La febbre del vivere e la necessità delle rinuncie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/04/1919

La febbre del vivere e la necessità delle rinuncie

«Corriere della Sera», 7 aprile 1919,[1] 8 aprile 1919,[2] 11 aprile 1919,[3] 28 aprile 1919,[4] 28 maggio 1919,[5] 19 giugno 1919, 7 luglio 1919, 27 agosto 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 194-223

 

 

 

I

 

La rivoluzione europea non è un rimedio

 

«Basta la lontana minaccia di uno sciopero di minatori in Inghilterra perché di rimando immediatamente sia rincrudita la crisi economica in Italia e siano paralizzate le sue industrie ed i suoi operai si veggano sul lastrico».

 

 

Questo periodo si legge nel manifesto dei deputati socialisti italiani. Esso racchiude in sé una verità la quale merita di essere profondamente meditata anche da coloro che lo inserirono in un bando di eccitamento allo sciopero generale ed alla sollevazione. Appunto il fatto che il mondo moderno è legato in tutte le sue parti da mille invisibili ed infrangibili fili, appunto il fatto della reciproca dipendenza di tutti i paesi tra di loro, dovrebbe far meditare i capi del movimento operaio sulla loro responsabilità. Da tanti anni questi capi spiegano una lezione degna di essere studiata! Spiegano le benemerenze delle loro associazioni, le quali ingrandendo i conflitti li hanno resi potenzialmente tremendi e perciò rari e perciò evitabili con accomodamenti e con transazioni preventive. Ancor ieri si vantava la potenza delle grandi federazioni inglesi, della triplice del lavoro, nel reprimere gli scioperi parziali, i movimenti impulsivi e nel trasformarli in un movimento ordinato, che si concreta in solenni trattative con le federazioni degli imprenditori e con i capi di stato.

 

 

Se l’internazionalità del mondo economico, mondo del capitale e del lavoro, ha un significato, essa deve rendere persuasi i capi dell’una e dell’altra parte della necessità di guidare il movimento, di uniformare le condizioni del lavoro, di creare uguali condizioni iniziali per le industrie dei diversi paesi. Noi abbiamo paura che non di rado i capi abbiano preso di mira appunto le ripercussioni internazionali dei loro atti. Quanto avviene nell’Europa oggi è la dimostrazione della dipendenza assoluta in cui un popolo si trova in confronto all’altro e della necessità di adottare metodi uniformi e quindi ragionati nel promuovere l’elevamento delle classi lavoratrici.

 

 

I deputati socialisti dalla giusta riflessione ora citata concludono di fatto allo sciopero generale europeo, alla rivoluzione sociale. Sono logici essi? Non è probabile forse che il loro appello, se sarà ascoltato, lo sia tutt’al più e solo dai popoli più impulsivi? Vi è qualche lontana probabilità che in Francia, in Inghilterra e negli Stati uniti si arresti il lavoro per un periodo di tempo più o meno lungo per protestare contro quella conferenza di Parigi la quale, comunque meno perfetti possano riuscire i suoi deliberati, segnerà una grande tappa nella storia e consacrerà ad ogni modo una grande elevazione morale nel posto in cui quei paesi si trovano? No. Quella probabilità non v’è. Trattasi di paesi in cui le masse stanno dietro il governo e da questo sono rappresentate nelle loro aspirazioni. Dunque l’appello è rivolto esclusivamente all’Italia e condurrebbe fatalmente alla crisi, allo scompiglio nel solo nostro paese.

 

 

Su questo punto vorremmo meditassero quanti sono spiriti riflessivi tra gli operai e gli industriali. Già noi subiamo abbastanza le ripercussioni della crisi russa, per volerle aggravare. Se il frumento è ancora caro, se il razionamento del pane e delle paste deve essere mantenuto, non è ciò forse dovuto al fatto che l’Italia deve ancora rinunciare a provvedersi nel paese che era prima della guerra il suo abituale provveditore, la Russia? Invece di un viaggio breve, dobbiamo far fare al grano un viaggio lunghissimo; invece di poche navi dobbiamo impiegarne molte. La colpa prima era della guerra e della chiusura dei Dardanelli. Oggi la colpa è della rivoluzione russa, la quale ha sospeso i traffici con l’estero e sovratutto, dando di fatto le terre in proprietà individuale ai contadini e scoraggiando costoro dal produrre per ricevere carta svalutata, li ha indotti a coltivare solo tanta terra quanta basta ai propri bisogni. La Russia, da paese esportatore di frumento, è divenuto un paese appena bastevole a se stesso. E noi, consumatori delle città italiane, ne portiamo la pena.

 

 

Se i propositi di taluni turbolenti del socialismo italiano si avverassero, la conseguenza più ovvia sarebbe questa: che i mercati dei paesi vincitori – Francia, Inghilterra, Stati uniti e loro colonie – si chiuderebbero per noi. Come la Russia, noi non potremmo più né importare né esportare.

 

 

Chi sarebbero danneggiati non sarebbero gli agricoltori, i contadini. Questi, più o meno, continuerebbero a vivere. Consumerebbero da sé le loro uova, il loro grano, le altre loro derrate alimentari. Essi possono, abbastanza a lungo, far a meno di rinnovare scarpe e vestiti. Aggiusterebbero da sé, alla meglio, i loro aratri. Ma la vita non sarebbe resa addirittura impossibile per essi.

 

 

Ma gli impiegati, ma gli operai, ma i professionisti delle città ? Che cosa accadrebbe se da Gibilterra non passassero più navi cariche di cereali e destinate a Genova ed a Napoli? Sarebbe la fame, la fame vera, quale non si ebbe mai durante la guerra, la quale si ergerebbe spettro tremendo sulle città italiane.

 

 

Che cosa accadrebbe se dai paesi alleati non ci arrivassero più carbone, ferro ed acciaio, rame, cotone e lana greggia e tutte le materie prime delle nostre industrie? Sarebbe la disoccupazione, la impossibilità di trovar lavoro per milioni di operai e di impiegati, sarebbe la rovina del piccolo commercio e degli addetti ai trasporti. Le conquiste delle otto ore, di salari larghi, quale significato potrebbero avere dinanzi a queste tremende oscure prospettive? Le quali possono sembrare indifferenti a chi vive di agitazioni e di torbidi, ma non lo debbono essere per chi vive di lavoro.

 

 

Se si vuole che il lavoro ci sia, che gli industriali possano dalle vendite giornaliere dei loro prodotti ricavare le somme necessarie per pagare i salari e le spese giornaliere, uopo è che regolarmente continuino a venire le materie prime dall’estero e ad essere esportati i prodotti dell’industria. Ma il traffico delle merci scompare dove non c’è ordine, dove non vi è sicurezza. Noi non sappiamo se col tempo si potrà giungere ad una organizzazione statale dei traffici internazionali. La esperienza fatta durante la guerra è tutt’altro che incoraggiante al riguardo. Ma se vi si giungerà, potrà essere solo gradatamente, con sapienti adattamenti successivi.

 

 

La trasformazione rapida, improvvisa non può riuscire. Prima che il meccanismo si sia ricomposto sott’altra forma, sarebbero morti di stento e di inedia milioni di persone, e precisamente coloro che nelle città oggi vivono del loro lavoro quotidiano e che hanno acquistato e vanno ognora migliorando una situazione economica degna di essere conservata. Solo con gli accordi internazionali, conservando i rapporti coll’estero è oggi possibile ad un paese vivere. La separazione violenta – che sarebbe la conseguenza della propaganda di quei socialisti i quali da sé pure si dicono internazionalisti – avrebbe per effetto letteralmente la impossibilità di vivere per le masse cittadine.

 

 

II

 

Le richieste sproporzionate

 

A tratti, in mezzo alla presente agitazione operaia, vengono alla luce fatti singolari, i quali impressionano l’opinione pubblica e fanno riflettere se non si sia oltrepassato il segno del ragionevole e si voglia condurre l’economia italiana ad uno stato di disorientamento pericoloso per tutti gli interessati.

