La distribuzione del carico tributario in Italia

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

La distribuzione del carico tributario in Italia

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 248-252

 

 

 

Ancora nel gennaio 1956 si lessero in autorevoli giornali citate percentuali inferiori al 18% per il gettito delle imposte dirette. In una nota, qui sotto stampata, si era cercato di dimostrare quanto fosse incerto il significato dei dati comunemente usati in proposito. Oggi, nelle relazioni annuali del ministro del bilancio sullo stato economico del paese e nelle relazioni sui servizi del ministero delle finanze, si leggono percentuali più significative. Ma l’indagine può essere ancora approfondita.

 

 

Che la distribuzione del carico delle imposte in Italia sia sperequata a danno dei consumatori ossia della generalità dei cittadini ed a favore degli agiati e dei ricchi è proposizione accettata dai più come assiomatica; essendo dimostrata da statistiche le quali ci dicono che le imposte dirette hanno fruttato negli ultimi esercizi dal 14 al 16% e quelle indirette circa l’80% delle entrate ordinarie totali, il resto, per andare al 100, dovendosi attribuire ad entrate miscellanee non ripartibili fra le dirette e le indirette.

 

 

Le osservazioni che seguono non intendono affermare che la distribuzione delle imposte sia perequata fra le diverse classi sociali, né che essa non sia suscettiva di mutazione e di perfezionamento. Si vuole soltanto chiarire che il contrasto fra un 16% che graverebbe sulle imposte dirette e un 80% che graverebbe sulle indirette non ha il significato comunemente ad esse attribuito. Le imposte dirette non sono sinonimo di imposte gravanti sui ricchi e le imposte indirette non sono sinonimo di imposte gravanti sulle masse, sui consumatori e quindi, sovratutto, sui meno agiati e sui poveri. Non sono, in verità, sinonimo di niente; ché la distinzione fra imposte dirette ed indirette non ha, neppure teoricamente, un significato chiaramente enunciabile; richiamandosi essa, più che al contenuto, ai modi con cui le imposte vengono a contatto, a cognizione del contribuente. Si usavano dire e si dicono dirette quelle imposte che si indirizzano direttamente e nominativamente al contribuente che si vuol colpire, scrivendone nome e cognome e domicilio su registri detti «ruoli», dove è anche indicata a principio d’anno la somma di tributo dovuta dal singolo obbligato; e si dicevano e si dicono indirette quelle che colpiscono il contribuente ad occasione di atti singoli da lui compiuti: compravendite, eredità, acquisto di merci e beni di consumo. È evidente che la classificazione non vuol dir nulla, ben potendo una imposta diretta colpire un povero diavolo ed una indiretta un ricco signore.

 

 

Nella fattispecie italiana, la classificazione vuol dire ancor meno di niente. Si chiamano dirette quelle imposte le quali sono riscosse a cura della direzione generale delle imposte dirette; e si dicono comunemente indirette quelle le quali sono affidate alle cure delle direzioni generali delle tasse sugli affari, delle dogane e imposte di fabbricazione, dei monopoli e del lotto. La ragione del classificare fu storicamente accidentale e talvolta dovuta persino alla abilità di talun direttore generale a tirare a sé il lenzuolo tributario. Ancor più accidentale è la classificazione delle imposte nella categoria delle ordinarie o di quelle straordinarie; non essendoci alcuna differenza sostanziale fra una imposta ordinaria, la quale può essere – e talune furono – variata o trasformata dopo pochi anni ed una straordinaria riscossa a rate annuali.

 

 

Dal ginepraio non v’ha via d’uscita all’infuori dell’abbandono della classificazione comune. Per un primo sondaggio, è parso opportuno assumere il dato degli incassi effettivi sia di competenza dell’anno sia di residui degli anni precedenti; al contribuente poco importando ciò che dovrebbe pagare, bensì molto quel che effettivamente in un dato anno ha pagato. D’altra parte gli incassi 1950-51 e quelli 1951-52 differiscono pochissimo da un anno all’altro; cosicché i residui di un anno compensano quelli degli altri anni. Le entrate qui considerate sono, aggiungasi per chiarezza, solo quelle tributarie: rimanendo esclusi perciò i redditi del demanio patrimoniale e di quello industriale dello stato, i rimborsi e concorsi nelle spese statali da parte di altri enti, le sovvenzioni del fondo E.R.P. e di quello «lire», le partite di giro; tutto ciò insomma che non esce dalle tasche dei contribuenti a titolo di tasse ed imposte.

 

 

Fatta questa premessa ecco i risultati che si ottengono:

 

 

  • non tenendo conto della classificazione amministrativa;

 

  • calcolando come imposta anche quelle straordinarie;

 

  • sostituendo alle distinzioni arcaiche od improprie sovra criticate altre più adatte alla natura delle imposte.

