La colpa è del capitalismo

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/07/1919

La colpa è del capitalismo

«Corriere della Sera», 28 luglio 1919

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 157-160

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 317-321

 

 

 

 

Il “capitalismo” è un po’ come il “diavolo” nel medio evo, la “aristocrazia” nel 1793, il “liberalismo” nel risorgimento; una parola mistica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi. I viveri sono cari? La colpa è della organizzazione capitalistica della società. La guerra è stata scatenata dagli imperi centrali? La colpa è del capitalismo che spinge le nazioni le une contro le altre armate per la conquista dei mercati mondiali. La pace di Versaglia non è pienamente soddisfacente per tutti? La colpa è degli interessi del capitalismo anglosassone, il quale, distrutto il suo grande rivale germanico, gitta la sua rete sul mondo intero. In Russia ed in Ungheria il popolo è affamato ed i viveri sono più cari e rari che nei paesi non comunisti? La colpa è del capitalismo francese, il quale, per salvare i 20 miliardi imprestati alla Russia, impone il blocco e suscita eserciti reazionari contro i tentativi di nuove società comuniste. E siccome la colpa è del capitalismo, ne consegue all’evidenza che i rimedi proposti da studiosi, da uomini politici, sono vani e dannosi; che essi non possono non aggravare il male; e che la vera salute non potrà trovarsi se non nella distruzione del capitalismo e nella instaurazione del suo contrapposto che è il socialismo.

 

 

Colla fede non si ragiona: e siccome l’odio al capitalismo e la credenza nel socialismo sono una vera fede, così ogni ragionamento in materia è inutile, ove sia indirizzato ai credenti. Fortunatamente, i “veri” credenti nella religione socialista sono pochi. Le grandi masse sono composte di gente che non ha idee precise, che non sa che razza di mostro sia il capitalismo e a quale specie di angelo appartenga il socialismo, e che raggruppa in queste due parole misteriose una somma di sentimenti vaghi che la spingono ad odiare e ad amare. A questi sentimenti si collegano forme di ragionamento, che vengono in appoggio ai primi e tendono a dare loro forza.

 

 

Se è difficile scuotere i sentimenti, non è impossibile dimostrare a coloro, che la fede socialista non ha ancora resi al tutto impervi al ragionamento, che le frasi simili a quelle riportate sopra, con cui si vuole far risalire al capitalismo la colpa di tutte le disgrazie che affliggono il mondo, sono prive di significato ed affatto incapaci a dare una spiegazione ragionevole del fatto lamentato.

 

 

Prendasi il problema del caro viveri, che è quello che oggi interessa praticamente di più gli uomini. In qual modo, con quale ragionamento si sostiene che la colpa è del capitalismo e che la salvezza si potrà trovare solo nell’avvento del socialismo?

 

 

Caro-viveri è una parola con cui si vuol dire che per ottenere un chilogrammo di carne, una dozzina d’uova, una testa di insalata bisogna dare più moneta, il doppio o il triplo di moneta di prima. In che modo il “capitalismo” può essere ritenuto responsabile di questo fatto? Se lo fosse, esso dovrebbe sempre accompagnarsi al caro viveri. Una causa – capitalismo – che un po’ produce il suo effetto, caro viveri, ed un po’ produce il duo contrario e cioè il basso viveri, non è, non può logicamente considerarsi la vera causa di quel tale effetto. Orbene, gli scrittori socialisti più celebri, Carlo Marx alla testa, sono abbastanza concordi nel fare risalire la nascita di quel mostro che dicesi capitalismo in alcuni paesi alla seconda metà del secolo XVIII ed in altri al principio del secolo XIX. L’introduzione delle macchine nell’industria, l’espropriazione del lavoratore dei suoi strumenti di lavoro, la separazione del lavoro dalla proprietà dello strumento del lavoro: tutti conosciamo a memoria questa solfa storica, tutti sappiamo perciò all’incirca la data di battesimo del capitalismo. Orbene, da che il capitalismo venne al mondo, c’è stata un’altalena continua tra caro viveri e basso viveri. A buon mercato furono, all’incirca, i viveri prima del 1789 e poi di nuovo dal 1815-20 al 1848 ed ancora dal 1880 al 1898. Cari invece furono i medesimi viveri durante la rivoluzione e l’impero e di nuovo dal 1848 al 1880 e ancora dal 1898 in poi. C’era sempre il “capitalismo”; ma la medesima causa produceva ora il caro ed ora il basso viveri. Come raccapezzarsi in questa singolare vicenda di fatti contraddittori?

