La crisi viticola in Francia ed i suoi insegnamenti

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/06/1907

La crisi viticola in Francia ed i suoi insegnamenti

«Corriere della sera», 18 giugno 1907

 

 

 

Le colossali dimostrazioni dei viticultori del Mezzogiorno della Francia, danno un interesse di attualità al problema della crisi viticola nel vicino paese. Del resto di crisi consimili ne abbiamo avute parecchie anche in Italia; e, se oggi i viticultori nostri ottengono prezzi rimuneratori, non e` ancora dimenticato il giorno in cui nelle Puglie si buttava il vino vecchio per le vie per far posto a vino nuovo e nel Piemonte i proprietari non riuscivano a nessun patto a vendere il loro vino, respinto dalla concorrenza meridionale. Né siamo sicuri che quei tempi non abbiano a tornare; una serie di annate straordinarie favorevoli alla produzione delle uve, simile a quella che si preannunzia per il 1907, basterebbe a fare ritornare la crisi dell’abbondanza, con effetti disastrosi per i viticultori. La vigna è fatta così: alla prosperità ed agli alti prezzi che fanno intravedere ai proprietari miraggi fantastici di ricchezza e li spingono a spese folli di impianti culturali e ad un tenor di vita di una dissipazione eccessiva succedono invariabilmente gli anni di crisi nei quali uve e vino non trovano compratori, i debiti si accumulano, i proprietari, ridotti all’estremo della miseria, debbono lasciarsi espropriare a prezzi che talvolta non compensano nemmeno il costo di costruzione delle cantine.

 

 

Oggi in Francia siamo in uno di questi momenti critici; e dei sintomi e delle cause della crisi viticola del Mezzogiorno francese è forse opportuno intrattenersi alquanto sulla scorta di un ben informato libro del dott. Federico Alger su «La crisi viticole et la viticulture meridionale» (Paris, Giard et Briere, 1907). Che la crisi sia gravissima, non è possibile negare. Nei quattro dipartimenti federati la vigna, che negli anni posteriori alla crisi filosserica era disputata accanitamente a prezzi da 20 a 25 mila lire l’ettaro, è caduta a prezzi vilissimi. Negli ultimi tempi un tenimento di 60 ettari, con una produzione annua di 5000 ettolitri, di cui la cantina soltanto era costata 15.000 lire, con castello e vasti caseggiati rurali è venduto al primo incanto per 90.000 lire; sicché il Credit foncier è costretto, per non perdere, a rendersene acquisitore al secondo incanto per 115.000 lire. Un altro tenimento, per un’estensione di 300 ettari, di cui 60 a vigna, 40 di terre da lavoro, 200 di pasture e terreni da caccia (vi era una riserva affittata per 800 lire all’anno!) è aggiudicato per 30.000 lire, senza che un creditore ipotecario di 40.000 lire abbia nemmeno creduto conveniente di fare un’offerta per coprirsi del suo credito!

 

 

Egli è che i prezzi del vino nel periodo 1900-907 sono discesi nel Mezzogiorno ad un livello sconfortante. Mentre nel 1899 i corsi si erano mantenuti a 20 lire l’ettolitro all’incirca, nel 1900 l’annuncio di un buon raccolto li fa precipitare a 5 lire, 3 lire, 2 e persino 1.50 l’ettolitro.

 

 

