La corsa alle spese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/07/1922

La corsa alle spese

«Corriere della Sera», 2 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 726-729

 

 

 

L’una a fianco dell’altra si sono lette sui giornali due notizie significative. Prima: il ministero delle finanze, dando un’ultima proroga sino al 31 luglio per le denuncie all’imposta patrimoniale, avverte che dopo tal data si applicheranno le penalità nei confronti dei contravventori. Seconda: la commissione degli interni ha praticamente voluto seppellire la riforma della burocrazia, chiedendo che si fissino subito i nuovi stipendi degli impiegati, e le relative tabelle organiche, eccedendo ove occorra la spesa consolidata salvo procedere a tempo più opportuno, con calma, alle riforme amministrative necessarie per riassorbire le maggiori spese e produrre le desiderate economie.

 

 

Le due notizie hanno una connessione maggiore che non appaia a prima vista. Se si votano nuove spese o se non si fanno economie, in un bilancio in disavanzo, l’amministrazione deve provvedere a nuove entrate. L’imposta sui patrimoni renderà nel 1921-22 un po’ più di 600 milioni e la commissione della camera delibera senz’altro di eccedere di 240 milioni la cifra consolidata delle spese che era stata fissata con la legge 13 agosto 1921. Non passa giorno che alla camera non si proponga una spesa nuova; ma non è facile trovare ogni giorno un cespite nuovo di imposte da fronteggiare la spesa nuova.

 

 

Il pubblico oramai è persuaso che nessuna disgrazia maggiore possa capitare al paese di una legge di riforma a scopo di economia. Il processo storico e logico è il seguente:

 

 

  • – in un primo tempo gli impiegati si agitano per ottenere un aumento di stipendio;
  • – in un secondo tempo il ministro del tesoro afferma di non potere dare un soldo, perché il bilancio è in gravissimo disavanzo;
  • – gli impiegati replicano che l’aumento chiesto non costerà un centesimo al tesoro, potendosi attuare riduzioni di organici e di funzioni tali da far andar meglio i servizi, con un minor numero di funzionari, meglio pagati;
  • – ministro e parlamento accettano il principio del consolidamento della spesa; ed entro i limiti infrangibili della cifra consolidata, consentono che gli stipendi siano aumentati;
  • – frattanto, siccome il bisogno urge, si concede un anticipo agli impiegati, da regolarizzare poi, quando si saranno compilate le nuove tabelle organiche;
  • – la spesa cresce subito; ma le riforme si trascinano in lungo; comitati interministeriali studiano e non approdano a nulla. Vengono in luce progetti di riforme che minacciano di crescere il dispendio, non di frenarlo. Commissioni parlamentari e governo si scaraventano a vicenda grossi volumi che nessuno legge. Gli impiegati dicono che l’alta burocrazia non vuole le riforme e che saprebbero ben essi, se fossero interrogati, indicare come si possano risparmiare somme cospicue;
  • – i mesi passano; e giunge la data in cui, improrogabilmente, dovrebbero essere fissati i nuovi stipendi, maggiori degli antichi, le nuove tabelle organiche, meno ricche di gradi e di funzionari, per fare economie; i nuovi ordinamenti, più semplici per consentire l’applicazione delle nuove tabelle meno macchinose. Ma pronte sono solo le cifre degli stipendi, che sono la faccenda più agevole trattandosi di crescere le cifre vecchie, arrotondate suppergiù con gli anticipi già concessi. E così si delibera di fare, crescendo definitivamente di 240 milioni di lire le spese;
  • – quanto alle tabelle organiche, quelle, sì, si possono anche pubblicare, poiché non fanno né fresco né caldo. La nuova tabella ridurrà i posti in organico in un ufficio da 10 a 8; ma poiché 8 sono i posti attualmente coperti, nessuno ne ha un danno diretto. Che se i posti coperti sono 10, i due impiegati in più non sono licenziati, ma conservano il posto ad personam. Della riduzione di funzioni nessuno parla più; e se un partito, quello popolare, per una volta tanto fa l’ottima proposta di nominare un commissario straordinario per la pronta ed energica attuazione della riforma, tutti gli votano contro su questo punto, affrettandosi ad accettare solo gli altri punti che implicano aumenti di spesa.

 

 

Eppure, la nomina di un commissario, con pieni poteri, invocata su queste colonne più di un anno fa, è forse la sola, la quale possa ottenere lo scopo. In Inghilterra, quando Lloyd George vide salire la marea montante del malcontento popolare contro lo spreco del denaro pubblico, non affidò la ricerca delle economie ad un comitato ministeriale. Chiamò tre uomini di banca e di industria e li incaricò di trovare le economie. Ne venne fuori il rapporto Geddes; il quale non fu accolto in tutto dal governo; ma non poté essere messo da parte. Nonostante le proteste della burocrazia, la quale anche lassù pretendeva che tutto era necessario, si tagliò sul vivo e più di 100 milioni di sterline poterono essere risparmiati. Tre uomini energici e spregiudicati sono meglio di un comitato interministeriale. Un uomo solo è meglio di tre. Commetterà qualche errore; ma indicherà quale via debba percorrersi se si vuole giungere al pareggio.

 

 

È vano sperare che a questo si arrivi solo spingendo in su le imposte. Bisogna anche scendere in giù con le spese. I contribuenti italiani sono pazientissimi; ma non possono ammettere che i loro denari siano buttati nella voragine delle spese inutili: 700 milioni per la marina mercantile, 1.000 milioni per le ferrovie, 311 milioni per le poste: ecco delle cifre esasperanti, le quali farebbero perdere la pazienza anche ad un santo.

 

 

L’invito del ministero delle finanze ai contribuenti recalcitranti a fare o completare le denuncie per l’imposta patrimoniale entro il 31 luglio, è giusto e necessario. L’esempio che l’Italia diede due anni fa, quando si fecero le prime denuncie patrimoniali, fu veramente nobile. Le denuncie, bisogna ripeterlo fino a che anche i sordi sentano, furono straordinariamente numerose e scrupolose. Mai si era veduto e forse non si vedrà mai più in Italia, lo spettacolo di tante denuncie di titoli al portatore, per una somma, là quale, quando sarà conosciuta, testimonierà dello spirito civico degli italiani nei momenti gravi della vita dello stato.

 

 

La tradizione deve mantenersi, e lo stato è in diritto di esigere che i contribuenti adempiano al loro dovere, ma a sua volta deve mostrarsi inesorabile nel combattere un disavanzo originato dalla disorganizzazione dei servizi pubblici, dalla debolezza nel concedere favori e sussidi ai gruppi più prepotenti, dalla mania di aggiungere alle cose fatte male dallo stato altre cose fatte pessimamente. Siamo davvero ad una svolta, in cui il pericolo è sommo. È ora di dare alla finanza statale un vigoroso colpo di timone; di dare al pubblico la sensazione di ridurre subito le spese, di lottare immediatamente, coi fatti e non con le parole, con tutte le forze e con tutti i mezzi contro l’incoscienza, l’incompetenza, la debolezza, il disordine finanziario, e lo spreco.

 

 

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