La finanza locale in Italia

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/08/1896

La finanza locale in Italia

«La Stampa», 7 agosto 1896

 

 

 

La condizione finanziaria dei Comuni ha attratta negli ultimi tempi l’attenzione di numerosi scrittori ed uomini politici italiani. Dopo i progetti di riforma del Magliani, tramontati insieme colla stella del loro autore, non furono più presentate al parlamento nostro ampie proposte di riforma dei tributi locali; troppo anguste erano le strette in cui si dibatteva il bilancio nazionale perché il legislatore nostro potesse pensare a mutarne l’organismo in qualche parte.

 

 

Ma col lasciare sussistere gli organi difettosi ed anche dannosi non si porta rimedio ai vizi che rendono meno corretto il funzionamento di una parte del corpo sociale; ed ora che il periodo delle difficoltà più angosciose è passato, e si è instaurato l’equilibrio contabile del bilancio italiano, da più parti si cerca ed a ragione, di portare in esso quelle modificazioni organiche che lo possano rendere più saldo di fronte alle bufere avvenire. Del bilancio nazionale formano parte anche i bilanci comunali e provinciali, sia perché molte funzioni di carattere più propriamente generale furono riservate dallo Stato sui Comuni, e sia perché il sistema tributario locale in Italia è così strettamente compenetrato a quello nazionale che a mala pena si può parlare di riforma di questo senza sconvolgere il primo.

 

 

Ora il professore Giulio Alessio trattava con alta competenza della riforma dei tributi locali nel Giornale degli Economisti, ed alla diagnosi dei mali che affliggono le finanze comunali accompagnava proposte di modificazioni larghe e profonde che cambierebbero, se adottate, largamente la fisionomia dei tributi locali nel nostro paese: istituzione di consorzi interprovinciali ed intercomunali per determinati scopi stradali, igienici e di previdenza, avocazione allo Stato della istruzione elementare, cessione ai Comuni della imposta fondiaria sui terreni e sui fabbricati, concessione ai Comuni di un canone fisso corrispondente al provento da essi annualmente tratto dal dazio consumo, per tal modo avocato temporaneamente allo Stato e destinato ad essere sostituito a breve scadenza da altre tasse sul reddito.

 

 

Ed ora l’onorevole P. Lacava ritorna sullo stesso argomento in un importante libro testé uscito alla luce, degno di accurato esame, sia per le idee che in esso sono svolte, come per l’autorevolezza dello scrittore per altissime cariche sostenute in grado di conoscere a fondo il sistema amministrativo e tributario italiano[i].

 

 

La esposizione che il Lacava fa delle condizioni finanziarie dei nostri Comuni non è tale davvero da rallegrare. Il fenomeno più grave è la continua e pericolosa progressione delle pubbliche spese; ogni anno alla alienazione del patrimonio pubblico fa doloroso contrasto l’aumento dei debiti e della passività; le spese obbligatorie si sono venute aumentando per la smania delle autorità centrali di voler creare sempre nuovi bisogni, spesso fattisi, senza pensare ai mezzi necessari per mettere in atto le leggi votate; le leggi sulla istruzione obbligatoria, sulla sanità pubblica, sulla viabilità hanno spesso messo in gravissimi imbarazzi i Comuni rurali, privi dei mezzi adatti a far fronte alle nuove spese. Si aggiunga l’avocazione continua allo Stato di fonti di reddito prima lasciate ai Comuni; le forme più dannose del lusso pubblico svoltesi nelle maggiori città, e di cui i frutti si veggono negli splendidi teatri e monumenti da un lato, e nell’aumentato dazio consumo dall’altro canto; la tassazione gravemente sperequata e premente in alcuni Comuni quasi esclusivamente sul consumo, ed in altri sulla proprietà fondiaria, senza che si sia fatto esperimento delle tasse minori, come il focatico, lasciate a favore dei Comuni e suscettibili di ben più largo sviluppo e di maggiore equità nella distribuzione dei carichi tributari.