L’anno 1902, segna un leggero miglioramento: i prezzi praticati oscillano attorno ad una media di 8 e 10 lire circa. Nel 1903, in conseguenza di una vendemmia scarsa, i raccolti si rilevano fino a 20 e persino 25 lire, sicché i viticultori speravano che la crisi fosse passata. Ma la tregua fu di breve durata: il 1904 vide ricomparire la crisi quasi altrettanto acuta come nel 1900 e praticarsi di nuovo i prezzi di 5 e 3 lire. Dopo di allora i prezzi hanno oscillato fra le 6 e le 10 lire all’ettolitro, con una media per tutto il periodo 1900-907 di circa 8 lire all’ettolitro. Sono prezzi disastrosi. Per quanto sia difficilissimo stabilire un conto di produzione medio del vino, si può asserire che con 8 lire all’ettolitro la grande massa dei produttori perde. Solo alcune pochissime grandi tenute a cultura intensiva della Bassa Linguadoca e della Camargue sono riuscite a ridurre il costo del vino ad 8 e 10 lire l’ettolitro; ma la quasi totalità dei produttori lavora a costi superiori. Le anticipazioni annuali (mano d’opera, concimi, zolfo, solfato di rame, ecc.) oscillano intorno alle 450 lire l’ettaro, a cui bisogna aggiungere circa 150 lire l’ettaro per interessi ed ammortamento del capitale investito nella terra, nelle piantagioni, nelle cantine, nei vasi vinari, nel macchinario; in tutto 600 lire che devono essere ripartite su una produzione media di ettolitri 37.50 l’ettaro. Il costo di produzione risulta di 16 lire l’ettolitro, se si tien conto di tutte le spese e di 12 lire se si esclude il servizio di interessi e di ammortamento del capitale. Anche se poi ammettiamo la produzione media a 42 ettolitri l’ettaro, per tener conto della maggior produzione degli ultimi anni, il costo di produzione risulta ancora di L. 14.30 in tutto e di L. 10.70, escludendo interessi ed ammortamento.

 

 

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I viticultori del Mezzogiorno sono impulsivi ed irrequieti; sicché hanno attribuito a vicenda le loro disavventure ad ogni sorta di cause. Per un po’ di tempo fu di moda dire che si trattava di una crisi di sottoconsumazione.

 

 

Si consuma troppo poco vino, sia perché il caro prezzo ha allontanato i bevitori, sia perché al vino fanno una concorrenza vittoriosa il sidro, la birra e l’alcool. Ma la teoria della sottoconsumazione durò poco. Intanto non si può parlare di un consumo diminuito a causa degli alti prezzi praticati durante la crisi filosserica, perché nel 1875-1890, durante l’imperversare della filossera, il consumo tassato del vino superava i 27 milioni d’ettolitri, mentre nel periodo precedente 1860-1875, quando i prezzi erano assai più bassi, il consumo era appena di 25 milioni di lire.

 

 

La verità si è che il consumo del vino non varia molto in funzione dei prezzi, e come non bastarono gli alti prezzi filosserici a deprimerlo, così non giovarono i bassissimi corsi attuali ad innalzarlo oltre misura. A Parigi, nel 1899, quando il dazio era di 18 lire l’ettolitro e la fabbricazione artificiale poteva supporsi vivacissima, si consumarono 5.360.000 ettolitri di vino; nel 1901, a dazio abolito, il consumo si eleva appena a 6.800.000 ettolitri, il che, tenuto conto dell’aumento della popolazione e della discesa dei prezzi, è troppo poca cosa in confronto alle speranze dei viticultori.

 

 

Il sidro non è un concorrente pericoloso per il vino. Della sua produzione annua, enormemente variabile da anno ad anno, persino da 6 a 40 milioni di ettolitri, nemmeno 5 milioni di ettolitri sono messi in vendita. Il sidro invero è una bevanda di consumo familiare, che non prende l’offensiva e si limita a talune regioni nettamente determinate. Dicasi lo stesso della birra, il cui consumo tassato è in leggero aumento negli ultimi dieci anni, da 9 milioni a 10 milioni e 3/4 di ettolitri. Ma la birra anch’essa è localizzata soprattutto nel Nord, è consumata specialmente d’estate come rinfrescante e giova, più che nuoccia, al consumo del vino.

 

 

Il vero nemico del vino è l’alcool. Qui, se si costruisse un grafico, si vedrebbe che all’aumento del consumo dell’alcool corrisponde regolarmente una diminuzione nel consumo del vino e viceversa. Il vino e l’alcool sono amendue bevande eccitanti e l’eccitazione richiesta ad uno di essi non si domanda più all’altro. Chi si avvelena coll’absinthe beve frequentemente acqua pura durante il pasto. Ma se l’alcool è il vero nemico del vino nel consumo popolare, dobbiamo subito aggiungere che è un nemico ormai vinto.

