La fame del carbone

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/10/1900

La fame del carbone

«La Stampa», 11 ottobre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 237-241

 

 

Per la seconda volta in questo secolo ci troviamo dinanzi alla «fame» del carbone. Mentre un giorno erano note soltanto le carestie di generi alimentari, adesso le crisi di carestia più dolorose per l’avvenire di un paese, sono quelle che minacciano l’avvenire delle industrie, rincarano il costo dei prodotti e gettano nella disoccupazione milioni di operai.

 

 

Fra tutte, la fame del carbone è la più pericolosa. Materia prima delle industrie, combustibile per le ferrovie ed i piroscafi, mezzo di riscaldamento e di illuminazione degli uomini, il carbone è stato a ragione chiamato il «pane nero» dell’industria e dei commerci moderni.

 

 

In quest’anno il pane dell’industria aumenta rapidamente. A Torino coloro che erano abituati negli anni scorsi a pagare il coke per riscaldamento 4 lire al quintale, ora si affrettano a fare provviste per l’inverno perché temono che il prezzo aumenti ancora al disopra del saggio attuale di 7 lire.

 

 

Il rincaro è generale per tutto il mondo. Bisogna risalire al 1873, l’anno della famosa prima fame di carbone del secolo, per trovare prezzi eguali a quelli che si praticano oggi. In Inghilterra il carbone d’esportazione avea oscillato dal 1846 al 1871, fra i 7 e gli 11 scellini (da 8,75 a 13,75 lire) per tonnellata. Improvvisamente, in seguito alla necessità di colmare i vuoti prodotti dalla guerra franco-prussiana ed allo sviluppo gigantesco dell’industria del ferro e dell’acciaio, richiesti in quantità cospicue per estendere la rete ferroviaria, i prezzi medi aumentano nel 1872 a 16 scellini e giungono a 21 scellini nel 1873 (carbone d’esportazione). Anzi a Londra i corsi salirono ancora più alto; l’1 gennaio 1873 il carbone è a 37 scellini; il 4 febbraio è già a 48, il 7 febbraio supera i 50 e il 16 febbraio tocca il culmine di 52 scellini la tonnellata. A questi prezzi in Inghilterra la gente comincia a temere di morir di freddo; come se da noi il coke si vendesse a 15 e 20 lire al quintale. Tutti fanno provviste; riempiono le cantine ed ingombrano persino gli alloggi col polveroso combustibile. Le dimostrazioni contro il caro dei carboni si susseguono in tutte le città. A Nottingham nel febbraio del 1873, quando il freddo era più intenso ed il prezzo del carbone più alto, si tenne una grande dimostrazione. Diecimila persone sfilarono in colonna serrata verso la piazza del mercato: aveano ad insegna un focolare spento ed una scritta: Si muore di freddo. Guardatevi dai proprietari di miniere di carbone alle

prossime elezioni generali.

 

 

Ora, a distanza di 27 anni, i medesimi fenomeni si ripetono. Brutti giorni si preparano per quest’inverno se i prezzi aumenteranno come nel 1873. Dopo essere rimasti per lungo tempo bassi, oscillando dal 1875 al 1899 da 8 a 12 scellini, in quest’anno i prezzi sono saliti dai 16 ai 20 scellini per tonnellata (carbone inglese d’esportazione).

 

 

In Francia, il carbone per usi domestici, si vende a 70 lire per tonnellata, come il coke a Torino. Il momento non è tranquillante. Continui scioperi si minacciano nel paese di Galles; e nella Pensylvania, 150 mila minatori hanno dichiarato di sospendere il lavoro.

 

 

Aumenteranno ancora i prezzi del carbone? A questa domanda, che ansiosamente si pongono tutti gli industriali e tutte le madri di famiglia, si danno risposte contradditorie.

 

 

Affermano alcuni che la situazione è ora molto migliore di quanto non fosse nel 1873. Allora l’unica nazione provveditrice di carbone per il mondo era l’Inghilterra, la quale produceva circa 120 milioni di tonnellate all’anno. Tutti gli altri paesi dipendevano da essa. Non si conoscevano i pregi delle antraciti della Pensylvania e i mezzi di trasporto non si erano ancora così perfezionati da permettere di colmare le deficienze eventuali delle provviste in un tempo relativamente lieve.

 

 

Ora invece la situazione è profondamente mutata. La produzione mondiale raggiunse nel 1899 l’alta cifra di 660 milioni di tonnellate all’anno, senza contare 64 milioni di lignite. In confronto al 1897 vi è un aumento di 85 milioni di tonnellate, e l’incremento ha continuato a passi giganteschi nel 1900. L’Inghilterra da sola produce 220 milioni di tonnellate. Gli Stati uniti, che finora le erano rimasti indietro e nel 1887 producevano solo 116 milioni di tonnellate, ora la distanziano già con 225 milioni. La Germania segue con 101 milioni di tonnellate di carbone e 34 milioni di lignite. La Francia gitta sul mercato 32 milioni, il Belgio 22, la Russia 12, l’Austria – Ungheria 12 e mezzo, le Colonie inglesi e l’India 19 milioni, ecc.

