La finanza straordinaria e il debito pubblico

Tratto da:

Principi di scienza della finanza

Data di pubblicazione: 01/01/1949

La finanza straordinaria e il debito pubblico

Principi di scienza della finanza, Einaudi, Torino, 1949, Libro III, pp. 315-490

 

 

 

I

 

Spese ed entrate straordinarie degli enti pubblici

 

391. – RAGION D’ESSERE DI UNA FINANZA STRAORDINARIA – DEVIAZIONI DELL’AMMONTARE DELLE SPESE PUBBLICHE DALLA QUANTITÀ NORMALE. – La finanza ordinaria degli stati poggia sull’ipotesi che le spese pubbliche siano una quantità relativamente costante; e, se crescente, soggetta ad una legge di incremento regolare.

 

 

Accade però non di rado che le spese pubbliche crescano momentaneamente in misura straordinaria, perché i bisogni pubblici sono, per circostanze eccezionali, divenuti intensissimi ed è sorto un bisogno il quale deve ad ogni costo essere soddisfatto, sotto pena, talvolta, della scomparsa medesima dello stato. Il caso tipico è di una guerra la quale impone per qualche tempo di raddoppiare o triplicare il numero dei miliardi ordinariamente spesi.

 

 

È chiaro che il bilancio ordinario non può essere adatto a sopportare un urto così forte. Il problema è simile a quello delle aziende che producono servigi di cui viene richiesta una quantità massima in certe stagioni (libri scolastici in ottobre o novembre), in certi mesi (i mesi di mutamento delle stagioni per l’industria della sartoria), in certi giorni (liquidazione di fine mese in borsa o banca) od in certe ore del giorno (dalle 11 alle 12 o dalle 18 alle 20 per l’industria del gas). È evidente che l’azienda evita, finché può, di avere disponibile una forza produttiva in tutte le stagioni, in ogni mese, in ogni giorno, ed in ogni ora del giorno, atta a dare la produzione corrispondente alle punte massime del consumo.

 

 

Di solito alle punte massime dei consumi si provvede con una produzione maggiore del consumo nelle minime e con l’immagazzinamento dell’eccedenza di prodotto, in previsione delle punte (gas, libri scolastici, abiti fatti), ovvero con l’assoldare un personale straordinario, o col cercare di ripartire un massimo eccezionale in due o più minori massimi (liquidazioni quindicinali di borsa a Londra o Parigi, giornaliere a New York, dove per il cumulo grande degli affari l’unica liquidazione mensile sarebbe fortissima), ovvero con impianti sussidiari il cui costo, almeno in parte, si debba sopportare solo durante le punte. Lo stato deve risolvere il medesimo problema, perché anche i bisogni pubblici hanno intensità varia e in certi momenti diventano particolarmente intensi, sicché d’improvviso e temporaneamente la spesa cresce a dismisura.

 

 

392. – ANALOGIA TRA LE SPESE ORDINARIE E LE SPESE IN CONTO ESERCIZIO, LE SPESE ORDINARIE E LE SPESE IN CONTO CAPITALE. – A spiegare meglio il concetto delle spese straordinarie si può osservare che esse, può reputarsi, stiano di fronte alle spese ordinarie dello stato nella medesima situazione in cui in un’azienda privata le spese di esercizio stanno alle spese in conto capitale.

 

 

Sarebbero spese in conto esercizio gli x miliardi di lire che i contribuenti ogni anno pagano per far funzionare la macchina statale, per ottenere i servigi che ogni anno sono richiesti: di giustizia, di sicurezza, di difesa nazionale, di viabilità, di istruzione, di igiene, ecc. Ogni anno il contribuente desidera quei beni pubblici ed ogni anno li deve pagare a mezzo di tributi permanenti.

 

 

Ma, a periodi intermittenti, i cittadini e i loro governanti deliberano che si abbia a condurre una guerra, costruire una ferrovia, un porto, bonificare vaste paludi, ecc. Queste spese sono fatte in conto capitale, perché la guerra può essere considerata come una spesa d’impianto dello stato, se è guerra di liberazione dallo straniero, o di impianto di uno stato più ampio, se è guerra di conquista: ed è chiaro che la ferrovia, il porto, il terreno conquistato sulle paludi, hanno o devono avere un valore capitale almeno uguale alla spesa fatta.

 

 

Deve però trattarsi di spese straordinarie vere e proprie, che non si ripetono se non a lunghissima distanza di tempo, di generazioni. Non si può compilare un elenco delle spese straordinarie valido per ogni genere di spese. La costruzione di un edificio scolastico è straordinaria per un piccolo comune, dove l’edificio basterà ai bisogni di secoli; è ordinaria per una grande città progressiva, dove ogni anno occorre costruire nuove aule per la crescente popolazione scolastica. Una piccola guerra coloniale per un grande impero con molte colonie può essere una spesa ordinaria; una grande guerra, come quella del 1914-18, è certo una spesa straordinaria.

 

 

393. – CLASSIFICAZIONE DELLE MANIERE DI SOPPERIRE ALLE SPESESTRAORDINARIE. – Le spese straordinarie hanno dunque per caratteristica di essere distribuite irregolarmente nel tempo in guisa da far salire provvisoriamente il bisogno dello stato ben oltre la quantità normale. Ed il problema che dobbiamo risolvere è della miglior maniera di coprire siffatto straordinario fabbisogno.

 

 

Volendo di queste maniere ordinatamente discorrere, così se ne potrebbe tentare una classificazione:

 

 

a)    utilizzazione del margine di bilancio; – il bilancio normale può cioè presentare un margine tra le entrate e le uscite in guisa che, essendo le entrate di 30.500 milioni e le spese di 30.000 milioni, si possono dedicare 500 milioni alla copertura di spese straordinarie;

 

b)    utilizzazione degli avanzi di cassa; – si può avere quando pur essendo il bilancio normale in pareggio, di 30.000 all’entrata contro 30.000 all’uscita, 500 dei milioni stanziati all’uscita non si possono erogare o deliberatamente se ne rinvia l’erogazione allo scopo di avere provvisoriamente disponibili 500 milioni per la spesa straordinaria;

 

c)    economia nelle spese ordinarie;

 

d)    uso del tesoro di guerra, che s’era previamente accumulato all’uopo;

 

e)    vendita di beni patrimoniali, colla quale si diminuisce di altrettanto il patrimonio dello stato;

 

f)     imposte straordinarie;

 

g)    prestiti.

 

 

Delle quali maniere di far fronte alle spese straordinarie discorreremo ora partitamente, soffermandoci, come è naturale, soprattutto sulle ultime due, delle imposte straordinarie e dei prestiti, che sono in sostanza le sole veramente serie.

 

 

II

 

Avanzi, economie, tesori di guerra ed alienazioni patrimoniali

 

394. – UTILIZZAZIONE DEL MARGINE DI BILANCIO. – Uno stato può avere un bilancio normalmente ordinario fissato in 30,5 miliardi di lire all’entrata e 30 miliardi all’uscita. Il margine di 500 milioni può essere dedicato a coprire altrettanto ammontare di spese straordinarie.

 

 

Subito si nota che questo ammontare non può essere molto rilevante, poiché non è supponibile che i contribuenti si adattino a pagare ogni anno imposte molto superiori al fabbisogno normale dello stato solo per parare alla eventualità di spese straordinarie, la quale non si sa se possa verificarsi. Ed è dubbia assai la convenienza di siffatto margine essendo risaputa l’influenza nefasta degli avanzi di bilancio, che sono incitamento ai governanti a spendere, ai burocrati a chiedere aumenti di salario, agli interessati a chiedere opere pubbliche e spese di ogni sorta.

