La colonizzazione italiana dell’Argentina

Tratto da:

Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali

Data di pubblicazione: 15/05/1899

La colonizzazione italiana dell’Argentina

«Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali», 15 maggio 1899, pp. 409-411

 

 

 

Forse agli occhi degli storici contemporanei non si offerse mai spettacolo più grandioso della colonizzazione coraggiosa e tenace della grande pianura americana da parte della razza anglo-sassone. In meno di un secolo, dove prima cacciavano gli indiani e pascolavano i bisonti, si estese a fecondare col lavoro i campi e le città un popolo potente di lavoratori, di industriali e di commercianti. In questi momenti in cui gli Stati Uniti fanno pompa dinanzi all’Europa attonita della loro grandezza materiale e morale, sia lecito additare all’Italia l’opera di colonizzazione iniziata dai suoi figli, opera non minore di quella compiuta dalla razza anglo-sassone.

 

 

L’Argentina sarebbe ancora un deserto, le sue città un impasto di paglia e di fango senza il lavoro perseverante, senza l’audacia colonizzatrice, senza lo spirito di intraprendenza degli italiani. Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intiere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato la immensa provincia di Santa Fè, d’onde ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la cultura della vite sui colli della provincia di Mendoza, sono italiani moltissimi fra gli industriali argentini, ed italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud; ed italiano è quell’imprenditore, il quale, emulo degli inglesi, ha costruito sulle rive del Plata per più di mezzo miliardo di opere pubbliche.

 

 

Al di là dell’Atlantico, sulle rive del Plata, sta sorgendo una nuova Italia, sta formandosi un popolo, che pure essendo argentino, conserverà i caratteri fondamentali del popolo italiano e proverà al mondo che l’ideale imperialista non è destinato a rimanere soltanto un ideale anglo-sassone. Anzi noi stiamo dimostrando al mondo che l’Italia è capace di creare un tipo di colonizzazione più perfetto e evoluto del tipo anglo-sassone.

 

 

Poiché, mentre alla conquista pacifica del colono inglese si è sempre accompagnata, sebbene tenue e quasi evanescente talvolta, la dominazione militare, mentre ora si cercano di rinsaldare i vincoli politici tra la vecchia Inghilterra e le colonie, la colonizzazione italiana è sempre stata libera ed indipendente. Malgrado la incuria e la indifferenza del Governo italiano, malgrado il malvolere di taluni suoi rappresentanti diplomatici, si è a poco a poco costituita nell’Argentina una forte e vigorosa collettività italiana. Il colono italiano, in terra di stranieri ha saputo prima domare e coltivare la terra ed ora sta trasformando il popolo che su quella terra abita. Quando nel ventesimo secolo i governanti d’Italia si accorgeranno che nell’Argentina vivrà una repubblica popolata da italiani, dove i discendenti degli italiani, occuperanno le più alte cariche pubbliche e private, e donde si dipartirà per l’Italia una fiumana intensa di merci ed una corrente inesausta di traffici, dovranno, meravigliando, riconoscere di trovarsi dinanzi ad un nuovo fenomeno storico creato dalla iniziativa intraprendente e dalla tenace laboriosità di quei poveri Paria che adesso aspettano laceri e trepidanti la partenza del piroscafo sulle calate del Porto di Genova ed a cui gli attuali governanti non hanno ancora saputo offrire il meschino aiuto di un temporaneo ricovero dalle intemperie atmosferiche e dagli artigli dei sensali di carne umana.

 

 

In mezzo alla colluvie di scritti sul fenomeno emigratorio italiano, a me è parso utile di tracciare in uno scritto i lineamenti vaghi ed incerti dello stato di transizione fra un periodo che muore ed un periodo che nasce della emigrazione italiana.

 

 

Perché noi viviamo in un momento nel quale si inizia una trasformazione profonda nel tipo normale del nostro emigrante. La folla muta, indistinta dei contadini analfabeti, dei braccianti rozzi e dei saltimbanchi, ludibrio del nome italiano all’estero, sta trasformandosi in un esercito disciplinato il quale muove compatto sotto la guida di capitani e di generali alla conquista di un continente. Frammezzo alla uguaglianza democratica della povertà e della miseria comincia a manifestarsi un differenziamento progressivo. Dalla massa anonima sorgono gli eletti, che imprimono una vita nuova ad una potenzialità, prima ignota, alla massa.

 

 

Ed è grande fortuna per l’Italia che questo inevitabile differenziamento della emigrazione nostra siasi alfine iniziato.

