La concorrenza internazionale e le istituzioni scolastiche

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 19/07/1897

La concorrenza internazionale e le istituzioni scolastiche

«La Stampa», 19 luglio 1897

 

 

 

Non è ancora passato un anno da quando un libro di cifre e di statistiche desta in Inghilterra un allarme intenso ed una sensazione profonda. Il libro era intitolato Made in Germany e descriveva a foschi colori la conquista lenta ed irrefrenata operata da parte dei manifattori e dei commercianti tedeschi non solo dei mercati esteri, ma del mercato stesso inglese. Dinnanzi all’Inghilterra, persuasa ancora della propria supremazia industriale, si evocava lo spettro di una nazione rivale, ultimo venuta nell’arringo delle grandi nazioni europee e già sorta ad altissima fortuna. E si indicavano i progressi giganteschi compiuti dopo il 1870 dalla Germania, nella produzione del carbone e del ferro, queste due grandi basi dell’industria moderna, i perfezionamenti incessanti nella fabbricazione dell’acciaio, dei tessuti, dei vetri, dei vestiti dei preparati chimici, dei concimi artificiali.

 

 

La sorpresa mista ad un po’ di spavento degli inglesi di fronte alle rivelazioni reiterate e suffragate da documenti non impedì loro di ricercare le cause del fenomeno a tutta prima così strano di una nazione priva di naturali agevolezze, coi bacini carboniferi lontani dalla spiaggia del mare, con lunghe distanze interne, la quale riusciva a mettersi a paro di altre più fortunate e dotate di una lunga tradizione industriale e commerciale.

 

 

Né si tardò molto a scoprire il segreto dei successi germanici. Mentre su pei fogli quotidiani accendevasi una accanita controversia, ed i protezionisti accusavano il libero scambio della rovina della supremazia industriale britannica ed attribuivano alle tariffe protettive, ai premi governativi la espansione dei commerci tedeschi, il duca di Devonshire, presidente del Consiglio della regina, inviava nella Germania una Commissione di persone sperimentate coll’incarico di riferire sull’importanza dei progressi realmente verificatisi e delle loro cagioni. La risposta dei commissari fu unanime: non nel protezionismo, non nei favori governativi sta il segreto delle nuovissime vittorie germaniche, ma nel sistema di istruzione e di educazione amplissimo e veramente stupendo ivi adottato.

 

 

Ivi una educazione secondaria complessa e perfezionata, dove accanto alle lingue classiche si studiano con amore le lingue moderne; dove accanto alle cognizioni teoriche, atte a formare il pensiero, si instillano nelle menti dei giovani nozioni pratiche che li pongono in grado di rendere subito utili servigi alla società nelle case di Banca, nell’ufficio delle Ditte commerciali, nel negozio e nella fabbrica.

 

 

Ivi accanto, ed in armonia alle scuole classiche e reali, si moltiplicano per ogni dove le scuole commerciali ed industriali con una mirabile pieghevolezza e facoltà di adattamento ai bisogni variabili e mutevoli delle industrie e dei commerci locali.

 

 

A torto si crede che il sistema scolastico tedesco sia adatto solamente a produrre pensatori e metafisici; di là scendono invece e si espandono in tutte le regioni del mondo immense coorti di coloni, commercianti, industriali e commessi viaggiatori che sempre conservano, insieme al desiderio della ricchezza materiale, intatta la fiamma della patria lontana.

 

 

E nello sviluppare l’educazione professionale, industriale e commerciale vanno a gara privati, Comuni e Governi; somme gigantesche si profondono (3 milioni di lire a Darmstadt, 11,250,000 lire a Charlottenburg) nella costruzione e nella dotazione di scuole industriali e commerciali, e si ricostruiscono dalle base scuole vecchie solo di un decennio per renderle più adatte alle esigenze dell’industria moderna.

