La distribuzione comunista delle case a proposito di un bando bolognese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/02/1920

La distribuzione comunista delle case a proposito di un bando bolognese

«Corriere della Sera» 22 febbraio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 664-671

 

 

 

Una delle più curiose manifestazioni della pretesa della burocrazia di sapere e potere risolvere tutti i problemi del giorno è un decreto 6 febbraio 1920, dell’ingegnere M. Perilli, commissario agli alloggi di Bologna, che mi è capitato di questi giorni sotto gli occhi. Sono stato, in verità, in dubbio sulla opportunità di esporne il contenuto al pubblico in tutta la sua ineffabile eleganza, per la circostanza di essere stato chiamato dal governo a presiedere una commissione di studio sul problema degli alloggi. Ma ho riflettuto che compito della commissione è, secondo il decreto istitutivo, quello «di studiare e proporre al governo i provvedimenti necessari per agevolare e sollecitare la risoluzione dell’attuale crisi delle abitazioni e degli alloggi ed il ritorno graduale allo stato normale delle contrattazioni». Il compito della commissione non ha dunque nulla a che fare con un decreto il quale ha manifestamente per iscopo di istituire nuovi vincoli alle contrattazioni intorno alle case e di allontanare quel ritorno alle condizioni normali, che il governo aveva dichiarato essere lo scopo a cui la politica delle abitazioni deve tendere. Trattandosi di materia diversa anzi contradittoria al compito nostro, par dunque lecito discorrerne liberamente, senza sfiorare neppur da lontano i problemi intorno a cui sarebbe doveroso da parte mia un naturale riserbo.

 

 

Il commissario agli alloggi di Bologna ha immaginato che in Italia la proprietà privata delle case, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di movimento fossero abolite e che già vigesse una organizzazione collettivistica della società. Non dico che al collettivismo non si finisca di giungere. Non sono profeta e non so nulla in proposito. Ma dico che vi si deve giungere per opera del parlamento o dei poteri legislativi imperanti, non per decreto di un qualunque commissario Perilli. Il collettivismo è un bruttissimo ideale ed una realtà infelicissima; fu, dovunque lo si applicò o si tenta di applicarlo, cagione di miseria e di abbrutimento per le masse, e di distruzione dei valori morali più elevati. Ma bello o brutto che sia, non spetta ordinarlo al commissario agli alloggi di Bologna. Costui si è persuaso di essere quel sapientissimo ministro della distribuzione delle case che in regime collettivista statuirà sul domicilio e sulla vita dei cittadini; è convinto di avere le opportune qualità sovrumane, sta dando ordini draconiani agli abitatori di Bologna, fatti felici dal privilegio di poter prima godere le delizie del comunismo.

 

«Chiunque detenga per uso proprio o della propria famiglia due alloggi deve denunciarli e metterne uno a disposizione del regio commissario».

 

 

Ecco il primo comandamento del decalogo Perilli. Che cosa è la famiglia? Sa il commissario quante svariatissime definizioni si possono dare della famiglia? Durante l’elaborazione dei disegni tributari, mi sono visto passare dinanzi agli occhi decine di definizioni: ed il progetto Meda finì di adottarne una amplissima, mentre il decreto tedesco ne preferì una più ristretta. Quale sarà la buona per il commissario Perilli? O non ci sarà probabilità che or sia adottata l’una or l’altra definizione a seconda delle convenienze arbitrarie del capo? L’industriale, il commerciante, il professionista che ha la famiglia in un sobborgo nella città ed ha un quartierino al centro, dove sta di giorno ed occasionalmente pernotta, avrà uno o due alloggi? E perché gli alloggi in più devono proprio essere messi a disposizione del commissario e non di coloro a cui, almeno sinora, spetta la proprietà di essi e che, novantanove volte su cento, sarebbero felici di riaverli e di riaffittarli a famiglie oculatamente scelte, in guisa da non arrecare danno allo stabile e noia agli altri inquilini?

 

 

«Gli appartamenti vuoti, anche se in via di restauro, debbono essere denunciati dal proprietario, al quale sarà accordato un certo termine perché siano messi in condizioni di essere abitati».

