Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

La discussione doganale

«Corriere della Sera», 23 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 250-254

 

 

 

La discussione che si svolge alla camera intorno alle tariffe doganali impone qualche commento. La difesa di una maggiore moderazione nei dazi rincaratori della vita è stata abbandonata quasi esclusivamente ai comunisti ed ai socialisti, i quali colsero l’occasione per dichiarare tuttavia che essi difendevano non il consumatore in genere ma il consumatore «lavoratore»; distinzione senza senso, poiché non è possibile ribassare i prezzi per gli operai e tenerli elevati per le odiate classi medie; distinzione cavillosa perché la libera entrata delle merci straniere non è chiesta lacrimosamente a difesa di quella entità inafferrabile che è il consumatore puro, ma è chiesta sovratutto nell’interesse della produzione, affinché si possa produrre la maggior quantità di merce possibile ed al più basso costo, e se ne avvantaggino i produttori ed i consumatori nel tempo stesso.

 

 

Questa coscienza dell’interesse collettivo di portare al massimo la produzione e di produrre al minimo costo è mancata assolutamente nei rappresentanti politici dell’agricoltura e dell’industria. Il virile concetto di guadagnare la vittoria nell’arringo industriale, resistendo, col far meglio, alla concorrenza di chi, italiano o straniero, dimostra con l’offerta a buon mercato di aver saputo mettere i suoi servigi a basso costo a disposizione della collettività, non ha avuto alcuna forza sull’animo dei pochi condottieri che l’industria italiana ha alla camera. Qualche timida affermazione di agricoltori di poter far a meno del dazio sul grano; qualche chiarimento sul vantaggio di fornire i concimi chimici in franchigia alla terra – chiarimento subito corretto con la dimostrazione della necessità di proteggere l’industria chimica – non valgono a riscattare la non bella condotta delle classi industriali italiane.

 

 

Dalle quali non si chiedeva, no, che rinunciassero d’un colpo alla difesa dei dazi, ma bensì si aveva ragione di aspettare che dopo 45 anni (tanti sono passati dalla prima tariffa protezionistica del 1878) di allevamento artificioso, consentissero a lasciar entrare un po’ d’aria entro la chiusa serra in cui si svolge la vita di tante imprese industriali. Quando si eccettuino i pochi casi specifici di industrie provveditrici di armi all’esercito, per le quali salus republicae suprema lex, la protezione doganale ha sempre avuto una unica giustificazione nella mente dei grandi che davvero la invocarono nell’interesse della collettività: da Hamilton, segretario di stato del generale Washington, a List, l’ideatore di quella Lega doganale germanica che fu il primo nocciolo pratico della unità nazionale tedesca. Sempre dissero costoro: la protezione è un’arma che deve essere impugnata per sostenere le industrie giovani, nel momento della crescenza, affinché esse possano formarsi le ossa e resistere poi, liberamente, senza aiuto di dazi, alla concorrenza straniera. Ed aggiungevano che la capacità a rinunciare ai dazi era la prova del fuoco della bontà della politica protezionistica che essi propugnavano. Alla tesi s’inchinarono gli economisti, a torto accusati di vivere nelle nuvole delle astrazioni. Ma rimanevano scettici intorno alla effettuazione delle promesse; e quanto avessero ragione di essere scettici, gli economisti derisi per il loro teoreticismo, contro le speranze utopistiche dei teorici del protezionismo, oggi ben si vede quando si contempla il miserando spettacolo che di sé danno i rappresentanti dell’industria nazionale alla camera.

 

 

Dopo 45 anni, durante i quali la nazione sopportò costi di miliardi, anzi di decine di miliardi, per fortificare l’industria, essi vengono a piangere miseria ed a dirsi ancora più deboli ed incapaci di prima. Ancora essi ripetono la vecchia cantafavola di non essere capaci di comprare le materie prime a buon mercato – ed i dazi contro le merci straniere ridurranno forse di un centesimo il costo alla collettività delle materie prime? – di pagare imposte alte – come se all’estero non affermassero la medesima precisissima cosa e come se i dazi diminuissero di un etto il peso delle imposte che la nazione deve sopportare di dover pagare salari alti, come se scopo dell’industria fosse pagare salari bassi! Dopo 45 anni, tutti costoro corrono all’arrembaggio, e nelle commissioni ed alla camera sostengono che la tariffa del 1921 è una tariffa quasi liberistica ed occorrerebbe crescerla. E ciò si osa dire quando la nuova tariffa conta 953 voci contro 472 della precedente e quelle 953 voci sono state divise, con astuzia somma, in circa 30.000 sottovoci, di cui 24.000 per la sola categoria dei minerali e metalli.

