa della guerra economica dopo la guerra, di cui tanti frettolosi pubblicisti s’erano compiaciuti per anni ed a cui aveva reso omaggio verbale persino la conferenza economica di Parigi del 1915. In quell’occasione di Wilson diceva quel che il buon senso avrebbe già dovuto insegnare a tutti: se pace vi sarà, sia pace vera e non tregua di guerra; sia una pace ai cui benefici tutti possano partecipare, senza ricordo di nemici od amici, senza esclusioni commerciali, senza gelosie postume, le quali sarebbero feconde di nuove e più disastrose guerre.

 

 

Oggi, egli ripete alla Germania ed ai suoi alleati lo stesso discorso. Se pace vi sarà, questa dovrà essere vera pace. «Saremo contenti di pagare il prezzo che occorrerà per essa, senza mercanteggiare. Sappiamo ciò che sarà questo prezzo: sarà la giustizia intera ed imparziale, la giustizia in ogni luogo, per ogni nazione; sappiamo che la soluzione finale riguarderà i nostri nemici al pari dei nostri amici».

 

 

Ma non si illuda la Germania di potere sottrarsi, mercé la carta di guerra, al fato della giustizia uguale per tutti, della porta aperta a tutti sui mercati mondiali. Se essa vorrà correre dietro a piani di dominazione politica od economica, troverà schierati contro di sé, insieme con le nazioni dell’intesa, anche gli Stati uniti. «Sarebbe impossibile – dice il Wilson – ammetterla nella società delle nazioni che dovrà oramai garantire la pace del mondo. Potrebbe anche essere impossibile, in tale sgraziato concorso di circostanze, di ammettere la Germania ai liberi rapporti economici che debbono inevitabilmente accompagnare le associazioni di vera pace».

 

 

Questa è forse la nostra più formidabile carta di guerra. Finora solo il Wilson, fra tutti gli uomini di stato di parte nostra, ha posto nettamente, serenamente il dilemma: o sarà possibile concludere con la Germania una pace fondata sul rispetto della giustizia e delle nazionalità ed in tal caso la Germania sarà ammessa, pari tra uguali, a godere di tutti i vantaggi del commercio internazionale, senza esclusioni dirette contro la sua industria, contro i suoi uomini, contro i suoi capitali. Ovvero questa pace non sarà possibile, e non sarà colpa nostra se non la potremo ammettere ai liberi rapporti economici della futura comunità delle nazioni. Sapremo, pronunciando l’esclusiva, di dover continuare a fare la guerra e per ciò di danneggiare noi stessi economicamente; ma quale altra via ci è aperta verso chi non vuole la pace? I liberi rapporti economici a cui il Wilson invita la Germania a partecipare, come prezzo della pace vera, non sono un bene spregevole. Il prof. Bresciani-Turroni, testé chiamato dalla cattedra di statistica dell’università di Palermo a quella di Genova, ha pubblicato negli annali del seminario giuridico palermitano uno studio superbamente condotto su «Mitteleuropa», in cui la concezione di uno stato economico chiuso medio-europeo è stritolata e dispersa qual polvere al vento. Da questo studio traggo alcune cifre relative al 1913, ultimo anno normale di pace, le quali dimostrano quanto la Germania fosse dipendente dall’economia mondiale per la sua vita ricca e progressiva, e come fosse assurdo il sogno di ridursi a commerciare soltanto con alleati e neutrali (in milioni di marchi):

 

 

Importazioni

Esportazioni

Cifre assolute

Cifre percentuali

Cifre assolute

Cifre percentuali
Stati nemici

7.039,8

65,3

5.839,7

57,7

Stati alleati

910,0

8,3

1.233,5

12,2

Stati neutrali

2.682,8

24,8

2.892,9

28,6

Totale

10.632,6

98,4

9.966,1

98,5

Partite varie

137,7

1,6

130,4

1,5

Totale

10.770,3

100 –

10.096,5

100 –

 

 

Le percentuali, dopo che il Bresciani scrisse la sua monografia, mutarono ancora per l’aggiungersi di nuovi stati alla lista dei nostri alleati; sicché anche lasciando fuor del calcolo la Russia e la Finlandia, non si va lontano dal vero asserendo che la parte nostra potrebbe tagliare fuori la Germania da più del 60% del suo commercio di importazione e da circa il 55% del commercio di esportazione. Con danno nostro, s’intende; poiché il commercio, salvo casi eccezionalissimi, giova ad amendue i contraenti. Ma non si bada a sacrifici quando si tratta di difendere la sicurezza e la vita indipendente del paese!

