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La Stampa

La difesa di Genova

«La Stampa», 5 marzo 1902

 

 

 

Da qualche settimana ferve sui giornali italiani una fiera polemica sulle fortificazioni di Genova; e fiumi d’inchiostro si sono sparsi, con molto spavento dei lettori, i quali, fra tanto lusso di erudizione militare, devono aver finito per capirne assai poco; almeno se appartengono alla schiera – alla quale appartiene pure chi scrive – di coloro che si interessano bensì di questa come delle altre questioni che commuovono vivamente l’opinione pubblica, ma non hanno la competenza necessaria a pronunciare un giudizio su una materia in cui l’ultima parola spetta alla tecnica.

 

 

Quale sia la questione è ben noto. Genova ha una fronte di fortificazioni rivolta verso mare, destinata a battere lo specchio d’acqua antistante al porto ed alla città contro una flotta avversaria; ed una fronte di fortificazioni rivolta verso terra, sui monti che le fanno corona, destinata ad apporsi a Corpi di truppa nemici che, provenienti dalla pianura padana o sbarcati altrove su un altro punto della costa, mirino ad impossessarsi della piazza da quella parte.

 

 

Orbene, molti autorevoli scrittori, italiani e stranieri, avevano messo innanzi una infinità di ragioni a dimostrare che tutte queste fortificazioni erano inutili, vecchie, disadatte ad impedire i bombardamenti delle flotte nemiche, che sarebbero stati disastrosi per la capitale della Liguria; ed avevano conchiuso che bisognava smantellare Genova e dichiararla città aperta, in modo che le flotte nemiche non potessero, a norma del diritto internazionale, bombardarla. Ed altri invece aveva fatto il calcolo minuto degli obici e delle mitraglie che le flotte nemiche potevano scagliare sulla città, concludendo che i genovesi potevano benissimo sopportarne i danni. Finalmente altri ancora volevano che qualsiasi mezzo finanziario destinato alle fortificazioni di terra fosse invece rivolto ad incremento della marina da guerra.

 

 

E fra tutte queste opinioni diverse della gente del mestiere, noi, incompetenti, eravamo rimasti disorientati e perplessi dinanzi al pensiero che i milioni spesi nelle fortificazioni di Genova fossero stati buttati via, e dinanzi alla visione dello spettacolo atroce del bombardamento di Genova non difesa abbastanza.

 

 

Fu quindi con grande compiacimento che potemmo leggere nella Nuova Antologia ultima un articolo del tenente-colonnello Enrico Barone, il quale magistralmente poneva e risolveva il problema in modo chiarissimo ed accessibile anche ai profani.

 

 

Il colonnello Barone – di cui i lettori della Stampa conoscono le ammirabili qualità di scrittore militare limpido e convincente – comincia a mettere in luce l’enorme importanza strategica di Genova come piazzaforte. E, poiché la questione interessa molto Genova ed altrettanto il Piemonte, è duopo fermarci alquanto su questo punto.

 

 

Supponiamo che in una guerra la fortuna non ci avesse arriso sulla frontiera alpina occidentale. È una supposizione sfavorevole ma che bisogna pur fare. Allora le operazioni militari andrebbero ad incanalarsi tutte nella zona compresa fra la destra del Po ed il versante settentrionale dell’Appenino ligure. E ciò perché in questa zona vi è una fronte, Genova-Piacenza, dove, manovrando convenientemente, le truppe che fossero state costrette ad abbandonare la difesa delle Alpi occidentali potrebbero tentare ancora di opporre una valida resistenza. Qui l’esercito nostro potrebbe trovare un ausilio per riordinarsi e tentare poi una controffensiva sia sulla destra del Po, nella regione di Stradella, sia sulla sinistra di questo fiume, qualora il nemico procedesse diviso per le due rive. A Genova ed a Piacenza mettono capo infatti in due fasci potenti tutte le comunicazioni rotabili che per la destra del Po si dirigono all’Italia peninsulare.

 

 

Se vi è condizione di cose nella quale la fortificazione permanente possa essere di efficacissimo sussidio alle manovre delle forze mobili, questa è appunto una. Non occorre essere stratega per intendere che, con Genova e Piacenza convenientemente fortificate, all’esercito nostro si potrà offrire non soltanto il mezzo di riaversi, ma anche l’opportunità di feconde combinazioni, di cui sarebbe privo quando fosse sotto la minaccia di una facile e pronta manovra aggirante per l’una o l’altra delle sue ali.

