Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

La conversione della rendita

«Corriere della Sera», 13 agosto 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 240-243

 

 

Le sedute straordinarie della camera sono finite senza che il ministero abbia lanciato il razzo finale del disegno di legge autorizzante la conversione del consolidato 5% lordo in 3,5% netto. Poiché una facoltà simile deve essere chiesta solo quando sia probabile servirsene, al ministro del tesoro sarà parso, non senza ragione, che l’attuale momento internazionale non sia propizio ad una operazione fra le più gigantesche – per non dire la maggiore – che la storia finanziaria ricordi. È vero che i corsi delle rendite di stato – e specialmente dell’italiana – sono sostenutissimi, ma è anche vero che non è certa ancora la pace russo-giapponese; e che in ogni caso la pace renderà necessaria l’emissione di parecchi miliardi di titoli per regolare le conseguenze della guerra. Non è in un momento siffatto che si può sperare di condurre brillantemente in porto una conversione portante su otto miliardi di capitale. Un semplice successo di stima nuocerebbe assai al credito italiano.

 

 

Se tutto ciò è incontrastabile, se cioè la grande conversione per il momento (ed è inutile cercare quanto durerà questo «momento») non appare prossima, può nascere il dubbio se non convenga fin d’ora prepararsi, con accorti assaggi, alla maggiore impresa, ed è sotto questo punto di vista che da alcuni fu lamentata la mancanza nel governo della facoltà di addivenire a conversioni parziali e facoltative. Già qualche cosa in tal senso fu fatto colla conversione in rendita 3,5% netto della rendita 4,5%, di parecchi titoli redimibili, del consolidato 5% tenuto dalla Cassa depositi e prestiti; piccole operazioni in se stesse, ma che ebbero il grande effetto morale di far apprezzare ed entrare nelle abitudini il nuovo titolo 3,5; e di ridurre di qualcosa, sebbene di poco, la massa degli 8 miliardi di 5% da convertire. Poiché, giova ripeterlo, uno degli ostacoli maggiori alla conversione italiana – ostacolo che in altri paesi non si dovette superare – è l’unicità del titolo che si tratta di convertire di un colpo. La conversione di due miliardi di rendita è assai meno difficile di quella di quattro miliardi, e grandemente meno ardua di quella di otto. Se fosse possibile ridurre questi 8 a soli 6 o 5 miliardi, la grande conversione potrebbe farsi assai più presto e con minori difficoltà.

 

 

Partendo da queste considerazioni in un recente numero dell’«Economista» il prof. De Johannis lamentava che il governo non avesse chiesto l’autorizzazione a convertire con amichevoli trattative e con accordi liberi quella parte del consolidato 5% che i possessori spontaneamente presentassero al cambio. Perché il governo non potrebbe offrire ai proprietari di rendita nominativa 5% (circa 4 miliardi di capitale) il cambio in un titolo 3,5% pagabile trimestralmente anziché semestralmente, oltre un premio di 30 centesimi per 100 lire di capitale per una volta tanto? E perché del pari non potrebbe offrire ai possessori di titoli al portatore (altri 4 miliardi di capitale) il cambio in titoli 3,5 pagabili semestralmente, con un premio di 60 centesimi per 100 lire di capitale? Così si otterrebbero due vantaggi: uno futuro, di creare due tipi di rendita, il primo pagabile trimestralmente ed il secondo semestralmente, e quindi convertibili in futuro, senza possibilità di eccezioni giuridiche, in momenti separati, ed un altro attuale, se una parte notevole dei possessori di rendita accettasse le proposte. È vero che molti capitalisti direbbero: perché rinunciare al 4% certo, che percepiamo oggi, per accettare volontariamente il 3,5% netto, ossia l’immediata riduzione di 50 centesimi all’anno di frutto, ricevendo in compenso solo 30 o 60 centesimi, oltre il pagamento trimestrale dei cuponi, il quale vuol dire un vantaggio di circa 3 centesimi all’anno per 100 lire? Ma forse altri ragionerebbero in maniera diversa; perché non accettare negli utili questi 30 o 60 centesimi subito, dal momento che la conversione è inevitabile e che, il giorno in cui il governo minacciasse per davvero il rimborso delle 100 lire, noi dovremmo accettare il titolo 3,5% senza un centesimo di premio?