 

 

È di ieri la dichiarazione dei cotonieri i quali, accettando le otto ore, affermavano di non volere assumere la responsabilità delle condizioni di inferiorità in cui la loro industria si sarebbe venuta a trovare in confronto di quella di paesi potenti, come l’Inghilterra e gli Stati uniti, in cui quell’orario non fu ancora messo in vigore. Non è uno dei postulati della nuova economia la internazionalizzazione delle condizioni di lavoro?Non si vogliono rendere uniformi gli orari ed i salari, a parità di rendimento, perché l’una industria non possa fare alle altre concorrenza a sottocosto? Non si lagnavano finora gli inglesi della concorrenza italiana, la quale era resa possibile dai salari più bassi e dagli orari più lunghi? Se rovesciamo le posizioni, non dovremo presto noi lamentare una disoccupazione crescente e contemplare la decadenza dell’industria, prodotta dal fatto che l’industria cotoniera, esportatrice per eccellenza, non potrà più competere sui mercati esteri con l’industria inglese o nordamericana? Già i mercati brasiliano e argentino paiono, per altre ragioni, perduti per talune nostre marche. Che cosa avverrà quando i costi comparativi saranno ulteriormente aumentati a danno nostro? Noi non vogliamo affermare con ciò che le otto ore non dovessero essere concesse. Ma diciamo che questo punto di vista meritava di essere attentamente considerato dalle organizzazioni operaie; mentre pare esso sia stato perentoriamente scartato, senza discussione.

 

 

Governo e ferrovieri sono sulla via di un accordo. E sarà cosa ottima. Ma l’opinione pubblica è rimasta sorpresa dalla rigidità con cui taluni postulati sono sostenuti durante le trattative. Si chiedono le otto ore anche in casi in cui la richiesta ha un aspetto stravagante: come per i guardiabarriere. Il pubblico, che è fuori della controversia, è disposto ad ammettere che le otto ore siano il massimo per il lavoro di pulizia e di sorveglianza del tratto di linea assegnato ad ogni agente; ma non sa capire quale significato possa avere quel postulato quando si volesse applicarlo anche al lavoro di presenza al passaggio dei treni dinanzi al casotto del guardiabarriere. Se così fosse, temiamo che l’opinione pubblica sarebbe concorde nel ritenere la domanda eccessiva. Essa equivarrebbe a creare lavoro per il puro scopo di crearlo. Vorrebbe dire sprecare il lavoro, o il non lavoro di due o tre persone laddove basta la presenza di una persona

sola. Il che è contrario al buon senso; e contrario sovratutto alle necessità più urgenti del momento attuale. Occorre produrre molto, lavorare intensamente, utilizzare bene il lavoro di ognuno. Le otto ore ed i salari alti sono una grande conquista quando siano rivolti a perfezionare ed istruire il lavoratore ed a renderlo capace di produrre la massa di ricchezza maggiore possibile. Solo producendo molto e lavorando bene si può lavorarpoco tempo e guadagnare assai. Ma dal non lavoro, dalla moltiplicazione dei posti, dal nulla non si può crear nulla. Zero via zero, fa sempre zero. Se le agitazioni operaie d’oggi dovessero condurre a scemare la produzione, tristi giorni si avrebbero per il paese e principalmente per i lavoratori; invece di quelli migliori che tutti ci attendiamo. Non si vive di capitale passato, di terra esistente; si vive del prodotto annuo anzi continuo del lavoro e del capitale; e se il prodotto scema, è assurdo si possano avere salari alti, orari brevi ed occupazione costante. La disoccupazione infierirà e con essa il malcontento e sarà manifesta l’impossibilità di mantenere i salari alti.

 

 

A Torino è in corso uno sciopero di capi tecnici degli stabilimenti industriali. Pare che tra i capi tecnici siano molto rari gli ingegneri ed i chimici diplomati. Quasi tutti sono operai, tratti dai ranghi durante la guerra e messi a capo delle maestranze che fu necessario improvvisare in fretta. Non certo noi faremo rimprovero agli industriali di aver preferito bravi operai ad ingegneri per farne capi officina, capi reparto, e capi squadra. Il fatto è comunissimo nei grandi paesi industriali ed è degno di lode senza riserve. Oggi però, molti sono gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali tra stipendio ed interessenza garantita e conglobata nello stipendio, sono di 1.000, 1.250, 1.625 e 2.000 lire al mese per le quattro categorie in cui i capi tecnici si dividono. Ciò senza pregiudizio di eventuali maggiori interessenze. Ferie di 20 giorni. Stipendio e interessenza fissa correnti integralmente anche in caso di malattia. Se il capo tecnico si licenzia volontariamente, la ditta sia obbligata a versargli tante mensilità di stipendio quanti furono i suoi anni di servizio.

 

 

Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita, per giungere sì e no verso i 35 – 40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1.000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si chiedono se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina.

 

 

Anche qui noi non abbiamo prevenzioni. Diciamo soltanto che il problema merita di essere studiato oggettivamente. Nessuna cosa dura la quale sia fuor d’ogni proporzione con le altre. Gli industriali si potranno obbligare a pagare quegli stipendi. Ma, oggimai, non v’è più il cliente «governo» obbligato a comprare a qualunque prezzo i prodotti delle industrie belliche. Oggi bisogna lavorare per il pubblico. E lavorare in concorrenza. Il pubblico può rifiutarsi a comperare la roba quando essa dovrebbe essere venduta a prezzi troppo alti in conseguenza di rimunerazioni sproporzionate a quelle che in generale si ottengono nel paese.

 

 

III

 

Dare biglietti infruttiferi e ritirare buoni fruttiferi[6]

 

A costo di ripetere sempre i medesimi concetti giova tornar sopra a taluni punti fondamentali. Taluno avrà pensato rivedendo gli stelloncini i quali incitano ad acquistare i buoni del tesoro: siamo in tanta strettezza della pubblica finanza ed in tanta urgenza di bisogno da rendere necessario ai giornali di riprendere quell’opera che essi durante la guerra compievano, quando il governo rivolgeva ai cittadini un solenne appello per sottoscrivere ai prestiti pubblici?

 

 

Poiché questa volta l’appello non viene dal governo, ma è di nostra iniziativa, ci corre l’obbligo di chiarire le ragioni per le quali noi riteniamo che mai come nel momento presente vi sia bisogno, vi sia necessità assoluta di rivolgere a noi stessi, spontaneamente, un pressante invito a recare, ognuno entro i limiti delle proprie forze, denari alle casse dello stato.

 

 

Viviamo in un momento di agitazione, quasi di sovreccitazione. La fine della guerra guerreggiata ha tolto quella compressione morale la quale costringeva ogni cittadino a frenare se stesso, ad attendere con pazienza, a limitare i propri desideri. Rotto il freno, le aspirazioni hanno libero campo, i desideri si sfrenano. Ognuno pare senta il bisogno di vivere nuovamente la vita. Non è più la vita antica, che oggi ci pare così serena e lieta; ma una vita nuova la quale deve essere piena, ricca, più di prima. Epperciò tutte le classi si agitano: tutte vogliono qualcosa di più di quel che hanno; non il solo aumento di salario monetario o la sola diminuzione delle ore di lavoro; ma tutto ciò come mezzo per ottenere più godimenti, per vivere una vita più intensa e più alta.

 

 

Gran bene potrà recare al nostro paese questa febbre di vivere meglio, di possedere beni in copia maggiore. Alla radice di ogni miglioramento sociale si trova un desiderio di elevazione. Ma vorremmo che nel tempo stesso non si dimenticasse che ogni godimento presuppone prima un lavoro, che ogni soddisfazione suppone una precedente rinuncia. Non si consuma se non ciò che si è prodotto. Non si godono i frutti se non di ciò che si è prima risparmiato.

 

 

Oggi è una corsa a chiedere sempre nuovi benefici allo stato. Questo dovrebbe essere il benefattore universale. Dovrebbe aumentare in proporzioni rilevanti gli stipendi di tutti gli impiegati. Anni fa, pareva agli impiegati di toccare il cielo col dito quando ottenevano un aumento del 10 per cento. Oggi chiedono il 50 ed il 100% e par sempre di chiedere poco. Lo stato dovrebbe dare miliardi per la costruzione delle case, miliardi per la ricostruzione delle terre invase, centinaia di milioni per creare istituti di credito delle più svariate specie. I sussidi alle costruzioni di ferrovie, alle linee automobilistiche, alle bonifiche, ai canali, invece di darsi a pochi milioni all’anno, adesso si vogliono a decine e centinaia di milioni. In pochi mesi, anzi in pochi giorni dicono si siano assegnati al credito agrario di una sola regione italiana quasi quattro volte tanti milioni di lire quanti in sessant’anni di vita unitaria non si erano assegnati a tutta Italia.