 

 

Niun dubbio quindi sulla necessità assoluta di intercettare al nemico il fascio di strade che mette capo a Genova. La disputa nasce intorno alla località che dovrebbe essere fortificata. Secondo alcuni, lo scopo si potrebbe ottenere ugualmente, anche senza fortificare la città superba, sbarrando con adatte opere, tutti i passi appenninici della Bocchetta, dei Giovi, del Pian del Creto, della Scoffera, del Turchino, ossia intercettando ciascuna delle grandi vie che compongono il fascio stradale genovese.

 

 

L’idea fu caldeggiata nell’intento di rendere libera la città di Genova e sottrarla così ai pericoli del bombardamento, e nel tempo stesso di provvedere ai bisogni della difesa della zona padana piemontese; ma è inaccettabile, sia perché è enormemente costosa, sia perché tecnicamente difficile e talvolta impossibile; sia perché, smantellando Genova, si permetterebbe al nemico di porvi saldo piede e costituirsi una sicura base per procedere poi, con tutti i mezzi necessari, contro le costosissime fortificazioni che avessimo erette sui passi appenninici.

 

 

Perché, si badi bene, il problema militare per Genova non è soltanto quello di impedire al nemico che si avanzi poi verso la pianura padana una volta che del porto, della città e delle magnifiche posizioni circostanti abbia preso possesso; ma è che non s’impossessi del porto, non si stabilisca su tali posizioni, perché vi troverebbe condizioni assai favorevoli all’efficace proseguimento dell’azione sua.

 

 

Per impedire questa grave jattura non basta il mezzo che taluni hanno proposto: abbandonare, sempre allo scopo di rendere Genova città libera, tutte le fortificazioni costiere ed attenersi esclusivamente alla difesa con le navi da guerra.

 

 

Concetto che si mette innanzi in gran parte per motivi non confessabili, – i quali dal colonnello Barone molto bene ed energicamente sono bollati come «un’efflorescenza fungosa dell’industrialismo moderno»; – ma che importa analizzare sovratutto dal punto di vista militare.

 

 

Ora il dire che le fortificazioni costiere non servono a nulla, che la sola difesa delle città marittime è quella fatta dalle navi, le quali sono vere fortezze mobili e galleggianti, che questo è il concetto nuovo, che le fortificazioni fisse ed inerti rappresentano un concetto vecchio, un’anticaglia del passato, è dir cosa non esatta, è dar prova di una strana confusione tra mezzo e mezzo di guerra, è dar prova dell’assenza di un’idea chiara sul compito che le fortificazioni hanno nell’economia generale di una guerra manovrata.

 

 

Le grandi fortificazioni permanenti trovano la migliore e più efficace loro ragione d’essere quando hanno per iscopo di facilitare la manovra delle forze mobili, quando, cioè, si tratti di tali punti vitali che sia necessario (all’esercito od all’armata) di poter conservare in proprio possesso, e non si voglia legare una catena al piede alle forze mobili per tenerli. Perché mai l’Inghilterra, che è la Potenza marittima per eccellenza, ha fornito di ben robuste fortificazioni le sue coste? Per quella medesima ragione per la quale il Mahan – il più autorevole e non sospetto apostolo del Sea power – nelle sue magnifiche Lezioni della guerra ispano-americana, ha tanto deplorato l’influenza nefasta che ebbe nella condotta delle operazioni la mancanza di fortificazioni costiere degli Stati Uniti.

 

 

La difesa appropriata delle coste, egli dice, è un complemento necessario delle forze navali, perché le rende libere di eseguire la loro vera missione: l’azione in pieno mare. Il maestro di scherma che si serve di un piastrone può essere più negligente nella sua guardia. Le fortificazioni a mare non hanno, è vero, azione oltre la gittata dei loro cannoni; ma è mercé loro soltanto che la flotta può prendere il largo con maggior animo, sapendo che le difese fisse varranno di protezione a certi determinati punti sino al suo ritorno.

 

 

Se dunque Genova deve essere fortificata, e se la difesa con una squadra di navi non è sufficiente, duopo è che le Autorità militari pensino a migliorare le fortificazioni ed a rendere così il bombardamento non impossibile, ma meno dannoso che tecnicamente si possa. Ed a ciò li Barone assicura – e certo la sua assicurazione deve essere accolta con sollievo, provenendo da persona di tanta autorità – che da tempo si sta pensando da chi ne ha il dovere e l’incarico.

 

 

Ma conviene altresì che lo spirito pubblico del Paese, e sovratutto di Genova, sia virilmente preparato a saper sopportare i mali che impone lo stato di guerra, a non volere nel tempo stesso usufruire dei vantaggi di una splendida posizione geografica durante la pace ed allontanarne i pericoli durante la guerra. Per vincere non bastano le fortificazioni; occorre sovratutto, conclude l’autorevole scrittore, divenire degni di vincere.

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