 

 

Talché si può concludere che in uno stato ben governato, in cui si cerchi di evitare sprechi e false spese, non devono esistere avanzi di bilancio atti a far fronte a spese veramente straordinarie. Si può riconoscere invece l’opportunità di conservare un margine di bilancio per quelle spese straordinarie che non sono tali se non in apparenza e che per essere ordinarie nel genere e straordinarie nella specie taluno ha chiamato straordinarie ricorrenti.

 

 

Non tutti gli anni avvengono grosse inondazioni nel Veneto. E neppure ogni anno il territorio italiano è funestato da terremoti, o da siccità, come non in ogni anno un paese dominatore di molte colonie deve sopprimere una sollevazione generale dei popoli soggetti. Ma non di rado l’una o l’altra di queste spese dovrà compiersi: laonde esse, se sono straordinarie una per una considerate, più non sono tali, ove siano guardate nel complesso. Così non ogni anno si dovranno comprare contemporaneamente i fucili dell’esercito, o trasformare le artiglierie, o rinnovare la marina da guerra; ma ogni anno or una or l’altra di queste trasformazioni belliche, in tutto od in parte, dovrà essere compiuta.

 

 

Sarebbe assurdo ricorrere ogni anno, per queste spese straordinarie variabili nella specie e costanti nel genere, ad imposte straordinarie di nome ed ordinarie di fatto; e così il bilancio normale deve essere calcolato tale da coprire, insieme con le ordinarie, anche queste spese straordinarie ricorrenti.

 

 

395. – UTILIZZAZIONE DEGLI AVANZI DI CASSA. – Il bilancio di cui sopra si è parlato è il bilancio cosiddetto di competenza e cioè quello che comprende all’attivo tutte le entrate ed al passivo tutte le spese che fanno carico ad un determinato esercizio.

 

 

Il bilancio sopra descritto in perfetto pareggio vuol dire che si debbono incassare 30 miliardi e si debbono pagare 30 miliardi di lire in un dato esercizio. Può darsi però che di fatto si incassino tutti i 30 miliardi che si ha diritto di incassare, ma si eroghino di fatto solo 28.000 milioni dei 30.000 che si ha il dovere di pagare; Cosicché risulta un avanzo di cassa di 2.000 milioni di lire.

 

 

Il documento nel quale si descrivono i 30 miliardi effettivamente incassati ed i 28 miliardi effettivamente erogati, dicesi bilancio di cassa. Esso è importante perché mette in luce i fatti quali sono avvenuti; ma non tiene conto di quelli che avrebbero dovuto avvenire e non si sono invece verificati, quale ad es., il rinvio di 2.000 milioni di lire di spese (residui passivi; ma potrebbero darsi anche residui attivi, composti di entrate che si sarebbero dovute incassare e che si reputa saranno ancora incassate). Perciò, se è importante il bilancio (ed il relativo conto consuntivo) di cassa, è altrettanto e forse più importante il bilancio (e relativo conto consuntivo) di competenza, il quale tiene conto delle entrate e spese che si presume dovere incassare ed erogare nell’esercizio finanziario e sono afferenti a tale esercizio. Che monta, alla lunga, che il conto di cassa palesi un avanzo di 2.000 milioni, quando il conto di competenza dichiara che questi 2.000 milioni dovranno ancora essere spesi?

 

 

Se le spese si potessero abolire col rinviarle, l’erario avrebbe una effettiva disponibilità di 2.000 milioni.

 

 

Ma quod differtur non aufertur; la spesa ordinaria dovrà ugualmente farsi, sebbene in ritardo.

 

 

Certo è però che, momentaneamente, lo stato può disporre di quei 2.000 milioni di lire per provvedere ad una spesa straordinaria, salvo poi a cercare dopo i mezzi onde far fronte alla spesa ordinaria posposta. Trattasi di espediente momentaneo, il quale può essere vantaggioso, in quanto evita la necessità di dover fare in quel momento un prestito oneroso per provvedere alla spesa straordinaria, mentre si hanno disponibili i 2.000 milioni dell’avanzo di cassa.

 

 

È vero che al prestito si dovrà ricorrere al momento di pagare la spesa prorogata; ma intanto si sarà certamente risparmiata un’annata e forse più di interessi; e potrà anche darsi che la fortuna assista l’erario quando le entrate si elevassero nell’anno del pagamento della spesa prorogata a 2.000 milioni in più del preventivato.

 

 

396. – ECONOMIA NELLE SPESE ORDINARIE. – L’avanzo di cassa nasce quasi sempre dalla impossibilità di compiere in tempo le spese già deliberate; l’economia sorge dalla soppressione o dalla proroga voluta di spese che si sarebbero potute fare; ed è mezzo deliberatamente usato per creare un margine di bilancio che non sarebbe altrimenti esistito. Durante la guerra di successione spagnola in Piemonte e soprattutto durante il periodo che culminò nell’assedio di Torino, si può calcolare che l’erario abbia fatto un risparmio effettivo di circa 4-5 milioni di lire piemontesi, non piccola somma ove sia confrontata ad un costo totale della guerra di 112 milioni a cui si provvide, oltre che con 4-5 milioni di economie, con 18 milioni di prestiti e con 89 milioni di imposte straordinarie e di sussidi delle potenze alleate. Ma erano tempi eroici; i quali risorsero durante la guerra dell’indipendenza nazionale e di nuovo si videro quando il Giappone combatté la guerra di riscossa dell’Oriente contro la prepotenza moscovita. Ciò accadde anche perché i pubblici funzionari erano lieti di servire lo stato e devoti al principe, astrazione fatta dallo stipendio.

 

 

Nei tempi moderni, in cui gli impiegati pubblici sono reclutati prevalentemente in classi prive di beni di fortuna, appare difficile impresa ricorrere a questa maniera di economia. Gli impiegati pubblici osservano, e non a torto a stretto rigore di logica, che se un’imposta deve essere istituita per la condotta della guerra, essa deve gravare su tutti i cittadini né deve abbattersi odiosamente sui soli loro stipendi. Non sempre le consuete opere pubbliche possono essere pretermesse per timore di disoccupazione. Non si ritiene opportuno crear malcontenti in un’epoca in cui occorre la maggiore solidarietà nazionale.

 

 

397. – TESORO DI GUERRA. – Narrano le storie che Atene avesse nel tempo intermedio fra le guerre persiane e quelle peloponnesiache accumulato un tesoro di guerra di 10.000 talenti; che Federico II abbia trovato, ascendendo al trono, un tesoro di 8.700.000 talleri accumulato dal padre suo avarissimo; che Vittorio Amedeo II, primo re di Casa Savoia, nel 1725, riparati i danni delle guerre passate, subito provvedesse ai bisogni delle guerre venture, ponendo 2 milioni di lire piemontesi in serbo in una cassa ferrata e dorata; e corre fama che Carlo Alberto avesse dovuto far puntellare le volte del palazzo di finanza, incapaci a sostenere il peso dei sacchi d’oro e di argento, i quali tornarono utilissimi per la condotta della guerra del 1848. Così accade che i trattati di finanza usassero ed ancora usino indicare tra i mezzi per provvedere alle spese straordinarie il cumulo del cosiddetto tesoro di guerra.

 

 

Probabilmente però, ove si andasse al fondo degli esempi storici ora citati e di quegli altri numerosi che si potrebbero ricordare, si vedrebbe che i tesori non furono mai sufficienti a condurre sino alla fine una guerra; ma ebbero sempre il carattere di fondi relativamente limitati, utili per le prime spese della guerra.