 

 

Il comandamento n. 2 od è superfluo, perché nessun proprietario oggi tiene appartamenti vuoti, quando v’è la possibilità di affittarli a buone condizioni; o significa che il commissario vuole intromettersi lui nella scelta dell’inquilino e nel prezzo d’affitto o decidere se abbia torto o ragione il costruttore sul modo e sul tempo dell’ultimare le costruzioni e le riparazioni iniziate. Il che non si vede come si accordi coll’interesse preminente del momento presente, che è di favorire le nuove costruzioni. Chi vorrà, potendo investire i suoi capitali in consolidato al 5,71%, costruire case nuove o riattare case vecchie per vedersi capitare tra capo e collo un’ordinanza di un qualunque commissario ai fitti, il quale gli ordina di ultimare la costruzione, sotto pena di multe e carcere, e di mettere poi per il combinato disposto dei comandamenti primo e secondo, a sua disposizione gli appartamenti costrutti? La burocrazia non frenata da leggi rigidissime, è arbitrio ed è assolutismo; né mai si seppe che in regime di tirannia fioriscano la intraprendenza e le iniziative. Chi vorrà, con i gravissimi dispendi attuali, restaurare una casa vetusta o guasta, sapendo di avere alle reni un commissario agli alloggi smanioso di impadronirsi della casa restaurata?

 

 

Ma il terzo comandamento del decalogo supera tutti i limiti dello scherzo:

 

 

«Le camere di un appartamento, soverchie alla famiglia che lo abita, debbono essere messe a disposizione del regio commissario, denunciandole. Per camere soverchie debbono intendersi quelle in più di due per ogni persona adulta della famiglia, di una per ogni figlio o convivente non maggiore di anni quindici e di una per ogni due persone di servizio realmente coabitanti. Dei bambini inferiori a sei anni non si deve tener conto».

 

 

Qui non si ledono solo più i diritti, finora non aboliti, della proprietà privata; non si commettono soltanto atti direttamente distruttivi di ogni iniziativa edilizia; qui si viola il diritto all’inviolabilità del privato domicilio e si turba la tranquillità intima della famiglia. Coloro che scioccamente dicono essere dopo tutto il comunismo un bell’ideale, leggano attentamente il terzo comandamento Perilli e pensino alle sue conseguenze. Trattasi di netto, purissimo comunismo. Nessuno di noi deve conservare la libertà di non bere, di non andare a teatro, di non sapere cosa sono divertimenti per sé, per la moglie e per i ragazzi. Bisogna mangiare, bere, vestirsi, abitare secondo tessera, ossia secondo i gusti comuni dell’uomo medio; secondo i gusti del commissario Perilli, il quale non si turba, perché non se ne turba l’opinione della gente volgare, se ai veglioni danzanti si sprecano dalle teste vuote delle classi ricche centinaia di migliaia di lire, se i cinematografi sono pieni di ragazze e di commessi che sprecano malamente i loro stipendi, se le osterie rigurgitano di operai, i quali convertono i loro sovrasalari in veleno. Di tutto ciò non si inquieta il commissario agli alloggi di Bologna; ma grandemente si irrita se un professionista, se un membro della vecchia borghesia fine, bene educata, non ricca ma colta, ha una casa esuberante a quella occorrente a chi ama passare ore libere a caffè o a teatro. Io ho fatti i conti su quel che mi capiterebbe se anche a Torino vigesse il bando Perilli; ed ho concluso che ho avuto torto ad accumulare libri e riviste in un quarto di secolo di vita di studioso e ad averne tanti che oramai non ci stanno più in due stanze; perché appunto io ho di troppo quelle due stanze e dovrei ridurmi a vendere libri e scaffali ed andare ramingando per leggere e scrivere per le pubbliche biblioteche, come facevo quando ero studente.

 

 