 

 

Sembra che una divisione del lavoro si sia operata fra le varie nazioni d’Europa nella fornitura della merce «emigrante» ai paesi poveri e nuovi. Vi sono alcuni paesi, fra cui principalissimi l’Italia e la Russia, i quali forniscono la merce umana più comune, il bracciante, lo sterratore, il contadino. Gli slavi hanno però sugl’italiani il privilegio di potersi dirigere verso la Siberia, dove immensi territori liberamente occupabili aspettano l’aratro del colono. L’emigrazione russa non è propriamente tale, perché non varca i confini della patria, ma è un trasferimento del lavoro da un punto ad un altro del territorio nazionale. Gli italiani invece vanno ad offrire le loro braccia in tutte le parti del mondo, sterratori o muratori nell’Europa, contadini e coloni nell’America meridionale, manovali e rivenditori negli Stati Uniti. Vicino a noi, la Francia non esporta bracce umane, ma capitali; ed i suoi capitali sovrabbondanti si riversano negli imprestiti pubblici e nelle grandi intraprese, ingannevoli spesso, ma apparentemente sicure per il medio ceto ed i piccoli proprietari delle campagne.

 

 

Nell’Inghilterra e nella Germania, sopratutto nell’ultimo ventennio, emigrarono insieme capitali e uomini; i capitali avventurosi vanno in tutte le parti del mondo alla cerca di un profitto più alto di quello meschino che possono trovare in Patria; e l’uomo, emigrando al seguito del capitale, ne diventa il fido collaboratore. Perché fra la emigrazione povera dei Russi, degli Italiani e anche degli Irlandesi e la emigrazione ricca degli Inglesi e di Tedeschi c’è questa differenza: che la prima fornisce la merce lavoro comune, unskilled, i gregari dell’esercito industriale, mentre la seconda fornisce la merce lavoro scelta, skilled, i sovrastanti, i colonizzatori, i piantatori, i capitani dell’esercito industriale. Quanto grande sia questa differenza non è chi non veda: in fondo è la differenza che corre fra chi comanda e chi obbedisce, fra dominatore e dominato. Nelle costruzioni ferroviarie dell’Argentina, i capitalisti, gli ingegneri, i direttori, i sovrastanti sono tutti inglesi; e gli sterratori i manovali sono tutti italiani. Malgrado le lodi che i direttori inglesi tributano alla perseveranza, alla laboriosità ed alla frugalità italiana, noi vorremmo avere dei motivi di compiacimento più alti che non quello di fornire dei gregari ubbidienti ai capitani dell’industrie inglesi. Per fortuna d’Italia, noi possiamo andare orgogliosi di avere questi più alti motivi di compiacimento. Gli italiani cominciano a fare gli sterratori, i manovali, i contadini salariati ed ubbidienti ai cenni altrui, ma qui non si fermano. Colle qualità loro caratteristiche, colla parsimonia, colla tenacia al lavoro essi a poco a poco si innalzano nella scala sociale diventano fabbri, muratori e piccoli proprietari, e poi ancora industriali, architetti, armatori navali, colonizzatori di immensi territori, piantatori di viti, di caffè, commercianti, banchieri, ecc. Nell’Argentina si è già compiuta una meravigliosa fioritura di tipi umani superiori, la quale ho voluto descrivere in alcuni capitoli del presente lavoro, affinché in Italia si avesse coscienza che la nostra emigrazione non fornisce soltanto degli umili gregari ma anche degli audaci capitani dell’industria.

 

 

Ed un’altra cosa ho voluto dimostrare: che dall’Italia cominciano a partire, oltre ai braccianti ed ai contadini che nei paesi nuovi dell’America latina diverranno i creatori ed i direttori di grandiose imprese, anche dei direttori già formati, i quali non debbono passare attraverso alla lunga trafila che trasforma il gregario nel capitano dell’esercito. Noi continuiamo a fornire soldati, ma abbiamo già cominciato ad esportare «capitani dell’industria».

 

 

Ricordate la splendida pagina del Bagehot?