 

 

398. – RAGIONI PER CUI IL TESORO DI GUERRA NON È USATO. – Le ragioni, per le quali il tesoro di guerra fu in passato ed è oggi incapace a compiere l’ufficio a cui dal nome suo parrebbe destinato, sono le seguenti:

 

 

a)    a condurre le guerre antiche e recenti furono e sono necessarie somme troppo cospicue perché sia sperabile di poter in tempo cumulare all’uopo un tesoro sufficiente;

 

b)    ove anche fosse possibile compiere codesta opera di previdente risparmio, sarebbe economicamente conveniente? No, se risparmio vuol dire tesaurizzazione, ossia non un mettere a frutto le somme risparmiate, ma un semplice riporre dischi o verghe d’oro e d’argento in forzieri e sotterranei per l’ora del bisogno. E questo deve voler dire il tesoro di guerra; poiché il tesoro, se deve essere sempre pronto agli usi della guerra, non può in pace essere impiegato in acquisti di titoli di debito pubblico, in obbligazioni comunali ed industriali, in imprese industriali, in terre o in case. Allo scoppiare della guerra, converrebbe vendere i titoli, ossia in buona sostanza fare un debito – vendere il patrimonio equivale ad indebitarsi – e porre titoli sul mercato, cosa che si voleva appunto evitare. Dunque il tesoro di guerra è infruttifero; e cagiona la perdita economica degli interessi e degli altri guadagni che dall’impiego del capitale si potrebbero ricavare.

 

 

Avere un tesoro di guerra di 25 miliardi – e per avere un vero tesoro bisogna oggi ragionare di parecchie decine di miliardi – significa perdere ogni anno gli interessi dei 25 miliardi; che al 5% sono 1.250 milioni di lire annuali. Significa aver perso, in capo a 15 anni, cogli interessi composti, 25 miliardi giusti. Ed insieme significa che non son sorte le imprese industriali e commerciali, che non si sono compiute le migliorie agrarie, ecc., le quali con i 25 miliardi si sarebbero potute iniziare e compiere.

 

 

Danni gravissimi, che da soli basterebbero a sconsigliare gli stati dal far cumulo di cospicui tesori di guerra;

 

 

c)    aggiungasi che sarebbe impossibile conservare al tesoro la sua forma necessaria di cumulo di specie d’oro e d’argento, ognora disponibili. Verrebbero fuori subito progetti per persuadere popoli e governi della follia di tenere inerti così cospicue somme e dell’urgenza di impiegarle in modo da dar lucro allo stato e lavoro ai poveri. Il tesoro di miliardi non potrebbe sicuramente rimaner tesoro e sarebbe investito in imprese economiche e sociali. Né potrebbe, per definizione, essere investito in modo da fruttare l’interesse corrente sul mercato; poiché, se una intrapresa frutta il reddito normale, l’imprenditore non ha bisogno di ricorrere allo stato per procacciarsi i capitali occorrenti, essendovi banchieri e capitalisti pronti a soddisfare le sue richieste. Grande sarebbe la probabilità che i miliardi faticosamente accumulati vengano dispersi, investiti in modo erroneo o contrario ad ogni modo all’esigenza della pronta liquidità;

 

d)    né occorre dimenticare le conseguenze che il cumulo di così enormi tesori monetari avrebbe sull’equilibrio dei prezzi nel mondo intiero. Durante il tempo della loro formazione, la massa della moneta metallica circolante e quella dei suoi segni rappresentativi andrebbero diminuendo costantemente. Il livello generale dei prezzi tenderebbe perciò a scendere, con effetti di scoraggiamento negli imprenditori, messi dinanzi a perdite derivanti dal comprare oggi le materie prime a certi prezzi e vendere domani i prodotti finiti a prezzi minori. Sarebbe la creazione artificiale di lunghi periodi di depressione, di disoccupazione e di malcontento.

 

 

399. – LIMITE ENTRO CUI IL TESORO DI GUERRA PUÒ ESSERE CONVENIENTE. -Avanti alla guerra europea del 1914-918 le anzidette ragioni non parevano però valide contro un tesoro di guerra di modeste dimensioni, bastevole alle prime spese della guerra. Quando una guerra scoppia, subito non è possibile istituire imposte straordinarie ed esigerne l’importo o conchiudere un pubblico prestito. Eppure è urgente avere pronta e disponibile la somma di qualche centinaio di milioni di lire, onde provvedere alle prime spese. Il denaro è il nerbo della guerra; ed averlo subito disponibile può mettere in grado il capo di un esercito, già bene addestrato e desideroso di battersi, di vincere la prima battaglia, che è forse la battaglia decisiva.

 

 

Per questo motivo la Germania custodiva nella torre di Spandau 120 milioni di marchi prelevati sull’indennità di guerra dei 5 miliardi di franchi che la Francia dovette pagarle nel 1871; piccola somma, se guardata in rapporto alle grandissime che farebbero d’uopo in una guerra europea, sufficiente però per sopperire al dispendio dei primissimi giorni. La piccolezza della somma ne rende possibile il cumulo, fa meno lamentare la perdita degli interessi annui e del prodotto lordo non ottenuto, e toglie vigore alle critiche di coloro che lo vogliono destinare ai loro fini. Talché il tesoro dei 120 milioni s’era potuto serbare per 40 anni e poco avanti alla guerra era stato deliberato di aumentarlo a 240 milioni di marchi.

 

 

400. TEORIA DEL TESORO DI GUERRA SOTTO FORMA DI RISERVE METALLICHE DEGLI ISTITUTI DI EMISSIONE. – Prima della guerra aveva avuto corso anche un altro ragionamento: che gli stati potessero in tempo di pace incoraggiare gli istituti di emissione ad accumulare forti riserve metalliche come garanzia del rimborso a vista dei biglietti fiduciari circolanti. All’inizio della guerra si sarebbe proclamato il corso forzoso dei biglietti di banca; e gli istituti di emissione, liberi dall’obbligo di rimborsare a vista i biglietti, avrebbero potuto dare le loro riserve a mutuo allo stato, che se ne sarebbe servito per le necessità di guerra.

 

 

In tal modo le riserve metalliche avrebbero adempiuto a due distinte funzioni: in tempo di pace a una funzione monetaria; in tempo di guerra, a quella di tesoro di guerra. Salvo, finita la guerra, a pensare come ricostituire le riserve metalliche divenute di nuovo necessarie per garantire il ripristinando cambio a vista dei biglietti.

 

 

401. – QUAL USO SI SIA FATTO DEL TESORO NELLA GUERRA DEL 1914-18. –

L’esperienza della guerra del 1914-918 ha però insegnato che gli stati ripugnano dallo spendere il tesoro di guerra anche piccolo. Subito si vide che alla vittoria importava assai conservare la fiducia dei popoli nel governo e in se stessi; ed all’uopo conveniva crescerele riserve metalliche degli istituti di emissione, per tener elevato il valore dei biglietti. Non importa che il ragionamento in teoria pura lasci a desiderare; perché in regime di corso forzoso il valore dei biglietti non è in rapporto con una riserva metallica inutilizzabile per il cambio dei biglietti. Ma importava dare la impressione della forza e del crescere della moneta metallica. Nonché spenderla si fece per ciò gran propaganda per invitare i cittadini a portare le monete d’oro possedute alle casse degli istituti di emissione, ed in Germania, Francia ed Inghilterra si ottennero risultati ragguardevoli. Tutt’al più la Francia, l’Italia e l’Inghilterra mandarono una parte dell’incremento ottenuto con tal propaganda negli Stati Uniti allo scopo di ottenere accreditamenti su più vasta scala. Questo fu l’uso migliore che dei tesori di guerra si poté fare nella grande occasione in cui si poterono mettere alla prova.

 

 

402. – ALIENAZIONE DEI BENI PATRIMONIALI. – Il privato il quale debba soddisfare ad un dispendio straordinario, può vendere parte dei suoi campi, alcuni dei suoi titoli mobiliari, diminuendo il suo patrimonio netto. Così può operare ugualmente lo stato, supponendo che possegga beni patrimoniali. In generale la conservazione di questi beni patrimoniali, è un anacronismo storico ed un errore economico (vedi ai par. 12 a 16, la dimostrazione).

