La Commissione dei quindici e il nuovo Ministero

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/02/1901

La Commissione dei quindici e il nuovo Ministero

«La Stampa», 25 febbraio 1901

 

 

 

Mentre si sta discutendo intorno al programma finanziario del Ministero, e pare che questo, fra le tante proposte contradditorie abbia deliberato, in via di massima, di attenersi alla abolizione del dazio di consumo nei Comuni di III e IV categoria, da alcuni si sé chiesto quale sia ancora la funzione riservata alla Commissione dei quindici e quale atteggiamento il Ministero prenderà verso di essa e verso i lavori dalla Commissione compiuti. Quanto alla Commissione per sé medesima, dai più si ritiene che essa sia destinata a morire di morte naturale, senza che intervenga alcun decreto che la sopprima od in altro modo ne faccia cessare il funzionamento. In verità, nell’ultima seduta, un commissario, che ora potrebbe anche essere diventato ministro, aveva proposto – e la proposta era stata accettata – che il presidente dovesse convocare la Commissione per il primo giorno in cui la Camera si fosse riaperta.

 

 

Ma allora, benché fosse aperta la crisi, non si conosceva ancora il Ministero nuovo; ed ogni deliberazione doveva essere subordinata alle intenzioni di questo.

 

 

Ora che il Ministero c’è, e pare abbia un programma tributario e finanziario suo proprio, diverso da quello del Ministero precedente, si ignora se voglia sottoporre questo programma all’esame dei Quindici. Quando il Governo si astenesse dal fare una comunicazione al riguardo, é opinione di molti dei Quindici che essi abbiano a ritenersi sciolti tacitamente di fatto.

 

 

Giova però riconoscere che, se forse la Commissione dei quindici può ritenersi non più evidente, rimangono i risultati dei lavori che la Commissione ha compiuto.

 

 

I quali – da alcune informazioni che potei ottenere – sono davvero pregevolissimi. Se sperabile che essi possano essere presto pubblicati in un volume, il quale costituirà come un punto di partenza per coloro che vorranno – per scopi di legislazione pratica e di studio scientifico – occuparsi dell’arduo problema delle riforme tributarie sia governative che locali. La relazione dei lavori della Commissione si divide in parecchie parti; fra cui se sovratutto importante e degna di nota quella dovuta all’opera personale del presidente della Commissione, on. Boselli.

 

 

Vi ho detto che negli studi dei Quindici si può trovare il punto di partenza per le riforme future, ed invero non dubito di andare errato affermando che il Governo, per la compilazione dei suoi progetti di abolizione del dazio consumo, troverà elementi preziosi nella relazione del presidente dei Quindici. In essa non si contengono proposte determinate di riforme piuttosto in un senso che in un altro; ma sono studiati, sulla base di cifre esatte, i risultati delle varie riforme che si possono proporre nel nostro regime fiscale.

 

 

Ad esempio, ora che il Governo pare abbia intenzione di proporre l’abolizione del dazio consumo nei Comuni di III e IV categoria, é interessante sapere quali risultati questa abolizione avrebbe per l’erario. Ebbene, dagli studi della Commissione si rileva che i Comuni chiusi sono in tutto 332, e ricavano dal dazio un provento lordo complessivo di lire 175,672,200, di cui lire 109,176,307 di dazio governativo ed addizionale e 66,495,893 di dazio comunale. Le spese di riscossione sono di 25,208,249 lire, permodoché il provento netto per Governo e Comuni é di lire 150,471,628.

 

 

Rinunciare a questa intera somma è impossibile. Onde la necessità di fare una scelta.

 

 

La scelta può essere fatta in due modi:

 

 

1)    o abolire o ridurre in tutti i Comuni il dazio su alcune o su una voce più specialmente gravosa ed oppressiva; ad esempio, le farine;

 

2)    o abolire o trasformare il dazio su tutte le voci in alcune categorie di Comuni.

 

 

Esaminiamo anzitutto la prima ipotesi. Quantunque paia che il Governo si sia attenuto alla seconda, siccome tutto si trova ancora allo stadio di incubazione e di studio, non sé impossibile che forse si venga a scegliere la prima ipotesi.

