Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

La crisi francese

«Corriere della Sera», 12 aprile 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 218-221

 

 

 

 

La crisi, provocata dalle dimissioni di Herriot, non è soltanto una crisi ministeriale. È un po’ una crisi interna di tutta la Francia. Non che ci sia alcun che di inquietante nelle sue condizioni. Al contrario, sotto certi aspetti, esse sono sempre invidiabili. La Francia è ricca e non dipende che in piccola misura dall’estero per le materie prime: non ha disoccupazione, anzi, è costretta ad importare la mano d’opera straniera: le sue officine lavorano ininterrottamente, i suoi commerci sono prosperi ed anche l’agricoltura si è riavuta dalle conseguenze della guerra. Ma, mentre l’economia generale del paese è buona, le sue finanze sono in cattivo stato. Il bilancio non è al pareggio; il franco non preserva più di un quarto del suo valore prebellico; il torchio ha lavorato a più riprese e i limiti legali della circolazione monetaria sono stati oltrepassati.

 

 

I responsabili di questa irregolare situazione dicono che le circostanze per la Francia erano eccezionali. C’erano le regioni devastate da ricostruire; le pensioni dei mutilati e delle vittime della guerra da pagare; c’erano le grosse spese per l’esercito, ritenute necessarie per il mancato patto di sicurezza cogli anglosassoni, e gli obblighi assunti, per la stessa ragione, verso gli alleati orientali. Tutte cose inconfutabili, in linea di fatto. Ma se le circostanze erano eccezionali l’errore è stato di non averle fronteggiate con maggiore risolutezza e spirito di sacrificio. La Francia ha avuto il torto di fare assegnamento per i suoi bisogni immediati sulle riparazioni, e, mancate queste, di ricorrere a dei prestiti, anziché di imporre delle forti tasse dirette. Tutti i governi, uno dopo l’altro, hanno battuto la stessa strada, col risultato che hanno indebitato il paese nel dopoguerra più che nella guerra, e che Herriot, ultimo venuto e certo non più responsabile dei suoi predecessori, si è trovato sulle spalle un peso di 166 miliardi con delle scadenze prossime e gravosissime.

 

 

I lettori sanno per quali incidenti parlamentari questo stato di cose sia ora venuto pubblicamente in discussione. Quando il primo aprile il Clémentel ha annunciato in senato la decisione del governo di procedere ad una emissione di titoli e di buoni speciali, pur dichiarando che per l’impiego limitato che di essi si intendeva fare non si poteva parlare di inflazione, le condizioni della tesoreria non hanno potuto a meno di essere messe in relazione con quelle del bilancio. Il senato, fortemente ostile ad Herriot, insorse, nella evidente speranza di provocare una crisi di gabinetto. Clémentel, in disaccordo col presidente del consiglio, diede le dimissioni e fu immediatamente sostituito col De Monzie, il quale elaborò un nuovo progetto finanziario, consistente non in un prelevamento sul capitale – come vorrebbero i socialisti – ma in un contributo eccezionale, volontario e controllato. Nel frattempo, Herriot si ripresentò alla camera, facendo una vigorosa difesa dell’opera propria ed attaccando, con imprudente vivacità, gli avversari. La camera gli accordò la fiducia, ma il senato, dove Herriot riportò venerdì la discussione, lo ha battuto e costretto a dimettersi.

 

 

Non si può ancora dire come la crisi ministeriale sarà risolta. Si può dire soltanto, dal punto di vista internazionale, che essa non poteva scoppiare in un momento più inopportuno, sia per i negoziati in corso relativi al patto di sicurezza, sia per gli effetti che essa può avere a favore della candidatura di Hindenburg nelle prossime elezioni presidenziali in Germania. Del resto la crisi, come notavamo, trascende, nella sua essenza, le sorti di un uomo o di un partito. Herriot ha indubbiamente commesso degli errori tattici, ma è evidente che l’ambasciata al Vaticano, le leggi laiche, le agitazioni studentesche, sono stati appena dei motivi di inasprimento della lotta condotta da tempo e a fondo contro di lui dalla parte più reazionaria della borghesia francese, la quale vorrebbe sottrarsi ai minacciati provvedimenti fiscali e scaricare sopra altre spalle le passività della guerra, o, qualora dovesse proprio pagare, vorrebbe avere almeno il modo di rifarsi con uno stringimento di freni all’interno e una politica di utilizzabile soggezione delle classi lavoratrici.

