Opera Omnia Luigi Einaudi

La conquista di un impero

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 15/01/1902

La conquista di un impero

«La Riforma Sociale», 15 gennaio 1902, pp. 72-75

 

 

 

Qualche tempo dopo la pubblicazione dell’«Europa giovane», G. Mosca, sulle pagine della nostra rivista, parlò del fenomeno Ferrero e notò che il segreto del successo dell’Europa giovane stava nel fatto che il suo autore sapeva scrivere bene e pensare bene; avea uno stile preciso, lucido ed efficace ed era un pensatore veramente forte ed originale.

 

 

Oggi, a distanza di cinque anni, Guglielmo Ferrero mette in pubblico il primo volume di un’opera su “Grandezza e decadenza di Roma”[1], frutto di lunghi e pazienti studi, di cui pochi forse avrebbero creduto capace il brillante e talvolta paradossale scrittore dell’Europa giovane.

 

 

Ma di questi studi lunghi e pazienti nell’odierno volume, che descrive la «Conquista dell’Impero» nulla appare al lettore, se si eccettuano poche ed abbreviate citazioni a piè di pagina. Le pagine si svolgono con diletto crescente, sì che meraviglia quasi di ripensare che si leggono i casi di quella storia romana a cui sono legati tanti ricordi poco lieti della giovinezza passata sui banchi della scuola.

 

 

Poiché il libro del Ferrero è una storia vera, in cui sono narrati nel loro ordine cronologico, prima sommariamente sino alla morte di Silla e quindi con maggior diffusione sino alla partenza di Cesare per le Gallie, gli avvenimenti della storia romana.

 

 

Ma la narrazione di Guglielmo Ferrero rispetto alle istorie correnti si diversifica per parecchi rispetti, che io voglio tentare di riassumere qui brevemente e schematicamente a rendere ragione ai lettori della Riforma Sociale del motivo per il quale si è ritenuto opportuno di far singolar menzione di questo libro.

 

 