Altri, a cui piace la pulizia, avrà di troppo il gabinetto da bagno; che solo l’altro giorno, condotto a visitare i mirabili villaggi di casette popolari costruiti dal municipio socialista di Milano – titolo imperituro di onore per quell’amministrazione e cagion di esempio a tutti i grossi comuni d’Italia, ipnotizzati a torto da un immaginario minor costo delle grandi costruzioni a tipo di immonde caserme – vidi con compiacimento vivissimo collocato in ogni più umile casetta, anche composta di due sole stanze. Entra o non entra il bagno nel minimo consentito dal commissario Perilli ai bolognesi? Ed è lecito avere una cucina? ed una anticamera? È ancora tollerato che una mamma incapace all’allattamento tenga la balia in casa? In questo caso, dove deve metterla a dormire, dato che ai bambini inferiori a 6 anni non è concessa alcuna stanza, e le persone di servizio devono per forza, secondo il bando Perilli, dormire in due per stanza, anche quando, per consiglio della locale camera del lavoro, pongono, come condizione ad assumere servizio,l’avere una camera da letto per ognuna di esse? Le famiglie, le quali, per lunga tradizione domestica, hanno mobili di pregio e quadri di valore, dovranno venderli ai nuovi ricchi o cedere agli inviti di farli emigrare all’estero? Forse, così facendo, il commissario bolognese avrà giovato momentaneamente a raddrizzare la bilancia del commercio internazionale italiano; ma sicuramente avrà danneggiato l’avvenire economico del paese ed incontrerà lo sdegno di quanti amano le cose belle e non credono che tutte le nostre case debbano contenere soltanto stanze per mangiare e per dormire.

 

 

Il tesseramento avrà per effetto ultimo l’aumento nel bisogno di case, a somiglianza di quanto accadde per tutte le altre derrate. Fissare un massimo al consumo individuale, significa consacrare il diritto al quantitativo indicato come massimo. La tessera del pane, del riso, della pasta, dello zucchero, del burro, dell’olio fece aumentare il consumo, anche di coloro che prediligevano altre derrate, sino alla cifra indicata nella tessera. Si comprò per accaparrare, per cedere ad altri, per avere un mezzo di permuta. Quando la casa sarà tesserata, nasceranno querimonie senza fine contro i commissari che non saranno in grado di garantire a tutti, a prezzi di calmiere, il quantitativo consentito come massimo agli inquilini attuali. Siccome i prezzi di vincolo oggi sono prezzi ridicoli in confronto ai prezzi delle altre merci, nascerà un clamore immenso, una agitazione artificiosa, un malcontento provocato dalla stolta mania interventistica della burocrazia nostra, la quale avrà convertito un male passeggero e parziale in un malcontento generale e profondo. Ha un bell’ordinare, nel suo quarto comandamento, il commissario bolognese

 

 

«a chi presentemente occupa un numero di camere minore» di quello da lui reputato giusto, di «non pretendere il di più consentito».

 

 

L’ordine di tacere non sarà obbedito. Chi oggi sta castigato in poco spazio, perché a lui piace di più fumare o bere – quanta gente v’ha che consuma in sigarette molto più di quanto spende per la casa! – o vestire con eleganza, domani pretenderà di avere la casa ampia e di non rinunciare ai consumi suoi preferiti.

 

 

Per brevità, non riproduco testualmente i comandamenti dal quinto all’ottavo, che si riferiscono ai subaffitti ed agli sfratti. Sono le norme invocate da tante parti per annullare il divieto di subaffitto, per obbligare ognuno a denunciare al commissario di subaffittare a terzi e per limitare i prezzi delle camere subaffittate. La buona gente che invoca queste stolidità non vede che il risultato di esse è perfettamente contrario a quello sperato. Una delle poche speranze che vi sono di alloggiare la popolazione crescente delle città è l’attrattiva che sugli inquilini vecchi esercita la possibilità di ricavare un buon guadagno dal subaffitto. Chi ha 6 camere in affitto per 100 lire al mese, se spera di ricavare 200 lire al mese subaffittando due di quelle stanze, rinuncia a qualche comodo e fa posto ad uno o due coinquilini. Se può lucrare altre 50 lire in più si adatta al disturbo del comodo di cucina e della promiscuità parziale della vita. Ma se viene il signor Perilli e decreta che ogni camera data in subaffitto non può rendere, se mobiliata con lusso, più di 33 lire al mese o 30 lire se provvista di mobilio ordinario, se per giunta bisogna aver la noia di andarsi a denunciare al commissario, come se si fosse un affittacamere e di vedersi perseguitati dalle guardie di questura, quasi si gestisse una casa innominabile; e se finalmente non si ha più diritto di sfrattare il subinquilino, anche se questi tenga mala condotta, quando al commissario piaccia di decretare che costui non ha altro alloggio dove ricoverarsi, o meglio non vuole cercarselo, pagando il prezzo corrente, come si fa per qualunque altro oggetto, nessuno vi sarà tra gl’inquilini vecchi il quale si decida a subaffittare camere. Angariando i deboli e sofisticando sul numero delle camere necessarie, la sapientissima burocrazia scoverà qualche decina di stanze; ma, sopprimendo la molla dell’interesse ed inducendo i vecchi inquilini ad asserragliarsi in casa per paura di non potersi più sbarazzare di coabitanti insopportabili, se ne perderanno migliaia. Aggravare e rendere insopportabile il male che si vuoi togliere; far sorgere mille cause di scontento e di irritazione dove ne esisteva una; seminare i germi della rivolta e della sfiducia verso la legge e lo stato anche nelle classi sociali che finora apparivano le tutrici dell’ordine: ecco l’unico, il fatale risultato della inframmettenza burocratica negli affari privati.