 

 

Onde convenientissima se ne appalesa l’alienazione.

 

 

Non però in generale l’alienazione in tempo di guerra o di altre gravi emergenze pubbliche, poiché in tempi siffatti il tasso d’interesse rialza e quel fondo del reddito di 4.000 lire all’anno, il quale in tempo di pace poteva vendersi per 100.000 lire, perché il tasso dell’interesse era del 4%, ora troverà a stento compratori ad 80.000 lire, essendo il tasso dell’interesse rialzato al 5%, a causa della gran richiesta di capitali che fa lo stato per i suoi cresciuti bisogni pubblici.

 

 

403. – Anche qui però la esperienza della guerra del 1914-918 ha dimostrato che specie a partire dal 1917 e più dal 1918 i prezzi dei terreni aumentarono notevolmente e si capitalizzarono ad un tasso bassissimo per i guadagni ottenuti dai contadini e la loro sfiducia in qualunque impiego diverso dalla terra. Laonde sarebbe convenuto allo stato alienare terreni ove li avesse posseduti.

 

 

Tuttavia, anche in questo caso si può dubitare della convenienza della vendita. Salvo per un breve tempo, dal 1923 al 1926, quando i terreni crebbero di prezzo oltre il punto che sarebbe stato razionale in confronto alla svalutazione della unità monetaria e l’aumento parve l’effetto di una vera fuga dalla lira, prima e dopo il livello dei prezzi dei terreni rimase inferiore al punto corrispondente al deprezzamento della moneta. L’aumento fu perciò per lo più apparente; e la norma della non convenienza di vendere in tempi fortunosi conservò intiero valore.

 

 

III

 

Imposte straordinarie e debito pubblico

 

Sezione prima

 

Imposte straordinarie e varie specie di esse

 

404. PRIMA SPECIE DI IMPOSTE STRAORDINARIE: PIÙ SEVERA ESAZIONE DELLE IMPOSTE VIGENTI. – Talvolta i governi si contentano di esigere le vecchie imposte con maggior rigore. La più severa esazione delle imposte vigenti è mezzo di imporre tributi straordinari. In un perfetto sistema tributario cotal mezzo non potrebbe neppure concepirsi; poiché i redditi od i capitali o i consumi dei cittadini dovrebbero essere sempre valutati nell’ intiero esatto loro ammontare e su di essi dovrebbe cadere solo l’aliquota di imposta sufficiente a coprire le spese pubbliche.

 

 

Laddove le imposte vigenti sono esatte rilassatamente e gli uni paghino su tutto il loro reddito, e gli altri solo sul 70 o 50 o 30%, il sorgere del fabbisogno straordinario offre l’occasione di riparare alla sperequazione che la frode dei contribuenti o l’acquiescenza del fisco avevano radicato nel paese. Suppongasi che le fatiche del fisco siano coronate da successo; e che il reddito accertato dei contribuenti salga da 30 a 45 miliardi di lire. Non sono ancora i 60 miliardi accertabili, poiché in alcuni casi l’abilità dei contribuenti frodatori è stata maggiore dello zelo del fisco; ma è quanto basta perché l’antica imposta colla antica immutata aliquota frutti il 50% di più.

 

 

Questa maniera di ottenere dalle vecchie imposte un provento cresciuto partorisce un effetto benefico ed è la perequazione tra i contribuenti. Altro benefico effetto è l’affinarsi dei congegni tecnici intesi alla scoperta della verità, ed un terzo beneficio è la cresciuta reazione dei contribuenti. Qualunque siano i caratteri di un’imposta e di un sistema tributario, è d’uopo che esso spinga alla critica o alla reazione i contribuenti, poiché solo a questa condizione possiamo essere sicuri che essi abbiano voluto la spesa e consapevolmente abbiano scelto l’imposta all’uopo necessaria.

 

 

Ora un’imposta ad aliquota altissima è impotente a far agire i contribuenti, quando questi siano riusciti ad occultare gran parte del loro reddito. Troppo sono essi contenti della frode compiuta – e nella frode medesima sta la loro reazione contro l’imposta eccessiva, per impacciarsi a cercare altre maniere di reazione.

 

 

La più severa diligenza del fisco, in seguito all’insorgere della spesa straordinaria, quasi annullando l’effetto della reazione frodolenta e costringendo i contribuenti a pagare sul serio il tributo su quasi tutto il reddito, li spinge ad altre maniere, più feconde, di reazione: controllo della spesa pubblica, eliminazione delle spese inutili, mercé, occorrendo, mutazione nella composizione degli organi a cui sono affidate la determinazione della spesa e la distribuzione dell’imposta.

 

 

405. – SECONDA SPECIE DI IMPOSTE STRAORDINARIE: AUMENTO DELLE ALIQUOTE DELLE IMPOSTE VECCHIE. – Suppongasi che in uno stato il reddito nazionale vero sia di 100 miliardi e che, per ipotesi difficile ad attuarsi di fatto, ma ammissibile teoricamente, il reddito accertato sia parimenti di 100 miliardi. Se l’aliquota normale è del 20% e gitta 20 miliardi, per ottenerne altri 10 non si potrà procedere ad un più esatto accertamento dei redditi, ché questi già prima erano esattamente conosciuti e tassati, ma si dovrà aumentare l’aliquota dal 20 al 30%.

 

 

Affinché però ad esso si possa ricorrere, importa:

 

 

a)    Che l’aliquota vigente sia relativamente tenue.

 

 

Per comodità di esempio si suppose sopra che questa fosse del 20% e la si portasse al 30%. Di fatto non sarebbe facile aumentare una aliquota, che è grave per sé medesima ed è stimolo non piccolo alla frode.

 

 

Soltanto le imposte, le quali normalmente sono ad aliquota tenue, del 3, 4, 5, ed al più 10%, possono straordinariamente essere con notevole frutto aumentate. Contro l’aumento dell’aliquota i contribuenti reagiscono in ogni maniera ad essi consentita, epperciò il frutto che se ne ricava è manchevole.

 

 

b)    Che il sistema tributario vigente sia reputato corretto. Sempre per comodità di semplificazione, si suppose che vigesse un’unica imposta sul reddito; nel qual caso questa sola si sarebbe potuta aumentare. Ma è noto che il metodo dell’imposta unica è di impossibile applicazione e che ogni sistema tributario vigente è ricco di varie imposte. Le quali si sopportano, per il fatto solo che esistono; ma il loro aumento incontrerebbe vive opposizioni, se operato uniformemente. I popoli consentono volentieri all’aumento di un’imposta che essi reputano corretta, e riluttano ad inasprire quella che essi conoscono per scorretta e dannosa. Ogni volta perciò che si vogliono aumentare le aliquote delle imposte esistenti, sorge il problema: quale imposta deve essere aumentata? la misura dell’aumento deve essere uniforme o variabile?

 

 

Il problema non presenta però alcuna peculiarità propria che imponga di esso una trattazione particolare in tema di imposte straordinarie. Sono sempre gli stessi problemi di ripartizione delle imposte che sorgono anche in tempi normali.

 

 

406. – TERZA SPECIE DI IMPOSTE STRAORDINARIE: CREAZIONE DI IMPOSTE NUOVE.- Accade talvolta che le imposte esistenti male si prestino ad un aumento d’aliquota, o perché questa è già troppo alta, o perché l’imposta vigente è malvista od il sistema tributario nel suo complesso è considerato antiquato o poco suscettibile di una cosiddetta riforma. Si fa ricorso in tal caso ad un’imposta nuova.

