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Corriere della Sera

La donna nell’industria italiana. Progetti tecnici e miglioramenti sociali

«Corriere della sera», 19 settembre 1905

 

 

 

L’Ufficio del lavoro ha pubblicato recentemente un volume di studi di demografia e di economia industriale intorno ad un argomento interessantissimo: la donna nell’industria italiana. Fonti di questa indagine furono un censimento condotto dall’Ufficio nel 1903 per assodare alcuni dati demografici (nunzialità, fecondità, ecc.), sull’opera italiana; e le denuncie di esercizio imposte dalla legge 19 giugno 1902 sul lavoro delle donne e dei fanciulli. Il censimento si riferisce a circa 240 mila donne ed è importante per densità e novità di esercizio; le denunzie sono piuttosto povere di contenuto ma si estendono ad oltre 410.000 operaie di ogni età. Dire in quale modo l’Ufficio abbia coordinato le notizie ottenute da fonti diverse, con quali accorgimenti e con quanta prudenza i dati debbano essere interpretati, sarebbe cosa impossibile in un breve articolo; tanto più che, appunto per la brevità dello spazio, noi ci proponiamo di porre in risalto alcuni soltanto fra i molti punti toccati dall’inchiesta; e quelli precisamente che a noi pare abbiano maggiore interesse politico-sociale.

 

 

Una delle domande alle quali sarebbe utile rispondere con qualche esattezza ci sembra questa: quale influenza ha esercitato sulla operaia italiana la mirabile trasformazione industriale che va operandosi nell’Italia, trasformazione che fa nascere industrie nuove dove prima non esistevano, che al posto delle piccole e medie fabbriche mette fabbriche sempre più perfezionate e potenti? Questa trasformazione ha operato nel senso di costringere le donne ad accorrere al lavoro in più giovane età e a durarvi fino ad una età più avanzata, le ha rese contente di salari peggiori; oppure è vero il contrario? Dare una risposta precisa è difficile. Pur tuttavia una certa orientazione è chiara. Prendiamo, ad esempio, le operaie sotto i 15 anni nell’industria tessile in complesso. Negli opifici con meno di 20 operaie il 30 per cento del numero totale delle operaie sta al di sotto dei 15 anni ed il salario giornaliero medio di queste ragazze è di 58 centesimi al giorno. Negli opifici da 20 a 99 operaie, solo il 27 per cento ha meno di 15 anni e il salario è di 56 centesimi; in quelli da 100 a 499 operaie la frequenza è del 24 per cento e il salario è di 59 centesimi; in quelli infine con 500 e più operaie, la frequenza si riduce al 21 per cento e il salario sale a 71 cent. Si vede adunque che all’industria piccola corrisponde gran numero di ragazze e salari migliori. Il che è un progresso sociale evidentissimo, il quale rifulge vieppiù se si pensa che l’industria del cotone, la meglio organizzata tecnicamente, ha una frequenza di ragazze inferiori alla media ed i salari massimi, mentre l’industria della seta, più arretrata, ha la frequenza massima e i salari minimi.

 

 

Prendiamo un altro fatto: la stabilità dell’occupazione. Tanto meglio vivono le operaie quanto più continua e sicura è la loro occupazione.

 

 

Orbene anche qui le cifre sono eloquenti: nelle industrie tessili in complesso il numero dei giorni di lavoro all’anno è di 260, 260, 267, 290 a seconda che si tratta di opifici piccoli, medi, grandi e grandissimi.

 

 

Adottiamo questa terminologia di piccoli (con meno di 20 operaie), medi (da 20 a 99), grandi (da 100 a 499); grandissimi (500 e più), terminologia che osserveremo anche in seguito, non perché essa sia sempre esatta, ma per brevità e semplicità di discorso. Nell’industria della seta i giorni di lavoro sono rispettivamente 247, 250, 257 e 267; mentre in quella del cotone sono 267, 283, 293 e 300. è sempre la stessa legge: si lavora con maggior continuità negli opifici maggiori e nelle industrie più perfezionate.