 

 

Il dazio sulle farine e sui farinacei in genere rende in tutto lire 30,921,360 di cui 27,303,703 lire nei Comuni chiusi e lire 3,617,657 nei Comuni aperti.

 

 

Le varie regioni d’Italia contribuiscono molto disegualmente al gettito totale. I Comuni del settentrione ricavano dal dazio sulle farine 7,100,561 lire di cui 5,696,615 nei Comuni chiusi e 1,403,946 nei Comuni aperti. I Comuni del centro hanno un provento totale di lire 4,636,842 di cui 4,064,148 nei Comuni chiusi e 572,694 nei Comuni aperti. Finalmente i Comuni del mezzogiorno e delle isole pagano di dazio sui farinacei 19,183,957 lire, di cui 17,542,940 nei Comuni chiusi e 1,641,017 nei Comuni aperti.

 

 

Come si vede il maggior gravame pesa sui consumatori del Mezzogiorno. Il che si deduce eziandio da un esame delle aliquote del dazio per ogni quintale di farina di grano, vigenti nei varii Comuni del regno. Le aliquote più alte si hanno nei Comuni del mezzogiorno: Trani lire 4.60, Campobasso 4.40, Aversa 6.05, Formia 4.65, Catania 5, Monteleone 5.40, Chieti 4.15, Foggia 4.10, Girgenti 4.40, Taranto 4.20, Livorno 4.80, Messina 5.25, Napoli 4, Castellammare Stabia 5, Pozzuoli 4, Arzano 4.10, Casamicciola 4, Casoria 4, Grumo 4, Massalubrese 4.70, Meta 4.30, Sorrento 4.30, Sant’Agnello 4.30, Palermo 5.60, Reggio Calabria 5.10, Cittanova 4.20, Siracusa 5.50. Se il Governo vuole abolire il dazio sui farinacei apporterà certamente un notevole vantaggio ai lavoratori, specialmente del Mezzogiorno, dove per le circostanze speciali gran parte anche della popolazione agricola vive accentrata nelle città; e dovrà pensare ai mezzi di far fronte ad una perdita di 30 milioni circa.

 

 

Se il Governo preferisce non abolire del tutto il dazio sulle farine, ma soltanto ridurre il limite massimo fosse fissato a tre lire, la perdita sarebbe di lire 4,015,874. Se il limite massimo fosse fissato a tre lire, la perdita ascenderebbe a lire 8,655,165. Le riforme possono essere diverse e combinarsi fra loro. Veniamo ora alla seconda ipotesi: abolizione di tutto il dazio consumo in alcune categorie di Comuni. I Comuni italiani chiusi ossia cinti da barriera daziaria si distinguono in quattro categorie.

 

 

Appartengono alla prima categoria 14 Comuni aventi una popolazione agglomerata  superiore a 50,000 abitanti. In questi Comuni il reddito lordo del dazio consumo sé di 99,183,238 lire,che si riducono al netto delle spese di riscossione ad 86,795,252 lire. Rinunciare a questa entrata, di cui lire 58,563,695 rappresentano il dazio governativo ed addizionale, e 28,231,556 il dazio comunale, é impresa troppo ardua, almeno per ora.

 

 

Lo stesso si dica dei 49 Comuni di seconda categoria aventi una popolazione agglomerata da20,001 a 50,000 abitanti, in cui il dazio dà un provento netto di lire 28,816,588; non per la cifra in sé, ma in quanto verrebbe ad aggiungersi alle perdite subite nei Comuni di III e IV categoria. Rimangono questi. I Comuni di III categoria (da 8001 a 20,000 abitanti) sono 155,di cui 105 nel Mezzogiorno e nelle isole. In essi il dazio consumo frutta lire 33,425,448 al lordo e 27,557,691 lire al netto delle spese di riscossione, di cui lire 14,721,634 di dazio governativo ed addizionale e 12,836,057 di dazio comunale.

