La crisi edilizia e la scadenza delle esenzioni

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/08/1925

La crisi edilizia e la scadenza delle esenzioni

«Corriere della Sera», 5 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 398-404

 

 

 

Un aspetto particolarmente interessante della crisi di danaro, di cui soffre l’economia italiana, pur nelle sue linee essenziali progrediente e sana, si vede nell’industria edilizia. Anche qui si nota un fervore insolito di iniziative; le case sorgono nelle grandi città ed in quelle piccole, nelle borgate e nelle campagne, come per incanto. I cantieri di costruzione si moltiplicano; ed ogni giorno accade di vedere sorgere uno steccato attorno a quello che sino a ieri era un cortile, un ridente giardino, una bassa costruzione poco atta a utilizzare in pieno l’area.

 

 

Sennonché, all’attraente quadro di iniziative rigogliose fanno riscontro alcuni fatti inquietanti, di cui associazioni e collegi tecnici si sono negli ultimi tempi vivamente preoccupati. Uno è generale all’industria, alle borse, al commercio il rincaro del danaro. Gli impresari debbono pagare a prezzi sempre più alti il capitale circolante, di cui hanno bisogno per mandare innanzi le costruzioni. Questo è un male a cui difficilmente si saprebbe trovare un rimedio pronto; dovendosi il rimedio efficace cercare esclusivamente nel ritorno all’equilibrio fra la domanda di risparmio e la sua offerta. Non con lo stampar biglietti, ma con il rallentare temporaneo delle nuove iniziative, sicché il risparmio nuovo possa ricuperare il terreno perduto e rimettersi alla pari con la domanda, è possibile guarire questa, che è una crisi di crescenza, di forza straripante. L’industria edilizia può contribuire al ristabilimento dell’equilibrio, rallentando anch’essa alquanto le nuove costruzioni. Ultimare le case già iniziate; e ritardare sino alla primavera ventura l’impianto di nuovi cantieri: ecco, quale dovrebbe essere il rimedio.

 

 

Ma qui si para una difficoltà peculiare all’edilizia, di cui dirò subito, dopo avere accennato al secondo fatto inquietante, di cui a giusta ragione si preoccupano i collegi edili, ed è il rincaro straordinario dei materiali da costruzione. Da giugno 1924 a giugno 1925, le variazioni in aumento sono davvero impressionanti. L’ufficio statistico di Milano dà per la calce in zolle un rialzo da 17 a 20 lire per quintale; per il cemento Portland di Casale da 18,50 a 29, per la sabbia viva da 32 a 39 il metro cubo; per i mattoni forti da 190 a 250 il mille; per le tegole marsigliesi comuni da 400 a 680 il mille. È cresciuto il legname, il ferro; sono aumentati i serramenti. Le tavole di pitch-pine per pavimenti, dello spessore di 25 millimetri sono andate da 1.200 a 1.360 il metro cubo; i tondini per cemento armato da 1,35 a 1,50 il chilogrammo; le portine comuni di abete a vetri da 160 a 185 lire caduna.

 

 

Se invece di prezzi singoli, vogliamo farci un’idea dell’andamento complessivo dei fatti, soccorrono i seguenti numeri indici calcolati dall’ufficio milanese. Supponendo che i prezzi correnti nel luglio 1914 fossero uguali a 100, ecco i prezzi rispettivi del giugno 1924 e del giugno 1925. Aggiungo anche i prezzi della fine guerra e del giugno 1921, epoche nelle quali, per ragioni diverse, i costi di costruzione parevano già elevatissimi:

 

Luglio 1914

Luglio 1918

Giugno 1921

Giugno 1924

Giugno 1925

Materiale da presa

100

780

750

564

756

Mattoni e tegole

100

678

829

563

934

Materiali di cemento

100

458

825

639

639

Materiale idraulico

100

670

1.188

952

997

Legname da costruzione

100

681

840

729

859

Serramenti

100

433

808

616

692

Ferro e lav. in metallo

100

591

338

340

437

Legname da mobili

100

279

561

720

826

Pavimentaz. stradale

100

425

825

825

825

Salari globali muratori

100

153

558

497

601

Indice complessivo

100

433

744

669

832

 

 

Mai, dal principio della guerra in poi, gli elementi di costruzione delle case furono così cari come oggi. Alla fine della guerra, nel luglio 1918, i materiali da presa, calce e cementi, ed il ferro erano più costosi per le richieste delle trincee e della siderurgia bellica e per le difficoltà di procurarsi minerali. Nel giugno 1921 fu più caro il materiale idraulico od igienico; ma nel complesso il giugno 1925 segna il massimo dei massimi. Dal giugno 1924 v’è un aumento medio da 669 a 832. A costruire una casa oggi si spende quasi otto volte e mezza la somma bastevole nel 1914.

