La degenerazione democratica dell’Inghilterra

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 03/07/1899

La degenerazione democratica dell’Inghilterra

«La Stampa», 3 luglio 1899

 

 

 

In Italia si hanno molte idee sbagliate sull’Inghilterra. Tutti la citano ancora come la patria classica dell’individualismo e del liberismo più puro, del laisser-faire e del laisser passer. «Nell’Inghilterra gli individui sono tutto, lo Stato e le organizzazioni governative locali sono nulla. Non esiste se non una scarsissima burocrazia accentrata a Londra; l’esercito è ridotto alle sue minime proporzioni. Lo Stato non avendo altra funzione se non quella di tutelare la sicurezza e di amministrare la giustizia, si può dare il lusso di pagare degli stipendi lauti e principeschi a poche dozzine di constables e di magistrati, unici funzionari nei quali si manifesti l’attività del Governo. Nelle province mancano le legioni nostre di prefetti, sotto-prefetti, segretari, ispettori e delegati; ogni contea, per mezzo dei suoi figli più illustri e noti, si amministra da sé. L’intervento dello Stato negli affari privati dei cittadini è ignoto, e sono sancite le più ampie libertà di pensiero, di stampa, di lavoro, di locomozione, ecc.»

 

 

È certo che molti si formano dell’Inghilterra contemporanea una concezione simile all’ingrosso a quella che ho cercato di delineare or ora. Ancor non è molto, su una delle più gravi Riviste italiane un senatore del Regno affermava di avere viaggiato l’anno scorso tutta l’Inghilterra senza aver visto (forse perché aveva tenuti chiusi gli occhi) un solo caso di municipalizzazione dei pubblici servizi, per citare uno solo dei tanti casi di intervento degli enti governativi in affari che agli occhi dei manchesteriani inglesi rientrano indubbiamente nel campo esclusivo dell’attività privata. Eppure dall’Inghilterra contemporanea sono venuti alcuni fra i più terribili gridi d’angoscia intorno alla scomparsa della libertà.

 

 

Non è necessario di ricordare la profonda differenza fra gli scritti d’oggi e quelli di cinquant’anni fa di Erberto Spencer; in questi la gioia di vedere realizzarsi a poco a poco il sogno della liberazione progressiva dell’individuo dal giogo coercitivo dello Stato; in quelli lo sconforto profondo del grande individualista di fronte alle novissime forme di intervento dello Stato negli affari privati, ed allo spettro, spaventoso per lui, della prossima vittoria del socialismo livellatore ed egualitario.

 

 

Dopo Spencer, il Lecky, lo storico illustre dei progressi del razionalismo e dell’Inghilterra nel secolo scorso, ha gettato un altro grido di allarme con un libro poderoso: Democracy and Liberty. In questo libro, che in Inghilterra ha eccitato grandemente l’attenzione dell’opinione pubblica, il Lecky si è proposto di dimostrare come la Democrazia e la Libertà siano due termini contraddittorii, e come l’Inghilterra contemporanea, a mano a mano che diventa più democratica, perde anche quasi tutte le sue antiche tradizioni di libertà e precipiti in un despotismo, che, per essere la emanazione del maggior numero, o, meglio, degli adulatori del maggior numero, non cessa di essere un despotismo forse peggiore della tirannia dei

pochi.

 

 

La stessa tesi si trova svolta, in una forma forse un po’ troppo spietatamente cruda, ma non priva di attraenza, in un libro italiano recentissimo del duca di Gualtieri: L’evoluzione democratica delle istituzioni inglesi[1].

 

 

Ed è davvero fosco il quadro che il duca di Gualtieri ci presenta dell’Inghilterra politica e sociale contemporanea. La sorgente dei mali rimonta alle leggi nefaste, secondo il duca di Gualtieri, con cui il suffragio fu esteso nel 1868 e nel 1882 a quasi tutti i cittadini maschi e maggiori d’età.

 

 

Da quell’epoca l’antica Inghilterra aristocratica, gelosa della propria libertà, insofferente di ogni ingerenza governativa, è scomparsa, ed al suo posto è sottentrata una nuova Inghilterra democratica, spendereccia e dispotica. La razza degli uomini di Stato che aveva reso il paese forte all’estero e libero all’interno non è più; gli attuali uomini politici, anche quelli che più emergono per la potenza del carattere e dell’ingegno, si piegano ai desiderii più inconfessabili delle folle ignoranti e turbolenti nelle cui mani sta la somma del potere.

 

 

Meglio di gran lunga la corruzione sfacciata dei borghi putridi della prima metà del secolo che non la corruzione invisibile e potente esercitata dai bisogni dei Corpi elettorali moderni. Almeno la prima finiva nella distribuzione di poche sterline fra alcuni elettori; mentre la corruzione elettorale moderna fa sì che i politicanti per conservarsi al potere cerchino di trasformare lo Stato in un dispensiere inesauribile di grazie, di favori e di elemosine ai più deboli ed ai meno meritevoli. Le città e le contee seguono i tristi esempi del Governo.

 

 

Questo interviene a fissare con regolamenti vessatori e con un nugolo di ispettori le ore di lavoro nelle fabbriche, si erige in educatore della gioventù, e, dimentico delle proprie funzioni primordiali di custode dell’ordine e della proprietà, toglie ai proprietari irlandesi ciò che le leggi avevano riconosciuto di loro spettanza, per regalarlo ai fittavoli solo perché questi sono più numerosi e più temibili nel fondo delle urne elettorali che non le poche centinaia di proprietari espropriati. Mentre lo Stato inglese per compiere tutte queste cose richieste imperiosamente dalla democrazia, allevia le tasse pesanti sui poveri, indotti così a votare allegramente nuove spese che essi non pagano, e grava le imposte sui ricchi, costretti a pagare le spese che essi non hanno votato, le città e le contee si apprestano a scendere ancora più in giù nella china che conduce al socialismo di stato ed alla morte della libertà.

