La conquista dei confini naturali dalla parte d’occidente ed i suoi insegnamenti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 31/05/1915

La conquista dei confini naturali dalla parte d’occidente ed i suoi insegnamenti

«Corriere della Sera», 31 maggio 1915

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 265-273

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 770-776

 

 

Perché la repubblica di Venezia siasi per così lunghi anni rassegnata agli infelici suoi confini di terra con gli Stati eriditari d’Austria è problema storico, il quale meriterebbe di essere studiato. Forse, se la Serenissima avesse colto ogni propizia occasione per rettificare la sua frontiera; se essa fosse stata deliberata a lottare in terraferma con quella tenacia che l’aveva resa forte e potente sui mari, la unità d’Italia sarebbe stata compiuta da tempo. Confini giusti e saldi non si conseguono senza lotte aspre, combattute con animo virile e col proposito di rendere la vita più bella e sicura alle generazioni venture.

 

 

In questo momento, in cui l’Italia si accinge all’impresa di conquistare a se stessa i suoi confini naturali d’oriente, non è inutile ricordare come i padri nostri piemontesi abbiano conquistato, con guerre asprissime, alla nuova Italia un confine occidentale adatto ad assicurarci le spalle ed a far venir meno antiche, potentissime ragioni di dissidio con la vicina Francia, simiglianti a quelle che oggi ci traggono a guerra con l’Austria. Per lo più, al Piemonte viene data gloria, e meritata gloria, per l’opera sua di iniziatore delle guerre di indipendenza; dimenticando così che quest’opera non avrebbe neppure potuto essere concepita se con un lavoro tenace, durato un secolo e mezzo, i Principi di Casa Savoia ed i popoli piemontesi non avessero combattuto e sofferto ed armeggiato per assicurare a se stessi il confine naturale delle Alpi.

 

 

Oggi, a noi Piemontesi sembra naturale che il confine debba andare sino al culmine della catena alpina. Dimentichiamo che sino al 1601 il Re Cristianissimo di Francia protendeva i suoi domini bene al di qua delle Alpi col marchesato di Saluzzo, acquistato, non senza frode, nel 1548, il quale, con Carmagnola, giungeva a poche marce da Torino, minacciando la capitale medesima degli Stati piemontesi. Ciò che oggi è il saliente Tridentino per la pianura Padana e per Verona, era allora il marchesato di Saluzzo per l’alto Piemonte e per Trino. Carlo Emanuele I, assertore della libertà d’Italia contro Francia e Spagna, non ristò sinché questa spina, confitta nel cuore del Piemonte non fosse tolta; e vi riuscì, dopo guerre e negoziati lunghi, dopo avere, in campagne variabilmente fortunose, portato le sue armi nel Delfinato e nella Provenza, col trattato di Lione del 1601.

Cedette, è vero, due ampie provincie in Savoia, la Bressa e il Bugey, dando l’esempio ad altri cambi fortunati più vicini a noi; ma chiuse, o quasi, le porte d’Italia a quello per secoli fu il nemico ereditario del Piemonte.

 

 

Per poco; ché, alla fine della guerra di successione di Mantova e del Monferrato (1627/1631), il figlio suo Vittorio Amedeo I, di tanto a lui minore, dovette acconciarsi, pel trattato di Cherasco del 31 marzo 1631, ad aprire, anzi a spalancare un’altra porta agli eserciti di Francia, colla cessione di Pinerolo e della valle di Perosa. Acquistava, è vero, il Duca di Savoia Alba, Trino, Nizza della Paglia ed altre 74 terre del Monferrato, tolte ai due pretendenti alla successione mantovana, i Gonzaga ed il Duca di Nevers, vassallo quest’ultimo di Francia. Ma era un acquisto ottenuto a ben caro prezzo. Il lettore gitti uno sguardo su una carta del Piemonte e vegga quale specie di indipendenza rimanesse al nostro Stato di fronte ai prepotenti Re Cristianissimi. Pinerolo, subito fortificato da Francia, dominava Torino e teneva in soggezione i suoi reggitori. Per 65 anni dovettero i Savoia mordere il freno; ed era duro freno. Anticipando i metodi di Napoleone, il quale a Tilsit doveva imporre invano alla Prussia di non tenere in arme più di 40.000 uomini, Luigi XIV ordinava nel 1688 al Duca Vittorio Amedeo II di non tenere più di 2.000 uomini sotto le armi. Come poi i prussiani, Vittorio Amedeo II finge di obbedire; ma ricorre allo spediente di rinnovare ogni quattro mesi nell’anno i duemila uomini, sicché ne ha effettivamente seimila, di cui quattromila sempre, ma alternatamente, in congedo. Domenico Guerrini, lo storico della brigata dei Granatieri di Sardegna, nota a questo con punto con ragione come tutti conoscano e lodino l’esempio prussiano, mentre il nostro, più antico di 120 anni, è noto a pochissimi.