 

 

«La lezione – conchiudono i commissari inglesi – che noi dobbiamo trarre da tutta questa attività nelle materie concernenti l’educazione è chiaramente questa, che i nostri rivali esteri sono risoluti ad avanzare ognora più nella istruzione, e sono convinti che la nazione la quale possiede le migliori scuole è meglio preparata per la grande lotta di concorrenza industriale che si apre dinanzi alle moderne nazioni e che non si devono risparmiare i capitali nella erezione, arredamento e mantenimento di istituzioni educative di tutti i gradi. Le grandi industrie moderne dipendono sempre meno dalla presenza naturale del carbone, ferro e materie greggie, e sempre più dalla sapiente applicazione delle scoperte recenti ai processi manifatturieri. I mezzi rapidi e poco costosi di trasporto pongono tutti i paesi allo stesso livello per quanto riguarda le risorse naturali. I vantaggi naturali valgono poco di fronte alle conoscenze scientifiche nell’attuale guerra industriale»

 

 

L’ammaestramento che gli inglesi trassero dall’attività educazionale germanica, può e deve servire nella stessa misura per gli italiani. Anche qui si inizia un periodo in cui agli antichi sistemi commerciali ristretti al nostro mercato ed alla emigrazione povera, la quale dà miserando spettacolo di sé all’estero, dobbiamo sostituire la ricerca di nuove industrie, di nuovi commerci e l’inizio di una corrente di emigrazione istrutta e capace di rendere utili servigi alle colonie. A Torino esiste una istituzione che, nella sfera della istruzione secondaria, può giovare stupendamente a raggiungere lo scopo che noi dobbiamo prefiggerci, sovratutto la produzione di giovani veramente moderni, in cui alla scienza si allei la pratica, conoscitori insieme delle lingue morte, e delle vive, abituati a guardare al di là dei ristretti confini dell’Italia, per rendere questa ricca e potente.

 

 

Voglio accennare all’Istituto Internazionale, oramai, dopo una temporanea crisi, ricostituito e pronto a rendere utili e novelli servigi. Ivi al ginnasio regio si aggiungerà (ne è fondata e sicura la speranza), per cura delle Autorità cittadine e governative, nell’ottobre prossimo un quarto liceo, di cui tanto bisogno ha la città nostra; e potrà così meglio prosperare eziandio sotto l’influenza benefica di una corrente simpatica di scambi la Scuola Commerciale, destinata a soddisfare bisogni che saranno ognora più sentiti dagli industriali e dai commercianti nostri, spinti dall’aculeo della concorrenza estera.

 

 

A tale scopo è uopo cooperino con solerzia e prontezza le Autorità cittadine e governative e le rappresentanze dei ceti industriali e commercianti, continuando in quell’opera di aiuto morale e materiale, che così buoni frutti ha dato finora, e la quale è indispensabile per le istituzioni educative.

 

 

L’Istituto Internazionale, col suo convitto interno di giovani italiani ed esteri, coi due rami fra di loro sorreggentisi e non, come spesso in Italia avviene, ostili, dell’istruzione classica e commerciale/industriale, potrà così nuovamente diventare il semenzaio da cui le iniziative cittadine potranno trarre i nuovi capitani dell’industria, e da cui si dipartiranno feconde correnti di giovani colti e capaci di riannodare con stretti legami le colonie lontane alla madrepatria.

 

 

Facendola convergere per tal modo ad un intento preciso e determinato, la istruzione secondaria cesserà di essere una fabbrica di spostati inutili e pericolosi alla società, né si avrà a lamentare una sovraproduzione eccessiva di aspiranti alle così dette professioni liberali; ma si daranno invece all’Italia nuova uomini capaci di illustrarla non solo colle virtù speculative della mente, ma anche colla attività creatrice di prosperità e di benessere materiale.

 

 

Il passato glorioso dell’Istituto Internazionale, la felice ed unica ampiezza e disposizione dei suoi edifici scolastici è arra sicura che gli aiuti ed i concorsi delle Autorità cittadine al suo rifiorire contribuiranno ad applicare anche nella nostra Torino il principio informatore della attività educativa germanica; la grandezza intellettuale e materiale di una nazione dipende sovratutto dalla eccellenza teorica e pratica del suo sistema educativo.

 

 

Ed un’altra feconda dimostrazione ha dato e darà in Torino l’Istituto Internazionale; che è possibile creare nuovi tipi nazionali di educazione e di istruzione, tali da restare a paro dei migliori germanici e da esentare gli italiani dal ricorrere perpetuamente all’opera di tedeschi nelle più svariate forme dell’attività umana.

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