 

 

Tutto ciò potrà anche essere fecondo di bene. Ma purché non ci sia soltanto la febbre nel consumare, nello spendere, nel distruggere. Se ci fosse questa sola, fatalmente produrrebbe effetti disastrosi. Lo stato sinora ha corrisposto a queste richieste di denaro indebitandosi, nella forma più pericolosa dell’indebitamento, che è la stampa dei biglietti. È così facile, è così comodo stampar biglietti e darne a quanti ne domandano! Da quattro, da cinque anni viviamo in una atmosfera artificiale, eccitante. Tutti questi biglietti che girano, che passano da una tasca all’altra, hanno dato alla testa agli uomini. Hanno fatto immaginare loro di essere sulla via di arricchire sul serio. Hanno fatto sembrare a portata di mano la felicità,che è sempre poi sfuggita loro dinanzi.

 

 

Bisogna uscire dalla fantasmagoria, dal sogno. Bisogna guardare alle cose vere, non ai loro segni rappresentativi. Il fatto vero è che noi abbiamo minor copia di beni a nostra disposizione; che la guerra ha distrutto, non ha creato ricchezze. Né ha distrutto meno di quanto fantasticano i disfattisti, i piagnoni sulle sorti dell’Italia ridotta a non possedere più nulla. No, le terre d’Italia ci sono ancora e sono ancora coltivate; le case stanno ancora in piedi e sono abitabili; gli stabilimenti continuano a funzionare. V’è solo l’eccezione della zona devastata delle terre invase. Ma in generale, il reddito delle terre, delle case, delle industrie, dei commerci continua ad essere goduto da italiani, salvo quella relativamente piccola parte, forse un trentesimo, che dovrebbe essere pagata a stranieri per interessi del debito di guerra estero. In complesso la ricchezza materiale nostra non è , salvo che per le terre invase, molto diversa da quella di prima. Il che non vuol dire che spese di guerra enormi non si siano sopportate, che sacrifici di gran lunga superiori a quelli di taluno degli alleati non siano stati durati; e che la ricchezza nostra materiale non sarebbe stata notevolmente diversa da quella che è, se non ci fossimo decisi a sguainare la spada per la difesa della causa giusta.

 

 

Ciò che vogliamo affermare è che le cose materiali, i cosidetti capitali, sono alquanto diminuiti, sebbene non in proporzioni terrificanti, in Italia come in Francia, come in Inghilterra da quello che erano prima. Ciò che è sovratutto variato è lo spirito degli uomini, che fanno agire quelle cose morte. Ha ricevuto un gran colpo di frusta; e sotto il suo bruciore ha prodotto cose mirabili durante la guerra.

 

 

Durerà l’effetto utile? Lo spirito di sacrificio, che ci condusse alla vittoria, si trasformerà in un puro spirito di godimento, che annullerebbe i benefici della vittoria?

 

 

Noi speriamo di no. I cittadini savi, previdenti, riflessivi debbono cominciare essi a dare il buon esempio. Ancor dura il bisogno dello spirito di rinuncia, di sacrificio. Bisogna che tutti ci persuadiamo che, per chiedere allo stato, bisogna prima saper dare. Se non si vuol vivere in un mondo fantastico, di maghi incantatori, fa d’uopo che lo stato cessi assolutamente di stampar biglietti nuovi. Fecero male gli stati a ricorrere a questo metodo che, salvo per circostanze eccezionali ed in misura moderata, non era neppure necessario durante la guerra. Ma sarebbe criminoso, disastroso se oggi si seguitasse su tal via, dando ai popoli l’illusione di una ricchezza continuamente crescente, mentre crescono solo i nomi delle cose espressi in moneta di carta, e crescono i prezzi, e si esacerbano le contese sociali fra avvantaggiati e danneggiati dalla inondazione della carta.

 

 

Bisogna dunque dare allo stato. Dare imposte e dare denari a prestito. Meglio le prime che i prestiti. Bisogna che con la maggiore urgenza possibile, poiché si trova dinanzi alla camera un progetto organico di riforma dei tributi diretti, esso sia discusso ed applicato. E subito si abbia la sensazione che gl’interessi del debito pubblico saranno pagati con i denari dei contribuenti che possono pagare, appartenenti alle medesime classi sociali le quali detengono i titoli di debito pubblico. Bisogna che subito i bevitori di vino siano chiamati a pagare mezzo miliardo di lire, per far fronte, ad esempio, all’onere delle pensioni di guerra. Per ogni spesa nuova si deve proporre un tributo nuovo. Questa è la sola politica sana e feconda.

 

 

Frattanto urge seguitare a risparmiare ed a portare volontariamente allo stato biglietti per ritirarne buoni del tesoro. Finché non sia terminata la liquidazione della guerra, il provento delle imposte, comprese le future ed augurabili, non basta a far fronte alle spese. Di qui la necessità della rinuncia, del sacrificio. I comunisti russi e quelli ungheresi non hanno ancora scoperto un mezzo con cui sopperire alla mancanza del risparmio privato. Gli stati, gli enti pubblici, i consigli degli operai possono forse produrre un po’ di ricchezza; certamente ne consumano molta. Non è ancora accaduto che essi si siano dimostrati capaci a risparmiare. Eppure risparmiare è necessario se si vuole che la società progredisca, se si vuole che rimanga semplicemente stazionaria. Abbandonati a sé , gli stati, per colmare i loro deficit, non sono buoni ad altro che a fabbricare biglietti. Ossia ad inasprire le condizioni di vita delle maggioranze. Perciò occorre che i buoni cittadini facciano essi ciò che gli stati non sanno fare; e risparmino molto ed il molto risparmio diano allo stato finché lo stato ne avrà bisogno, e lo diano all’incremento della produzione. Essi dimostreranno col fatto che, se il lavoro è necessario, se il consumo è lo scopo del lavoro, non meno necessario è quello che si suol chiamare «capitale» o «capitalismo» e che con maggior verità si dovrebbe chiamare «rinuncia» o «capacità ad astenersi dal goder subito ciò che si è prodotto o si possiede» per ottenere poi in avvenire un frutto maggiore.

 

 

IV

 

Soviet russi e camera dei lords nel paragone di MacDonald

 

Attraverso i riassunti laconici che ci sono venuti d’oltre alpe dei congressi tenutisi di questi giorni a Bruxelles, ad Huddersfield ed a Parigi dai partiti socialisti o dall’ala estrema del partito del lavoro, una conclusione balza fuori nitida: i partiti socialisti del Belgio, dell’Inghilterra e della Francia non vogliono saperne del bolscevismo, del leninismo. Quella che il partito socialista ufficiale italiano considera come una meta ideale da raggiungersi immediatamente a costo di lotte e di agitazioni senza requie, la dittatura del proletariato organizzato nei suoi consigli di classe (soviet), è ripudiata dalla grande maggioranza dei socialisti dell’intesa, da quello stesso partito indipendente del lavoro, il quale costituisce l’ala estrema del socialismo britannico.

 

 

Forse la spiegazione più semplice della ripugnanza dei socialisti verso il leninismo russo fu data dal pacifista Ramsay Macdonald, colui che i socialisti ufficiali di casa nostra lodano come l’inglese più affine alla loro parte, quando pronunciò la frase caratteristica: «I russi credono di avere inventato il soviet: ma in realtà questo vanto spetta all’Inghilterra, la quale possiede da secoli un soviet assolutamente perfetto: la camera dei lords». La frase, appunto perché caratteristica e suggestiva, non è storicamente impeccabile. La camera dei lords aveva la sua ragion d’essere «come rappresentanza di classi» quando anche la camera dei comuni rappresentava la classe dei borghigiani cresciuti in forza economica ed intellettuale nei comuni medioevali. A mano a mano che la camera dei comuni perdette i suoi caratteri di rappresentanza di classe ed intese a rappresentare l’intiera collettività,la camera dei lords da un lato si aperse a tutte le alte capacità,specialmente tratte dal corpo dei governatori dell’impero e dall’altro lato perdette di potere politico, ed oggi serba quasi soltanto un’influenza morale, variabile a seconda del valore personale dei suoi componenti.