 

 

In tutti i paesi la produzione cresce, fuorché nel Belgio, dove i pozzi antichissimi e profondi si vanno esaurendo. Non vi è mai stata una produzione così grandiosamente abbondante come ora, il che è segno che i prezzi alti non possono durare. Se l’Inghilterra non potrà più provvederci di combustibile, si ricorrerà agli Stati uniti, i quali possono fornire un carbone ottimo, a prezzo minore.

 

 

Si aggiunga che, mentre la produzione del carbone aumenta, si inventano sempre nuovi procedimenti per economizzarne l’uso. Le industrie ricorrono alla forza elettrica ed adottano caldaie in cui lo spreco è minore di quello attuale. Se si pensa che appena l’1% della potenza calorifica del carbone per usi domestici, ed appena il 10% della potenza teorica del carbone per caldaie vengono oggi utilizzati, e che nelle miniere di carbone gli sprechi sono grandissimi, si comprende come non si possa parlare seriamente della possibilità prossima della mancanza di carbone in senso assoluto.

 

 

Ancora: i prezzi alti hanno già prodotto il loro solito effetto: la diminuzione del consumo. In Inghilterra l’industria del ferro e dell’acciaio, che è la massima consumatrice di carbone (2 tonnellate e mezza di carbone per ogni tonnellata di ferro) non solo non si espande più, ma decade sotto i rudi colpi della vittoriosa concorrenza americana. Il carbone viene così reso disponibile in maggiore quantità per gli altri consumi.

 

 

Le considerazioni ora esposte sono assai ragionevoli e servono a dimostrare come non sia probabile che negli anni prossimi perdurino gli altissimi prezzi del carbone vigenti oggidì. Ciò che tiene sovratutto alti i prezzi nel presente momento si è la furia improvvisa di provvedere carbone in quantità ognora crescenti alle navi da trasporto della marina da guerra nell’Africa del sud e nella Cina, alle fabbriche di ferro e d’acciaio, le quali lavorano intensamente per produrre le rotaie per i nuovi sistemi ferroviari da costruire, le macchine per le fabbriche che in ogni luogo sorgono a folla, le armature in ferro degli edifici, ecc. ecc. È evidente che, per quanto la scienza mineraria si sia perfezionata, non è possibile tener dietro con sufficiente prestezza all’incremento improvviso della domanda. A scavare nuovi pozzi, a perforare gallerie è d’uopo un certo tempo, e durante questo tempo, siccome gli sbalzi all’insù delle domande di carbone sono più rapidi degli sbalzi della quantità prodotta, è naturale che i prezzi aumentino. Aumentano tanto più in fretta in quanto il carbone, come il pane, è un oggetto di prima necessità, di cui l’industria non può assolutamente fare a meno, come il corpo umano non può fare a meno degli alimenti. Si può ricorrere a surrogati, come il petrolio, la forza elettrica, il carbone americano, ecc.; ma ci vuol del tempo e mentre i mesi passano, i prezzi aumentano. Diminuiranno quando la furia delle costruzioni ferroviarie sarà passata, quando la guerra cinese sarà finita, si saranno introdotte economie nel consumo dei combustibili, ed adottati opportuni surrogati.

 

 

Basterebbe forse un piccolo incremento della produzione ed una lieve diminuzione della domanda di carbone per le navi e per le ferrovie, o per fabbricar rotaie, perché nei porti inglesi si verificasse l’esistenza di un qualche deposito disponibile ed i prezzi tornassero a scemare.

 

 

Se è quasi certo che una diminuzione di prezzi dovrà verificarsi, è ignoto il tempo in cui si potrà annunciare il fausto avvenimento. La questione è tutta di tempo. Faranno in tempo le nuove miniere ad accrescere la loro produzione prima che giungano i mesi d’inverno; e si giungerà a stabilire un rapido sistema di trasporto dagli Stati uniti all’Europa, e sovratutto all’Italia? Che cosa daremo noi alle navi, venute qui con zavorra di carbone, da trasportare nel viaggio di ritorno in America, affinché i noli del combustibile possano essere tenuti bassi?

 

 

O non sorgerà qualche nuova causa la quale faccia crescere ancora il consumo del carbone e renda necessario un nuovo sforzo dei coltivatori di miniere per aumentare la quantità prodotta? Gli operai non vorranno con lunghi scioperi attrarre a sé una parte dei pingui guadagni di cui l’industria carbonifera è ora prodiga, e non saranno cagione così di una diminuzione di prodotto appunto nei mesi freddi, quando il bisogno è più intenso?

 

 

Ecco le ragioni di indole momentanea, le quali ci fanno dubitare che la diminuzione dei prezzi dei carboni sia vicina, benché ci sembri probabile che alla lunga, negli anni prossimi, il presente caro non possa continuare. Purtroppo, a tutti coloro i quali nei prossimi mesi d’inverno saranno angustiati dalla fame del carbone, è magra soddisfazione sapere che, come già alla carestia del 1873 successero gli anni di bassi prezzi 1875-99, così anche questa volta alla fame nera del 1900 succederà un periodo in che il carbone potrà essere acquistato a prezzi più ragionevoli degli attuali.

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