 

 

Così, il più grande dei sovrani della prima dinastia dei Savoia si preparava a riconquistare il dominio delle parte di casa sua; e le riconquistò cogliendo l’occasione della guerra del 1690/96, combattuta contro la strapotenza egemonica di Luigi XIV dalla maggior parte dei sovrani europei stretti nella Lega cosidetta d’Augusta dalla abilità di Guglielmo di Orange. Fu guerra terribile pel Piemonte; ma gli animi dei subalpini non potevano più a lungo sopportare l’insolenza del nemico accampato con 15.000 uomini, grosso esercito per quei tempi, a Pinerolo agli ordini di Catinat. Vittorio Amedeo II fa scrivere sulla bandiera di un reggimento valdese il motto: Patientia laesa fit furor; Louvois, inferocito, ordina al Catinat: Brûlez, brûlez bien leur pays. Sconfitto a Staffarda nel 1690, e poi di nuovo alla Marsiglia nel 1693, malgrado prodigi di valore, il Duca non si disamina e per sei anni continua a combattere con alterne vicende. I contadini piemontesi lo seguono fidenti; e quand’egli se li vede dintorno, laceri e smunti per la molta miseria cagionata dalla guerra, distribuisce tra di loro quanto denaro si trova indosso ed infine fa a pezzi e dona il ricco collare dell’Annunziata che gli pende dal collo.

 

 

Contro un sovrano ed un popolo siffatti, ostinati, rudi e parchi, non v’è forza umana che possa prevalere; e persino il Re Sole deve venire a patti e cedere, col trattato di Torino del 29 agosto 1696, confermato a Ryswick il 10 settembre 1967, Pinerolo e la Valle di Perosa.

 

 

Ma la liberazione dei confini occidentali d’Italia del dominio straniero non era ancora compiuta. Rimanevano in potere di Francia tre teste di valle, non unite storicamente ed amministrativamente al marchesato di Saluzzo ed al Pinerolese; ma da secoli, alcune da 360 anni, aggregate al Delfinato francese. Come oggi i tedeschi parlano di “Tirolo italiano”, così allora i francesi discorrevano del Delfinato italiano, il «Dauphiné aux eaux pendantes vers l’Italie» dei documenti francesi dei secoli XIV-XVII. Nella storia della formazione del confine occidentale d’Italia, il Delfinato italiano ha una importanza comparabile a quella odierna della Valle delle Giudicarie e di Cortina d’Ampezzo lungo l’attuale confine politico fra l’Italia e l’Austria. Malgrado la perdita successiva dei due grandi salienti di Saluzzo e di Pinerolo, il Re Cristianissimo conservava tre passaggi attraverso le Alpi, grazie ai quali le sue truppe potevano fare irruzione in Piemonte. Anche qui uno sguardo ad una carta dei confini d’Italia basta ad indicare il pericolo a cui erano esposti gli Stati sabaudi. A venti chilometri sopra Pinerolo, nella Valle del Chisone, al punto in cui la valle si chiude in una selvaggia gola, dominata dal Bec Dauphin, cominciavano le terre di Francia: Meana, Mentoulles, Fénestrelles, Pragelato, sino al colle di Sestrières. Subito dopo la perdita di Pinerolo, i francesi fortificarono Fénestrelles e di lì minacciavano uno degli sbocchi principali delle Alpi sulla pianura torinese.

 

 

Al di là del colle di Sestrières si apre un’altra vallata, quella della Dora Riparia. Tutta la sua testata, con Cesana, Bardonecchia, Oulx, Exilles, Salbertrand e Chaumont era parte del Delfinato italiano in potere di Francia. A pochi chilometri di distanza la fortezza di Exilles minacciava Susa e consentiva di muovere tranquillamente un altro esercito all’assalto della pianura piemontese.

 

 

Finalmente, di minor importanza ma neppure trascurabile, era in mano di Francia, la testa della Val Varaita, la quale sbocca nella pianura tra Cuneo e Saluzzo. Erano ivi in mano dei francesi i quattro comuni detti di Casteldelfino: Sant’Eusebio, Ponte Chianale, Chianale e Bellino.