 

 

Se il rincaro fosse dovuto esclusivamente a cause d’indole generale, bisognerebbe ricercare rimedi generali: stabilizzazione della lira, fermo alla circolazione, rallentamento delle iniziative nuove. Tutto ciò contribuirà per fermo alla soluzione della crisi. Rientra, ad esempio, nel quadro della politica economica generale, il rallentamento del ritmo di nuove iniziative, le quali portano via alle case materiali ed uomini. Tra i materiali cresciuti di più vi è il cemento, balzato in un anno da 1.850 a 29 lire al quintale. Sembra che una causa potente del singolare aumento sia la concorrenza che, nel comprar cemento, all’edilizia fanno le autostrade. Occorre dunque rivedere il programma delle autostrade; bellissime intraprese, le quali devono però essere contemperate con le altre esigenze degli uomini, dell’industria e del commercio. Sono più utili le case o le autostrade; sono più necessarie all’agricoltura ed all’industria le autostrade o le strade comuni? Se di cemento, se di operai, se di risparmio esistessero quantità illimitate, sarebbe magnifico costruir case, lanciar autostrade, conservare in perfetta efficienza le strade comuni. Ma poiché di cemento si produce una data quantità e non più, poiché a fabbricar uomini atti a lavorare occorrono diciotto anni, poiché il risparmio cresce, ma non quanto vorremmo, fa mestieri rivedere i programmi, e distribuirli secondo la scala delle necessità. Su questa scala primissima viene la ordinaria manutenzione delle strade comuni. Trattasi di non lasciare distruggere un capitale esistente; ed un capitale che è, per giunta, indispensabile alla vita della nazione. Poi vengono le case nuove, necessarie anch’esse, ma costituenti un miglioramento in confronto allo stato attuale. Ultime le autostrade, che si potrebbero dire un lusso.

 

 

Tutto ciò è, però, politica economica generale; non politica particolare edilizia. In particolare, l’edilizia soffre di un male acuto, che si chiama la data del 31 dicembre 1926. Altra volta, denunciai il male; e nei mesi trascorsi, non essendo stato apprestato alcun rimedio, il male si è aggravato.

 

 

Al 31 dicembre 1926 scade il termine, entro il quale le case nuove debbono essere dichiarate abitabili, se si vorrà ottenere l’esenzione per 25 anni dalle imposte e sovrimposte sui fabbricati. Se il fabbricato sarà abitabile il 10 gennaio 1927, addio esenzione! Entra in vigore il regime comune, con alcune agevolazioni temporanee, che si possono considerare trascurabili, tanta poca importanza hanno in pratica.

 

 

Quella ghigliottina che implacabilmente scende giù alla mezzanotte del 31 dicembre 1926 è una vera sciagura nazionale. Per mettersi in salvo dal pericolo di perdere l’esenzione, i costruttori debbono sforzarsi a finire la casa ben prima. La casa «finita» non è infatti ancora «abitabile»: occorrono visite degli uffici di edilità e di igiene; seguono contestazioni, richieste di modifiche. Se la «pratica» si attarda negli uffici addio esenzione! Dunque bisogna, prima di tutto, finire ad ogni costo in tempo! Ecco la vera ragione specifica della febbre edilizia odierna accaparrar terreni, mattoni, cementi, ferri, legnami, operai, ecc. ecc. a qualunque prezzo, pur di arrivare in tempo.

 

 

Quando ne parlai la prima volta, dissi che il vero rimedio consisteva nel togliere di mezzo la data fatale. I collegi degli ingegneri e dei capimastri, che hanno discusso la materia, hanno finito per accogliere la stessa idea. Bisogna evitare che una data qualunque abbia una importanza dominante nei calcoli dei costruttori; sì che essi più non si sentano indotti ad avere una fretta convulsa di arrivare in tempo. Può essere rovinoso per un impresario perdere tutti i 25 anni di esenzione; è relativamente indifferente perdere un anno. Se col ritardare di un anno la fine della costruzione, egli potrà scegliere più a suo agio l’area, aspettare le consegne dei mattoni, non accaparrare contadini in luogo di muratori provetti; ecco che la febbre cesserà, le aree non saliranno tanto di prezzo, le case riusciranno più ben costruite e meno costose. Un metodo di passaggio quasi insensibile potrebbe essere il seguente:

 

 