  • 1) A differenza degli storici di professione, i quali non sanno essere più altro che eruditi ottimi e scrittori noiosi, ispidi per citazioni di documenti scritte in istile curiale e per discussioni interminabili di date controverse e di fatti incerti, Guglielmo Ferrero ci fa ritornare alle belle tradizioni dei tempi in cui gli storici erano altresì degli scrittori. Egli sa giovarsi dell’immenso materiale di faticosa erudizione lasciatoci da generazioni e da moltitudini di eruditi, i quali faticarono a sbarazzare il terreno del pietrame che l’ingombrava ed a mettere in sodo la verità, liberandola dalle scorie che l’offuscavano. E se ne giova per innalzare un edificio bello e nobile ed armonico in cui tutto ciò che si conosce di certo della storia romana è esposto con ordine logico e con stile colorito ed efficace. La gente ama che non si continui solo a scoprire la verità di mezzo alle rovine ed a lavorare a mettere in serbo documenti e date. Tutto questo è lavoro utilissimo bensì, degno delle maggiori lodi, ma non tale che possa inspirare interesse al pubblico grande. Il quale desidera che ogni tanto venga qualcuno e faccia la sintesi del lavoro compiuto e torni a raccontare ciò che è già stato raccontato alla foggia antica, con i sussidi forniti dalla critica storica progredita e dai nuovi documenti scoperti. Questo ha fatto Ferrero per un periodo della storia romana e questo sarebbe desiderabile fosse fatto da altri ancora per altri periodi della storia italiana, che pochi conoscono, non per maggior pigrizia odierna in confronto della diligenza antica, ma perché non vi sono storici i quali scrivano storie in modo gradito al gusto della generazione presente.
  • 2) Questa generazione, di cui facciamo parte, ha, tra le altre molte, due predilezioni speciali: la psicologia e la sociologia. Vuole essa conoscere il perché delle azioni degli uomini; mettere a nudo, come su un tavolo anatomico, l’anima umana e scoprirne il meccanismo nascosto e vedere perché gli uomini si muovano, vuol sapere quali passioni muovano i guerrieri e gli uomini politici, quali aspirazioni, quali brame agitino la folla che vota nei comizi, che pugna nelle battaglie, quali siano i motivi psicologici che determinano la direzione dell’opinione pubblica, questa segreta dominatrice del movimento politico e sociale dei popoli. Una storia che non fosse psicologica non sembrerebbe più interessante e nemmeno vera ai moderni, che leggono romanzi appunto per vedere come gli altri uomini pensano, soffrono ed agiscono. Guglielmo Ferrero ha la virtù di essere uno storico psicologo. Alcune sue dipinture di uomini rivaleggiano con i ritratti di Taine, che pure ne ha dei bellissimi. Silla e Mario, Crasso e Lucullo, Pompeo e Cesare, Catilina e Cicerone sono descritti con mano maestra. Specialmente Lucullo, questo meraviglioso proteiforme carattere di giovane indifferente, di capitano audacissimo e sprezzante, di sognatore di imperi meravigliosi, e di sibarita gaudente in vecchiaia con filosofia stoica è descritto in modo che ai più farà impressione di novità. Ed attorno a codesti maggiori, una folla di caratteri spicca nitidamente sul fondo della storia in guisa che a noi pare di vederli e di sentirli: aristocratici di stampo antico, nobili andati in malora, usurai ed appaltatori arricchiti e signore illustri e cortigiane celebri ed oratori avidi di grido ed infine tutta la folla infinita di gente che apparve per un momento sulla scena del mondo antico ed esercitò un’influenza, benché minima, sull’andamento delle vicende umane. Incisiva, ad esempio, la pittura del popolino romano dei tempi di Cesare, il quale, a differenza delle altre classi sociali, si occupava ancora alacremente di politica, perché senza l’aiuto dei partiti politici e dello Stato «sarebbe restato senza pane; non avrebbe potuto di tempo in tempo ubbriacarsi con vini generosi e rimpinzarsi di tordi e di porco, in qualche banchetto pubblico; non avrebbe avuto mai né il facile lavoro delle opere pubbliche, né lo svago degli spettacoli, né qualche sesterzio spicciolo per giocare ai dadi o per pagare le etere dei trivi».
  • 3) Ma il pubblico contemporaneo non vuole soltanto che gli storici siano degli psicologi raffinati, i quali sappiano leggere dentro l’anima dei personaggi ora muti da secoli e rappresentarla viva dinanzi alla mente del lettore. Esso vuole ancora che lo storico sappia discernere le cause le quali possono spiegare il succedersi degli avvenimenti ed il modificarsi dei costumi ed il mutare continuo dell’ambiente sociale. Quasi tutti sono imbevuti, sia pure inconsciamente, di materialismo storico, e vogliono che lo storico sia anche un economista e spieghi le azioni degli uomini non soltanto col vecchio armamentario delle gelosie, della sete del potere, del desiderio di dominazione o di vendetta, ma coi motivi più potenti dell’innalzamento di una classe sociale, dello sviluppo di nuove forme di ricchezza e della decadenza delle antiche, della diffusione del benessere e del malcontento della povertà. Anche sotto questo aspetto Guglielmo Ferrero dà prova nel suo libro di virtù singolari. Le sue analisi della trasformazione dell’antica agricoltura estensiva e semi-pastorale nella nuova coltivazione intensiva ed industriale, le sue descrizioni della decadenza dell’aristocrazia terriera e del correre della nuova borghesia del danaro, trafficante e speculatrice, sono acute e felicissime: e fanno testimonianza di soda cultura economica le sue ricerche sul commercio dei cereali e sulla necessità della guerra nel mondo antico. Però Guglielmo Ferrero ci tiene a non essere considerato come un seguace della dottrina del materialismo storico. Egli insiste anzi a più riprese nel far notare come i fatti storici siano il risultato di molte azioni umane a cui dettero origine i più svariati motivi: l’odio, l’ambizione, la gelosia, il malcontento, la ignavia dei ricchi e la insofferenza dei poveri, gli intrighi di una donna bella e compiacente; e come, dopo tuttociò, ancora si veda che spesso il caso, il dio Fato, abbia avuto una sovrana influenza nel determinare il fatale andamento delle cose umane. Teoria non nuova questa, ma che è interessante rileggere nelle pagine di un giovane il quale, munito del sussidio della scienza moderna documentaria, si è per cinque anni sprofondato nello studio delle cose avvenute nel tempo in cui gli uomini aveano reverenza grande per il Fato.
  • 4) Tutto ciò però ancora non basterebbe a spiegare perché io creda che gli italiani d’oggidì leggeranno con diletto e con interesse, come se si trattasse di cose attuali e di uomini viventi, questo libro che parla di storia romana. Egli è che gli uomini, per interessarsi ad un libro di storia, vogliono vedere riflessa l’anima propria, le aspirazioni e le lotte del loro tempo, nell’anima degli uomini, nelle aspirazioni e nelle lotte dei tempi passati.