 

 

Non v’è però dubbio che nelle grandi linee Ramsay Macdonald ha ragione: i soviet russi sono una imitazione modernissima del tipo di governo di classe impersonato tipicamente nella camera inglese dei lords. Nella stessa maniera come la rivoluzione comunista è stata dal punto di vista economico un regresso enorme verso forme antiquate di produzione che l’evoluzione industriale tendeva a superare persino in Russia; nella stessa maniera in cui lo spezzettamento del lavoro da parte dei contadini e dei piccoli artigiani cagiona un indietreggiamento notevole della produzione, così il regime politico dei soviet è il ritorno a forme antiquate di governo politico. La dittatura del proletariato in sostanza si riduce al prevalere degli interessi particolaristici di coloro che da sé si proclamano lavoratori. Il giorno in cui il voto politico è dato non più agli uomini in generale, in quanto uomini, ma ai «lavoratori» in quanto tali, tutti gli uomini hanno interesse a farsi passare per lavoratori. Non è il fatto del lavorare che decide, ma la definizione legale, ma la interpretazione data da coloro i quali deliberano nei consigli degli operai e dei contadini. Bisogna avere gli occhi chiusi alla visione della realtà per non essere persuasi che forse correranno rischio di essere dichiarati «non lavoratori» e quindi di perdere il diritto al voto un contadino vero e un operaio vero, non mai i chiacchieroni dei soviet, i finti operai che popolano le adunanze, i rifiuti della borghesia che si erigono a vindici dei diritti del proletariato. Di questi finti operai è composto lo stato maggiore governante russo; e come è immaginabile che costoro si lascino dichiarare «non lavoratori» ? Per farsi valere, per conservare la loro posizione dominante, hanno bisogno di valorizzare la dittatura del proletariato; e quindi di acuire la difesa degli interessi particolaristici dei lavoratori come tali, del contadino, del muratore, del musicista, del soldato – quale importanza enorme ha acquistato la classe militare in un governo comunista-antimilitarista! -, dell’insegnante, ecc.

 

 

È la lotta di ognuno per strappare agli altri il massimo bottino possibile; e la teorizzazione dell’arraffa arraffa. Attraverso secoli di lotte, attraverso la rivoluzione inglese e quella francese, era riuscito a prevalere, almeno in principio e nelle linee generali, il concetto dell’interesse «comune», del vantaggio «generale» della intiera collettività,superiore ed eminente in confronto agli interessi particolaristici. Era una grande, lenta, contrastata vittoria, a cui sono dovuti i progressi che furono compiuti durante l’ultimo secolo nei più vari campi della vita economica e sociale. Il regime russo segnerebbe la distruzione di tutte queste laboriose conquiste. Perciò gli operai ed i socialisti dei paesi più evoluti si affermano oggi contrari al regime dei soviet e lo paragonano al regime di prevalenza della camera dei lords. Essi sanno che tutti i benefici reali, effettivi di cui le masse operaie godono in Francia, in Belgio, in Inghilterra si debbono considerare conseguenze logiche del principio dell’uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi alla legge. Fu perché penetrarono nella legislazione i principii dell’uguaglianza e dell’interesse comune che i lavoratori poterono ottenere via via la consacrazione della libertà del lavoro e della legalità degli scioperi, il riconoscimento delle leghe, l’assicurazione contro gli infortuni, le malattie, la vecchiaia e la disoccupazione, le limitazioni del lavoro delle donne e dei fanciulli e delle ore di lavoro. Tutte queste sono garanzie che il legislatore ha posto affinché i più deboli fossero tutelati dalle prepotenze dei più forti e vi dovesse essere una sempre maggiore uguaglianza iniziale di posizione tra gli uomini. A poco a poco il proletariato si eleva perché sa di essere in diritto uguale alle altre classi. Il giorno in cui la legge consacra la dittatura di una classe sulle altre, non è il vero proletario, il vero contadino, il vero operaio che si innalza. Sono coloro che hanno per sé la furberia, la potenza, che hanno tempo e modo e gusto di frequentare le assemblee politiche, i comizi dei soviet: sono i lavoratori della chiacchiera. Perciò gli operai consapevoli dei loro interessi non vogliono la dittatura del proletariato. Dopo avere faticosamente ottenuto conquiste che hanno reso la sorte degli operai contemporanei migliore di gran lunga di quella della maggioranza delle classi privilegiate dell’antico regime, non hanno voglia di consacrare di fatto il dominio politico ed economico dei venditori di parole, dei trafficatori dei vantaggi materiali che il possesso del torchio dei biglietti a corso forzoso dà a coloro che geriscono la dittatura proletaria. Per quanto imperfettamente applicato, il governo della cosa pubblica nell’interesse comune presta il fianco a molto minori abusi ed è assai più vantaggioso alle masse che non il governo di una classe. Questo è l’insegnamento che si ricava dai deliberati dei congressi socialisti recenti; ed è tale insegnamento da dover essere seriamente meditato dai nostri operai, da quelli almeno che sanno ragionare colla testa propria e non con quella dei politicanti che si sono eretti a loro capi.

 

 

V

 

Bisogna lavorare?

 

«Senti che cosa ci dicono: lavorare!» queste le parole che un popolano indirizzava ad un altro su una piazza di una grande città italiana, commentando un manifesto del «fascio popolare di educazione sociale» il quale cominciava appunto con le parole «bisogna lavorare…».

 

 

Nella esclamazione del popolano era riflesso lo stato d’animo di molti dei reduci dalle trincee, dei combattenti della grande guerra. È uno stato d’animo di cui più o meno tutti siamo testimoni, nei campi più diversi della vita. Quattro anni di guerra hanno dato all’uomo la consuetudine col pericolo, lo sprezzo della morte, il coraggio, la disciplina, la virtù dell’aspettare e del silenzio prolungato. Ma non potevano dare ciò che essi non possedevano, ossia l’abitudine al lavoro uguale, sistematico e produttivo. È questa una esperienza universale, che non è italiana soltanto, ma francese, britannica, nordamericana. V’è nel reduce una irrequietudine, un senso di impazienza, un eccitamento che deve trovare il suo sfogo. Solo gradualmente sarà possibile di arrivare all’equilibrio precedente ed alle abitudini antiche di lavoro ordinato. Non solo i lavoratori della terra e delle officine si trovano in questa condizione psicologica; ma anche gli ufficiali. I professori universitari hanno constatato questa medesima difficoltà contro cui anche i migliori fra gli studenti, i più volonterosi e diligenti lottano per ripigliare le antiche abitudini dello studio. Lavoro, studio vogliono dire costanza e regolarità. Ed i reduci non hanno ancora riacquistata la costanza e la regolarità.

 

 

Tutto ciò noi non diciamo per muoverne rimprovero ai reduci. Sarebbe come lamentarsi che dopo il giorno viene la notte. È un fenomeno naturale, che bisogna conoscere, valutare; che bisogna utilizzare per sapersene servire o, meglio, per cercare i metodi con cui eliminare gli ostacoli che la situazione psicologica diffusa offre alla ripresa della vita normale. Il grande rimedio è il tempo. Un po’ per volta l’eccitamento si calmerà,le abitudini della vita libera alla grand’aria aperta andranno cedendo il passo a quelle della vita sedentaria ed ordinata. L’esempio dei genitori, degli amici, dei parenti gioverà a famigliarizzare nuovamente col processo della vita normale.

 

 

Qualcosa possono fare gli industriali, i datori di lavoro. In quanto sia possibile, ai reduci converrebbe affidare, a seconda delle attitudini individuali e del grado sociale e gerarchico, mansioni adatte. Conviene evitare in quanto sia possibile di retrocedere il capitano od il maggiore alle umili mansioni a cui era forse addetto prima della guerra. Il lavoro si presenta naturalmente ripugnante a chi non v’è avvezzo. Una lenta educazione di secoli ha avvezzato i popoli alla fatica metodica e produttiva. Ma basta una interruzione violenta, generale per rompere l’abito che in fondo noi avevamo vestito per opera di artificio, di educazione. Occorre a poco a poco riprendere l’artificio della educazione.