 

 

Non è possibile predire quanti sarebbero della prima opinione e quanti della seconda. Il De Johannis, supponendoli divisi in due schiere uguali, calcola che, ove la conversione riuscisse per 2 miliardi di rendita nominativa e 2 miliardi di rendita al portatore, il governo dovrebbe nel primo anno pagare per premi e anticipazione di due trimestri lire 18.612.400; ma siccome gli interessi diminuirebbero di 20 milioni di lire, lo stato finirebbe per risparmiare ancora lire 1.387.600. Negli anni successivi il guadagno dello stato sarebbe di 20 milioni, dedotta soltanto la perdita per l’anticipazione di due trimestri all’anno sulla rendita nominativa. Ai quali vantaggi si dovrebbe aggiungere la facilità di convertire nei modi soliti, con la minaccia del rimborso del capitale mutuato[1], i 4 miliardi rimanenti, senza più concedere un centesimo di premio.

 

 

L’operazione è bene congegnata; ma ad un patto che siano numerosi quelli che si lascino adescare dai 30 o 60 centesimi di premio ed accettino, senza esservi costretti, la conversione in 3,5%. Se si fosse certi, o se almeno fosse probabile l’accettazione di 4 miliardi su 8, l’operazione sarebbe consigliabile e doverosa. Ma esiste codesta probabilità? Bisogna essere ottimisti per crederlo. Non tutti i portatori di rendita sono banchieri, uomini d’affari, calcolatori pronti a paragonare il valore di 30 o 60 centesimi in più di capitale alla perdita di 50 centesimi d’interessi ed a scegliere la prima alternativa appena nel loro giudizio 30 o 60 centesimi oggi valgono più di 50 centesimi che forse si otterranno ancora per parecchi anni e forse non si riscuoteranno più nemmeno una volta. La rendita italiana oramai si è classata, è entrata nel patrimonio di moltissime famiglie a scopo di impiego. Basta pensare alla psicologia dei proprietari di rendita per vedere che essi sono assai più affezionati ad un reddito alto che non ad un piccolo aumento di valor capitale. Vi sono molti che non guardano mai i listini di borsa: che cosa importa che il loro titolo valga 30 o 60 centesimi di più, se non lo vogliono vendere? Oscillazioni ben maggiori nelle quotazioni di borsa si sono verificate senza che essi pensassero a profittarne. Ciò a cui essi tengono è di avere un certo reddito: per esempio 4.000 lire all’anno, che essi possono spendere. Andate a proporre a costoro la rinuncia a 500 lire all’anno in cambio di 300 o 600 lire di più di capitale! C’è da scommettere che tutti si terranno stretti alle loro 4.000 lire di frutto e alle vostre argomentazioni risponderanno: non sono riusciti a convertire il 4 in 3,5 sinora; non vi riusciranno tanto presto.

 

 

Se costoro fossero maggioranza; e se su 8 miliardi la conversione fosse accettata solo per mezzo o 1 miliardo; il vantaggio parziale e momentaneo dello stato sarebbe offuscato da un danno più grave: dall’impressione cattiva che i portatori non vogliono assolutamente saperne del 3,50%, anche se allettati con vantaggi non ispregevoli. Di quanto ciò ritarderebbe la futura grande conversione? Non è possibile dirlo; ma un effetto lo avrebbe sicuramente.

 

 

Perciò noi riteniamo che l’operazione del De Johannis sia rischiosa. Non che essa sia da respingersi, tutt’altro. Prima di tentarla, converrebbe studiare quali siano le probabilità della sua riuscita. Certo è questo uno studio di psicologia finanziaria difficilissimo a farsi; e a noi mancano i dati per compierlo. Forse il De Johannis potrà presentarceli, adducendo argomentazioni nuove. Nessuno più di noi sarebbe lieto che i suoi giudizi avessero ad avverarsi. Per ora sembra prudente rimanere dubitosi.

 

 



[1] La differenza fra, la conversione proposta dal De Johannis e quella classica sta invero in ciò che questa presuppone l’alternativa fra l’accettare la riduzione dell’interesse e il rimborso del capitale; laddove invece il tipo De Johannis, mancando la minaccia del rimborso del capitale, deve fare affidamento solo sui minuti vantaggi offerti agli accettanti.

Torna su