 

 

Gli storici, i quali anch’essi sono uomini, obbediscono inconsciamente a questa tendenza che porta a vedere ed a descrivere le vicende passate sotto un angolo visuale proprio dell’età in cui scrivono; ed è questa una delle principali ragioni per le quali noi non ci sentiamo mai perfettamente a proprio agio leggendo uno storico invecchiato anche solo di cinquanta anni; non ne comprendiamo le allusioni, i giudizi di condanna o di lode, e rimaniamo freddi dinanzi ad analogie che ai suoi contemporanei dovettero apparire calzantissime. Sotto questo aspetto Guglielmo Ferrero è uomo del suo tempo, e vede la storia romana sotto l’angolo visuale dell’inizio del secolo ventesimo. Egli stesso del resto lo confessa apertamente quando dichiara in molti punti che il movimento di trasformazione della antica società aristocratica, agricola e guerresca in una società borghese e mercantile da lui descritto è simile alla trasformazione che attualmente si compie nel mondo europeo della società agricola nella società industriale. «L’Italia si rinnovava in quella età, come l’Europa e gli Stati Uniti si rinnovano ora; si mutava da nazione aristocratica, agricola, guerresca in una democrazia borghese e mercantile; e cadeva nelle stesse contraddizioni che perturbano la civiltà nostra: la contraddizione tra il sentimento democratico e la disuguaglianza delle fortune; tra le istituzioni democratiche e lo scetticismo politico delle alte e medie classi; tra la decadenza delle virtù guerresche e l’orgoglio nazionale, l’amore platonico per la guerra, le ambizioni conquistatrici delle classi pacifiche».

 

 

Le similitudini tra i fatti del passato e gli avvenimenti dell’oggi sono continui ed hanno talvolta un sapore strano, come quando paragona l’opera di Cesare con quella di un moderno leader dei socialisti o di un boss della Tammany Hall di New York, o come quando, quasi si trattasse di un causus di politicians americani, parla del caucus di Pompeo, di Crasso e di Cesare, o quando discorre di stato d’assedio, di conservatori arrabbiati, di scrupoli costituzionali, di partiti popolari, di panici finanziari, ecc., ecc.

 

 

Parole e frasi schiettamente moderne che, lette in un giornale quotidiano, non fanno alcuna impressione, ma ne fanno invece una grandissima quando siano adoperate a significare cose e fatti antichi, che la mente suole associare con nomi e parole di sapore anch’esso anticato.

 

 

Per molti però, i quali non abbiano scrupoli linguistici, la novità e la freschezza viva del frasario sarà una delle cagioni non meno rilevanti di interessamento per un libro in cui si vedono descritti casi occorsi, è vero, duemila anni fa, ma che potrebbero benissimo essere accaduti ieri.

 

 

Tanto l’uomo è sempre rimasto lo stesso traverso le più varie vicende storiche!

 

 

Con le poche osservazioni ora fatte noi non abbiamo voluto dire che cosa ci fosse nel libro del Ferrero. Un libro di storia non si riassume, specialmente quando si tratti di una storia ricca di tanti avvenimenti grandiosi. Abbiamo voluto indicare soltanto alcuni dei motivi per cui, dopo tante storie romane, ci sembra meritevole di grande fortuna anche quest’altra istoria di un giovane, che l’Italia conosceva finora come geniale e brillante sociologo, ed in cui oggi saluta lo scrittore di una specie apparentemente estinta da tempo, lo storico, cioè, dallo stile elegante ed ornato e dal pensiero largo e profondo.

 

 



[1] Guglielmo Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma, vol. I, “La conquista dell’Impero”. Un volume di pag. 526. Milano, Fratelli Treves, 1902, L. 4.

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