 

 

Bisogna anche tornare a spiegare perché si deve lavorare. Il fascio popolare di educazione sociale, che una così nobile opera sta svolgendo, farà bene a fermarsi su questo punto. La guerra ha sconvolto le idee in proposito. Prima era ovvio dire e sentir dire che se non si lavora non si mangia. Oggi il proverbio non pare così ovvio. Milioni di uomini non hanno lavorato a produrre merci e derrate e servizi economici. Hanno gli uni salvato il paese nelle trincee e nei campi di battaglia; hanno gli altri prodotto congegni di distruzione. Ufficio necessario; ma non produttivo di pane, di vestiti, di case. Eppure hanno vissuto. Molti di essi, quanto a cibo, meglio di prima. Altri con privazioni. Ma hanno vissuto, essi e coloro che a casa attendevano alle opere consuete. C’è la sensazione che si sia scoperto un filone misterioso, da cui sono sgorgati milioni e miliardi a compiere il miracolo della vita senza lavoro. E si dice: perché il miracolo non potrebbe continuare? perché lo stato non potrebbe far zampillare, con la sua bacchetta magica, ancora altri miliardi e farci ancora vivere senza lavorare?

 

 

L’avere occasionato e favorito il diffondersi di queste idee: ecco la grande, la sola responsabilità di coloro che in Europa – in tutta l’Europa – governarono le cose del tesoro e della finanza durante la guerra. Forse non se ne poteva fare a meno: e forse il diffondersi del contagio cartaceo era inevitabile. Non vogliamo riaprire di straforo un processo che darà luogo a dibattiti interminabili.

 

 

Ma importa spiegare e rispiegare che quella del filone misterioso, della sorgente miracolosa di ricchezza era una pura illusione. Gli uomini hanno, durante la guerra, vissuto, come facevano prima, unicamente, esclusivamente dei prodotti che ogni giorno erano ottenuti mercé l’applicazione del capitale e del lavoro alla terra, alle miniere, alle industrie. Nient’altro. Non si mangia carta, neppure sotto forma di biglietti di banca, ma si mangia pane, carne, formaggio, si vestono panni, si abita in case di calce e mattoni. Con la massa fantasmagorica di biglietti da lui stampati lo stato non ha fatto altro che questo: ha comperato dai produttori il pane, la carne, i panni e li ha dati ai combattenti, ai lavoratori delle munizioni, ai cresciuti funzionari pubblici. Invece di comperare con biglietti nuovi di torchio avrebbe potuto ripartire grosse imposte, farsi consegnare dei biglietti vecchi e con quelli comperare ciò che gli bisognava. Sarebbe stato assai meglio, se fosse stato possibile e se si fosse osato. Perché sarebbe stato chiaro che non si poteva dare – ed era doveroso, urgente dare – ai combattenti senza portar via ai lavoratori ed ai produttori. Collo strumento miracoloso dei biglietti, lo stato parve non portasse via, ma comperasse; procedimento più gentile e comodo. In realtà fu un portar via lo stesso, perché tutti si trovarono in mano, non più la roba, ma il doppio, il triplo di moneta di quella che avevano prima. E siccome la moneta, divenuta abbondante, svilì, i non combattenti non ebbero alcun frutto della maggior copia di moneta posseduta – parliamo per medie generali, non potendo per brevità distinguere tra quelli che lucrarono e quelli che perdettero, in modo da fare una media zero -; e rimasero con la roba in meno, che giustamente, sacrosantamente era passata a far vivere i combattenti. Ma è chiaro che il processo non può durare all’infinito. Se i produttori seguitassero a ricevere solo carta in cambio delle merci da essi prodotte, dopo un po’ si rifiuterebbero a produrre ed a vendere. Come fanno oggi i contadini in Russia. Durante la guerra la cessione di merci contro carta andava bene, perché si riceveva in cambio la difesa del paese. Ma, finita la guerra, il cambio su questa

base non può continuare, se non si vuole che anche i produttori di beni economici si stanchino di produrre. E in tal caso di che cosa vivremo? Questa è la ragione per cui bisogna che tutti tornino al lavoro. Perchè senza di esso, cessata la fantasmagoria dei biglietti, non si vive. Del resto, ciò che è accaduto durante la guerra apre orizzonti di miglioramenti, di innalzamenti indefiniti. Si pensi: milioni di giovani vigorosi e di uomini nel fiore della produttività,allontanati dal lavoro. Eppure, questi milioni hanno continuato a vivere. Vissero, forse meglio di prima, anche i milioni di lavoratori delle officine belliche. Visse anche la popolazione residua, quella che seguitava a produrre cose necessarie, sebbene con qualche maggior stento.

 

 

Che cosa vuol dire ciò? Evidentemente, indiscutibilmente, che prima della guerra il lavoro era poco produttivo; che esso poteva essere organizzato meglio. Se donne, vecchi, ragazzi, riformati poterono durante gli anni lunghi della guerra far vivere se stessi ed i combattenti e gli addetti alla produzione bellica, quanto meglio, quanto più largamente non si potrà vivere il giorno in cui i combattenti ed i lavoratori delle munizioni torneranno a lavorare, con quell’amore e con quella intensità con cui vecchi, donne e ragazzi lavorarono durante la guerra! «L’Italia dovrebbe diventare un giardino!», diceva un contadino riflettendo al miracolo per cui la terra seguitava a produrre, malgrado la mancanza di braccia valide. Ecco il grande compito che sta dinanzi a noi; e che possiamo tranquillamente affrontare, purché si voglia. La volontà in tutti di lavorare; la volontà nei dirigenti di organizzar bene il lavoro, con il consenso e la partecipazione diretta dei lavoratori alla organizzazione. Non mai come ora fu vero il detto che volere è potere.

 

 

VI

 

L’aspettazione del millennio

 

L’Italia è di nuovo percorsa da un vasto movimento sociale simile a quello che si ebbe nella primavera scorsa. E non soltanto l’Italia operaia. A Genova protestano e dimostrano negozianti, industriali, uomini d’affari. A Torino ed a Milano le masse operaie, improvvisamente, abbandonano il lavoro, per solidarietà con gli operai tedeschi, per protesta contro l’uccisione della Luxemburg, per motivi inespressi e vaghi. I maestri credono di avvantaggiare la loro causa disertando le aule scolastiche. Gli impiegati si agitano contro il governo che non concede subito i chiesti aumenti di stipendio. I giornali ed i deputati protestano, inquieti, contro il governo che non sa trovare un rimedio alla mania degli scioperi, che non pone un freno all’aumento dei prezzi degli alimenti e delle cose necessarie alla vita. Da più parti si invoca un dittatore; si attende un avvenimento che rischiari la situazione. È una atmosfera singolare che si va creando, l’atmosfera del millennio, in cui si aspetta, si invoca il messia, il miracolo. Alcuni personificano il miracolo nella rivoluzione, altri in un uomo. Ma lo stato di spirito è lo stesso: un senso di inquietudine che fa parere insoffribile il presente, che vuole ricercare in qualcosa al di fuori di noi, nel capitalismo o nel governo, il responsabile dei nostri mali; e che ha fede nel rimedio infallibile atto a cambiare il male in bene. A questo punto è necessario dire una parola franca e netta, che non nasconda le responsabilità di alcuno, ma dica nel tempo stesso tutto il pericolo e tutta la vanità della strana situazione di spirito che si è venuta creando.

