La disputa intorno ai debiti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/01/1925

La disputa intorno ai debiti

«Corriere della Sera», 1 gennaio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 3-8

 

 

 

Le notizie, le quali vengono da Nuova York, intorno allo scalpore suscitato dalle dichiarazioni del ministro francese Clémentel sul problema dei debiti interalleati, gittano una luce viva sulla mentalità americana. Il Clémentel ha smentito di aver fatta sua la tesi dell’annullamento ed ha dichiarato di non volerla difendere quando il problema dei debiti verrà in discussione.

 

 

Quel che importa non è tuttavia l’occasione, più o meno fondata, del dibattito; ma l’asprezza del linguaggio dei giornalisti e degli uomini politici appena sentono parlare di cancellazione o riduzione dei crediti degli Stati uniti verso gli antichi associati. La Francia viene messa senz’altro in mora coll’interrogativo: «è forse essa pronta a farsi innanzi e davanti al mondo riconoscere la sua bancarotta morale?». Con la parola «morale» gli americani non intendono quasi certamente affermare che i debiti di guerra appartengono alla categoria dei debiti detti «d’onore», per cui mancano le sanzioni giuridiche e il sentimento del dovere del debitore è l’unica garanzia del creditore. Non lo dicono, sebbene la crescente irritazione del loro linguaggio faccia ritenere che, in fondo, tale sia la loro opinione: ed infatti l’obbligo di pagare degli associati europei con quali sanzioni potrebbe essere fatto osservare? Con sentenze di tribunali no, perché non esistono sentenze munite di forza coercitiva nei riguardi di stati sovrani. Con rappresaglie economiche neppure; perché, dopo aver ridotto a 4.000 la quota degli italiani ammessi in un anno sul suolo americano e dopo aver colpito con dazi enormi le nostre merci, non si sa immaginare quali altre rappresaglie economiche possano esserci minacciate.

 

 

Con il rifiuto di mutuarci ora danari nemmeno, perché di siffatti mutui l’Italia non ha bisogno. Ultima arma per risolvere problemi internazionali è la guerra: ma è ipotesi siffattamente lontana dal pensiero degli uomini politici nordamericani che si può menzionare soltanto per escluderla subito.

 

 

Dunque, è vero che il problema dei debiti interalleati è un problema «morale» e non «giuridico»; nel senso che la soluzione va cercata non nella stretta interpretazione degli obblighi scritti, ma nella sostanza morale dei rapporti interceduti fra le due parti. Se si bada alla carta scritta, Francia ed Italia debbono pagare. Ma lo debbono sulla base di quel diritto non scritto che si chiama equità?

 

 

La gran maggioranza degli americani, per convinzione intima o per rispetto umano, si studia di partire dalla premessa della «santità dei contratti».

 

 

In un interessante referendum promosso dal «Sole» dopoché sulle sue colonne un agente di cambio italiano, il signor Ginella, aveva esposto un piano di sistemazione dei debiti fondato sulla riduzione del capitale e della connessione con le indennità tedesche, gli uomini d’affari americani interrogati, con perfetto candore risposero unanimi: «i debiti vanno pagati; la via economica dei paesi moderni essendo fondata sul principio di soddisfare puntualmente le obbligazioni assunte. Tuttavia è interesse del creditore andar incontro al debitore dissestato: e per non essere trascinato nella sua rovina, accordargli larghe facilitazioni rispetto al tempo e al modo dei pagamenti». Ma sul principio del dover pagare nessuno ha l’aria di immaginare sia possibile la discussione.

 

 

Se i debitori si azzardano a sollevare qualche dubbio, la risposta americana è subito brutale: «un paese il quale rifiuta di far onore alla sua firma» si squalifica. La sua è una vera bancarotta, tanto più colpevole in quanto non può essere pronunciata se non dal tribunale della storia. Alla brutalità, si aggiunge, ora, l’ingiuriosa recriminazione contro la Francia, ancora dolorante per le ferite della guerra: «l’obbligo di restituire i prestiti è tanto più stretto, in quanto voi ve ne siete serviti senza parsimonia, largheggiando con grandigia in spese inutili solo perché si trattava di danaro altrui».