 

 

Si osa chiamare tendenzialmente liberistica una tariffa la quale presenta le seguenti percentuali d’aumento sulla tariffa precedente (vedi studi del dr. Repaci in «Riforma Sociale» del novembre-dicembre 1922 e del marzo-aprile 1923):

 

 

Aumento percentuale della tariffa

del 1921 su quella del 1887

in lire oro

in lire carta

Animali e generi alimentari 

77,2

651,6

Olii e grassi 

27,2

439,4

Tessili e prodotti relativi 

64

595,5

Minerali, metalli e macchine 

115,4

813,5

Pietre, terre, ceramiche e vetrerie 

182,1

1.096,4

Legni e lavori 

121,2

838,3

Prodotti chimici 

108,6

784,8

Merci diverse 

110,4

792,3

 

Media generale

 

84

580,1

 

 

Nessuna difesa apprestarono contro questo attentato al buon senso, alla vita di tutti coloro i quali hanno redditi fissi, all’avvenire delle industrie le quali hanno bisogno di approvvigionarsi a buon mercato, le rappresentanze dei ceti più interessati ad una più tollerabile possibilità (non dicesi «libertà») di scambi. Non protestarono i rappresentanti dell’agricoltura, i quali vendettero il loro diritto a comprare strumenti agricoli, materiali da costruzione, vestiti, scarpe a buon mercato per il luccichio di un dazio sul grano, il cui ristabilimento sarà, giova crederlo, impossibile, e per l’offa di un enorme dazio sul vino, il quale o non funziona negli anni di abbondanza o impedisce i tagli e il progresso dell’industria enologica negli anni di scarsa vendemmia. Non protestarono gli edili, altra classe, la quale ognora si lagna di non potere fabbricare case ad un prezzo accessibile agli affamati di alloggi e non sa muovere in guerra contro coloro che rincarano a dismisura gli elementi costruttivi. Non protestarono le classi commerciali di Genova, di Livorno, di Napoli, di Venezia, le quali traggono ragion di vita dalle moltiplicazioni degli scambi. Unica, la camera di commercio di Bari, per merito del presidente Di Tullio e del segretario Bertolini, confortò col suo appoggio le proteste, vane, perché provenienti da indiziati di teoria – qual disprezzo verso gli studi in uomini i quali devono tutti i progressi delle loro industrie alla scienza – del nostro sparuto gruppo liberoscambista. Persino l’industria della seta, dalle gloriose tradizioni liberistiche, se ha fornito alla protesta liberoscambista alcune firme ambitissime, quali quelle di Musso, Giretti, Rosasco, Balbis, ecc., ha invocato, per bocca del suo rappresentante alla camera, aumenti di dazi in genere ed enormi inasprimenti sovratutto per l’ultima e progrediente e, dicono, lucrosissima sua creazione, l’industria della seta artificiale.

 

 

Contro questo scatenarsi di appetiti, nessuna difesa fu apprestata. Dai rendiconti dei giornali non appare quale sia il pensiero del governo; né si sa se esso abbia deliberato di opporre almeno un rifiuto netto, categorico, ad ogni proposta di aumenti di dazi. Senza dubbio le tariffe doganali poco si prestano ad una minuta discussione parlamentare. Ogni deputato crede di far bene sostenendo i supposti interessi delle industrie fiorenti o possibili nel suo collegio; e nasce così il do ut des, l’arruffio e la protezione universale e quindi insulsa. Se tutte le industrie ottengono, grazie al dazio, un aumento di prezzo; ma tutte, a causa degli stessi dazi, debbono pagare materie prime, salari, ecc. più cari, a che giova la protezione, se non a mistificare tutti? La norma di tecnica legislativa la quale dovrebbe essere seguita è quella stessa che è usata per le riforme dei codici. Il parlamento discuta i principii essenziali delle tariffe: altezza dei dazi, se proteggere tutte o poche industrie, se abolire i coefficienti di maggiorazione, se applicare una tariffa generale con trattati e con clausola della nazione più favorita o due tariffe autonome. Questa è materia di legge. Il resto è materia tecnica, da elaborarsi da commissioni parlamentari sulla traccia della volontà generale manifestata in pubblica discussione. Altra volta, a proposito dei pieni poteri tributari, sostenni la medesima tesi. Il caos parlamentare e l’arbitrio governativo sono due estremi da evitare ugualmente; e l’esperienza più recente conforta la tesi che si potrebbe chiamare del tecnicismo legislativo: al governo la responsabilità di proporre e difendere i principii essenziali delle leggi complicate e fondamentali, al parlamento il compito di discuterli e deliberarli, alle commissioni tecniche l’ufficio di tradurre in articoli le deliberazioni; salvo al governo ed al parlamento di rinviare alle commissioni i testi, i quali non paiono rispondenti alle direttive prima deliberate.

 

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