La corsa alla rovina

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/07/1922

La corsa alla rovina

«Corriere della Sera», 16 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 756-759

 

 

 

Il significato essenziale del discorso dell’on. Meda sul bilancio del tesoro si comprende, meglio che dal riassunto dei giornali, dal testo dell’ordine del giorno, di cui il discorso doveva essere il commento. Vale la pena di riprodurlo letteralmente:

 

 

«La camera, convinta che le possibili falcidie delle spese debbano riservarsi a beneficio del bilancio, e cioè a riduzione del disavanzo di esercizio; constatando tuttavia che il disavanzo è pur sempre di tale entità che la sua eliminazione non potrà avvenire se non gradualmente e in un non breve periodo di anni; che le condizioni dell’economia nazionale non consentono, per ora, di pensare ad attendere alla copertura della differenza fra entrate e spese con nuovi tributi, malgrado i compensi che ne deriverebbero attraverso una parziale rivalutazione della moneta, immancabile corrispettivo del conseguito pareggio; che pertanto sarà inevitabile ancora per qualche tempo l’aumento del debito interno, dovendosi escludere che per sopperire alle esigenze della cassa possa farsi ricorso alla circolazione, dacché se ne avrebbe per effetto invece un aggravamento delle nostre condizioni monetarie; che se non è quindi conseguibile il consolidamento del debito interno è però condizione essenziale di vita consolidare almeno l’onere di esso, assicurando ogni anno nuove entrate corrispondenti all’interesse delle somme di disavanzo che il tesoro dovrà coprire alla fine di ciascun esercizio; passa all’ordine del giorno».

 

 

L’ordine del giorno, illustrato dal discorso, vuol dire:

 

 

  • 1. Che c’è poco affidamento da fare sulle economie. L’on. Meda ammette che sia un «dovere» ridurre la spesa, ma afferma che parlamento e governo «non possono» ubbidire alla voce del dovere. Siamo abituati a sentir esporre concetti enormi dagli uomini politici; ma una proclamazione aperta della necessità di un concetto contrario al dovere, ossia di un concetto immorale e dannoso agli interessi del paese, non ce la aspettavamo dalla bocca di un leader del partito popolare, di un partito che «dovrebbe» porre i valori spirituali al disopra dei valori materiali, di un partito il quale, posto l’imperativo morale delle economie, dovrebbe negligere qualunque altra considerazione per buttarsi, corpo ed anima, nell’impresa della salvezza del paese, dovesse questa costare dolori infiniti e partorire risultati modesti. È evidente però che i popolari temono, riducendo la spesa, di perdere popolarità; e l’on. Meda, che dovrebbe dirigerli, naturalmente li segue.

 

  • 2. Che il disavanzo non può nemmeno essere coperto con nuove imposte. Anche qui, astrattamente, l’on. Meda sente il dovere delle imposte; e vorrebbe, per antipatia a soddisfare all’obbligo dell’economia, anche poter istituirne per altri quattro miliardi. Egli manifesta ora predilezioni spiccate per le imposte indirette, che vogliono dire imposte sui consumi e forse sul lusso e sul bollo. Ma invitato un anno fa da queste colonne a indicare specificatamente quali fossero le imposte da lui auspicate, l’on. Meda ha taciuto, precludendo così la via ad una qualsiasi proficua discussione. Esporre aspirazioni vaghe val meno che nulla; anzi è dannoso, perché fa nascere speranze che forse sono destinate a chiarirsi ineffettuabili.

 

 

Del resto l’on. Meda non crede neppure nelle imposte come mezzo per colmare il disavanzo; e non ci crede per due ragioni ottime: di cui la prima è che sarà gran mercé se le nuove imposte o il maggior gettito delle vecchie imposte basterà a colmare il vuoto determinato dal venir meno delle imposte temporanee (sovraprofitti di guerra e altre); e la seconda è che la crisi economica presente non tollera nuovi inasprimenti tributari.

 

 

L’on. Meda si ostina, a questo punto, su una vecchia idea storta sua, secondo cui l’inconseguibile pareggio, se potesse ottenersi, gioverebbe all’economia nazionale, cagionando una parziale rivalutazione della moneta. Altro esempio, questo, della confusione d’idee la quale domina nelle sfere politiche in questioni monetarie. Pareggio del bilancio e rivalutazione della moneta sono due idee le quali fanno a pugni. Non è dato di riportare la lira alla pari o anche solo a 50 o a 60 centesimi senza rendere assolutamente impossibile il pagamento delle imposte esistenti e quindi senza precipitare il bilancio nell’abisso di un disavanzo assai più aspro dell’odierno. Arrivare alla rivalutazione della moneta attraverso il pareggio è dunque oggi un’assurdità conclamata. Come mai uomini che ebbero e ambiscono di riavere la responsabilità del tesoro italiano enunciano tesi così grottesche?