 

 

Trascuriamo l’ovvia replica che gli Stati uniti, i quali diedero, per loro ottime ragioni, esempio memorabile di spese grandiose intorno al loro esercito e vendettero a prezzi inflazionistici alla Francia gli impianti e gli approvvigionamenti residuati sul suolo francese sono i meno indicati a posare come campioni di parsimonia in guerra; ed affrontiamo il problema nella sua interezza. La teoria «morale» dell’obbligo di pagare si sostanzia nei seguenti tre punti:

 

 

  • i debiti si devono rimborsare, perché ne avete fatto cattivo uso;
  • i debiti si devono pagare, perché il debitore insolvente non trova più credito;
  • i debiti si devono pagare, perché sono «sacri», il che è una formula abbreviata per affermare che la vita economica moderna è fondata sul rispetto delle obbligazioni.

 

 

L’argomento del «cattivo uso» è uno dei più formidabili che possano essere addotti a favore degli associati europei. Perché fu adottata la forma dei «prestiti con promessa di restituire» invece dell’altra dei «sussidi a fondo perduto». Perché ed esclusivamente perché i sovventori temevano che, fornendo sussidi a fondo perduto, i sovvenzionati usassero con troppa larghezza del danaro ottenuto con poca fatica. Si sperò che, minacciando l’obbligo del rimborso, i sussidiati avrebbero usato del danaro ricevuto con la stessa rigidità con cui usavano il proprio. Ma, nell’animo dei prestatori, era inteso, allora, che questi erano sussidi e non prestiti.

 

 

Troppo chiaro si vedeva, allora, che si trattava di una causa comune. Troppo chiaro si vedeva, allora, l’assurdo di un differente trattamento tra il dollaro speso per mantenere il soldato americano nelle trincee francesi e il dollaro imprestato al governo francese per mantenere il soldato francese nelle medesime trincee francesi. Non erano tutte quelle trincee difese nell’interesse comune? Forseché la sostituzione di un reggimento francese ad un reggimento americano, per ragioni di turno, bastava a far passare, secondo giustizia, l’onere della spesa dal tesoro americano al tesoro francese? Per ragioni contabili, per individuare la responsabilità dei singoli organi spenditori, era, sì, opportuno che nell’un caso pagasse il tesoriere americano e nell’altro il tesoriere francese. Ma la causa della spesa era una sola; ed una era la borsa dei danari. Se qualcosa di profondamente immorale vi è in tutta questa disputa, è che ora, a battaglia vinta, si dimentichino dai più ricchi queste verità ovvie agli occhi di tutti nell’ora del pericolo; e che, armati di un contratto scritto, i ricchi vogliano cavare ai poveri la buona, non calante libbra di sangue.

 

 

Il secondo punto: che i debiti si devono pagare, perché il debitore insolvente non trova più credito, trova applicazione sicura negli affari privati. Pagare i debiti e pagarli a costo di ogni sacrificio è sempre un ottimo affare per un privato. Lo è anche per gli stati, i quali chieggano danari al pubblico, per qualunque motivo, di guerra o di pace. Lo stato bancarottiere paga la bancarotta con saggi più alti di interesse nei prestiti futuri. L’onestà è la migliore delle norme di condotta economica.

 

 

Ma qui si tratta di rapporti fra stati sovrani; e si disse sopra che se, a qualcuno può rimproverarsi condotta non corretta, è a quello stato, il quale reclama pagamenti dovuti soltanto sulla base di un pezzo di carta; ma sostanzialmente spesi nell’interesse comune.

 

 

Quanto al discredito avvenire, evidentemente se ne potrà parlare soltanto nel caso di una guerra futura. Prima di quel giorno, la Francia come stato, a cagion d’esempio, non avrà ragione di chiedere prestiti agli Stati uniti, come stato. Prestiti da americani a francesi o viceversa avranno luogo, sia che la Francia stato paghi o non paghi i debiti di guerra alla Confederazione nordamericana. In verità, i nordamericani minacciano di chiudere ai francesi l’accesso anche al libero privato mercato finanziario degli Stati uniti. Penseranno i francesi a giudicare se tal minaccia sia pericolosa. Non lo sarebbe per l’Italia, la quale non ha interesse a farsi mutuare danaro caro americano quando in paese il danaro si trova a più buon mercato. L’arma pare anche spuntata, perché i capitalisti americani, per non perdere l’occasione di mutui vantaggiosi, troveranno la via, contro il consiglio del loro governo, di arrivare alla Francia, passando attraverso all’Olanda od alla Svizzera. Si tratterà, al più, di una provvigione da pagare.