Data alla quale le case sono abitabili

Anni di esenzione

31 dicembre 1926

25

31 dicembre 1927

24

31 dicembre 1928

23

31 dicembre 1929

22

31 dicembre 1930

20

31 dicembre 1931

18

31 dicembre 1932

16

31 dicembre 1933

14

31 dicembre 1934

12

31 dicembre 1935

10

 

 

Al disotto di dieci anni non scenderei, considerando questa come una maniera normale di incoraggiare la formazione di un risparmio che altrimenti non avrebbe luogo. Le esenzioni dalle imposte costano all’erario, perché il risparmio che si investe nell’industria esente si sarebbe formato ugualmente, anche se l’esenzione non ci fosse stata. Solo nell’agricoltura – e quivi l’esenzione esiste e per la legge del 1886 era trentennale e ci si dovrà tornare – per ragioni che qui sarebbe lungo spiegare, l’erario lucra in conseguenza dell’esenzione. Nell’industria edilizia lucra forse meno; ma il lucro è certo. L’esperienza degli ultimi anni lo prova. Le case costruite ora ed anche parecchie case vecchie sono vendute in molti casi ad appartamenti, invece che essere tenute da capitalisti a scopo di investimento. Processo economicamente sbagliato; poiché le case a proprietà frazionata, per appartamenti e per negozi, sono meno negoziabili, meno mobili, più costose forse per amministrazione delle case d’affitto. Ma processo socialmente fecondo di benefici immensi: moltiplicazione del numero dei proprietari, amore alla casa, cura individuale della proprietà. senso di stabilità familiare. Sovratutto incitamento a risparmiare per giungere ad avere la casa propria. Quanti sono stati incapaci a risparmiare, finché il risparmio vuol dire un biglietto di banca, una cifra scritta sul libretto della cassa, un buono del tesoro, un’azione! Entità astratte, che non dicono, a molti, nulla. Perché il contadino è un formidabile risparmiatore? Perché vede e tocca e palpa il suo risparmio; vede la terra; pianta l’albero; guarda crescere il vitello. Al cittadino bisogna dare un sostituto della terra, dell’albero, del vitello; e questo sostituto non può essere se non la casa. Appartamenti, casette, villette con 20 metri quadrati di terreno; tutto è buono per incitare al risparmio. L’erario non perderà nulla, anzi guadagnerà moltissimo a stabilire che debba darsi permanentemente, per sempre l’esenzione decennale alle case nuove. L’ideale è che ogni famiglia abbia la casa sua. Anche modesta, anche costruita assai semplicemente; il senso della proprietà farà miracoli. Col tempo, aggiusta di qua, ripara di là, la casa migliorerà invece di peggiorare; ed avremo milioni di famiglie contente.

 

 

Dall’esenzione dei 25 anni, che oggi è eccessiva, sebbene fosse necessaria negli anni scorsi, quando nessuno costruiva, bisogna passare a grado a grado all’esenzione decennale permanente o con la scala detta sopra o con un’altra; ma bisogna sopprimere assolutamente il salto mortale.

 

 

Anche quando avremo stabilito una scala discendente di esenzioni dal massimo di 25 anni al minimo di 10, anni, il compito chiarificatore della finanza e degli uffici edili municipali non sarà finito. È necessario dare al pubblico il senso della certezza; che non ci sia il pericolo, a cosa finita, di non godere tutta l’esenzione a cui si ha diritto, perché manca una formalità, perché «finito» non vuol dire «abitabile», perché si attende una piccola riforma di un particolare edilizio.

 

 

Qualche costruttore mi ha dichiarato che non denuncerà all’ufficio finanziario la casa, sebbene «dichiarata abitabile al 31 dicembre 1926», per il timore che l’ufficio voglia fin d’ora, nel 1926 per il 1951, fissare il reddito imponibile. Sarebbe una rovina, mi diceva, se nel frattempo la lira rivalutasse; e nel 1951 fossi tassato su un reddito di 100.000 fissato nel 1926, anche se nel 1951 il reddito fosse soltanto di 20.000 lire. Il timore parmi eccessivo, perché ci sono revisioni periodiche degli imponibili. Tuttavia dovrebbe essere ben chiaro che i fabbricati nuovi esenti dovrebbero essere nel catasto annotati di esenti, senza alcuna determinazione di reddito imponibile. Questa si farà quando i fabbricati cadranno in tassazione; non prima. Occorrendo, per altre imposte, come la complementare, determinare il reddito della casa esente, la determinazione avrà valore particolare e temporaneo per la sola complementare e non per altri fini. Tuttociò è intuitivo e si fa già. E bene però che norme precise, tassative, chiarissime regolino la materia. Ricordiamo sempre che uno dei canoni fondamentali delle imposte, secondo il padre della scienza economica, Adamo Smith, è la certezza.

 

 

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