 

 

«L’imprenditore è il motore nascosto della produzione moderna, dal grande commercio. Desso sceglie le merci che dovranno essere prodotte, desso delibera ciò che si deve mettere sul mercato. Desso è il generale dell’esercito: fissa il piano delle operazioni, ne organizza i mezzi e ne sovraintende la esecuzione. Se egli compie bene il suo dovere, l’impresa riesce e continua; se fa male, l’impresa fallisce e cessa. Tutto dipende dalla correttezza delle invisibili decisioni, della segreta sagacia della mente deliberante … I tipografi del Times non determinano che cosa dovrà essere stampato; e gli scrittori non fissano gli argomenti da trattarsi. Tutto è fissato dal direttore. Egli crea il Times di giorno in giorno; la prosperità ed il potere del giornale dipendono dalla capacità del direttore di colpire la mente e la fantasia del pubblico; tutto dipende dalla sua abilità di dare al pubblico giornalmente ciò che il pubblico desidera; il resto, le macchine rotatrici per la stampa, i tipi e tutti i redattori e compositori, per quanto molti di essi siano abilissimi, sono soltanto strumenti nelle sue mani. Nel medesimo modo l’imprenditore dirige l’”affare”; egli sceglie le merci da offrire al pubblico, ed il modo e il tempo della offerta. Questa struttura monarchica del mondo degli affari si accentua col progredire della società contemporaneamente al progredire della analoga struttura guerresca e per le stesse cause. Nei tempi primitivi una battaglia dipende tanto dal valore dei migliori combattenti, di qualche Ettore ed Achille, quanto dalla scienza del generale. Ora un uomo posto dinanzi al termine lontano di un filo telegrafico – un conte Moltke col capo chino su delle carte – provvede a che siano uccise le persone la cui morte è più conveniente e guadagna la vittoria. Del pari nel commercio. I tessitori primitivi sono uomini isolati con ciascuno un telaio; i primitivi armaiuoli sono uomini con ciascuno una pietra focaia; non vi è azione organizzata, ideazione di un piano o previsione in nessuna industria salvo che in piccolissime proporzioni. Ora in tutto è capitale e direzione; tutto dipende da un uomo che pensa in un ufficio oscuro e computa i prezzi dei fucili e dei filati … La produzione fortunata dipende sempre dalla capacità di adattare i mezzi allo scopo di fare ciò di cui ei ha bisogno nella guisa richiesta. Ma dopo sorta la divisione del lavoro la fortuna dipende da qualcosa di più; è necessario allora che il produttore conosca i bisogni dei consumatori, di uomini che per lo più egli non ha mai conosciuto, di cui probabilmente non conosce il nome, e che forse parlano persino un altro linguaggio, vivono secondo costumi diversi da’ suoi, e non hanno nessun punto di intimo contatto col produttore, all’infuori del desiderio per ciò che egli produce. Se una persona che non vede deve contentare un’altra persona che non è vista è necessario che la prima abbia molta scienza intellettuale, molta cognizione acquisita di bisogni strani e dei modi di produrre cose atte a soddisfare bisogni strani. Nel processo di trasformazione dei capitali una siffatta persona è necessaria, perché dessa sola può usare il capitale a tempo; e se al momento critico dessa non si trova, la trasformazione non riesce e produce una perdita invece di un guadagno».

 

 

In alcune delle pagine che seguono io ho voluto appunto descrivere l’opera di uno di questi uomini che «pensano in un oscuro ufficio, computando i prezzi dei fucili e dei filati (of a thinking man in a dark office, computing the prices of guns or worsteds), e che hanno molta scienza intellettuale e molta cognizione acquisita di bisogni strani e dei modi di produrre cose alte a soddisfare bisogni strani».

 

 

Quest’uomo è Enrico dell’Acqua, un fabbricante di Busto Arsizio divenuto in breve volgere di anni uno dei tipi più singolari di principi mercanti nell’America latina. A quest’uomo la Giuria degli Italiani all’Estero ha conferito il diploma d’onore della Esposizione di Torino del 1898 e la prima Medaglia d’oro assegnata dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio a coloro che potevano dimostrare di avere conquistato e stabilmente assicurato all’industria italiana un nuovo mercato estero.

 

 

A me è parso che in quest’ora, triste per colpe vecchie e lieta per speranze nuove, importasse additare all’Italia l’esempio di un suo figlio che nella lontana America emula i fasti degli antichi principi mercanti di Genova, Pisa e Venezia e muove concorrenza vittoriosa ai moderni principi mercanti d’Inghilterra e di Germania.

 

 

Questo scritto ha dunque un duplice scopo: dimostrare come nell’America latina e sovratutto nell’Argentina l’emigrante italiano abbia saputo compiere opere grandi ed abbia dato origine ad una meravigliosa efflorescenza di «capitani dell’industria»; e scegliere poi fra questi numerosissimi «self made men» uno, il quale fosse quasi l’incarnazione viva delle qualità intellettuali ed organizzatrici destinate a trasformare la piccola Italia attuale in una futura «più grande Italia», pacificamente espandente il suo nome e la sua schiatta gloriosa in un continente più ampio dell’antico impero Romano.