 

 

Essere tagliata fuori da questa rilevante parte del commercio internazionale significa per la Germania continuare a vivere in pace in mezzo agli stenti della guerra: su 10 miliardi e 770,3 milioni di marchi di merci importate ben 3 miliardi e 49,2 milioni erano generi alimentari e di consumo. Significa costringere l’industria a vivere in pace una vita miserabile di surrogati e di ripieghi, non più compensati dai lucri delle forniture di guerra: nel 1913 ben 5 miliardi e 3,5 milioni di marchi erano invero materie gregge, poco meno della metà delle importazioni totali; e 1 miliardo e 238,8 milioni erano merci semi-lavorate. Senza queste importazioni l’industria tedesca non potrebbe esportare. Come potrebbe, priva di materie gregge e semi-lavorate, priva degli alimenti necessari a mantenere la popolazione lavoratrice ad un alto grado di efficienza, come potrebbe la Germania esportare 6 miliardi e 395,8 milioni di prodotti finiti all’estero? Né l’Austria-Ungheria, né la Turchia, né la Russia, né i paesi neutrali possono dare alla Germania il cotone, la lana, i metalli, la gomma elastica, ed infinite altre materie prime che essa elabora nei suoi opifici. Sarebbe per essa la tisi economica.

 

 

La Germania sa che la carta di guerra economica che l’intesa può giocare ha un valore non inferiore certo a quello della carta dei paesi occupati dagli eserciti austro-tedeschi. Sa che, astrazion fatta dalle perdute colonie, le flotte alleate, nonostante la guerra sottomarina, hanno escluso e continueranno ad escludere dai mari le marine austro-tedesche. Il capitano Persius, in un articolo pubblicato sul «Berliner Tageblatt» del 18 ottobre, ricordava ai suoi compatrioti: «Dopo la pace, quelle di derrate alimentari saranno le nostre importazioni più necessarie, perché senza di esse le nostre industrie non potranno riprendere con successo la concorrenza con l’estero. Il nostro nutrimento deve prima essere posto su una base sana. Noi non dimentichiamo che prima della guerra la maggior parte del nostro commercio marittimo aveva luogo con l’Inghilterra. I nostri migliori clienti erano l’Inghilterra, la Francia e la Russia, i quali, nel 1913, ci pagarono più di 3 miliardi di marchi per merci acquistate da noi, mentre l’Italia ed il Belgio ci pagarono un altro miliardo circa … Più a lungo la guerra durerà, maggiormente difficile diventerà la ripresa delle relazioni commerciali. Una abbondante messe di odio e di amarezza è immagazzinata, anche tra i neutrali, contro di noi; ed i nostri mercanti all’estero dovranno pagare il fio di colpe non loro».

 

 

I tedeschi hanno anche finito per scoprire quella che era una verità evidente per tutti salvoché per alcuni loro professori e mangiatori di fuoco: che cioè, prima che la guerra scoppiasse, nessuno sognava di togliere alla Germania il suo posto al sole, accerchiandola economicamente ed impedendole l’accesso ai mercati stranieri.

 

 

È necessario – afferma finalmente ora il capitano Persius combattere l’erronea opinione che l’Inghilterra prima della guerra frastornasse la nostra attività mondiale. Le statistiche bastano a provare il contrario. Si guardino le cifre seguenti delle esportazioni tedesche (in milioni di marchi):

 

 

nel 1900

nel 1913

Nell’India britannica

56,8

150

Nell’Africa britannica

23

229

Nell’Egitto

15,7

118,4

 

 

Queste cifre dimostrano che gli inglesi non frapponevano alcun ostacolo contro il sempre crescente sviluppo del nostro commercio con i paesi sottoposti al loro controllo.

 

 

Queste parole del capitano Persius provano quanto grande sia l’ansia del mondo tedesco di riconquistare il terreno prezioso che la guerra gli ha fatto perdere sui mercati mondiali. Il mondo tedesco sa che questa arma formidabile è in mano nostra e sa oramai a qual prezzo esso può ottenere che le nazioni dell’ intesa non se ne servano. Potevano finora i governanti tedeschi dubitare o far credere ai loro sudditi che solo colla forza si potesse costringere l’intesa ad ammettere nuovamente l’industria tedesca al godimento leale ed aperto dei mercati mondiali.

 

 

Alcuni atteggiamenti verbali di alcuni uomini dell’intesa potevano far dubitare che alla guerra guerreggiata dovesse in ogni caso seguire la guerra economica.

 

 

Oggi la franca parola di Wilson ha chiarito ogni dubbio e reso ai governanti nemici impossibile di pervertire l’opinione pubblica tedesca. Oggi i nemici sanno che noi non vogliamo farci pagare un prezzo ingiusto della ripresa delle relazioni economiche. L’unico prezzo è una pace giusta. Sia lode all’uomo saggio e semplice e franco, all’uomo che ha sempre mantenuto la parola data, in pace ed in guerra, per avere finalmente detta una parola di verità e di chiarezza su questa che è oggi e sarà domani, al congresso della pace, forse la nostra più formidabile arma di guerra!

 

 

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