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Corriere della Sera

La decadenza dei «trusts». Una profezia di Carnegie

«Corriere della sera», 15 febbraio 1903

 

 

 

Un recente telegramma ha annunciato che la Camera dei rappresentanti di Washington ha approvato un disegno di legge per la repressione energica dei trusts. Molti che nella vecchia Europa avevano cominciato a guardare con spavento ai nuovi e mostruosi prodotti della fervida operosità americana, probabilmente avranno tratto un lungo respiro a leggere questa notizia. Non si sa bene il perché, i trusts americani eran divenuti qualcosa come uno spauracchio spaventevole per gli industriali ed i consumatori europei.

 

 

Specialmente nei giornali tedeschi ed inglesi la campana sonava a stormo ogni altro giorno contro l’invasione dei colossi degli Stati Uniti. Sui giornali umoristici i trusts erano raffigurati sotto le sembianze di orribili animali pronti a divorare in un sol boccone le industrie di tutta Europa ed a ridurci alla più completa rovina.

 

 

Per fortuna noi non abbiamo bisogno di partire in guerra contro il nuovo nemico. È partita in guerra la Confederazione medesima, perché i consumatori si lagnano del rialzo dei prezzi che i trusts monopolisti pretendono per le loro merci, perché le leghe operaie guardano con sospetto ai colossi contro cui invano si sono provate a lottare, e perché la Borsa e la Banca cominciano a diventare inquiete intorno ai misteriosi procedimenti finanziari dei manipolatori di colossi. A Nuova York e nelle altre grandi città americane si è sofferto quest’inverno un freddo atroce; e l’irritazione contro i trusts proprietari delle miniere di antracite della Pensylvania è giunta al parossismo. Noi possiamo essere sicuri che la prossima grande battaglia presidenziale sarà combattuta sulla piattaforma dei trusts. I combattenti si preparano sin d’ora; gli animi sono così accesi che l’oro dei miliardari coalizzati a poco gioverà, e non potrà sicuramente impedire che il Congresso, come ha già cominciato a fare, riduca i dazi protettori all’ombra dei quali alcuni Sindacati hanno potuto protestare vendendo a caro prezzo negli Stati Uniti e buttando il sovrappiù della loro produzione sull’Europa a prezzi vilissimi. Se noi sapremo profittare di questo movimento dell’opinione pubblica americana, ne potremo trarre qualche giovamento; e, ad es., concedendo, come su queste colonne ripetutamente fu proposto, un ribasso di dazio sul petrolio, sarà facile ottenere dagli Stati Uniti dei ribassi sui loro dazi che sono tenuti su dalla coalizione dei trusts. Così, con ripercussioni lontane, l’ira degli operai americani tremanti di freddo ed imprecanti contro il caro del carbone, avrà giovato anche a noi.

 

 

Né – astrazion fatta dal contegno dell’opinione pubblica e degli uomini politici americani – noi abbiamo ragione di spaventarci troppo degli enormi accentramenti di capitale che prima erano frequenti solo laggiù e che adesso hanno già attraversato l’Oceano col trusts della navigazione. «Non molto tempo fa» – ha scritto un genialissimo industriale miliardario e manipolatore fortunato di trusts giganteschi, Andrea Carnegie, nel suo suggestivo libro Il Vangelo della ricchezza, tradotto or ora in italiano a Roma, – «non molto tempo fa ogni cosa prendeva la forma di consolidations; questa parola sta cadendo in disuso; ed ora la moda è con i trusts, che senza dubbio cederanno il posto a qualche nuova panacea, destinata a sparire anch’essa per far posto ad un’altra e così via, senza fine… La moda dei trusts passerà presto e possiamo aspettarci l’apparizione di qualche nuovo surrogato quando si verifichi un’altra crisi. I soli che debbono temere i trusts sono quelli che sono tanto sciocchi da entrarvi».Questo predicava il Carnegie una decina di anni fa; e tutti sanno come egli si sia ritirato dagli affari vendendo precisamente i suoi opifici a caro prezzo al grande trust dell’acciaio. Pare che il Carnegie abbia avuto il fiuto felice. Non è infatti soltanto la opinione pubblica; non solo gli uomini politici che si rivoltano contro i trusts, ma è il mercato finanziario medesimo che non ne vuol più sapere. Nell’anno ora decorso il numero dei nuovi trusts che si poté fondare fu di gran lunga minore che nell’anno precedente. Nel 1901 il capitale complessivo dei nuovi trusts formatisi in quell’anno fu di 2 miliardi ed 805 milioni di dollari. Nel 1902 si precipita della metà; il capitale di tutti i nuovi trusts raggiunge a mala pena un miliardo e 112 milioni di dollari. Decisamente la moda sta passando; né vale il dire, come fanno i loro difensori, che questo ribasso sia stato dovuto alle difficili condizioni del mercato monetario; poiché queste pretese difficili condizioni non hanno impedito che le nuove imprese private, le quali si fondavano per fare concorrenza ai trusts, non si moltiplicassero; non hanno impedito che il capitale di questi rivali dei colossi crescesse da 63 milioni di dollari nel 1900, a 173 nel 1901 ed a 244 nel 1902. Né basta; anche lasciando da parte le imprese sorte apposta a far concorrenza ai trusts, il mercato torna a dimostrare tutta la sua benevolenza alle società comuni, anonime o collettive o cooperative; e le predilige dando ad esse 979 milioni di dollari nel 1901 ed un miliardo e 292 milioni di dollari nel 1902. Il grave Journal of Commerce, la più reputata rivista di affari di New York, commenta queste cifre significative, dicendo che anche nel 1902 i promotori di trusts continuavano ad esservi; ma il mercato non li volle più ascoltare e preferì le vecchie, ma solide, forme di intraprese. Il trust della carne di bue dovette rimandare la sua formazione ad epoca indefinita; ed un completo insuccesso accolse la proposta del trust dello zinco coi suoi 50 milioni di dollari di capitale, e del trust della chincaglieria coi suoi 125 milioni di dollari. La moda dei trusts sta dunque realmente passando, con tutto ciò che esso aveva di esagerato, di speculativo e di pericoloso.

 

 

Rimarrà solo il nocciolo di verità che vi è in quei tentativi: la mirabile forza produttiva a basso costo delle grandi agglomerazioni di capitale. Ma è un nocciolo di verità di cui dobbiamo impensierirci; poiché è una verità che conduce, mercé l’opera di alcuni intelligentissimi, al progresso ed al bene delle masse.

 

 

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