La ferrovia gratuita

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/08/1905

La ferrovia gratuita

«Corriere della Sera», 5 agosto 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 235-239

 

 

Gli economisti – innocua congrega di teorici – hanno inventato la «ferrovia gratuita», leggiadro ideale del futuro ed elegante motivo di discorsi accademici per il presente. Supponiamo, si disse, che venga il giorno nel quale tutti vadano in ferrovia, nella stessa maniera che tutti oggi si servono delle strade ordinarie. La ferrovia che oggi è una necessità per molti ed uno strumento potente di progresso commerciale ed industriale, sarà allora diventata come l’acqua, il sole e la pubblica via; nessuno potrà fare a meno di giovarsene e non si potrà dire che essa sia utile più all’uno che all’altro dei membri della consociazione politica. Perché lo stato – proprietario delle ferrovie – non potrebbe rendere le ferrovie gratuite; abolire l’antipatica esigenza di farsi pagare i biglietti e consentire a tutti di salire quando e come vorranno sui treni, spedire merci, nello stesso modo come oggi sulla grandissima maggioranza dei ponti e delle strade sono scomparsi i guardiani posti un tempo ad esigere pedaggi dei viandanti? La ferrovia non sarà gratuita nemmeno allora, come adesso non è gratuito l’uso delle strade: ma i viaggiatori e i commercianti, seccati di dover pagare ad ogni tratto il prezzo del trasporto, si saranno messi d’accordo per fare le spese delle ferrovie per mezzo di imposte proporzionali, a cagion d’esempio, al reddito di tutti i cittadini. Lo stato ci guadagnerà perché potrà abolire bigliettari, controllori, impiegati computisti e limitarsi una volta all’anno a mandare a casa di ognuno la bolletta dell’esattore, nella quale sarà compresa anche il costo della ferrovia. L’industria, i commerci, le comunicazioni se ne avvantaggeranno grandemente, perché, grazie all’imposta liberamente consentita da tutti, il costo del trasporto sarà abolito e tutto il paese economicamente sarà unificato.

 

 

Se i fatti sono fatti, all’Italia dovrebbe spettare il vanto di essersi messa per la prima sulla via che dovrà condurre alla meta gloriosa della «ferrovia gratuita».

 

 

Lasciamo stare che in Italia il capitale impiegato nelle ferrovie è completamente improduttivo diguisaché già si applica la teoria della «gratuità» o meglio del pagamento a mezzo dell’imposta per quanto ha tratto all’interesse ed all’ammortamento del capitale ferroviario. Il bello si è che non si vuole nemmeno più pagare il costo vivo di esercizio. Chi viaggia in Italia in prima e in seconda classe con biglietto pagato deve avere constatato che bisogna essere ingenui per pagare il prezzo a tariffa intera. Spesso, quando si presenta il controllore per la verifica, i più sono permanenti gratuiti degl’ispettori ferroviari, dei deputati o senatori, dei giornalisti bene accetti ai ministeri, delle persone che hanno ottenuto biglietti di servizio, forse per servizi resi in tempo di elezione, ecc. ecc. Dopo vengono i militari col 75%, gli impiegati governativi e famiglie col 40-60% di riduzione e via dicendo. È miracolo, specie in prima classe e tolta qualche linea di grande traffico, se qualche volta viene ultimo, peritante e vergognoso un viaggiatore che ha avuto la tracotanza di pagarsi il biglietto a tariffa intera.

 

 

Altri progressi si faranno sicuramente coll’esercizio di stato. Le ferrovie dello stato sono di tutti, ragionano molti; e perché pagare per servirsi di una cosa che è nostra? Hanno cominciato i deputati, i quali, avendo ricevuto la investitura di una parte della sovranità popolare, sono in diritto più degli altri di giovarsi del patrimonio nazionale; e non paghi di viaggiare gratuitamente per i loro affari professionali in lungo e in largo l’Italia, hanno a grandi grida rivendicato (oggi tutte le più dubbie pretese si chiamano «rivendicazioni») il medesimo diritto per le loro famiglie, genitori, mogli, figli e forse anche parenti sino al decimo grado e relativo servidorame.

 

Forse a tanto non giungeranno subito; ma si ritengono certi di poter ottenere o, piuttosto, credono di potere, senza sollevare l’indignazione pubblica, votare a proprio favore il trasporto gratuito di 50 chilogrammi di bagaglio più tre biglietti gratuiti all’anno per la famiglia[1]. Calcolando ognuno di questi tre biglietti al minimo a 50 lire l’uno – e tutti saranno certamente utilizzati e sarebbero utilizzati anche se non fossero gratuiti – e ammesso che i senatori imitino i deputati rinunziando a dare ai loro colleghi elettivi una lezione di temperanza, è una bella somma che le casse dello stato verranno a perdere. Quale impressione fa tutto ciò sul paese e quanto lontani dal tempo in cui i ministri viaggiavano frammischiati al pubblico grosso! Oggi, invidioso dei ministri, dei sotto-ministri e dei presidenti del senato e della camera, anche il numeroso stuolo dei vice presidenti ha ottenuto lo scompartimento riservato. Dopo verranno i questori, poi i segretari, gli scrutatori, ecc. ecc.