 

 

Tutto questo basta a dimostrare che in Italia la finanza locale è profondamente malata e che a salvarla occorrono energici rimedi applicati con oculata energia e fermezza. Il Lacava crede che i capisaldi di ogni riforma debbano basarsi sui concetti seguenti: sancire la responsabilità degli amministratori; determinare le incompatibilità negli uffici amministrativi; sopprimere l’attuale sistema di eguaglianza forzata, secondo cui i doveri che incombono ai piccoli Comuni sono in gran parte quelli dei grandissimi, e classificarli tutti secondo criteri stabili, ammettendo anche pei minori il consorzio dei Comuni; istituire il referendum amministrativo; accordare il sindaco elettivo a tutti i Comuni; ridurre la azione dello Stato ad un’opera di pura vigilanza; diminuire le spese iscritte nei bilanci dei Comuni e delle provincie; riformare i tributi locali.

 

 

La tela delle riforme proposte dal Lacava è vasta, e prova con quanta larghezza di vedute egli abbia considerato l’intero complesso problema, ben comprendendo come alla riforma dei tributi occorre preceda, perché quella riesca efficace, una trasformazione nella vita amministrativa e politica dei Comuni.

 

 

La responsabilità degli amministratori, il referendum, la classificazione dei Comuni, l’istituzione del Comune consorziale sono tutte proposte le quali tendono a far sì che riesca più larga e diretta possibile la partecipazione degli elettori alla cosa pubblica e si tolga l’adito a quelle numerose e dannose influenze che troppo spesso mandano a vuoto le iniziative più feconde di bene.

 

 

A noi importa però arrestarci in ispecial modo a quella parte del libro che tratta della riforma dei tributi locali. Questa deve essere preceduta dalla riduzione nelle spese. A tale scopo è mestieri che il Governo si astenga dal riservare sui bilanci comunali e provinciali spese d’indole generale e non avochi più allo Stato le risorse proprie degli enti locali. La legge del luglio 1894, la quale avocò allo Stato il decimo sulla ricchezza mobile, segnò una data funesta nella storia finanziaria italiana. Speriamo che quello sia l’ultimo esempio di quegli espedienti empirici che hanno per tanto tempo formata la fortuna dei finanzieri italiani!

 

 

Fra le spese facoltative è ancora possibile falcidiare largamente su molti capitoli riguardanti le opere pubbliche soventi punto necessarie ed utili solo a soddisfare la boria inutile delle città; così pure potrebbe essere posto un freno alla smania crescente di fondare sempre nuove scuole secondarie, semenzaio di futuri spostati ed elemosinatori di piccoli impieghi.

 

 

Economie si potrebbero anche ritrarre da altri lati, riducendo le spese di amministrazione, riversando sulle Opere pie le spese di beneficenza e di culto, fra cui principali quelle pei maniaci poveri e per gli esposti. La proposta è coraggiosa ed incontra, come riconosce lo stesso Lacava, molteplici ostacoli. Si ricordi solamente quanto scarsa applicazione abbia avuto la disposizione della legge Crispi sulle Opere pie, la quale imponeva a queste il mantenimento degli inabili al lavoro.

 

 

L’opera della Cassa depositi e prestiti a favore dei Comuni dovrebbe essere allargata, permettendo di impiegare in mutui una quota maggiore della metà delle somme disponibili. Tutti si troveranno d’accordo col Lacava nel desiderare il ritorno della Cassa alla sua primitiva destinazione, sol che si pensi che i Comuni, i quali hanno da essa ottenuto prestiti, risparmiano due milioni all’anno di interessi con beneficio evidente specie per quelli fra di loro i quali doveano sottostare prima ad interessi usurai perfino del 16 per cento.

 

 

Ma le proposte del Lacava, le quali hanno maggiore importanza, sono quelle le quali si riferiscono alla riforma degli attuali tributi locali. Suo intento principale è stato quello di non turbare eccessivamente ed inutilmente la compagine dei bilanci e le relazioni esistenti fra Stato, Provincie e Comuni; a tale scopo egli accetta la promiscuità dei tributi, non giudica conveniente la specializzazione loro se non per le nuove opere di durata temporanea; al contrario non esita a propugnare l’abolizione dei decimi addizionali sulla fondiaria a favore delle provincie, provvedendo ai bisogni di queste mediante un contributo o rateizzo da parte dei Comuni ed ottenendo così l’importantissimo risultato di porre un freno alle dilapidazioni da parte di questi, che modererebbero le proprie spese quando sapessero come col crescere di esse dovrebbe aumentare il contributo da pagarsi alle provincie.