 

 

Per lo più la novità sta tutta nel nome e nelle modalità esteriori e contingenti: essendo noto che tutte le imposte colpiscono lo stesso oggetto, che è il reddito dei contribuenti e che la necessità di imposte nuove dipende massimamente da due ragioni: illusoria la prima, dovendo i governi persuadere i popoli che con l’imposta «nuova» si vuol colpire un «nuovo» oggetto, prima sfuggito all’obbligo tributario; e tecnica la seconda, ogni imposta avendo un suo punto di produttività massima, oltre il quale non conviene innalzare l’aliquota, giovando piuttosto assumere ad oggetto dell’imposta un’altra forma o parvenza del reddito non ancora colpita (la forma o parvenza) dal fisco.

 

 

407. Durante la guerra del 1914-918 si applicarono in Italia parecchie nuove imposte, ma alcune erano nuove solo di nome, come il tributo del 5% sugli affitti che era una cattiva copia dell’imposta sui fabbricati, cattiva perché esentava i fabbricati abitati dai loro proprietari; ed il tributo del centesimo di guerra.

 

 

L’unica grande imposta nuova istituita durante la guerra fu in verità quella sui sopra-profitti di guerra; e si capisce fosse nuova, poiché nuovi erano quei profitti, e nuova l’idea di colpirli in misura specialissima. L’imposta straordinaria sul patrimonio fu meno “nuova” perché si ridusse in sostanza ad una sovraimposizione sui soli redditi provenienti da capitale, esclusi i redditi di lavoro.

 

 

Non furono parimenti nuovi i tributi straordinari applicati in occasione della guerra etiopica. Il prestito forzoso e conseguente imposta immobiliare fu una sovraimposizione sui redditi dei terreni e dei fabbricati. Il tributo del 10% sul capitale delle società per azioni fu un aggravio dell’imposta di ricchezza mobile; e così pure il tributo sul capitale delle società commerciali non azionarie e delle aziende individuali.

 

 

Sezione seconda

 

Limite all’applicazione dell’imposta straordinaria e fondamento del debito

pubblico

 

408. – LIMITI ALL’APPLICAZIONE DELL’IMPOSTA STRAORDINARIA. – L’imposta straordinaria, comunque sia applicata, incontra però nella sua applicazione limiti rigidi, che la rendono uno strumento imperfetto nelle più gravi emergenze dello stato. Suppongasi una società composta di tre persone aventi l’ugual reddito di 10.000 lire l’uno, già falcidiato da un’imposta ordinaria di 1.000 lire all’anno. Suppongasi che una spesa straordinaria di 12.000 lire richiegga l’imposizione di un onere di 4.000 lire per ognuno dei tre contribuenti. Sarebbe impossibile aumentare, come si dovrebbe, per tutti l’imposta da 1.000 a 5.000 lire all’anno.

 

 

Forse il primo contribuente potrebbe vivere, se è solo, ma gli altri due, carichi di famiglia, come vivrebbero?

 

 

Si impone a questo punto il quesito: non v’è nessun altro mezzo atto a raggiungere il fine di procacciare allo stato le 12.000 lire in più necessarie in complesso ogni anno per la condotta della guerra senza ridurre i contribuenti a malpartito per un anno?

 

 

Certo, il bisogno della condotta della guerra è urgentissimo; ma non meno urgente è il bisogno di vivere e di far vivere la famiglia. Tanto più la ricerca di una via d’uscita è opportuna, in quanto la necessità di crescere la spesa pubblica dura solo pochi anni, dopo il quale periodo le imposte ritornerebbero normali. Gli uomini non vorranno sicuramente acconciarsi a privazioni gravissime, forse insopportabili, quando vi sia altro mezzo per passare attraverso ad una crisi brevissima.

 

 

409. – LA SPESA PUBBLICA È PERÒ SEMPRE CONGIUNTA COLLE FATICHE DELLA GENERAZIONE VIVENTE. – Notisi che l’aspirazione umana dei contribuenti di non pagare subito tutta la spesa straordinaria non vuol dire che questa possa essere compiuta da qualcuno che non appartenga alla generazione vivente oggi. Una semplice riflessione basta a dimostrare l’assurdità dell’opinione la quale immagina che una spesa presente possa essere sopportata da generazioni che devono ancora nascere.

 

 

Se si costruisce una ferrovia del costo di 100 milioni, Forseché il terreno sarà stato spianato, i terrapieni innalzati, i ponti costruiti, le gallerie forate, le stazioni erette, i binari lanciati con lavoro e con materiale futuri? Mai no. Che cos’è il costo della ferrovia, se non la fatica durata nello spianar terreni, innalzar terrapieni, forar gallerie, costruire ponti, fabbricare traversine, rotaie, locomotive, carrozze e carri? Chi durò quella fatica? I posteri od i viventi? Chi rinunciò alle cose che avrebbe potuto produrre se non avesse durato nella fatica del costruire la ferrovia e dotarla di congruo materiale? I posteri od i vivi? Talun moralista grida contro le guerre osservando che i vivi le fanno e ne ottengono i frutti e i posteri pagheranno lo scotto. Forseché le pallottole con cui furono uccisi e vinti i nemici furono formate con materiale scavato e fuso e messo nei fucili dai nepoti non ancora vivi? Non solo erano vivi gli uomini che sacrificarono la vita per la patria; ma erano attuali i vestiti, i viveri, le munizioni, le armi per cui essi furono in grado di combattere. Gli uomini che dietro i confini difesi faticarono a produrre viveri, vestiti, armi e munizioni erano bene uomini d’oggi. Con pallottole ancora da fondere, con vestiti da cucire e da tessere, con materia prima ancora da estrarre o far vegetare e crescere, con cannoni ancora da costruire non si conduce nessuna guerra, non si vince nessuna battaglia.

 

 

Non esiste nessun mezzo per far sostenere ai posteri il costo, la fatica, il dolore di nessuna spesa presente. Se noi vivi vogliamo fare una spesa dobbiamo pagarcela noi con i mezzi presenti, dobbiamo diminuire d’altrettanto i mezzi disponibili per raggiungere altri fini presenti.

 

 

410. – FONDAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO. – Tuttavia, se la spesa deve compiersi con fatiche e con mezzi presenti, non è detto che il pagamento relativo debba essere compiuto con denaro appartenente ai contribuenti oggi vivi. Ognuno, che debba in un dato anno far fronte ad una spesa straordinaria e non lo possa fare coi redditi ordinari, ricorre al debito che in seguito rimborsa a rate. Così può operare lo stato. Per non gravare troppo i contribuenti durante l’anno della guerra contrae, con quello tra i contribuenti che è provveduto di capitali e possa in parte distoglierli dai vecchi impieghi, li abbia ancora in parte disponibili, un debito. Invece di ripartire sui contribuenti per un anno una imposta straordinaria complessiva di 12.000 lire l’anno, bisognerà ripartire ogni anno in perpetuo, se il debito fu contratto al 5%, un supplemento ordinario d’imposta di 600 lire. È evidente che lo stato può, col debito, ottenere assai più facilmente la somma di cui ha bisogno per la condotta della guerra che non con l’imposta straordinaria. Con questa ridurrebbe i contribuenti alla disperazione lasciando loro una somma insufficiente per vivere. Col debito la somma occorrente è richiesta a chi per essere capitalista la possederà disponibile; ed è chiesta a mutuo volontario, offrendogli un tasso, ad es. il 5%, sufficiente a rendergli conveniente l’operazione.

 

 

Nell’esempio fatto sopra dei tre contribuenti, il secondo ed il terzo potranno forse mutuare 3.000 lire a testa, contentandosi di spendere, dopo pagate le solite 1.000 lire d’imposta ordinaria, 6.000 lire per i propri fini privati. Il primo può mutuare le residue occorrenti 6.000 lire, restando, dopo pagata l’imposta 1.000, con 3.000 lire spendibili, che forse bastano a lui solo.