 

 

Grazie al regime fiscale francese che ha accresciuto continuamente le tasse e sovratasse gravanti sull’alcool, sino a L. 220 per ettolitro, in generale, e coi dazi comunali, sino a L. 415 a Parigi e L. 320 a Lione e Marsiglia, il consumo dell’alcool è diminuito da 1.865.000 ettolitri nel 1897 a 1.387.000 ettolitri nel 1905. Contemporaneamente erano aboliti i dazi municipali sul vino, era ridotto dei due terzi in media (da L. 450 a L. 150) l’imposta governativa, diminuivano i prezzi d’origine, cosicché il consumo tassato del vino aumentava da 25 milioni di ettolitri nel 1860-75 e da 27 milioni nel 1875-90 a 43 milioni nel 1900-905. è proprio fuori di luogo parlare di crisi di sottoconsumazione in un momento in cui il consumo sembra crescere di anno in anno.

 

 

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Sarà dunque una crisi di sopraproduzione? Questa è adesso l’opinione dominante, per quanto si diano a questa parola «sovraproduzione» significati differenti. Scartiamo innanzitutto l’ipotesi che il mercato sia inondato dal vino straniero a buon mercato. Coi dazi protettori, la viticoltura francese sa difendersi benissimo contro la concorrenza straniera. Da più di 9 milioni di ettolitri nel 1890 l’importazione spagnuola è caduta a 136.000 ettolitri nel 1905. L’importazione italiana, da 2.700.000 ettolitri nel 1887 è discesa a 18.000 nel 1905. L’importazione straniera è stata in parte sostituita da quella in franchigia dell’Algeria, progredita da 1.959.000 ettolitri nel 1890 a 5.223.000 nel 1904; ma l’insieme delle importazioni è costantemente diminuito, da 10.524.000 ettolitri nel 1890 a 4.999.000 nel 1905.

 

 

Nemmeno si può parlare di una sovraproduzione generale in tutta la Francia.

 

 

È vero che da 36 milioni tassati di ettolitri nel 1890-900 siamo passati a un raccolto medio tassato di 53 milioni nel 1900-905; ma, innanzi alla crisi filosserica, il raccolto non raggiungeva forse in media i 55 milioni di ettolitri? E la superficie delle vigne, malgrado i nuovi piantamenti non è forse costantemente diminuita da 2.293.000 ettari nel 1865 a 2.288.000 nel 1880, 1.816.000 nel 1890, 1.730.000 nel 1905. L’aumento avvenne per il Mezzogiorno, dove la produzione media, discesa da 18 milioni di ettol. nel 1860-75 a 15 milioni nel 1889-900, riprese a 20 milioni nel 1900-905, con una maggiore superficie coltivata a vigna di 35 mila ettolitri. Ma di per sé questo aumento nella produzione meridionale non sarebbe bastato a produrre la crisi, poiché il Mezzogiorno avrebbe preso il posto degli altri dipartimenti.

 

 

I vignaiuoli del sud infatti non vogliono adesso sentir parlare di sovraproduzione naturale. Essi sono unanimi partiti in guerra contro la fabbricazione artificiale del vino, specialmente a mezzo dello zucchero. La fabbricazione del vino con alcool è divenuta impossibile, poiché, coll’alcool a 265 lire l’ettolitro, il costo di produzione dell’ettolitro di vino a 8 gradi viene a lire 21.20, di molto superiore al prezzo odierno del vino. Neppure è conveniente fabbricar vino coll’uva passa importata dall’estero, poiché, a causa dei diritti fiscali, il vino destinato al consumo famigliare verrebbe a costare 11 lire l’ettolitro e quello destinato alla vendita lire 31. Resta il vino di zucchero; e coloro che hanno letto i telegrammi relativi alle colossali dimostrazioni di Perpignano, Narbona, Beziers e Montpellier sanno quanto grande sia l’odio covato dai vignaiuoli meridionali al vino di Bruxelles sugli zuccheri che riduceva moltissimo i dazi protettivi ed i premi accordati agli zuccherieri, l’imposta sulla fabbricazione dello zucchero fu ridotta da 60 a 25 lire il quintale. Questo provvedimento era inevitabile per non rovinare del tutto l’industria dello zucchero, che è un’industria del nord. Ad essi si doveva aprire un nuovo sbocco all’interno per compensarla delle perdite subite nell’esportazione all’estero per la soppressione dei premi. I viticultori si lagnano però che per non rovinare gli zuccherieri del nord si sia compiuta la rovina del mezzogiorno. Infatti, siccome con 100 kg. di zucchero di ottengono ettolitri 730 di vino ad 8 gradi, il costo di produzione del vino di zucchero, con lo zucchero a 30 lire più 25 di tassa al quintale, risulta appena di lire 7.53 all’ettolitro. Questo dato di L. 7.53 all’ettolitro è la chiave della crisi per i viticultori. Non bisogna però dimenticare, per avere un’idea completa della questione, che per fare il vino di zucchero, non basta lo zucchero.