 

 

Con un’altra guerra lunga e fortunosa, quella detta di successione spagnuola, durata dal 1701 al 1713 e gloriosa per l’assedio di Torino e l’eroismo di Pietro Micca, Vittorio Amedeo II conquista finalmente all’Italia i suoi confini naturali dalla parte d’occidente: il Delfinato aux eaux pendantes vers l’Italie diventa veramente italiano e la catena delle Alpi segna alfine i confini dello Stato piemontese.

 

 

Si può dire che, d’allora in poi – sono oramai passati due secoli – l’Italia non abbia più avuto contese per ragioni di confini con la sua vicina d’occidente. Le guerre rivoluzionarie e la conquista napoleonica ebbero altra origine; e la cessione di Savoia e Nizza fu volontaria, voluta per conseguire un più alto fine nazionale. Ma la tranquillità della quale ora si gode dalla parte del confine occidentale non è forse il frutto della tenacia veramente ferrigna con cui sei generazioni di Principi colsero ogni occasione e corsero i più gravi rischi, riducendosi talvolta alla più disperata guerra di partigiani, pur di riuscire nell’intento di cacciare lo straniero di là dalle Alpi? Se nel 1906, a distanza di due secoli, italiani e francesi concordi si affratellavano, a Torino, nel ricordo comune del valore dei loro antenati, non forse ciò era dovuto alla giusta causa combattuta dai Principi di Savoia, a cui i discendenti degli antichi nemici rendevano commovente omaggio?

 

 

Notisi che la conquista dei confini naturali d’Italia dalla parte occidentale non poté avvenire senza una qualche offesa al principio di nazionalità. Se il dialetto piemontese nel popolo e la lingua italiana nelle classi colte erano dominanti nella parte più ricca e bassa dei due salienti saluzzese e pinerolese, non così avveniva nella montagna e specialmente nel cosidetto Delfinato italiano. Ivi la parlata era indubbiamente francese; in francese si redigevano tutti gli atti pubblici; in francese avvenivano le discussioni e si scrivevano i verbali dei consigli delle comunità. Linguisticamente quelli erano territori francesi, come sarebbero francesi la Valle d’Aosta e le Valli Valdesi.

 

 

Anche qui il Piemonte e poi l’Italia videro giusto rispetto al metodo da tenere per la trasformazione nazionale di quelle popolazioni: e fu l’ossequio più largo al loro diritto di parlare, di scrivere e di insegnare in lingua francese. Il problema fu risoluto colla libertà. Come in Valle d’Aosta la parlata francese lentamente, ma naturalmente si va ritirando dallo sbocco della vallata, quasi presso Ivrea, ove due secoli or sono i verbali dei consigli comunali si redigevano ancora in francese, verso Aosta, per l’infiltrazione crescente di genti della pianura e per l’influenza della cultura italiana, così accadde nei comuni del Delfinato italiano. I monarchi sabaudi riconoscono e confermano i vecchi privilegi ed usi, a cui quei comuni erano attaccatissimi. Fra gli altri, l’uso ed il diritto di scrivere in lingua francese i verbali del consiglio comunale durano a Fénestrelles sino al 1871. Ed in quest’anno l’usanza muore, non per un ordine brutale del governo italiano, ma per spontaneo volere di popolo. Ciò che i prussiani non riuscirono ad ottenere colla forza nella Posnania dai polacchi, noi italiani avemmo colla libertà. Nella seduta del 21 marzo 1871 il consiglio comunale di Fénestrelles, divenuta oramai italianamente Fénestrelle, si pone il quesito se convenga continuare ad adottare, come lingua ufficiale, il francese, secondo la tradizione. E si delibera di sostituirla con l’italiano «qui est la langue de notre patrie».

 

 

Questo semplice e commovente trapasso dal francese all’italiano, come lingua ufficiale degli atti verbali di un comune di montagna è un trionfo dell’incivilimento concepito alla maniera nostrana; è un trionfo della persuasione spontanea e della nostra virtù di espansione. Io sono certo che se l’Italia racchiuderà nei suoi nuovi confini orientali qualche minoranza di lingua tedesca o slava, l’unico mezzo di assimilazione che noi porremo in opera sarà quello del rispetto alla lingua, alle tradizioni, agli usi ed agli interessi delle minoranze incluse nei confini del regno. È il metodo che a noi diede magnifici frutti verso il confine occidentale; ed è il solo il quale sia degno di una nazione, come l’italiana, nemica di ogni oppressione e di ogni persecuzione.

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