 

 

Certo, le responsabilità del governo sono gravi. I ministri che stanno a Parigi non hanno saputo darci ancora la pace che l’Italia meritava; e quelli che son rimasti a Roma non hanno saputo governare. Hanno commesso errori gravissimi nella politica economica, finanziaria, sociale. Non hanno mai saputo dire al paese la parola ferma, che guida, che rassicura, che tiene strette insieme le anime. Non hanno una visione netta di quel che occorre fare nel momento presente. Ma sarebbe ingiusto rimproverare ad essi di non aver saputo compiere il miracolo. Nessun governo, anche l’ottimo, potrebbe creare l’abbondanza dove è la scarsità;nessuno potrebbe d’un tratto moltiplicare le navi, i carri ferroviari, che sono guasti o le scorte che sono ridottissime. Una rivoluzione scompiglierebbe il paese ancor piu`, farebbe nascondere e scomparire ancor più le merci esistenti ed, interrompendo i traffici con l’estero, darebbe il popolo in balia alla fame, alle stragi intestine ed alle malattie. Un dittatore, il quale dovrebbe essere il genio onnipotente ed onniveggente, che in terra non esiste, aggraverebbe il male, che oggi l’opera indipendente di molti riesce a rendere meno aspro.

 

 

Non esiste alcun rimedio portentoso, alcuna bacchetta magica la quale possa risolvere la situazione aggrovigliata che cinque anni di guerra e di snervante armistizio hanno creato. Coloro i quali fanno credere che un rimedio siffatto esista, che esista una via d’uscita rapida dagli squilibri presenti alla pace sociale od anche semplicemente alla felicità di una classe, della classe più numerosa, si illudono ed illudono. Essi sfruttano la tendenza a credere nel miracolo che esiste nel popolo, che esiste in molti uomini; ed in tal modo lo rendono propenso a sopportare ed a plaudire ai colpi di mano, con cui essi sperano di impadronirsi del potere e di iniziare anche fra noi sperimenti altrove non riusciti di palingenesi sociale.

 

 

Contro i pescatori nel torbido, contro coloro i quali sperano di innalzare la propria fortuna politica ed economica sulla rovina universale, bisogna che reagisca l’opinione pubblica.

 

 

Delle classi alte innanzi tutto. Le agitazioni a cui si abbandonano le classi commerciali della Liguria contro i monopoli hanno preso una forma che noi dobbiamo disapprovare. Noi non siamo favorevoli alla politica dei monopoli, che ci appare improvvisata e condotta con criteri non conformi all’interesse generale. Lamentiamo che il governo non abbia opposto buone ragioni, ma solo comunicati perentori ed assoluti contro le proteste ragionate e le offerte di uguali proventi del commercio. Questo ha ragione di chiedere che la sua collaborazione col governo nella preparazione delle leggi fiscali sia richiesta, gradita, ascoltata. Ma da ciò a chiudere il portofranco, ad interrompere il traffico ci corre. Il commercio non ha solo dei diritti, ma anche dei doveri verso il pubblico. Il porto di Genova è il grande servitore dell’alta Italia; ed esso deve funzionare, ad ogni costo. Ma contro la mania del nuovo, contro l’aspettativa del millennio deve reagire anche l’opinione delle classi popolari. Essa deve riflettere che questo turbinio di agitazioni, queste interruzioni continue del lavoro danneggiano massimamente coloro che non hanno.

 

 

Le masse agricole, le quali nella massima parte d’Italia sono tranquille, che partecipano direttamente, sia come proprietari, sia come cointeressati, ai prodotti della terra, possono fino ad un certo punto assistere tranquillamente ai turbamenti odierni. Esse hanno grano, uova, frutta, verdura, ecc. Le masse cittadine no. Esse vivono sulla continuità del traffico e del lavoro. Continuamente, ogni giorno, bisogna che sbarchino, siano inoltrati, utilizzati o messi in lavorazione carbone, ferro, cotone, lana; ogni giorno bisogna che giunga frumento e sia macinato nei grandi mulini se si vuole che i milioni di abitanti delle città vivano. Le riserve sono state distrutte dalla guerra; e ci vorranno anni per ricostituirle. Ad incrociare le braccia, sospendere il lavoro delle fabbriche, le corse delle tramvie e dei treni, il problema non si risolve. Peggiora. Il governo è incapace a dare l’opera sua, che in ogni caso sarebbe limitatissima, a risolvere il problema del caro-viveri; ma gli scioperi non agevolano la sua azione e solo inaspriscono il problema. È questo un periodo in cui gli industriali si stimerebbero fortunati se potessero far funzionare le loro fabbriche senza perdere; il che vuol dire che per il momento il lavoro assorbe tutto il prodotto netto dell’industria. Per crescere questo prodotto netto, per crescere la parte dell’operaio, per creare a poco a poco quell’abbondanza di prodotti da cui uscirà alla fine il ribasso dei viveri, l’unica soluzione è la tranquillità sociale; è una precisa e serena valutazione dei dati del problema e dei mezzi atti a risolverlo. Ad agitarsi, a muoversi, a protestare per protestare si fa il giuoco solo dei mestatori; si prepara la rovina di quelli che vivono giorno per giorno del proprio lavoro. Il ricco, che ha riserve, può ancora rifugiarsi in campagna od all’estero. Chi vive alla giornata non può . Perciò noi invochiamo sovratutto un rinsavimento delle masse popolari. Il male è in noi; nella nostra aspettativa del nuovo e dell’impossibile. Il giorno in cui invece penseremo che lo stato siamo noi, che il governo lo facciamo noi, che esso ha i nostri vizi e le nostre virtù, che i mali di cui soffriamo li potremo guarire a poco a poco soltanto noi, lavorando a guarirli, con un’opera individuale e coordinata atta a raggiungere lo scopo; il giorno che avremo sostituito alla mentalità dell’inquietudine e dell’agitazione la mentalità della riflessione e del lavoro fecondo, quel giorno saranno superate le difficoltà più grandi del problema. Sovratutto bisogna vedere chiaramente, astenerci dall’imprecare altrui, e deciderci a lavorare noi con passione e con intensità.

 

 

VII

 

Il dovere di risparmiare

 

Le agitazioni e gli episodi che si riproducono nelle città d’Italia non sono una novità nella storia delle agitazioni annonarie. È sempre la medesima, la vecchia psicologia delle folle, che immagina di poter ribassare i prezzi devastando, sciupando, facendo baldoria per qualche giorno e gridando: «È tutta colpa del governo se non c’è l’abbondanza e se i prezzi non sono bassi!».

 

 

Noi non diciamo che il governo sia mondo di colpa, sebbene una delle sue colpe principali sia quella di aver ceduto in passato e di cedere ora alle richieste tumultuose, decretando calmieri, requisizioni, sequestri, processi. Noi non diciamo che siano mondi di colpa i negozianti, a cui abbiamo ripetutamente rivolti inviti e ammonimenti. Ma non sappiamo vedere in che maniera lo sfondamento dei negozi e la dispersione della merce immagazzinata possa incoraggiare i commercianti a rinnovare le loro provviste.

 

 

I tumulti odierni e i provvedimenti improvvisati presi dal governo, da prefetti e da sindaci, sono un assai brutto prodromo per i giorni che verranno; essi organizzano la carestia e la fame a breve scadenza. È impossibile che d’un tratto governo e municipi possano sostituirsi all’opera di migliaia e migliaia di privati che attendevano fin qui al rifornimento alimentare delle città. Se noi non sappiamo porre freno ai nostri impulsi, se non sappiamo mettere un limite alle manifestazioni della nostra collera, comunque questa possa essere giustificata, noi arrischiamo di apparecchiare a noi stessi, a brevissima scadenza, giorni di grave privazione, a cui sarà impossibile portare rimedio.

 

 

Sappiamo bene che l’ufficio dell’ammonitore è sgradito e penoso. Ma poiché siamo convinti che occorre innanzi tutto attendere ai propri doveri, crediamo necessario insistere su taluni punti di buon senso nella speranza di contribuire a incanalare l’effervescenza pubblica verso una meta pratica e raggiungibile.