 

 

L’età delle operaie al di sopra dei 15 anni è un altro elemento di giudizio importante. Qui i dati ci dicono che la percentuale delle operaie nelle industrie tessili da 15 a 20 anni aumenta da 32,9, a 40,2, a 41,7, a 41,9 passando dagli opifici piccoli ai medi, ai grandi e ai grandissimi; la percentuale delle operaie da 20 ai 35 anni aumenta da 42,6, a 44,4, a 44,5, a 47,3; mentre diminuiscono da 20,1, a 13,6, a 11,9, a 9,8 e da 4,4, a 1,9, a 1,9, a 1 le percentuali delle operaie da 35 a 55 anni ed oltre i 55 anni.

 

 

Varie possono essere le interpretazioni di questo fatto: o che la grande industria più della piccola, ami giovarsi dell’opera di donne robuste, nel fiore dell’età; e poi, spremutele e sciupatele, le butti da un canto; ovvero che la grande industria con salari più elevati permetta più presto al marito di trarre la moglie dalla fabbrica, adibendola alle sole occupazioni familiari, od alla donna stessa di dedicarsi a lavori più facili ed adatti alla grave età.

 

 

Che i salari della grande industria siano più elevati di quelli della piccola già lo vedemmo per le ragazze di meno di 15 anni; ma lo si può dimostrare ancora meglio per le operaie aventi più di quella età. La percentuale infatti delle operaie scende a mano a mano che si passa attraverso le solite categorie degli opifici, medi, grandi e grandissimi se si tratta di salari giornalieri sino a 75 centesimi (qui le cifre sono 25,1, 20,5, 10,9, 5) e da 76 centesimi a 1 lira (37, 38,4, 32, 15,6) mentre invece sale se i salari stanno fra L. 1,01 e 1,50 ( 27,3, 33,6, 47,2, 44,6), o fra L. 1,51 e 2 (9,1, 5,5, 7,4, 26,9) o superano le 2 lire al giorno (1,5, 2, 2,5, 7,9). Salvo oscillazioni lievissime la percentuale massima dei salari bassi è data dalla piccola industria, mentre la percentuale massima dei salari alti si ha colla industria grande; e viceversa per le percentuali minime. E anche qui, se ci fosse modo di riferire le cifre parziali si vedrebbe che alla testa di tutte sta l’industria del cotone. Basti dire che negli opifici grandissimi (con più di 500 operaie) il cotone paga salari di 75 centesimi e meno solo al 2,4 per cento delle operaie, e salari da 1,51 a 2 lire al 34,5 per cento; mentre nella lana le percentuali sono rispettivamente 4,4 e 20,4 e nella seta sono 9,7 e 16,1.

 

 

Un’altra domanda a cui sarebbe pure interessante poter rispondere in modo esauriente sarebbe questa: come è distribuito il lavoro della donna nelle varie regioni italiane?

 

 

Quanto al numero delle operaie, troppo scarsi sono i dati per poter affermare qualcosa con sicurezza. Limitiamoci ad altri indici: primo la continuità del lavoro. Nella media dell’industria, Piemonte e Liguria vengono in testa con 282 giorni all’anno; seguono la Lombardia con 265, l’Italia meridionale ed insulare con 245. La disciplina del lavoro è più alta nel nord che nel sud; non per merito delle popolazioni, ma per la natura dell’industria. Nelle manifatture dei tabacchi, dove vigono le stesse norme dappertutto, i giorni di lavoro sono 304 nel Piemonte e Liguria, 301 in Lombardia, Veneto ed Emilia; 302 nell’Italia centrale e 303 nel Mezzogiorno. Anzi nell’industria del cotone la disciplina aumenta andando verso il sud: contro 288 giorni di lavoro in Piemonte e Liguria, 285 in Lombardia, 280 nel Veneto ed Emilia, si hanno 294 giorni nell’Italia centrale e 296 nell’Italia meridionale ed insulare. Quando possono, le donne di tutta Italia lavorano di continuo; ed è solo quando l’industria è arretrata o la domanda saltuaria che la disoccupazione cresce nel Mezzogiorno: esempio tipico le industrie alimentarie in cui rispetto ai 299 giorni del Piemonte e Liguria stanno i 176 del Mezzogiorno ed isole.