 

 

Ma la posizione dell’ex ministro del tesoro diventa preoccupante nella conclusione:

 

 

  • poiché economie non si possono fare;
  • poiché imposte sufficienti sono del pari impossibili;
  • facciamo debiti – conclude egli – con queste sole due avvertenze: di non farli sotto la specie di biglietti a corso forzoso e di coprire con imposte nuove il servizio del prestito contratto.

 

 

La prima avvertenza è illusoria. Fu già avvertito, ed è oramai pacifico, che al deprezzamento della moneta non contribuiscono soltanto i biglietti veri e proprii. Vi contribuiscono moltissimo anche i debiti di altra natura. Con il sistema Meda, e tenuto conto, in aggiunta al disavanzo dell’esercizio corrente, della liquidazione dei residui passivi, bisognerebbe prima del 30 giugno 1923 emettere ben 10 miliardi di lire di debito. Sarebbe giuocoforza, conservando la nominatività o la tassa del 15% che il Meda predilige, emetterli tutti in buoni del tesoro. Abbandonando quei due provvedimenti, una buona parte dei debiti nuovi converrà pur sempre contrarla in buoni. Ossia, la massa attuale dei buoni del tesoro, che è paurosa, crescerà ancora. Ma buoni del tesoro vogliono dire biglietti in potenza. A ogni stormir di fronda il buono non si rinnova e perciò dà luogo, per pagarlo, alla stampa di nuovi biglietti. Il mercato, nel valutare la lira tien conto, e non può non tener conto, in aggiunta ai 20 miliardi dei biglietti circolanti, anche della possibilità che da un giorno all’altro una parte dei buoni del tesoro si trasformi in biglietti.

 

 

Se la prima avvertenza è illusoria, la seconda, in bocca a un uomo responsabile, è raccapricciante. Essa monta a dir questo: che non importa far debiti a getto continuo purché si istituiscano tante imposte quante bastano a far il servizio del debito.

 

 

È urgente e necessario che l’on. Meda dichiari che lo scritto è andato oltre al suo pensiero; è indispensabile che egli dichiari di aver voluto significare qualche altra cosa diversa da quella che risulta dal tenore del suo ordine del giorno. Egli deve chiarire e attenuare; perché se egli non spiega, non chiarisce e non attenua, si dovrà concludere che davvero bisogna disperare per l’avvenire del bilancio, per l’avvenire del paese. Come! A 4.000 milioni di disavanzo all’anno sono almeno 200, più probabilmente 250 milioni di interessi e imposte di più che si dichiara allegramente di dover pagare e far pagare. Ciò per il primo anno. Nel secondo anno sono, al 5%, altri 200 o 250 milioni di nuove imposte per far il servizio di altri 4.000 milioni di nuovi debiti; nel terzo e nel quarto lo stesso, sinché al decimo anno il deficit antico di 4.000 milioni all’anno permarrà, e avremo addosso circa 2.000 o 2.500 milioni di nuove imposte stabili, solo perché vilmente non si è osato adempiere al dovere urgente di risanare il bilancio. Questa è pura follia ragionante, in corsa verso l’abisso. Bisogna credere che l’on. Meda abbia voluto scherzare, Non è lecito ritenere che questo sia il programma di governo finanziario di un uomo amante del proprio paese. Così operano e parlano soltanto coloro che per reggersi al potere vogliono allontanare da sé l’amaro calice delle antipatie e della impopolarità che sono le conseguenze necessarie delle due politiche della economia e delle imposte. Si può discutere quale delle due sia preferibile; si può dissentire sulla parte che deve essere fatta all’una e all’altra.

 

 

Ma soltanto queste due politiche sono rispettabili. La tesi invece dei debiti a getto continuo e delle imposte inizialmente piccole e perciò non fastidiose è la peggiore di tutte; è la tesi della gente disposta a qualunque rinunzia spirituale, a qualunque transazione con la propria coscienza, pur di afferrare il potere. Perciò non possiamo credere che l’on. Meda l’abbia adottata. Ma importa assolutamente, ad eliminare ogni dubbio, che egli ritorni sul suo discorso e pubblicamente lo chiarisca.

 

 

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