 

 

Il cattivo esempio, che viene dall’alto, fruttifica. Perché – hanno subito soggiunto gl’impiegati – se i deputati e le loro famiglie viaggiano gratis, non dovremmo fare altrettanto anche noi? Noi, anche viaggiando, rimaniamo servitori dello stato e legittimi superiori degli altri cittadini. Per qual motivo farci pagare, quando viaggiamo nell’interesse della cosa pubblica? Se anche talora usiamo della ferrovia per andare ai monti od al mare, è sempre lo stato che trarrà giovamento dalla salute rinfrancata nostra e dei nostri figli, potendo noi in tal maniera con maggiore tranquillità dedicarci all’ufficio nostro.

 

 

Forse che minori sono i nostri diritti a viaggiare gratis? – rincalzano gl’impiegati a riposo, ora esclusi con sconoscenza ingrata da ogni beneficio – anzi maggiori; poiché abbiamo servito lo stato fedelmente e lungamente; e non è decoroso essere buttati via come limoni spremuti. Invecchiando, i bisogni aumentano; ed è triste non poter seguire i consigli del medico solo perché il nostro antico padrone si ostina a farci pagare un odioso balzello, dimentico dei nostri onorati servizi.

 

 

Fin qui le rivendicazioni note; ma, non v’è a dubitarne, altre seguiranno. Qual motivo di far pagare il biglietto ai viaggiatori di commercio, i quali affollano le ferrovie non per loro diletto, ma per mettere alla portata dei consumatori, ossia di tutti, i prodotti più nuovi e più a buon mercato dell’industria? Suvvia, un buon ordine del giorno delle unioni dei viaggiatori di commercio e il nobilissimo intento sarà ottenuto; e il sogno teorico degli economisti sarà avvicinato ancora un poco alla sua attuazione.

 

 

Cioè… sarà reso impossibile anche in un futuro lontanissimo. Poiché la teoria della «ferrovia gratuita» suppone non già che lo stato possa, per miracolo soprannaturale, esercire la ferrovia senza costo, ma che ripartisca i costi su tutti i cittadini, fatta l’ipotesi che tutti in proporzione ai loro mezzi si giovino della ferrovia. Questa è la condizione necessaria – lasciamo stare per ora se vera o falsa, opportuna o no – perché lo stato possa fare a meno di farsi pagare volta per volta il prezzo dei trasporti.

 

 

È superfluo dimostrare quanto l’andazzo italiano di concedere favori a classi speciali contrasti a questo concetto fondamentale. Qui sono ceti speciali, deputati, impiegati, pensionati, semplici grandi elettori, che viaggiano o pretendono di viaggiare gratuitamente. Naturalmente lo stato deve farsi pagare da qualcuno le spese di trasporti, che non sono gratuiti o semi-gratuiti se non per i viaggiatori. Se le fa pagare tenendo elevate le tariffe dei disgraziati che pagano (e noi abbiamo tariffe fra le più elevate d’Europa); ovvero mettendo o conservando imposte che sono pagate da tutti i contribuenti e quindi anche dai contribuenti che viaggiano poco (e viaggiando pagano) o non viaggiano mai. È giustizia codesta? Potrà mai una specie cosiffatta di socialismo bolso a favore di classi, già favorite in mille modi dallo stato, condurre all’ideale della «ferrovia gratuita» o più semplicemente all’ideale più pratico e per ora più ragionevole di poter ridurre i costi dei trasporti e quindi le tariffe a favore di tutti quelli che delle ferrovie si giovano? Certamente no; ed è per questa radicata convinzione che noi combattiamo ad oltranza le agitazioni antipatriottiche, egoistiche, di classi che dovrebbero essere il fior fiore del paese e si dimostrano invece chiuse ad ogni spirito di solidarietà sociale.

 

 



[1] Oggi i biglietti gratuiti per le famiglie concessi ai senatori e deputati sono di 21 di prima classe, valevoli ciascuno per andata e ritorno (equivalenti a 42 semplici di andata, come erano quelli d’un tempo) ed a 4 di seconda classe di andata e ritorno (equivalenti ad 8 semplici, e così a 50 in tutto). I buoni per trasporto di bagagli concedono il trasporto di un peso di 300 kg (Nota del 1959).

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