 

 

I prezzi devono diminuire. Su questo punto siamo d’accordo. Ma è bene ricordare che sarebbe assurdo e ingiusto che oggi diminuissero fino al livello di prima della guerra. A noi è capitato di sentire, in una dimostrazione contro un vinaio, il grido: «il vino a una lira al fiasco!» (da 2 litri!) Ora questo è il prezzo a cui il vino si vendeva un tempo. Parecchi ribassi decretati del 50, del 60% condurrebbero a questo risultato. Coloro che li vogliono e li impongono sono abitanti della città che spesso lucrano 15 o 20 lire al giorno, i cui salari sono doppi e tripli, in moneta, in confronto dell’anteguerra. Non sono gli impiegati, i cui salari sono cresciuti solo del 50% e hanno da tempo rinunciato al vino, alla frutta ed a molte altre cose. Orbene, noi vorremmo che i cittadini riflettessero al torto che essi, senza avvedersene, vogliono in tal modo recare ai contadini, a quelli che vivono del ricavo della vendita dei prodotti agrari. Costoro producono uova e pollame e verdura, non per il gusto di produrre, ma per cavarne il denaro necessario a comperare vestiti, scarpe, aratri, concimi chimici, ecc. ecc. Ma se gli operai tessitori, calzolai, metallurgici, chimici, vogliono i salari alti, come sarà possibile che i contadini possano comperare a buon mercato le cose di cui hanno bisogno? Che giustizia sarebbe questa, per cui gli agricoltori dovessero vendere la loro roba al prezzo vecchio basso e comprare le cose di cui hanno bisogno a prezzi alti? Moderazione ci vuole da ambo le parti; trovare una via di mezzo tra gli esorbitanti prezzi di oggi e quelli bassi di un tempo; ma pretendere le paghe alte e volere la roba a buon mercato è una contradizione in termini e sarebbe anche una ingiustizia.

 

 

Un lettore, a proposito di questa contradizione, scrive osservando che è ben difficile impedire l’aumento dei prezzi quando la prima spinta viene dai consumatori stessi, che possono e vogliono spendere di più e insistono per avere la roba, anche a costo di pagarla cara. Osservazione giustissima, molte volte ripetuta durante la guerra, la cui attualità non è venuta meno.

 

 

La prima spinta all’aumento dei prezzi viene dalla domanda di coloro che hanno denaro, molto denaro in mano e lo vogliono spendere. Si spende di più. Le automobili sono salite a prezzi fantastici, di 50.000 lire l’una; le pensioni negli alberghi di montagna sono andate a 40 e 50 lire al giorno, perché c’è gente arricchita a cui non par vero spendere e spandere, comprare, consumare a piacimento ciò che gli altri non possono avere. Costoro non sono quasi mai industriali, gente che realmente dirige e lavora e non ha tempo di fare vano sfoggio delle proprie ricchezze. Sono fortunati, sono mediatori, sono gente grossolana e volgare che vuol far colpo sugli altri. La spinta all’aumento delle derrate alimentari è però data non da questi pochi, ma dai molti che nelle città guadagnano salari alti e vogliono godersi tutto e subito il frutto del proprio lavoro. Da per tutto il centro del consumo del pollame, delle carni, delle frutta e delle verdure fresche si è spostato dai quartieri dove abita la media borghesia ai quartieri popolari. È la volta nostra, pare che si dica, di godere delle buone cose della terra; epperciò le vogliono avere con larghezza, senza risparmio.

 

 

Ora noi diciamo a tutti costoro, nuovi ricchi e masse elevatesi nel benessere; come è possibile, se la domanda cresce e tutti offrono biglietti per avere roba, che la roba diminuisca di prezzo? I prezzi cresceranno ancora e chi ne andrà di mezzo saranno i modesti redditieri, gli impiegati a stipendio fisso, il cui guadagno non è cresciuto in proporzione al crescere del guadagno degli altri. Costoro, che hanno dignità di vita e di modi, non gridano per le strade; ma fanno assai amare riflessioni intorno ai tumulti inscenati da coloro i cui guadagni monetari sono cresciuti durante la guerra.

 

 

No; la pace non ha fatto venir meno il dovere imprescindibile dei nuovi ricchi e di coloro i cui guadagni sono cresciuti, di risparmiare, di non spendere tutto ciò che guadagnano. Ognuno risparmi nel modo che ritiene più conveniente. L’essenziale è che non tutti i biglietti ricevuti come profitto o paga siano spesi ove appena ciò sia possibile. Vi sono molti i quali hanno grosse famiglie da mantenere e i cui mezzi sono ristretti; costoro non hanno obbligo di risparmiare. Ma tutti gli altri l’hanno, e serio e urgente. Chi acquista l’automobile oggi, il vestito o le gioie, senza necessità,colui non fa il proprio dovere. Né fa il proprio dovere colui che beve due bicchieri di vino quando uno solo basterebbe, e non è frugale nel mangiare, o spreca in qualsiasi modo il denaro. Non fa il proprio dovere, perché acquistando cose inutili per sé le porta via e le fa crescere di prezzo a danno di coloro che sono di mezzi più ristretti. L’incettatore non è solo uno che ammassa la roba; è anche colui che ne consuma troppa. Dei due, il solo dannoso è il secondo; perché è il solo che sul serio rarefà la merce. Il primo, se vuol lucrare, dovrà pure un giorno vendere e far ribassare i prezzi.

 

 

È dovere risparmiare, perché solo così i biglietti, che sono troppi, possono tornare alle casse dello stato che li può bruciare e distruggere. Finché ci saranno in giro molti biglietti, ve ne saranno molti per aver merci e i prezzi saranno alti. Se ognuno che può risparmierà,i biglietti torneranno alle banche e di qui allo stato, ed essendocene meno a disposizione dei consumatori, i prezzi dovranno ribassare per forza. Non guardiamo troppo al governo; non diciamo «governo ladro!» ogni volta che piove. Ognuno faccia il proprio esame di coscienza. Ognuno dica: Ho fatto tutto il mio dovere, riducendo i miei consumi al minimo possibile?

 

 

VIII

 

Dare il buon esempio

 

La circolare dell’on. Nitti ai prefetti per inculcare agli italiani le virtù del risparmio e del lavoro ha un’intima virtù persuasiva, la quale non abbisogna di commenti. Tanto meno questi commenti sono necessari in un giornale che, da anni, fin dall’inizio della guerra, ha sempre predicato quel vangelo, forse non senza meraviglia di quelli tra i suoi lettori, i quali non si persuadono che le verità semplici ed elementari non diventano carne della propria carne, forza attiva ed operante, se non sono ripetute ogni giorno per anni fino alla noia, fino alla esasperazione. Anche l’on. Nitti si ripete, perché sa che se i buoni sono facili a persuadere, i fiacchi, gli abitudinari, i renitenti debbono essere scossi, esasperati e costretti a riflettere ed a vergognarsi.

 

 

Voglia però l’on. Nitti consentirmi di aggiungere – non perché egli non lo sappia, ma perché parmi non tutti i frutti del suo insegnamento siano stati colti dai suoi colleghi e, più ancora che da questi, dai funzionari dei ministeri – che, insieme alla figura della ripetizione giova assai a persuadere il pubblico il buon esempio. Predicare eccellentemente, come fa il primo ministro italiano, è buona cosa; dare il buon esempio è tre volte ottima cosa.

 

 

Disse l’on. Nitti che il governo americano non vuole più, come governo, fornire credito all’Europa e che i privati americani lo forniranno solo quando noi dimostreremo di volere risparmiare, produrre, garantire la sicurezza e di non destinare i denari ricevuti a prestito a nuovi armamenti. Questo è un monito grave, il quale dovrebbe essere attentamente ascoltato dai nostri ministri militari. Sembrano più frequenti gli invii di classi in congedo e pare che per la metà del mese sarà compiuto il congedamento della classe del 1893. Col prossimo richiamo della classe del 1900, saranno sette classi mantenute sotto le armi. Sono davvero tutte necessarie? Sovratutto è necessario mantenere in servizio tutti gli ufficiali e sottufficiali di classi già congedate che ancora pesano sul bilancio dello stato? Il sottosegretariato alle armi e munizioni oramai si può considerare sciolto; ma il ministero della guerra ha fatto altrettanto per sfollare gli uffici da lui dipendenti? A sentire le lettere inquiete di ufficiali, i quali sono ansiosi di ritornare al lavoro abbandonato da anni, con loro gravissimo danno economico, parrebbe di no.