 

 

Le città sottraggono all’intraprendenza privata un numero sempre più grande di industrie; e la municipalizzazione delle tranvie, dell’acqua potabile, del gas, della luce elettrica, dei bagni, delle case, dei docks, delle biblioteche fa sì che una torma crescente di persone venga ad essere posta alla dipendenza del Comune, e ad essere strumento docile nelle mani dei politicanti da trivio che, adulando la folla, sono riusciti ad impadronirsi del potere. Nelle contee da pochi anni si è compiuto un avvenimento che ha fatto scomparire una delle ultime tracce del self government tanto ammirato da noi; le magistrature a vita, gratuitamente adempiute dalla aristocrazia terriera e dalla gentry locale, sono state abolite; e si sono creati dei Consigli di contee, eletti in modo simile ai nostri Consigli provinciali. Subito un nugolo di uffici burocratici è stato creato; e numerosi impiegati e scribi, gravanti sui bilanci locali, adempiono ora, con grande spreco di denari, di tempo e di carta, alle funzioni prima disimpegnate da ufficiali onorari.

 

 

Gli scribi locali, in cui la fiducia è scarsa, malgrado i lauti stipendi percepiti, si sono dovuti sottoporre alla sorveglianza degli scribi della burocrazia centrale londinese.

 

 

Così, a poco a poco, e in mille altre forme, che per brevità qui non possono ricordarsi, lo Stato inglese, secondo il duca di Gualtieri, ha compiuto la sua trasformazione democratica; e se il cammino della democrazia continua trionfale, fra non molto la libertà britannica sarà scomparsa, uccisa dall’invadenza accentratrice, onnipotente ed onnipresente dello Stato moderno; ed allora saranno anche scomparse la fierezza e la indipendenza di carattere che hanno dato all’Inghilterra contemporanea il primo posto fra i popoli del mondo.

 

 

Io non so se sono riuscito ad esprimere in poche parole lo spirito informatore dell’interessante libro del duca di Gualtieri. Il libro rappresenta tipicamente il senso di meraviglia che può essere provato da un italiano il quale, imbevuto della lettura dei grandi scrittori liberisti inglesi della prima metà del secolo, recandosi in Inghilterra, si avvegga come la realtà sia ben lontana dall’ideale di liberismo assoluto che essi eransi creato nella mente, e come anzi l’Inghilterra vada allontanandosi sempre più da quell’ideale, moltiplicando la trama dei vincoli legislativi e delle forme di intervento pubblico nella libera attività privata.

 

 

Tutti questi scrittori che, in Inghilterra e fuori, così aspramente si lamentano dell’avanzarsi irrefrenato della democrazia e predicono l’imminente rovina delle libertà, rappresentano una tendenza della mente umana che sarebbe meritevole di una più lunga discussione di quella possibile sulle colonne di questo giornale.

 

 

Contrariamente alle predizioni pessimiste, nell’Inghilterra contemporanea la concessione del diritto di voto alle classi operaie non ha significato il predominio dei politicanti, dei demagoghi e degli oratori di piazza: ha significato invece l’entrata nella vita pubblica di masse organizzate e coscienti, le quali avevano diritto a far sentire la loro voce nelle discussioni interessanti la politica nazionale e l’avvenire del paese. Che dall’entrata nella vita pubblica della classe operaia ne sia derivata un’offesa ai principii dello Stato carabiniere e giudice, e che l’intervento del Governo in molte forme della vita sociale vada crescendo, è un fatto indubbio. Ma è certo del pari, almeno per me, che la estensione delle funzioni dello Stato inglese è una conseguenza necessaria delle mutate condizioni economiche dei tempi moderni, e costituisce anzi il solo mezzo con cui la libertà della maggior parte degli uomini può essere difesa contro la tirannia di pochi, ben più nefasta che non la tirannia immaginaria di uno Stato costituito, come l’inglese, sulla base di discussioni pubbliche.

 

 

Solo così si può spiegare in qual modo, malgrado l’intensificarsi continuo delle funzioni governative e la pretesa menomazione della libertà individuale, non mai, come sullo scorcio del secolo presente, si sia verificata nell’Inghilterra una così splendida efflorescenza di caratteri integri, di individualità intraprendenti e coraggiose, ed in qual modo la forza e la vigoria di resistenza dell’Inghilterra contro i nemici esterni e la potenza di colonizzazione e di conquista non siano mai state tanto grandi come nel momento presente.

 

 

Egli è che l’individuo inglese, affidando un maggior numero di funzioni allo Stato, obbedisce alla legge economica del minimo mezzo, e con un leggero accrescimento di pubbliche spese acquista la possibilità d’iniziare e condurre a termine intraprese audaci e lontane, alle quali prima non avrebbe potuto pensare. La libertà era garantita nella prima metà del secolo a pochi, e scarso era il numero delle opere grandi che questi potevano compiere; le nuove forme di azione governativa concedono una forte dose di libertà morale, intellettuale ed economica ai molti; e stanno ora diventando innumeri le opere grandi compiute dalla forza organizzata dei molti.



[1] DUCA DI GUALTIERI: L’evoluzione democratica delle istituzioni inglesi, N. 29 della Biblioteca di scienze sociali e politiche. Roux Frassati e C., editori. L. 4.

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