 

 

Anche per l’età si osserva un contrasto fra le varie regioni italiane. Ecco un piccolo specchietto delle percentuali delle operaie occupate nei diversi gruppi di età:

 

 

 

Oltre i 15 e fino ai 20 anni

Oltre i 20 e fino ai 35 anni

Oltre i 35 e fino ai 55 anni

Oltre i 55 anni

Piem. Liguria

37.2

40.6

13.9

2.3

Lombardia

41.6

44.5

12.0

1.0

Veneto, Emil.

38.3

44.3

14.2

3.2

Italia merid. e insulare

32.0

28.0

21.5

8.5

Regno

38.5

44.7

14.0

2.8

 

 

Si può dire che nel nord le donne vanno prima a lavorare e cessano più presto che nel sud. Anche qui le interpretazioni possono essere due: o che nel nord si stanchino prima o che nel sud siano dai più bassi salari costrette a lavorare più a lungo.

 

 

È certo che in media i salari sono più elevati nel settentrione che nel mezzogiorno.

 

 

Ecco una tabellina simile alla precedente contenente il numero percentuale delle operaie di oltre 15 anni che hanno il salario giornaliero:

 

 

 

Fino a 75 cent.

Da 76 cent. a 1 lira

Da L. 1.01 a L. 1.50

Da L. 1.51 a L. 2

Oltre L. 2

Piem. Liguria

5.8

21.6

43.9

19.5

9.2

Lombardia

12.2

30.4

43.7

10.5

3.2

Veneto, Emilia

13.1

27.8

43.0

12.8

3.3

Italia centrale

21.1

25.6

24.2

17.1

12.0

Italia meridionale e insulare

23.4

31.7

20.6

15.7

3.6

Regno

12.3

23.0

40.7

13.4

5.6

 

 

Salvo alcuni scarti per i salari massimi, dovuti in massima parte alle manifatture tabacchi, le quali pagano salari più forti nel mezzogiorno che al nord; la tendenza generale nel nord è verso i gruppi da 1 a 2 lire al giorno, mentre nel sud il centro di gravità si sposta verso i salari

inferiori a 1 lira al giorno. Con salari così bassi come è possibile che le donne cessino di lavorare intorno a 50 anni? Salario tenue delle donne vuol dire depressione dei guadagni degli uomini; e quindi per conseguenza obbligo nelle donne di faticare per sopperire a parte dei bisogni familiari; ed ancora, quasi per un circolo vizioso, concorrenza del lavoro femminile al lavoro maschile e depressione dei salari di tutti. Tanto poco è vero che sia la grande industria colpevole sempre del lavoro femminile estenuante, che noi vediamo le industrie minori e le regioni meno industriali d’Italia giovarsi più a lungo della mano d’opera femminile e pagarla meno! Altre cifre suggestive potremmo spigolare nello studio dell’Ufficio del lavoro; ma bastino le ora addotte a far testimonianza dei progressi che l’Italia ha fatto anche rispetto al problema della donna nell’industria.

 

 

Auguriamoci che i progressi industriali del mezzogiorno, l’attenta e prudente applicazione della legge del lavoro delle donne e dei fanciulli, l’applicazione di alti magisteri di difesa della donna, nuovi trovati del tecnicismo moderno valgono a spingere tutto il nostro paese innanzi su quella via di perfezionamenti continui, dei quali oggi abbiamo sorpreso i primi albori nelle industrie e nelle regioni italiane più evolute e ricche.

 

 

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