 

 

I Comuni di IV categoria (con una popolazione agglomerata inferiore ad 8000 abitanti) sono 113, di cui 57 nel Mezzogiorno, con un provento al lordo del dazio consumo di lire 9,147,950 ed al netto di lire 7,302,097, di cui 3,733,611 di dazio governativo ed addizionale e 3,568,486 di dazio comunale. Sommando insieme queste due categorie la abolizione completa del dazio importerebbe una perdita netta di circa 35 milioni di lire, di cui 18 1/2 per il dazio governativo ed addizionale, e 16 1/2 per il dazio comunale. Conviene notare che la spesa di riscossione cresce quanto più i Comuni rimpiccioliscono.

 

 

È del 12,49 % per i Comuni di I categoria; del 15,03 % per quelli di II; del 17,55 per quelli di III, e del 20,17 per quelli di IV. In questi ultimi Comuni un quinto delle somme pagate dai contribuenti va per le spese di riscossione. L’abolizione del dazio nei Comuni di III e IV categoria servirebbe a risparmiare queste spese di riscossione laddove esse sono più gravose.

 

 

Come faranno Stato e Comuni a sopperire all’ammanco dei 35 milioni? È questa la domanda a cui il Governo dovrà rispondere, non solo per la parte che si riferisce allo Stato, ma anche per la parte che si riferisce ai Comuni.

 

 

Si fa presto a dire: aboliamo il dazio consumo, anche comunale! Bisogna pensare poi al modo di permettere ai Comuni di continuare a vivere e ad adempiere agli obblighi loro. A questo proposito varii sistemi si possono adottare:

 

 

1)    Lo Stato può rimborsare ai Comuni la perdita derivante dall’abolizione del dazio consumo imposta per virtù di legge. Ma allora lo Stato viene a fare un regalo ai Comuni a cui si toglie il provento del dazio. E perché non fare lo stesso regalo anche ai Comuni di I e II categoria? Non sé un’ingiustizia premiare i Comuni i quali hanno mantenuto il dazio e non dar nulla a quegli altri Comuni che in tutto od in parte l’hanno già abolito?

 

2)    Costringere i Comuni a cui si toglie il diritto del dazio consumo a mettere altre imposte, di cui non hanno ancora fatto uso. Da alcuni calcoli fatti pare che vi siano ben 103 Comuni i quali hanno ancora un margine per mettere altre imposte od elevare l’aliquota delle imposte esistenti, come ad esempio l’imposta fondiaria, sui fabbricati (centesimi addizionali), di esercizio, di famiglia, sul valor locativo, di minuta vendita, ecc. Tutti questi Comuni hanno preferito tassare fortemente i consumi al mettere le imposte dirette.

 

 

Tutto sta nel vedere se il Governo potrà ottenere l’abolizione del dazio consumo a questi patti. Fra i deputati ministeriali del Mezzogiorno non sono pochi quelli i quali sarebbero danneggiati da un rialzo delle imposte dirette e che farebbero opposizione ad un disegno di legge che scemasse a loro scapito le imposte sui consumi.

 

 

Tutte queste considerazioni provano come non sia nient’affatto facile una soluzione semplicista del problema dei dazi consumo. È probabile che anche il Governo, progredendo negli studi suoi, si convinca della verità di questa tesi. Il fatto che il ministro delle finanze ha chiamato il prof. Conigliani a consigliarlo nelle sue riforme tributarie può essere un indice che non si faranno proposte troppo sempliciste e perciò apportatrici di inconvenienti. Il Conigliani infatti sé noto come autore di un’opera sulla riforma dei tributi locali, nella quale, pur dimostrandosi favorevole ad una larga riduzione dei tributi sui consumi, non crede però consigliabile un’abolizione totale; e ne invoca invece la trasformazione fatta procedere di pari passo ad un rimaneggiamento delle altre parti della legislazione sulle imposte dirette sia governativa che locale.

 

 

L’imposta governativa sulle successioni potrebbe essere il nuovo cespite governativo; quanto ai Comuni sarebbe giunto il momento di riordinare la materia dei tributi sovratutto sulla ricchezza mobiliare, che ora sfugge in gran parte alla tassazione locale, ed all’obbligo dei Comuni di ricorrere a forme eque di tassazione piuttosto che ad altre forme considerate ingiuste.

Torna su