 

 

Così lo stato, senza attrito veruno e forse colla contentezza del capitalista, il quale trova un impiego rimunerativo alle sue giacenze disponibili, ottiene il necessario. Il tesoro si carica, è vero, di un onere perpetuo, al 5%, di interessi annui; ma agevolmente li ottiene, ripartendoli ogni anno sui contribuenti, con l’aumento dell’aliquota normale dell’imposta.

 

 

Il bilancio privato dei contribuenti, invece di passare attraverso ad una crisi acerbissima di privazioni forzose della durata di un anno, deve permanentemente restringersi per una cifra più moderata, al che sì può rimediare sia restringendo i consumi privati meno urgenti, sia lavorando più intensamente. Quel che più monta, il sacrificio è ripartito volontariamente in modo consono alle possibilità di ogni cittadino.

 

 

Laonde si può concludere che il metodo del debito pubblico è un mezzo per ripartire più convenientemente nel tempo e senza sensibili scosse per i contribuenti l’onere della spesa straordinaria che, col metodo dell’imposta, dovrebbe incidere sui contribuenti in un tempo brevissimo.

 

 

411. – SI CONFRONTANO ALTRIMENTI I DUE METODI DELLA IMPOSTA STRAORDINARIA DEL DEBITO PUBBLICO. – Le osservazioni ora fatte spiegano già quale sia la posizione rispettiva dell’imposta o del debito, considerati come metodi per provvedere ad una spesa straordinaria. Ma non è inopportuno intrattenersi più a lungo su questa differenza.

 

 

Per chiarezza, si distinguano innanzitutto due figure economiche di capitalista: quella di Tizio, capitalista il quale ha un capitale disponibile, impiegato in titoli di facilissima commerciabilità o, meglio, in depositi bancari a brevissima scadenza, e quella di Caio, capitalista che ha impiegato i propri capitali in terreni, case, mutui ipotecari, cartelle fondiarie, ecc., ecc.

 

 

Tizio e Caio hanno ambedue un capitale di 100.000 lire, il quale frutta, all’interesse del 5%, che si suppone essere il tasso corrente d’interesse per impieghi di prim’ordine, un reddito di 5.000 lire, che per essere reddito di capitale puro si suppone sia tutto tassabile. Ma, a differenza di Caio, il quale ha impiegato stabilmente tutto il suo capitale, una parte delle 100.000 lire è ancora posseduta da Tizio in forma disponibile di numerario o di conto corrente a vista. Suppongasi 17.000 lire.

 

 

Sempronio ha pure un reddito di 5.000 lire, ma il capitale corrispondente è di sole 50.000 lire, essendoché il reddito deriva non solo da questo capitale, ma anche dal lavoro suo, come industriale, il quale dirige la sua intrapresa. Delle 5.000 lire di reddito si suppone che solo 4.000 siano consumabili al presente e quindi tassabili. Il resto serve alla assicurazione vecchiaia, invalidità, malattie e morte.

 

 

Mevio, professionista od impiegato, non ha capitali, e tutto il suo reddito è di lavoro; onde la parte consumabile attualmente si riduce ancor più, per le maggiori quote da accantonare per disoccupazione, malattia, morte prematura, ecc., supponiamo a 3.000 lire.

 

 

Il reddito disponibile e perciò imponibile (vedi sopra, par. 222, la spiegazione della differenza fra reddito totale guadagnato e reddito disponibile imponibile) totale di questa piccola collettività di 4 contribuenti risulta dunque di 5.000 lire di Tizio, 5.000 lire di Caio, 4.000 di Sempronio e 3.000 di Mevio ed in tutto di 17.000 lire; ed al massimo l’imposta straordinaria potrà assorbire una parte di queste 17.000 lire.

 

 

Una parte, si dice, poiché con quelle 17.000 lire i contribuenti devono anche vivere e soddisfare ai loro bisogni, laonde l’imposta straordinaria al massimo potrà giungere ad una metà o, forse, ad una terza parte di tale somma.

 

 

Il metodo dell’imposta straordinaria è perciò insufficiente a provvedere i mezzi occorrenti alla spesa straordinaria.

 

 

Col metodo del debito, l’erario prende invece a mutuo le 17.000 lire di Tizio, il quale le possiede disponibili, si obbliga a pagare su di esse l’interesse del 5% e cioè lire 850 annue, e per procacciarsi queste ripartisce ogni anno un’imposta d’altrettanto sui contribuenti. In tal modo le 17.000 lire, che sarebbe impossibile ottenere con l’imposta straordinaria, si ottengono agevolmente col debito.

 

 

Quel che più monta, lo stato, ricevendo subito a prestito le 17.000 lire che Tizio aveva disponibili, riceve numerario ossia un ordine di pagamento su merci pronte che sono anch’esse disponibili: cereali, bestiame, stoffe che erano già prodotte, e facevano parte, se non del reddito dell’anno, delle rimanenze ereditate dagli anni precedenti e di cui in ogni paese vi è sempre una certa quantità. Se queste rimanenze non fossero esistite, neppure il capitale di Tizio sarebbe stato in parte disponibile, perché sarebbe stato tutto impiegato in modo permanente, epperciò indisponibile per le spese di guerra. La esperienza prova che una certa dose di capitale liquido e di rimanenza di merci pronte esiste sempre; e l’imprestito è il metodo più atto a farla passare allo stato.

 

 

Il debito è dunque un metodo utile a massimizzare la capacità contributiva dei consociati, ottenendo facilmente ciò che coll’imposta straordinaria sarebbe impossibile avere.

Sezione terza

 

Identità e differenze fra imposta straordinaria e debito pubblico

 

412. – IDENTITÀ DELL’IMPOSTA STRAORDINARIA E DEL DEBITO. – Se noi consideriamo la collettività come un tutto unico, si può affermare un’altra verità: che i due metodi si equivalgono perfettamente. Pagare 17.000 lire subito ovvero pagare 850 lire all’anno in perpetuo è la stessa cosa.

 

 

Invero, il confronto fra l’imposta straordinaria e il debito pubblico in realtà si risolve nel confronto fra l’imposta straordinaria da pagarsi una volta tanto, ad es. in 17.000 lire, e l’imposta annua da pagarsi in perpetuo ad es. in 850 lire, affinché lo stato possa fare il servizio degli interessi del 5% sul capitale di lire 17.000 assunto a prestito. Il confronto non è fra imposta straordinaria e debito, ma fra imposta (straordinaria) e imposta (annua). Ora, è chiaro che se la collettività paga 17.000 lire subito vede il suo patrimonio diminuito di altrettanto. Se essa invece paga 850 lire all’anno, in apparenza conserva il patrimonio intatto; ma poiché questo frutta 850 lire di meno all’anno, vale 17.000 lire di capitale di meno. La perdita è uguale in ambo i casi.

