La crisi delle costruzioni edilizie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/02/1925

La crisi delle costruzioni edilizie

«Corriere della Sera», 19 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 93-96

 

 

 

L’industria edilizia attraversa in tutte le città italiane un momento di magnifica espansione. Tacciasi dei villaggi giardino, delle vere città le quali vanno sorgendo ai margini della capitale; dappertutto, a Milano, a Torino, a Genova, a Firenze, nelle altre città, nelle cittadine e nei borghi credo non si sia osservata mai una febbre di costruzioni così intensa come l’attuale.

 

 

Se l’intensità delle costruzioni fosse naturale, non ci sarebbe che da trarne motivo di compiacimento. Avremo presto case, molte case. Il problema di dar casa a tutti a buon mercato non sarà risoluto, se per buon mercato si intende il fitto antebellico, perché le case nuove costano care, circa sei volte quelle di anteguerra; e non si può pretendere che i costruttori si contentino di un fitto in lire da 16 centesimi uguale a quello antico in lire da 100 centesimi.

 

 

Su questo punto ritengo però siano di accordo tutti coloro i quali vanno ad abitare in una casa nuova. Sanno che il costo è assai più alto dell’antico e riconoscono la necessità di pagare fitti corrispondenti. Ma vi è un elemento di costo che non pare del tutto necessario e naturale; ed è l’eccessiva fretta nel costruire. In virtù della legge vigente, al 31 dicembre 1926, cadono i termini fatali entro cui una casa nuova deve essere non solo costruita ma altresì dichiarata abitabile, se si vuole che essa fruisca della esenzione dei 25 anni dall’imposta e sovrimposta sui fabbricati. Il che vuol dire che la casa deve praticamente essere finita entro l’ottobre 1926, per dar tempo ad essa di asciugarsi ed alle pratiche per l’abitabilità di essere conchiuse. In questi 21 mesi bisogna acquistar il terreno, far lo scavo, costruire e finire. Dopo, ricadiamo nel regime comune o in un regime intermedio di riduzioni temporanee di imposta, che non val neppure la pena di ricordare, perché i costruttori non ne tengono nessun conto, valutando quei favori tanto poco da adeguarli quasi al valore zero. O si finisce per tempo, ovvero non conviene costruire: questo è il pensiero corrente dei costruttori: ed essendo tale il loro convincimento, agiscono in conformità ad esso. È inutile che si dica che qualche incoraggiamento ci sarà pur dopo. Siccome non ci badano neppure, è come se non esistesse. E giù a costruire, tutti con gran furia, come se li incalzasse alle spalle chissà quale terribile minaccia!

 

 

Le conseguenze della furia sono oggi evidenti e si faranno di giorno in giorno più gravi.

 

 

A Torino, dall’anno scorso (luglio 1923-giugno 1924) ad oggi, tutti i fattori di fabbricazione aumentano al galoppo. Il muratore da 3 lire all’ora è passato a 4,20 (aumento 40%); il badilante da 2,40 a 3,20 (+33%), il manovale da 2 a 2,80 (+40%); ai quali aumenti di paga oraria bisogna aggiungere dal 20 dicembre 1924 un caro viveri giornaliero di lire 3. I trasporti di materiali da stazione a cantiere cresciuti da 0,80 a 1,30 al quintale; la sabbia del Po o della Stura da 20 a 36 lire il metro cubo; la calce in zolle da lire 13,50 a 17,50 il quintale; il cemento da lire 16 a 2,50 il quintale, i mattoni da 150 a 195 lire il mille; le tegole marsigliesi da 380 a 625 lire il mille. Alle fornaci c’è il razionamento; gli impresari mandano a ritirare i mattoni con i proprii mezzi ed i carri fanno la coda, come in tempo di guerra per lo zucchero. Talun impresario, preoccupato di non potere osservare le scadenze, pensa a costruire per il suo uso una fornace da mattoni.

 

 

Ho l’impressione che la crisi di scarsità di materiali e di mano d’opera andrà diventando più acuta a mano a mano che matureranno i progetti di nuove costruzioni ora in corso di approvazione.

 

 

È chiaro che la causa della crisi è la fatalità della scadenza del 31 dicembre 1926. Quella scadenza accresce inutilmente i costi di fabbricazione in confronto al costo che si avrebbe in condizioni normali di costruzioni edilizie. Se la ghigliottina non calasse inesorabilmente al 31 dicembre 1926, ognuno farebbe i suoi piani con più comodo, le costruzioni si scaglionerebbero nel tempo e sarebbero meno costose. Dal punto di vista degli inquilini, è preferibile avere 10.000 camere entro il 31 dicembre 1926 a 15.000 lire l’una e poi più nulla, ovvero 5.000 entro il 1926, 5.000 entro il 1927 e 5.000 entro il 1928 a 12.000 lire? A me parrebbe preferibile la seconda soluzione.

 

 

Bisogna perciò pensare, per tempo, a rivedere la scadenza fatale del 31 dicembre 1926. A mano a mano che ci avvicineremo ad essa, le lagnanze diverranno così vive, che sarà ben difficile resistere alla necessità della revisione. Non è meglio provvedere in tempo? Una soluzione ragionevole, già esposta anni addietro, parrebbe la seguente: prorogare la data senza limite di tempo, ma con progressiva abbreviazione del periodo di esenzione. Ad esempio così:

 

 

Chi costruisce entro il Abbia l’esenzione per anni
31 dicembre 1926

25

31 dicembre 1927

20

31 dicembre 1928

15

in seguito

10

 

 

Il ritardo non produrrebbe più conseguenze irrimediabili. Chi costruirà entro il 31 dicembre 1927 godrà ancora di 20 anni di esenzione. Il salto da 25 a 20 anni non è così forte da sembrare rovinoso. E così, scalando 5 anni per volta, si può arrivare all’esenzione dei 10 anni, che dovrebbe essere il regime permanente. La esenzione normale del passato, che era di due anni, era troppo infinitesima cosa per incoraggiare le costruzioni. La esenzione temporanea da metà imposta o per la metà del reddito, come è sancita in un decreto dell’anno scorso, val meno che nulla perché i costruttori ragionano: «meglio nessuna esenzione che pagare su metà reddito. Gli agenti delle imposte sapendo che si paga metà imposta, raddoppieranno il reddito, e scaduto il periodo di semiesenzione, noi pagheremo su un imponibile eccessivo». Avranno torto o ragione; ma poiché gli interessati ragionano così, è inutile perdere tempo in mezze misure. Il provvedimento razionale, che oggi si impone, è di graduare il passaggio dall’esenzione attuale di 25 anni – consigliabile finora per l’urgenza di provvedere case ma in tempi ordinari troppo dannosa alla finanza, ed incitatrice a costruzioni eccessive – alla esenzione futura normale, la quale senza pericolo può fissarsi in 10 anni, perché sempre il bisogno di case sarà tra quelli umani il più degno di essere incoraggiato. Soltanto la gradualità del passaggio può togliere l’accumulazione antieconomica delle costruzioni che oggi cresce vertiginosamente i costi e domani, passato il capo del 31 dicembre 1926, produrrà una crisi terribile di disoccupazione delle maestranze edilizie, delle fornaci e delle industrie produttrici di materiali edilizi.

 

 

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