La conquista della forza

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Tribuna

Data di pubblicazione: 05/10/1905

La conquista della forza

«La Tribuna», 5 ottobre 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 534-537

 

 

Vi sono studiosi che hanno il temperamento combattivo. Essi ricercano il vero, sia perché il raggiungerlo è fonte di intima soddisfazione morale, sia e sovratutto perché vedono subito oltre la verità scientifica le sue applicazioni pratiche e le sue molteplici ripercussioni nella vita. Uno di essi è F. S. Nitti. Egli studia la distribuzione della ricchezza e giunto alla fine della ricerca vede un contrasto economico fra nord e sud e intraprende una campagna a favore del rinnovamento economico del mezzogiorno. La tesi fu discussa ed è discutibile; ma che importa, se l’enunciarla giovò ad un’opera di bene? Il Nitti studia ancora il grandioso fenomeno delle trasformazioni della tecnica industriale, intravvede la lotta fra il carbone nero ed il carbone bianco, sogna un’Italia prodigiosamente arricchita mercé la utilizzazione delle sue mirabili forze d’acqua e subito comincia una propaganda indefessa per la nazionalizzazione delle forze idrauliche.

 

 

Che importa che i tecnici sieno discordi sulla convenienza della sostituzione in ogni caso della forza idraulica alla forza prodotta dal carbone o dal gas povero; e che ancora più vivace sia il dissenso intorno alla opportunità di far intraprendere dallo stato lo sfruttamento delle forze idrauliche? Nulla, poiché quello che urgeva era aprire gli occhi dei torpidi – che sono i più – dinnanzi alla gravità del problema, di risvegliare i dormienti, persuadendoli della necessità di operare subito affinché un tesoro grandioso, poc’anzi ignorato, non venga sciupato.

 

 

L’ultimo libro di Nitti su La conquista della forza [1] è appunto una campagna per una opera di bene. Lo scrittore vi perora la sua causa e la fa perorare con la parola di tecnici, industriali ed agricoltori eminenti, come il senatore Colombo, i proff. Capito, Masoni, Lombardi, Chistoni, Pagliani, l’ing. Bignami e l’on. De Asarta.

 

 

Si chiude il libro con la persuasione che questo delle forze idrauliche è davvero uno dei massimi problemi dell’Italia moderna: problema che presenta molte facce diverse, tecnica, economica, politica, giuridica; che solo l’insipienza ha finora potuto trascurare o considerare alla leggera.

 

 

In un articolo di giornale non è possibile nemmeno lontanamente sfiorare tutti i punti, che devono esser tenuti in conto per una risoluzione adeguata del problema. Fermiamoci un istante sul problema cardinale, su quello che forma l’ossatura del libro del Nitti: Convien nazionalizzare le forze idrauliche e che cosa vuol dire nazionalizzazione delle forze idrauliche?

 

 

Forse il Nitti stesso non concepisce più il problema nel modo rigido con cui l’avea posto nei primi momenti: lo stato intraprenditore di impianti destinati ad utilizzare le forze idrauliche e venditore dell’energia elettrica. Troppe sono le obbiezioni che si possono muovere alla nazionalizzazione intesa come socializzazione completa dell’industria produttrice dell’energia elettrica. Chi non mette subito a contrasto lo stato italiano, quale noi lo conosciamo, lento, regolamentare, fiscale, non immune da sospetti di corruzione, con la natura rischiosa di quest’industria nuova e innovatrice, in continua trasformazione tecnica, ansiosa di tener dietro agli ultimi risultati della scienza e costretta ad una concorrenza accanita con il carbon fossile, il gas povero, il petrolio ecc.? Sarà pari lo stato all’arduo compito? Molti ne dubitano; e ne dubita, crediamo, anche il Nitti se ora la sua concezione si è di tanto allargata.