 

 

413. – Chi ha il merito di avere esposto dapprima il principio dell’identità dell’imposta straordinaria e del debito è Davide Ricardo, l’economista inglese del principio del secolo decimonono, a cui risalgono tanti teoremi fondamentali della scienza economica. Egli anzi espose il principio in maniera da lasciar quasi credere che l’identità fosse perfetta, insistendo nel porre il problema come si trattasse di una posizione di indifferenza nella scelta tra il pagare 100 subito per una volta tanto o 5 all’anno in perpetuo. I critici ebbero buon gioco nel tacciare d’errore la teoria, ponendo in rilievo come non tutti i contribuenti avessero disponibili le 100 lire e non per tutti il saggio di interesse o di frutto del capitale fosse del 5%. Giova però osservare che, se è facile la critica, il maggiore merito rimane del Ricardo, per avere scoperto la verità fondamentale. Come spesso gli accadeva, egli, che non era professionalmente uno studioso, che male conosceva l’arte letteraria della presentazione del suo pensiero, ed aveva il genio del teorico sotto la veste greggia dell’agente di cambio, abituato ad andare dritto alla conclusione ultima del ragionamento, senza perdersi nelle premesse e nei passaggi intermedi, non si curò, neppure in questo caso, di far riserve e di indicare entro quali limiti la verità dell’identità fosse valida. Dall’insieme del discorso, risulta chiaro che, anche per lui, l’identità era un principio valido per il capitalista con capitale disponibile e disposto ad impiegarlo all’identico tasso di frutto offerto dallo stato per i titoli di debito pubblico. Entro questi limiti, l’identità è valida. Affermato il principio comune tra i due istituti, era agevole studiarne le differenze, come hanno fatto poi i critici, differenze le quali, per quanto siano importanti, non distruggono la verità e l’utilità del punto di partenza.[1]

 

 

 

414. – Supponiamo che il confronto fra i quattro membri della nostra piccola collettività debba farsi nella seguente maniera:

 

 

  CAPITALE IMPOSTA REDDITO
  investito liquido totale totale accantonamento disponibile e tassabile straordinaria annua per il servizio e degli interessi sul debito pubblico
Tizio, capitalista mobiliare 83.000 17.000 100.000 5.000 5.000 5.000 250
Caio, capitalista immobiliare 100.000 100.000 5.000 5.000 5.000 250
Sempronio, industriale 50.000 50.000 5.000 1.000 4.000 4.000 200
Mevio, professionista 5.000 2.000 3.000

3.000

17.000

150

850

 

 

 

Lo stato ha necessità di riscuotere, per far fronte alla spesa straordinaria, 17.000 lire (in realtà, nella collettività reale si tratterà di 17 o di 170 miliardi di lire. Il ragionamento non muta). Lo stato ha la scelta tra distribuire una tantum una imposta straordinaria di 17.000 nel modo che è detto nella tabella, distribuendone cioè 5.000 su Tizio, 5.000 su Caio, 4.000 su Sempronio e 3.000 su Mevio. La cosa è tecnicamente impossibile, poiché lo stato in tal modo preleverebbe dai contribuenti l’intiero reddito per essi disponibile. Ovvero lo stato può contrarre un debito con quel qualunque capitalista (Tizio), il quale abbia la somma disponibile, obbligandosi a pagare a lui, al 5%, l’interesse annuo di 850 lire e ripartire poi sui quattro contribuenti una imposta annua uguale ad 850 lire. Il riparto delle 850 lire è fatto nelle stesse proporzioni con cui si sarebbe operato il riparto delle 17.000 lire di imposta straordinaria; quindi Tizio e Caio pagano 250 lire l’uno, Sempronio 200 e Mevio 150 lire.

 

 

415. – CONFRONTO RISPETTO AL CAPITALISTA PURO CON CAPITALE DISPONIBILE. – Tizio, che è capitalista, il quale dispone di 100.000 lire di capitale sotto forma liquida o quasi liquida, e, in ogni modo, ha in quel momento disponibile, a vista o quasi a vista, 17.000 lire non ancora definitivamente collocate, è perfettamente indifferente rispetto ai due metodi. Se egli paga 5.000 lire di imposta straordinaria, perde il frutto che dalla somma ricaverebbe, ossia 250 lire. Se lo stato contrae un mutuo di 17.000 lire e per ipotesi egli è mutuante, riceverà 850 lire di interessi del mutuo, come avrebbe potuto ricavare da un qualunque altro impiego; ma dovrà pagare 250 lire all’anno di imposta al fisco, affinché questi, aggiungendovi il provento dell’imposta pagata dagli altri contribuenti, possa versare a lui il dovuto interesse. Quindi egli, se lo stato ricorre al debito, riscuote 850 e paga 250, ed ha nette solo 600 lire di reddito, mentre prima ne aveva 850. La sua perdita è di 250 lire all’anno di reddito, così come nel caso dell’imposta straordinaria. La scelta è per lui indifferente.

 

 

In realtà, a voler andare per il minuto, vi possono essere diverse categorie di Tizi, di cui le principali sono: quella di Tizio, capitalista accorto, il quale sa far fruttare il suo capitale al 6%, scegliendo investimenti sicuri, ma poco conosciuti e pregiati dalla generalità, e costui preferirà che lo stato contragga il debito, ma con altri e non con lui, al 5%; e quella di Tizio, capitalista prudentissimo, il quale, per timore di perdite, tiene i suoi fondi disponibili depositati alla cassa di risparmio al 3%. Costui preferirà l’imposta straordinaria. Paga 5.000 subito, con una perdita di interessi, al 3%, di sole 150 lire, laddove il sistema del debito lo avrebbe gravato di un’imposta annua di 250 lire. Né egli può rifarsi con una sottoscrizione al debito pubblico, perché, per ipotesi, egli è alieno da siffatti impieghi.

 

 

Quindi già si vede come, anche nella categoria dei capitalisti con capitale disponibile, ci siano diversi interessi rispetto alla scelta fra imposta straordinaria e debito pubblico. Preferisce il debito soprattutto colui che è capace di impiegare bene i suoi capitali. La differenza ricardiana esiste solo in modo assoluto per quel capitalista che abbia capitale disponibile per impieghi uguali a quello offerto dallo stato per il debito pubblico.

 

 

416. – CONFRONTO RISPETTO AL CAPITALISTA PURO CON CAPITALE IMPIEGATO IN TERRE, CASE, ECC. – La scelta tra i due metodi non è indifferente per Caio, il quale ha impiegato le sue 100.000 lire in terre o case da cui ricava 5.000 lire di reddito annuo.

 

 

Il problema per lui è sempre: è meglio pagare 5.000 lire una volta tanto (imposta straordinaria) ovvero 250 lire all’anno in perpetuo (imposta annua uguale agli interessi sul debito contratto dallo stato)?

 

 

Il punto essenziale per decidere sta in ciò che Caio non possiede oggi disponibile alcuna somma; tutto il suo capitale essendo impiegato, per ipotesi, in una casa o fondo rustico.

 

 

Ha, invero, il flusso di reddito di 5.000 lire all’anno, ma questo lo spende per soddisfare i suoi bisogni privati e per pagare le imposte ordinarie. Quindi dovendo pagare l’imposta straordinaria di 5.000 lire, a lui si presenta soltanto l’alternativa fra vendere una porzione della sua casa o del suo fondo, ovvero prendere a mutuo 5.000 lire dando garanzia ipotecaria sulla sua proprietà. Alla vendita egli ripugna, né la vendita di una parte di casa o di fondo è spesso possibile senza deteriorare il valore della parte residua. Se tutti vendono nel medesimo momento, le cose offerte in vendita perdono di prezzo.

 

 

Il sacrificio dell’imposta straordinaria sarebbe in tal caso troppo grave; ed egli si rivolge al prestito. E questo gli conviene o no, a seconda che egli riesce ad ottenere a mutuo la somma ad un interesse minore o maggiore di quello che è pagato dallo stato.

 

 

Se lo stato paga il 5% ed egli dovrebbe pagare il 6%, a lui conviene che lo stato ricorra al debito; e viceversa gli conviene l’imposta straordinaria se lo stato fa debiti al 6% laddove egli riuscirebbe a farli al 5%.

 

 

La ipotesi più probabile è che lo stato, se bene amministrato, riesca a contrarre prestiti ad un saggio minore di quello che il capitalista proprietario dovrebbe pagare se contraesse un mutuo privato.