 

 

«Pur tenendo conto – mi scrive un ufficiale – di tutte le occupazioni nostre al confine, in Asia ed in altre località e delle vere esigenze del servizio territoriale, il numero degli ufficiali alle armi è enormemente sproporzionato alle necessità reali. Per persuadersene basta informarsi del numero stragrande di ufficiali occupatissimi a non far niente presso i depositi territoriali (a… una sessantina circa di ufficiali stanno facendo la cura intensiva del sonno), presso i comandi di grandi unità territoriali e mobilitati, presso i depositi di mitraglieri, presso i governatorati, le commissioni ed uffici svariatissimi e copiosissimi… Conclusione: non si potrebbero congedare tutti gli ufficiali fino alla classe ’95 o ’96, i quali siano in grado di dimostrare sul serio che, appena mandati a casa, troverebbero subito lavoro?».

 

 

Queste osservazioni mi paiono calzanti. Esse sono suffragate da lettere di sottufficiali, i quali si lagnano di essere dichiarati «insostituibili» e perciò mantenuti in servizio solo perché è comodo a taluni ufficiali superiori e subalterni mantenere in vita un ufficio che potrebbe essere eliminato o grandemente ridotto e quindi hanno bisogno di far comparire quell’ufficio in forza ed operoso per continuo movimento di carte più o meno interessanti.

 

 

I ministri militari debbono por mente alla necessità di dare il buon esempio. Ogni soldato, ogni ufficiale trattenuto sotto le armi oltre il necessario è un consumatore di troppo, un produttore di meno. Quando è in giuoco la salvezza del paese, fa d’uopo sopportare ogni sacrificio; ma quando il fine della difesa nazionale è conseguito, è errore grave, colpa inescusabile togliere uomini produttivi ai campi, alle industrie, ai commerci.

 

 

Risparmiare è necessario oggi quasi altrettanto come il produrre. Sono ben lieto che finalmente il governo si sia deciso a porre fine alla politica del buttare dalla finestra ogni anno 2 miliardi e mezzo, che mi si dice stiano per diventare 3 e mezzo per mantenere artificialmente basso il prezzo del pane, a meno di 80 centesimi il chilogrammo. Noi non sappiamo quanto costi il frumento estero al governo, e solo dalle cifre di perdita annunciate dagli on. Nitti e Murialdi siamo indotti a dubitare che il prezzo oscilli tra 150 e 170 lire il quintale. Se fosse instaurata la libertà del commercio dei grani, il pane costerebbe più di 1,50 il chilogrammo ed i produttori interni di frumento vedrebbero raddoppiare e forse più il prezzo del frumento, che oggi è abbastanza remunerativo a 75 lire. Consentir ciò sarebbe pericoloso; e perciò si può ammettere che il governo mantenga ancora per un anno il monopolio del commercio del grano, allo scopo di fare una media fra le 150 lire pagate all’estero e le 75 lire pagate all’interno. Ma fare una media, vuol dire vendere a 100-120 lire – dico cifre approssimate in difetto di quelle precise non note – non già vendere ad 80 per il gusto di perdere circa 3 miliardi di lire all’anno. Un governo, il quale inculca il dovere di produrre, non deve dare il cattivo esempio di produrre in perdita; ché gli insegnamenti di coloro i quali fanno male i propri affari non sono ascoltati di solito con molta reverenza. La perdita è subita per ragioni politiche, dicesi; ma parmi dicasi a torto, ché gli italiani sono troppo intelligenti per capire che lo stato non può perdere miliardi per dare pane a sotto costo, se non facendo pagare altrettanti miliardi di imposte ai medesimi italiani. Poiché pagare si deve, è meglio pagare apertamente nella sua sede naturale, senza correre il rischio di far sprecare farine buone a buon mercato come alimento agli animali da ingrasso, i quali prima si contentavano di crusca e farinette. Tutt’al più, si faccia una lista rigorosa di coloro che, essendo nullatenenti od avendo un reddito inferiore al minimo soggetto ad imposta diretta (3,50 lire al giorno, secondo il diritto vigente), possono trovarsi nella impossibilità di pagare il pane al prezzo vero di costo; e si conceda a questi soli, non molti oramai in Italia, una tessera per il pane a prezzo ridotto. Quando le esortazioni non servono, lo stato deve ricorrere alla forza. È suo dovere ed è suo compito preciso. Lo stato si distingue da una qualsiasi associazione libera perché può dare ordini e farli eseguire colla forza. Se lo stato crede, ed a ragione, che il lusso sia un delitto ed il risparmio un dovere, imponga l’osservanza della sua credenza con i mezzi coercitivi i quali sono a sua disposizione.

 

 

È dubbio se di essi tragga partito a sufficienza. Dicesi da molti che a centinaia di migliaia entrino in Italia pacchi postali contenenti mercerie fini, pizzi di gran lusso, velluti, cappelli, piume ornamentali ed ogni sorta di cianfrusaglie desiderate dalle signore vanitose e dagli uomini perditempo. Io sono e continuo ad essere fautore della libertà di commercio, e vorrei che i divieti di importazione fossero ridotti ai soli oggetti di lusso, che nelle condizioni attuali della bilancia commerciale noi non possiamo comperare. Non vorrei che fosse frastornato il commercio estero condotto per mezzo dei pacchi postali, divenuti uno degli strumenti più comodi e indispensabili per ovviare alle negligenze ed alle difficoltà dei trasporti ferroviari. Ma non sembrami impossibile compilare una lista precisa di oggetti di lusso, la cui importazione sia affatto proibita, stabilendo premi per i doganieri che confischino le merci vietate, insieme a multe rigorose per ogni caso di ritardo nell’inoltro delle merci ammesse. Non si deve imporre alcun vincolo ed alcun ostacolo in genere ai pacchi postali, ma evitare che merci di lusso vietate entrino col pretesto dei pacchi postali. Le grandi dogane conoscono benissimo speditori e destinatari di questa merce inutile e poche lezioni energiche basterebbero a dimostrare che il governo è deciso ad applicare coi fatti i suoi insegnamenti.

 

 

Se i divieti non bastano, ci sono le tasse. Cinematografi, gioielli, profumerie sono troppo poco tassati, meno del 50 per cento del loro valore. Quando lo zucchero è tassato a più del 200 per cento, il sale al 400 per cento ed altre derrate necessarie con percentuali fortissime, come si può esitare a crescere la tassazione sulle inutilità sovra menzionate ed a tassarne altre ancora? Sta bene tassare i patrimoni ed i redditi; ma sta ancor meglio tassare i consumi non di prima necessità. Chi ha costituito un patrimonio o produce un reddito, osserva certamente il primo precetto dell’on. Nitti: produrre, molto probabilmente osserva anche il secondo: risparmiare. Quindi la tassazione dei patrimoni e dei redditi risponde talvolta a necessità politiche, quasi sempre a ragioni di giustizia tributaria; ma può essere assai pericolosa economicamente, col recidere i nervi di quei motivi di produrre e di risparmiare che sono le più grandi necessità del momento presente. Quelle imposte hanno dunque insieme col diritto, anche il rovescio della medaglia. Le imposte, invece, sui consumi non necessari non hanno rovescio. Esse sono le ottime. È magnifica quella sul tabacco; sarà fecondissima quella sul vino, specie se collegata con una forte tassazione delle licenze per spacci di bevande alcooliche, progressiva in ragione composta dello spaccio lordo, del fitto dei locali e del reddito netto. Ma non bisogna trascurare quelle minori sui singoli consumi di lusso. Chi spende oggi inutilmente per fini che non siano la conservazione delle proprie energie fisiche ed il perfezionamento delle proprie attitudini intellettuali e morali; chi spende per spendere, per sfarzo, per far vedere la propria superiorità sugli altri, colui è nemico della patria e va perseguitato con le imposte, come se fosse un cane rabbioso.



[1] Con il titolo Paralisi delle industrie ed operai sul lastrico [ndr].

[2] Con il titolo Conservare l’equilibrio [ndr].

[3] Con il titolo La febbre del vivere e la necessità delle rinunce [ndr].

[4] Con il titolo La dittatura del proletariato e l’interesse dei lavoratori [ndr].

[5] Con il titolo Il filone misterioso e la necessità di lavorare [ndr].

[6] Prediche, Laterza, Bari, 1929, pp. 143-148 [ndr].

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