 

 

La cosa non sorprende: è una tendenza, purtroppo, generale. Ovunque, in una forma o nell’altra, sotto questa o quella etichetta, la reazione delle classi plutocratiche cerca di guadagnare terreno. Sembra un fenomeno storico ineluttabile. La guerra, significando distruzione di proprietà, paralisi dei commerci, crisi delle industrie, è sempre seguita da tempi duri e difficili nei quali il compito della riedificazione spetta alle classi capitalistiche. Ma troppe sono le opportunità e le tentazioni per queste classi di scambiare, in simili contingenze, l’interesse proprio per l’interesse della nazione e il perseguimento di una posizione di privilegio sociale e di predominio politico per una politica realistica, in antitesi alle utopie demagogiche e rivoluzionarie. Di qui la difficoltà di riprendere il ritmo normale della vita e di stabilire quel giusto equilibrio, senza di cui un paese non può godere che illusoriamente i frutti della pace e dell’ordine interno. Solo colla legalità, la prudenza e la previdenza una saggia borghesia può sperare di ricondurre in porto la nave e di assicurare effettivamente dei vantaggi per sé e per il paese.

 

 

Anche il «Times» toccava giorni sono questo stesso argomento e faceva un suggestivo confronto fra quello che succede oggi nel mondo e quello che, in condizioni non molto diverse, vi succedeva un secolo fa. Allora, come adesso, l’Europa era scossa, agitata, tormentata per effetto della rivoluzione francese e del cataclisma napoleonico; ma, mentre il continente, per paura del giacobinismo – ch’era poi il bolscevismo d’allora – si abbandonava alla santa alleanza, alle restaurazioni, alla lotta contro tutte le idee liberali, alle persecuzioni della stampa, alle repressioni poliziesche, in Inghilterra c’erano uomini che presentivano tutti i pericoli di una tale politica e sconsigliavano di seguire la corrente dei tempi. Tra questi il ministro Canning, un liberal tory, cioè un conservatore illuminato, avversario deciso della ideologia rivoluzionaria, che egli aveva anzi combattuto nell’Anti-Jacobin, ma, nello stesso tempo, diffidente delle tendenze reazionarie all’estero e all’interno e consigliere di ragionevolezza, di moderazione e di equità.

 

 

Rievocando l’esempio di Canning e dei tempi in cui egli visse il «Times», di cui la politica non può essere sospetta, prendeva nettamente posizione contro quei conservatori inglesi del giorno d’oggi, che si mostrano insofferenti delle istituzioni parlamentari e democratiche e sperano di importare forme e sistemi di insofferenza straniera nel paese di Pitt, di Peel e di Gladstone. Il giornale osservava che oggi, come un secolo fa, il ritorno alla quiete e alla sicurezza è ugualmente ostacolato dagli entusiasti del dispotismo come da quei «sentimentali internazionalisti che scambiano le astrazioni per la realtà». E proseguiva analizzando la vera natura del conservatorismo, che, caratterizzato da un cauto empirismo, non muta mai nulla radicalmente, ma adatta le vecchie istituzioni alle nuove circostanze ed è tanto lontano dalle vuotaggini di certi riformatori come dalla durezza del reazionario.

 

 

Non v’è dubbio che in Inghilterra saranno i conservatori moderati e prudenti, auspicati dal «Times», che avranno ragione dei die-hards ed altrettanto auguriamo avverrà in Francia, dove le classi dirigenti hanno una lunga e salda tradizione di governo. Comunque si risolva la crisi presente non ci pare possibile un ritorno alla politica della Ruhr, ora che l’applicazione del piano Dawes comincia a dare i suoi frutti, e nemmeno una politica reazionaria all’interno, dove urterebbe contro la resistenza della parte più intelligente della nazione e contro il blocco sano, forte e consapevole della piccola borghesia e della piccola proprietà terriera.

 

 

Torna su