Tratto da:

Corriere della Sera

La disciplina dei consumi

«Corriere della Sera», 15 gennaio 1917

 

 

 

I pasticcieri sono malcontenti del decreto che li obbliga a tener chiusi i negozi per tre giorni di seguito; e hanno votato il loro buon ordine del giorno in cui si dichiarano devoti alle necessità patrie, ma domandano che i tre giorni di chiusura siano avvicendati a uno a uno con quelli di libera vendita e si dolgono che il Governo abbia preso un tale provvedimento senza consigliarsi con gli uomini del mestiere.

 

 

Noi crediamo alla buona volontà e al patriottismo dei pasticcieri, ma dubitiamo che i tre giorni di chiusura staccati l’uno dall’altro potrebbero essere utili ad altro che ai pasticcieri stessi, poiché la maggior vendita dei giorni «aperti» diminuirebbe in gran parte l’economia dei giorni, «chiusi». Anche pe’ beccai si sono dovuti accoppiare i due giorni di chiusura per non rendere vano il provvedimento; e tutti sanno che il mercoledì le macellerie forniscono la carne alle famiglie anche per il giovedì; onde il risultato d’una vera economia soltanto pel venerdì. D’altra parte, la pasticceria è un lusso che memo si accorda con la severità di vita del tempo di guerra. Quando si pensa che la distribuzione dello zucchero ai droghieri è fatta con tal disordine e scarsezza che le famiglie sono costrette a errare di negozio in negozio per  mendicare qualche etto d’una polvere giallastra che pur così giallastra com’è, costituisce un elemento indispensabile di nutrizione particolarmente pei fanciulli, stupisce il contrasto delle pasticcerie dove lo stesso zucchero è profuse in leccornie assolutamente superflue.

 

 

La limitazione imposta dal decreto luogotenenziale è dunque di una ben mediocre severità e perché questa mediocre severità si mantenga, ci pare difficile si possa trovare un mezzo migliore dei tre giorni continui di chiusura. Certo questa limitazione è di notevole danno ai proprietarii pasticcieri ai pasticcieri lavoranti ma la necessità del momento è superiore — ed essi stessi lo riconoscono — a tali considerazioni. Vi sono richiami di vecchie classi che da soli portano ben altri disordini nelle condizioni economiche dei cittadini e nell’andamento di commerci d’ogni specie, di molti commerci che servono alla vita nazionale più dei pasticcieri. È necessario dunque che i pasticcieri rinunzino alle loro proteste e alle loro querimonie e dimostrino di apprezzare pienamente il dovere dell’ora, che è duro per ogni classe di persone e grava sulle più diverse attività del Paese.

 

 

Per principio, tuttavia, più che per il caso loro, i pasticcieri hanno ragione di dolersi che si decretino provvedimenti senza ascoltare il parere di coloro che onesti provvedimenti colpiscono nella loro libertà e nelle loro condizioni economiche. Il Governo dovrebbe di regola ascoltare di volta in volta gli uomini di mestiere perché non è vero che tutti i commercianti siano solo dei ciechi egoisti e perché è giusto trovare temperamenti, tutte le volte che si può. fra l’utile pubblico e. rutile privato, sempre movendo dal principio che questo deve essere subordinato a quello.

 

 

Ma, dopo essersi consigliato, dopo avere bene ponderati gli effetti di un decreto, una volta il decreto pubblicato il Governo dovrebbe essere inflessibile e scoraggiare con un contegno sistematico di intransigenza le troppe commissioni — ora di cinematografisti, ora di macellai, ora di questi interessati ora di quelli che tentano di far rientrare dalla finestra la libertà, esclusa sulla, porta. E anche i deputati dovrebbero far piuttosto opera di persuasione in appoggio al Governo che di mediazione con disagio del Governo.

 

 

La disciplina dei consumi è diventata orma essenziale alle sorti della guerra. Tutti ne devono essere convinti; tutti devono saper accettarla con semplicità e con spirito di sacrifizio. Quando v’è uno spirito di sacrifizio che pone la vita stessa a disposizione della patria ogni altra buona volontà, come è minore d merito, dev’essere almeno pari di spontaneità e di schiettezza

 

Torna su