 

 

Né meglio della cronologia soccorre la logica. Capitalismo sarebbe quella tale forma di organizzazione economica della società, per cui l’iniziativa ed il rischio della produzione spettano a singoli imprenditori. Costoro comprano sul mercato le materie prime, i combustibili, le macchine, la mano d’opera; combinano tutti questi fattori insieme sopportando un costo e vendono i prodotti finiti ad un prezzo. Se il prezzo di vendita è maggiore del costo, gli imprenditori lucrano; se è minore perdono. Che cosa ha da fare il caro viveri con questo tipo di organizzazione economica? Mistero. L’imprenditore – il “capitalista” – come impropriamente scrivono e parlano i socialisti per lo più lucra maggiormente vendendo molto a basso prezzo che poco ad alto prezzo. Dalla concorrenza reciproca, gli imprenditori sono spinti a moltiplicare la produzione e quindi a fare ribassare il prezzo. Il contrario può accadere solo per eccezione, in circostanze peculiari e transitorie, quando esiste un vero monopolio e nuovi imprenditori, nuovi capitalisti non posson far concorrenza ai monopolisti; ed allora tutti sono d’accordo nel ritenere necessaria una forma o l’altra di intervento della collettività. Ma, in via normale, è assolutamente impossibile scoprire il filo logico che dovrebbe connettere la causa “capitalismo” al suo preteso effetto “caro-viveri”.

 

 

Durante la guerra, si fece anzi l’esperienza della connessione logica esistente fra “socialismo” e “caro-viveri”. Socialismo invero non è altro che quella forma di organizzazione economica della società per cui l’iniziativa ed il rischio della produzione spetta, invece che ad imprenditori singoli, alla “collettività”. Sarà lo stato, od il comune od il sindacato, o il soviet o qualcosa di simile. È un organo della collettività che organizza la produzione, il commercio, i trasporti. La guerra attuò su vastissima scala il socialismo. In certi rami i “capitalisti” furono messi da parte. Carbonieri, importatori di frumento, fabbricanti di panni e stoffe, commercianti in burro, formaggi, uova, ecc., furono licenziati. Al loro posto si mise lo stato, il comune, il consorzio. I risultati, quanto ai prezzi furono lamentevoli. I costi si elevarono, la merce si rarefece, i prezzi tenuti in freno per le partite e le qualità calmierate, si elevarono a dismisura per le partite clandestine. Quanto più socialismo si ebbe, tanto più i prezzi andarono su.

 

 

Gli economisti, i quali, si sa, sono i nemici nati delle spiegazioni mitiche, delle spiegazioni che ricorrono a parole incomprensibili, hanno, fin dal principio della guerra, detto che i prezzi delle merci sono un rapporto tra merci e denaro. Se le merci diminuiscono in quantità e se contemporaneamente il denaro, la moneta, cresce in quantità, non c’è capitalismo o socialismo che tenga: i prezzi devono forzatamente crescere. In Italia, paese, a quanto narrano i fogli socialisti, capitalistico, la massa delle merci – grano, carne, uova, panni, scarpe, ecc. – è rimasta stazionaria, forse è scemata, mentre il denaro, i pezzi di cartamoneta circolanti salivano da 3.500 a 14.000 milioni; ed i prezzi sono divenuti doppi e tripli di prima. Come poteva essere diversamente, se la lira di prima è divenuta sostanzialmente uguale alla metà od al terzo della lira precedente?

 

 

In Russia, paese comunista, la massa delle merci prodotte è probabilmente ridotta alla metà di prima; ma i pezzi di cartamoneta sono aumentati da 5 o 6 miliardi di rubli a 50, a 100, a 150 miliardi – le valutazioni cambiano da statistica a statistica, concordando tutte solo nella spaventosità delle cifre -: ed i prezzi delle merci sono divenuti 10, 20, 100 volte maggiori di prima della guerra.

 

 

Il medesimo effetto del caro viveri si ebbe dunque in società capitalistiche ed in società comunistiche. Indice inconfutabile che esso non è dovuto, astrattamente, ne all’uno né all’altro tipo di organizzazione. Esso è proporzionale all’intensità con cui, nei due tipi, la produzione delle merci diminuì e crebbe la produzione o fabbricazione della cartamoneta. Finora, la palma nella corsa alla riduzione della produzione delle derrate alimentari e delle merci industriali ed all’aumento nella cartamoneta spetta indubbiamente ai governi comunisti sui governi così detti capitalistici; ed è logica e fatale conseguenza di ciò la preminenza della Russia e dell’Ungheria nel caro viveri. Dicono, quei comunisti, che essi fabbricano molta moneta per screditare il denaro, che sarebbe l’espressione più genuina del capitalismo. Singolare maniera di lotta, che se la piglia con un simbolo, la moneta, esistente millenni prima del sorgere del capitalismo e necessario, in una forma o nell’altra, a tutte le specie di società e frattanto rende le condizioni di vita del popolo così miserabili come non sono in nessuna società detta capitalistica.

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