 

 

Nazionalizzare per lui non vuol dire avocare allo stato lo sfruttamento di tutte le forze idrauliche esistenti in Italia: vuol dire invece spingere in tutti i modi possibili allo sfruttamento di questa ricchezza latente, salvaguardando nel tempo stesso i diritti della società e gli interessi dell’industria. Non v’è dubbio che la società abbia una specie di diritto eminente sulle acque pubbliche. Nessuno assolverebbe quei governi che regalassero per sempre, senza adeguato corrispettivo e senza garanzie sufficienti, a speculatori privati la forza da cui in avvenire potrà dipendere la fortuna industriale dell’Italia. Ma neppure vanno sottomessi gli interessi dell’industria al fiscalismo del governo, bramoso di trarre un largo immediato frutto pecuniario dalla concessione delle sue acque, e soggetto ad esagerati timori di danneggiare un ipotetico sfruttamento futuro migliore, timori che intanto producono il danno certo di impedire l’utilizzazione attuale. Il Nitti vuole conciliare i due termini, del diritto pubblico e dell’interesse privato, ponendo due

capisaldi:

 

  • riduzione al minimo dei canoni;
  • riduzione al minimo possibile della durata delle concessioni.

 

 

Dobbiamo subito dire che la via additata dal Nitti ci sembra l’ottima. È un bene che i canoni di concessione delle forze idrauliche siano ridotti al minimo per tutelare gli interessi dell’industria, per stimolare lo sfruttamento delle acque, per far nascere le industrie nuove, È noto come i primi passi sono sempre i più difficili a muoversi, e i primi tempi sono quelli in cui più gioverebbe essere liberi da qualunque soma gravosa.

 

 

Orbene lo stato sembra abbia fatto il possibile per crescere la soma che pesa sulle spalle di quegli ardimentosi, i quali osano sostituire al carbone straniero l’acqua italiana. Non contento di imporre sulle forze d’acqua un canone non mite, minaccia ogni tratto di aumentarlo. Non contento di colpire con l’imposta di ricchezza mobile l’industria, ha voluto assoggettare all’imposta sui fabbricati le forze idrauliche con una interpretazione della legge che, se è legale, è iniqua e ingiustamente mette la forza idraulica in condizioni diseguali di concorrenza col carbone e col gas povero, abbandonandola per soprammercato alle variabili fiscalità delle province e dei comuni.

 

 

Il peso fiscale ostacola talmente i progressi industriali, senza giovare allo stato, che l’abbassamento del canone e forse anche la concessione gratuita sarebbero un mezzo per far crescere gli introiti indiretti erariali! Nulla di meglio dunque della direttiva: ridurre al minimo i canoni per imprimere uno slancio gigantesco all’industria. Nulla di meglio d’altro canto della direttiva: ridurre al minimo possibile la durata delle concessioni per salvaguardare gli interessi della società senza nuocere agli interessi permanenti dell’industria. Oggi si può dire che le concessioni sieno di fatto perpetue. Alla scadenza del trentennio, il concessionario, anche se ha ammortizzato tutto il capitale d’impianto, anche se ha ottenuto redditi rilevanti, conserva la proprietà della forza, senza nulla pagare più del solito allo stato. Il Nitti dice: trascorso il trentennio o quell’altro periodo che i tecnici giudicheranno sufficiente per ammortizzare il capitale d’impianto, la forza idraulica, insieme con tutte le opere di utilizzazione, torni gratuitamente allo stato. Nessuno sarà danneggiato: non il concessionario, il quale durante il trentennio ha ricostituito il capitale originario ed ha ottenuto gli utili industriali; non lo stato che alla fine ricupera il possesso di un valore indubbiamente suo.

 

 

Sull’uso che lo stato farà in seguito delle forze idrauliche i pareri possono essere divisi: il Nitti sembra vagheggiare lo stato imprenditore diretto e venditore dell’energia elettrica. I rischi, per la maturità dell’industria e per l’ammortamento eseguito saranno minori. Gli scettici, nella attitudine dello stato ad esercitare un’industria che, tutto sommato, sarà sempre complicata e bisognosa di continue innovazioni, persistono tuttavia nel ritenere che anche allora lo stato dovrà limitarsi a vendere le sue forze per un periodo successivo al più alto prezzo possibile, lasciando a intermediarii le operazioni industriali propriamente dette. Si tratta però di un punto particolare, che può benissimo lasciarsi riservare all’esperienza graduale del tempo. L’importante è che lo stato oggi non comprima, con soverchi fiscalismi e regolamenti, il rapido sfruttamento delle forze idrauliche; e, tutelati così gli interessi dell’industria, conservi per l’indomani alla nazione la libera proprietà di una quota così preziosa del nostro demanio pubblico.

 

 



[1] Francesco S. Nitti, La conquista della forza. L’elettricità a buon mercato. La nazionalizzazione delle forze idrauliche, vol. XLIX della «Biblioteca di scienze sociali e politiche», Roux e Viarengo, Roma-Torino.

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