 

 

Bisogna aggiungervi almeno l’acqua, i graspi di uve già utilizzate per produrre il primo vino, un po’ di acido tartarico e di materie coloranti, la mano d’opera, i recipienti vinari, i meccanismi adatti. Fatti tutti i conti, non pare possibile che il vino di zucchero possa essere messo sul mercato a un costo inferiore a 9 lire l’ettolitro, anche ammettendo che i fabbricanti lavorino senza alcun beneficio. Cosicché, dati i prezzi vilissimi a cui è caduto il vino naturale del mezzogiorno di 8 lire l’ettolitro nella media degli ultimi sei anni, non sembra che vi sia convenienza a fabbricare vino di zucchero in gran quantità. Né le statistiche del consumo dello zucchero mettono in luce l’esistenza di una grande produzione clandestina di vino di zucchero. Il consumo è aumentato, è vero, da una media di 430.000 tonnellate prima del 1903 a 540 mila tonnellate nel 1904-905; ma, se il consumo individuale di ogni francese è cresciuto perciò da 12 a 15 chilogrammi di zucchero, occorre notare che in Germania progrediva contemporaneamente da 11 e 1/4 a 19 chilogrammi. Il prezzo più basso ha favorito l’aumento del consumo dello zucchero per usi domestici, senza che vi sia bisogno di ricorrere alla spiegazione del vino di zucchero.

 

 

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Se le spiegazioni finora addotte della crisi non sono sufficienti, non è a dire che la crisi non esista. I viticultori del sud scontano le conseguenze delle proprie opere. Allettati dagli alti prezzi del vino durante la crisi filosserica, essi hanno piantato viti in pianure umide e basse, facilmente sommergibili (si sa che la sommersione delle viti uccide la filossera); hanno innestato viti francesi su porta-innesti americani di grande resistenza e di grandissima produzione. Essi hanno così prodotto molto vino; ma cattivo, di poco colore e di scarsa gradazione alcoolica, da 8 a 10 gradi appena. Con un vino di questa fatta, appena sono venuti i grandi raccolti, essi hanno dovuto cederlo ad un prezzo medio di 8 lire per poter battere la concorrenza del vino di zucchero. In questo senso i viticultori del sud hanno ragione di gridare contro lo zucchero. Non perché collo zucchero si possa fabbricare del vino buono; ed infatti i produttori di vino delle altre regioni francesi (il mezzogiorno produce solo il 38% del raccolto nazionale di vino) non si lagnano di essere in crisi. E neppure perché oggi si fabbrichino effettivamente delle forti quantità di cattivo vino di zucchero. Ma perché il costo di produzione del vino di zucchero costituisce oggi il limite massimo dei prezzi che si possono ottenere dal mediocrissimo vino meridionale. E certo la sovratassa, proposta da Governo, di 40 lire al quintale sullo zucchero destinato alla vinificazione potrà, se sarà votato dal Parlamento e se potrà essere applicata in pratica, arrecare qualche vantaggio ai viticultori, rialzando il costo di produzione del vino di zucchero.

 

 

I viticultori francesi è inutile però si facciano delle illusioni. Con del vino cattivo non si possono alla lunga ottenere prezzi elevati. Il vino cattivo o mediocre negli anni di raccolto abbondante vale poco più dell’acqua. Aggiungasi che i produttori, per riuscire a ottenere enormi quantità di questo vino mediocre, si sono indebitati fino al collo ed oggi devono vendere a qualunque prezzo per far tacere i creditori più esigenti.

 

 

La maggior parte di essi non posseggono cantine, vasi vinari, macchine per la vinificazione; ed alla vendemmia devono vendere i mosti per non saper ove collocarli.

 

 

Il rimedio alla crisi non può venire dal cielo né dal Governo; e dovrà venire lentamente e naturalmente a mano a mano che i viticultori peggio situati abbandoneranno una cultura così poco remunerativa o cesseranno di giuocare tutte le loro carte sul solo raccolto delle uve.

 

 

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