 

 

Ho scelto Enrico Dell’Acqua ad oggetto dei miei studi non solo perché è l’incarnazione tipica del principe mercante, ma anche perché esso è un esempio singolare di organizzatore di capitali e di uomini. Il lettore delle pagine che seguono vedrà meravigliando, attraverso a quante lotte, a quanti ostacoli numerosi ed ognora risorgenti Enrico Dell’Acqua abbia costretto il capitale italiano a seguirlo nella sua impresa di conquista dell’America latina. Ed il lettore delle relazioni di viaggiatori della casa pubblica in appendice al presente scritto dovrà convincersi a poco a poco che per vincere nella lotta commerciale non basta avere una grande forza di animo ed una grande capacità intellettuale, ma occorre possedere eziandio il sacro dono dell’intuito degli uomini. Questo intuito Enrico Dell’Acqua sembra possedere in una misura veramente singolare. Io non ho potuto leggere le relazioni dei viaggiatori della casa dell’Acqua senza una commozione profonda. Se l’Italia possedesse cento commercianti ed industriali, i quali possedessero, come il Dell’Acqua, la capacità di circondarsi di una coorte di commessi viaggiatori intelligenti ed abili a sorprendere i gusti e le abitudini dei paesi lontani, a saggiare le minime variazioni della domanda, a fare delle diagnosi acute degli stati di crisi e di prosperità economica, la fortuna del nostro paese, come nazione industriale e commerciante, sarebbe assicurata, senza stimoli artificiali e senza interventi governanti. Io spero che le pagine da me scritte saranno non inutile ammaestramento alle classi governative e dirigenti d’Italia. Sovratutto a queste. Il nostro paese ha bisogno che i possessori del capitale non ozino, contenti del quattro per cento fornito dai titoli di consolidato o dai fitti terrieri, garantiti dal dazio sul grano, ma si avventurino in intraprese utili a loro ed alla nazione intiera. Il paese ha bisogno che le classi dirigenti non continuino ad avviare i loro figli alle carriere professionali e burocratiche, già ingombre di aspiranti insoddisfatti, ma li avviino alla fortuna sulla via delle industrie e dei commerci. Il mondo è ampio; e le terre incolte d’Italia e d’America hanno sete di capitali e di coloni ardimentosi. Finché noi seguiteremo a dare al mondo all’interno l’esempio di uno Stato feroce tassatore ed oppressore di ogni iniziativa privata, di un proletariato miserabile e ignorante, e di classi dirigenti oziose, fastose e timide, ed all’estero lo spettacolo di una emigrazione povera e vagante apparentemente, solo per adempiere alla funzione economica di fare ribassare il saggio dei salari, noi rimarremmo sempre un popolo di malcontenti e di impotenti, malgrado la lustra di un grande esercito e delle colonie africane.

 

 

L’esempio di alcune regioni italiane assurte per tenacia di lavoro e per genialità artistica ad una invidiabile prosperità economica e l’esempio della colonizzazione italiana nell’Argentina dimostrano che negli Italiani contemporanei esiste la stoffa di un popolo grande.

 

 

Accanto ai grossi libri che fanno la diagnosi dei mali del nostro paese, è bene che sia scritto anche un piccolo libro improntato all’ottimismo ed alla speranza. Lo studioso di cose economiche in Italia è troppo spesso oppresso dalla visione di un presente disgraziato e doloroso perché non gli debba essere lecito qualche volta di librarsi a contemplare un avvenire migliore del passato. È bene provare che già nel presente esistono i germi di questo avvenire radioso e splendido; è bene mandare nei momenti di sfiducia e di scetticismo, quando un raggio di luce si scopre alla mente dell’affaticato indagatore, un saluto alla rinnovata grandezza d’Italia, augurando che allo spirito di intraprendenza, alla energia produttrice, alla genialità artistica ed alla potenza colonizzatrice del nostro popolo più non si oppongano all’interno le vessazioni e le dilapidazioni fastose ed oziose delle classi politicanti e dirigenti, ed all’estero le pazzie africane, le avventure cinesi e la incuria colpevole delle colonie spontanee, dove si matura la formazione di nuove Italie, più grandi dell’antica.

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