 

 

Tutti ricordano la sensazione prodotta, in occasione dei moti di Sicilia, dalla pubblicazione delle statistiche ufficiali, le quali dimostravano come gran parte dei proventi comunali in quell’isola si traesse esclusivamente dai dazi di consumo, vessatori ed ingiusti per la loro incidenza sulle classi più povere della popolazione; e non è spenta ancora l’eco di approvazioni che accolse la proposta di che nel Consiglio comunale di Milano si alzò a difendere l’abolizione del dazio consumo.

 

 

Oramai tutti gli studiosi si trovano d’accordo nel riconoscere la necessità dell’abolizione di tale tributo; che frappone artificiose ed innumerevoli barriere allo scambio dei prodotti in un’epoca di così meraviglioso progresso nei mezzi di comunicazione; il punto più difficile della questione sta nel ritrovare i mezzi per far fronte al disavanzo enorme che si produrrebbe nel bilancio dei Comuni e dello Stato in seguito a tale abolizione. Non è facile escogitare una novella forma di imposta per sostituire i 214 milioni lordi od i 190 milioni netti che verrebbero in tal modo a mancare. Il Lacava in parte si propone di rimediare a tale disavanzo colla

diminuzione delle spese; e per il resto ricorre ad una imposta sulla macellazione produttiva di 35 milioni e ad una imposta sulla produzione del vino per 100 milioni.

 

 

Le due nuove tasse avrebbero il vantaggio di colpire consumi tali che attestano un certo grado di agiatezza nei consumatori; ma la loro adozione porrebbe in grave imbarazzo le città dove la produzione del vino fosse scarsa o nulla; ed il Lacava non è riuscito a togliere di mezzo tale obbiezione.

 

 

Forse il rimedio a tale inconveniente si potrebbe trovare nell’allargamento delle imposte di famiglia e sul valore locativo; ma queste, pel loro organismo stesso, sono imposte le quali meglio potrebbero essere sfruttate dal Governo quando questi instaurasse una vera imposta sul reddito anche immobiliare a proprio profitto in luogo degli attuali canoni daziarii, e permettesse ai Comuni cittadini, impotenti a valersi della imposta di produzione sul vino, di tassare fortemente la rendita delle aree; in tal modo si conseguirebbe anche l’intento di confiscare a pro dei Comuni l’incremento di valore che deriva alle case delle città dall’aumentata popolazione e dallo svolgersi dei commerci e delle industrie. A tale proposito ha sollevato vivaci discussioni nella città di Berlino un progetto inteso a colpire le aree edilizie in modo da togliere ai proprietari gli incrementi di valore da loro non guadagnati ed a porre un efficace freno alla speculazione edilizia.

 

 

Se anche le proposte del Lacava non si potranno forse tutte mettere in atto, esse sono improntate però sempre ad un tale senso della misura e sono generalmente così opportune e necessarie che il libro sulla finanza locale in Italia dovrà essere accuratamente studiato da tutti quelli che si interessano dell’argomento, il quale è davvero uno di quelli che richiedono più prontamente una soluzione efficace e decisiva. Bene a ragione l’illustre scrittore conchiude le sue pagine dicendo: «Si è proceduto per tanto tempo così male e così a caso che il tornare indietro deve costare pena ed il rude linguaggio della verità deve qualche volta spiacere. Che importa? Se la via che dobbiamo seguire è così irta di triboli, come

facile era quella della dissipatezza e della inconsiderazione, non è che

seguendola audacemente che si potrà uscire dalla depressione attuale».

 

 



[i] P. Lacava. Deputato al Parlamento ed ex – ministro. La finanza locale in Italia. Roux, Frassati e C. Torino L. 3.

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