 

 

Allo scopo di rendere la tabellina la più leggera e chiara possibile si riferiscono, invece delle grosse cifre assolute, le meno ingombranti cifre percentuali: su ogni cento lire di «entrate tributarie totali» quanto fruttarono le singole categorie di imposte? Gli anni considerati vanno, come è noto, dall’1 luglio di un anno al 30 giugno dell’anno seguente.

 

 

 

1950-51

1951-52

Imposte sui redditi    
Terreni, fabbricati e ricchezza mobile……………………………

10.86

11.37

Complementare progressiva……………………………………..

 

1.57

2.07

Straordinaria sui profitti di guerra, di

contingenza e di regime…………………………………………..

0.89

13.32

0.69

14.13

 

Imposte patrimoniali

 

Proporzionale e progressiva sul patrimonio delle persone e delle società……………………………………………………….

2.15

2.18

Successione e manomorta………………………………………

0.80

0.81

 

Imposte sul trasferimento della ricchezza

Registro, bollo, ipotecarie e in surrogazione……………………

7.51

23.78

7.64

24.76

 

Imposte sulla sorte, sul lotto, sui giochi e sui pubblici spettacoli……………………………………………………………

3.30

3.21

Imposte sui tabacchi e apparecchi accensione………………..

17.62

17.36

Imposte sull’entrata, sulle concessioni, sui trasporti, ecc. ……

26.21

25.78

Dogane, spiriti, birra, caffè, gas, petroli, tessuti, sali, ecc. .…..

26.08

96.99

25.85

96.96

Varie…………………………………………………………………

3.01

100.

3.04

100.

 

 

Il quadro della distribuzione delle imposte in Italia non è perfetto; ché nessuno mai riuscirà a sapere su chi, in virtù di quei processi misteriosi di rimbalzo dall’uno all’altro contribuente, che gli economisti studiano col nome di traslazione e di incidenza delle imposte, andranno a cadere in definitiva le imposte. Nessuno lo saprà mai ne in Italia né altrove; nemmeno in Russia dove i quattro quinti del gettito tributario è dato da quella imposta che da noi si dice stravagantemente sull’entrata, laddove cade invece sulla spesa, ossia sui beni prodotti e consumati.

 

 

Il quadro, tuttavia, se non è perfetto, è grandemente più chiaro di quel nonsenso che ha nome di contrasto fra imposte dirette ed indirette. Un quarto circa del reddito tributario è dovuto alle imposte le quali colpiscono i redditi, i capitali, le successioni ed i trasferimenti della ricchezza, un quinto circa alle imposte sulla sorte, sui giochi, sui divertimenti e sui tabacchi; poco più di un quarto alle imposte sugli affari, sulla spesa (cosidetta imposta entrata), sulle concessioni e sui trasporti ed un quarto alle imposte doganali e di fabbricazione di merci di largo consumo. Al totale (100) si arriva con un tre per cento di imposte varie, che non si sa dove ficcare; ma grosso modo, dalle loro denominazioni, si può supporre gravino in parte sui redditi e il resto sulle altre fonti di gettito tributarie.

 

 

Siamo lontani o vicini alla regola, detta classica, della metà sui redditi e metà sui consumi? Molto dipende dalle definizioni di quel che siano redditi e consumi, entrata e spesa, che è roba elastica come la fisarmonica. I consumi che cosa sono se non quel che si spende del reddito? Tutto dipende, sovratutto, dal giudizio che si vuol dare sul tipo dei consumi tassati. Pessima è l’imposta sui sali, ridotta ormai del resto all’1,2 per cento del totale gettito delle imposte. Ma, tassare i tabacchi, i giochi, gli spettacoli, è più bello o più brutto, più giusto od ingiusto del tassare fabbricati che non danno reddito o far pagare il bollo sulla carta che serve per litigare?

 

 

Tassare gli spiriti, la birra, le bevande alcooliche è meglio conforme alle regole della giustizia del tassare certe successioni in linea retta, dove il figlio paga su ciò che egli, lavorando, ha aggiunto al patrimonio intestato al padre? La complementare, insieme con la patrimoniale, è davvero tanto inferiore, per altezza di aliquote, alle analoghe celebratissime imposte anglosassoni, ove le aliquote siano riferite alle classi di reddito esistenti di fatto in Italia?

 

 

Non spetta allo statistico risolvere problemi così grossi; e basti avere qui offerto il saggio di uno scandaglio, che potrebbe essere approfondito, sulla reale immagine della distribuzione delle imposte in Italia.

 

 

Novembre 1952.

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