 

 

Ma forse il fiore più bello del decalogo bolognese è quello che si può cogliere nel nono comandamento:

 

 

«Non è permesso ad individui e famiglie che non abbiano occupazione stabile in Bologna, di risiedervi, dovendo le stanze od appartamenti che potrebbero essi prendere in affitto o in subaffitto rimanere a disposizione di quelli che debbono risiedervi per ragioni di lavoro».

 

 

Finora, si credeva che in Italia esistesse la libertà di domicilio. L’avevamo celebrata come una grande conquista. Si usava non molto tempo fa citare la Russia come esempio di paese barbaro, perché ai contadini non era permesso di abbandonare il villaggio natio, senza pagare una specie di taglia ed agli ebrei di risiedere fuori del ghetto e di zone determinate. Ora non più. La civiltà nuovissima consiste nel dare al commissario Perilli ed ai suoi colleghi il diritto di sfrattare dalla città dove abitano forse da anni, dove ad ogni modo essi desiderano di rimanere, coloro che non vi abbiano occupazione stabile. Per recarsi in una città e per rimanervi bisognerà d’or innanzi avervi una stabile occupazione a giudizio inappellabile del commissario agli alloggi. Se no, arresto fino ad un mese e multa sino a lire trecento (comandamento decimo ed ultimo). Dove andranno costoro, cacciati di città in città dai commissari agli alloggi? Creeremo un’isola a domicilio coatto per chi ha la disgrazia di non avere una occupazione stabile? Ed i pensionati, i vecchi, gli incapaci a lavorare? Cacceremo dai loro palazzi aviti coloro che persistono a vivere di rendita? E come si farà a cercare occupazione, quando vi sia il divieto di risiedere laddove non si sia stabilmente occupati?

 

 

I progettisti, i quali risolvono sulla carta i problemi più difficili, non s’avveggono di porli in maniera insolubile, perché li isolano da tutti gli altri problemi che contemporaneamente attendono una soluzione. È presto detto: mandiamo raminghe per l’Italia le persone prive di occupazione, per ospitare coloro che vivono nelle città per ragione di lavoro e non trovano casa. Si dimentica che, in tal modo, agevolando la ricerca delle case a prezzi vincolati nelle città, si mette in opera una causa artificiosa di abbandono delle campagne e di affollamento dei centri urbani. Troppe sono le cause psicologiche e morali, ingigantite dalla sovreccitazione post-bellica, dalla esperienza illusoria della vita cittadina per milioni di contadini, le quali già spingono le masse rurali ad abbandonare le campagne per le città. Unico forse e certamente importantissimo fattore repulsivo era il costo differenziale della vita, la difficoltà di trovar casa per i rustici sopravvenuti. Tolgasi con artifici, ossia con l’offerta sotto costo delle case, quest’ultimo ostacolo e noi avremo provocato una nuova diminuzione nella produzione agricola, fomentato il rialzo nel costo della vita, cresciuti gli squilibri sociali, resa più numerosa la folla turbolenta di genti squilibrate, le quali accorrono alla città come al paradiso terrestre ed aggiungono esca ai sentimenti di irrequietudine, di odio e di distruzione che minacciano di sommergere la civiltà moderna. I cittadini nuovi invece di venire gradatamente assorbiti dalla vecchia popolazione urbana e di esserne via via ingentiliti nei costumi e nel pensiero, tendono, grazie alla legislazione tumultuosa che il bando bolognese profila all’orizzonte, a cacciar di posto i cittadini vecchi. Imbarbarimento dei rustici, divelti dalla campagna che li aveva educati e resi validissimi membri della società; e cacciati i gentili antichi fuor della città: ecco il termine ultimo a cui ci traggono questi ciechi preparatori della dissoluzione sociale.

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