 

 

Se un giorno scoppierà una nuova guerra, in quel giorno la pretesa insolvenza d’oggi sarà acqua passata che non macina più. Gli Stati uniti non daranno un dollaro alla Francia, se questa sarà loro nemica o semplicemente neutrale, in una guerra interessante l’America; o se essi saranno neutrali in una guerra francese. Forseché gli Stati uniti hanno fatto qualcosa di diverso nella guerra passata? In caso di neutralità americana, la Francia troverà o non troverà a farsi mutuar danaro da privati cittadini americani, a seconda della fede osservata da essa nei rapporti dei passati prestiti con privati.

 

 

Precisamente come accadde nella guerra passata. Se poi Stati uniti e Francia saranno schierati in guerra dalla stessa parte, gli Stati uniti, come stato, torneranno a mutuar danari alla Francia stato, perché avranno interesse a darli. Contro questo interesse non varrà nulla il ricordo dell’eventuale insolenza recente, perché in quel giorno futuro l’odierna indignazione sarà sbollita e rivivranno i sentimenti che facevano nel 1917 e nel 1918 considerare i prestiti come mere forme contabili per indurre i francesi a far buon uso dei sussidi accordati a fondo perduto. Le acerbità verbali del 1924 torneranno a sembrare sconvenienti anche ad occhi americani; e la fratellanza d’armi si farà nuovamente sentire.

 

 

Non v’è parimenti dubbio che la terza formula della santità delle obbligazioni costituisce il fondamento della vita economica moderna. La formula è pacifica, perché il timore che le obbligazioni possano essere violate impunemente basta a rendere difficili i contratti, cresce il rischio del capitale e delle industrie e può significare l’arresto della complicatissima macchina economica moderna, la quale riposa sulla fiducia.

 

 

Ma l’obbligo derivante dai pretesi debiti interalleati, come non ha fondamento sostanziale e morale, così non può essere osservato senza danno della vita economica. L’attuazione del summum jus scritto sulla carta sarebbe davvero una summa injuria. Si difendono, per i primi, da questa ingiuria gli Stati uniti vietando a noi, loro sedicenti debitori, di mandar emigranti e merci sul loro territorio, ossia proibendoci di usare i soli mezzi con cui potremmo pagarli. Si debbono difendere gli stati debitori contro il pericolo di rovina dei cambi, di rialzo interno del costo della vita, di ulteriore distruzione delle classi medie e popolari, che sarebbero la conseguenza del tentativo insano di aumentare imposte già altissime nel vano sforzo di pagare debiti non dovuti. Debitori e creditori, d’accordo, consentirono che i danari pagati dalla Germania stessero in Germania, appena l’invio ai creditori potesse danneggiare il corso del marco tedesco.

 

 

Perché gli americani sono tanto misericordiosi verso il vinto nemico e tanto duri contro il compagno di trincea?

 

 

Da taluno, in Francia ed in Italia, si teme che lo stato di incertezza in cui si trova il problema dei debiti interalleati sia una delle cause principali di depressione dei nostri cambi. Preme di più probabilmente il timore di essere costretti a pagare davvero grosse somme incomportabili con la solidità del bilancio e causa di indebitamenti interni e di inflazioni cartacee. E il deprezzamento, fin qui accaduto, del franco e della lira può essere ricondotto ad altre cause, senza bisogno di mettere in campo pagamenti, che finora ebbero vita in potenza, non mai in realtà. L’incubo esiste tuttavia e sarebbe follia negarlo; ma è un incubo che danneggia anche i paesi creditori. Per toglierselo di dosso, per riprendere gli interrotti traffici, i creditori angloamericani furono tra i più insistenti fautori della riduzione al minimo delle riparazioni tedesche. Francia ed Italia si inchinarono dinanzi alle esigenze altrui. è troppo chiedere agli alleati che oggi ricordino ed apprezzino l’antico sforzo e la odierna necessità di ricostruzione?

 

 

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