 

 

417. – CONFRONTO RISPETTO ALL’INDUSTRIALE O COMMERCIANTE. – Sempronio, industriale o commerciante, dall’applicazione di 50.000 lire di capitale ed insieme della propria opera di direzione e gestione ricava un reddito annuo di 5.000 lire. Se lo gravasse un’imposta straordinaria di 4.000 lire egli, che non la può pagare col reddito, poiché deve pur vivere, trovandosi privo di parte del proprio capitale, vedrebbe inutilizzata anche una quota corrispondente della propria capacità di lavoro; e poiché l’impiego misto di capitale e di lavoro gli frutta il 10% del capitale, perderebbe 400 lire di reddito all’anno. Non volendo distrarre il capitale dall’azienda, Sempronio dovrebbe farsi prestare 4.000 lire da un capitalista; ma non possedendo egli terre o case su cui dare garanzia ipotecaria, egli dovrà pagare un più alto tasso d’interesse, ad es. del 6 o dell’8 o più %. Egli subirà l’onere di 240 o 320 lire all’anno di interesse per il debito privato contratto col capitalista. Ben è meglio che lo stato si faccia direttamente imprestare al 5% le 4.000 lire da un Tizio capitalista, incapace a far rendere di più il proprio capitale; poiché l’onere di interessi spettanti a Sempronio, sotto forma di imposta annua per il servizio del prestito, sarà di sole 200 lire all’anno.

 

 

418. – CONFRONTO RISPETTO AL PROFESSIONISTA O LAVORATORE IN GENERE. – Mevio, infine, è il più favorito dal metodo del debito. Invero, non potendo egli pagare l’imposta straordinaria di 3.000 lire, poiché egli per ipotesi è un mero lavoratore, privo di capitale già risparmiato, dovrebbe farsi imprestare tutte queste 3.000 lire dal capitalista. Ma non presentando egli alcuna garanzia salvo quella della propria onorabilità personale ed eventualmente quella della cessione dello stipendio, dovrebbe pagare un interesse elevatissimo, probabilmente del 10% al minimo e forse anche del 20% o più. L’imposta lo costringerebbe dunque ad un debito privato di 3.000 lire, del costo da 300 a 600 e forse più lire annue; mentre se lo stato contrae il debito pubblico al 5%, la quota a lui spettante d’imposta annua per il pagamento degli interessi è di sole 150 lire annue, con un risparmio per lui notabilissimo.

 

 

419. – PREFERIBILITÀ DEL DEBITO RISPETTO ALLA GENERAZIONE ATTUALE, SE SI CAPITALIZZANO I PAGAMENTI DI IMPOSTA. – Fin qui si è dimostrato che il contribuente della generazione vivente al momento in cui si fa la spesa straordinaria preferisce quasi sempre il debito, perché l’imposta straordinaria lo priverebbe di anno in anno di un reddito maggiore.

 

 

Ma la convenienza è ancora più grande se egli bada all’avvenire. Infatti il professionista sa che dovrebbe pagare 3.000 lire se lo stato istituisce l’imposta straordinaria. E queste sarebbero spese per sempre per lui. Invece se lo stato fa un debito, egli deve pagare solo 150 lire all’anno di imposta per far fronte al servizio del debito. È vero che se le 150 lire le dovesse pagare in perpetuo sarebbe come pagar subito 3.000 lire. Ma egli dice: Io pagherò 150 lire finché vivo e poi più. Ora l’obbligo di pagare 150 lire finché si vive non può valer mai 3.000 lire. Varrà più o meno, a seconda degli anni di vita del contribuente. Può valere persino solo 150 lire, se egli è vecchissimo, con un anno solo di vita probabile. L’industriale fa lo stesso ragionamento. Ecco un’altra ragione (esposta dal prof. Griziotti nel saggio sopra citato in nota) di preferire il metodo del debito.

 

 

420. – IMPOSTA E DEBITO RISPETTO ALLE GENERAZIONI SUCCESSIVE. – Se per la generazione attuale il debito è quasi preferibile all’imposta straordinaria, che cosa si dovrà dire delle generazioni successive a quella che deliberò e sostenne la spesa straordinaria?

 

 

Per l’erede di Tizio, capitalista con capitale disponibile, la scelta è indifferente. Ricevere in eredità 100.000 lire meno 5.000 lire pagate dal proprio autore per l’imposta straordinaria ovvero ricevere tutte le 100.000 lire, ma gravate di un onere perpetuo di imposta di lire 250 all’anno è tutt’uno. Il patrimonio ereditato avrà, in ambi i casi, il valore netto di 95.000 lire. Il metodo del debito pubblico può essere considerato per lui preferibile, se egli è un capitalista avveduto, capace di impiegare, se gli fossero lasciate, le 5.000 lire ad un frutto maggiore delle 250 lire che egli dovrebbe in tal caso pagare allo stato.

 

 

Per gli eredi di Caio si dovrà distinguere a seconda che essi riescono a trovare, in caso di imposta straordinaria, capitali a mutuo ad un tasso di interesse generale maggiore o minore di quello pagato dallo stato.

 

 

Gli eredi di Tizio e Caio si trovano nella stessa posizione dei loro autori, perché essi:

 

 

  • se si adottò l’imposta straordinaria ricevono un capitale più piccolo;

 

  • se si adottò il metodo del debito pubblico ricevono il capitale invariato, ma non possono sottrarsi all’obbligo di pagare l’imposta sul patrimonio ereditato.

 

 

Per gli eredi di Sempronio e di Mevio le cose vanno diversamente:

 

 

  • se si adottò il metodo dell’imposta straordinaria i loro autori dovettero faticare per pagare l’imposta straordinaria (restituire le somme privatamente prese a mutuo, ecc.) e non poterono, fino a concorrenza, più risparmiare e lasciare eredità. Quindi gli eredi perdono certo l’eredità che avrebbero potuto avere;

 

  • se si adottò il metodo del debito, gli autori dovettero faticare di meno e quindi poterono lasciare un risparmio. Più ancora non è affatto certo che gli eredi continuino a pagare l’imposta annua che agli autori cadeva in ragione dell’industria o professione esercitata. Gli eredi pagheranno più o meno a seconda che eserciteranno industria o professione con maggiore o minore successo; non pagheranno niente se non avranno redditi o avranno così scarso reddito da non essere imponibile.

 

 

Insomma il metodo del debito è più elastico e si adatta meglio alla capacità di pagare delle varie categorie e delle successive generazioni di contribuenti.

 

 

421. IL CONTRASTO NON È FRA IMPOSTA E DEBITO MA FRA IMPOSTA STRAORDINARIA ED IMPOSTA ANNUA. – Il vero contrasto non è fra imposta straordinaria e debito pubblico. Questi sono pretesti, formule verbali attraverso a cui si decide un altro problema: chi debba pagare l’imposta. I contendenti credono o fanno finta di battagliare pro o contro il debito. In verità battagliano pro o contro uno od altro tipo d’imposta.

 

 

422. – È DIVERSA LA DISTRIBUZIONE DELL’IMPOSTA AD UGUALE REDDITO DEI CONTRIBUENTI. – Qui non entrano in campo le categorie dei contribuenti dianzi considerate. Si confrontano i due metodi per contribuenti aventi uguale reddito. E perciò si fanno esempi diversi da quelli precedenti.

 

 

Se si sceglie l’imposta straordinaria ed il contribuente è chiamato a pagare 100.000 lire una volta tanto, salta all’occhio di tutti che la somma da pagare è grossa. Salta all’occhio altresì che le somme grosse non possono essere pagate che dai grossi. Si può chiedere 100.000 lire a chi possiede un milione di lire. È già molto, perché di solito il milionario è tale in case, terreni, imprese industriali, titoli, non in danaro contante pronto ad essere dato via. Non si possono chiedere grosse somme a chi possiede 100.000 o 200.000 lire. Lo si ridurrebbe alla disperazione. Dunque bisogna incominciare in alto, ossia, ancora, avendo meno terreno tributario da sfruttare, procedere innanzi rapidamente nella scala delle richieste: il 10% a chi possiede un milione, il 20% a chi possiede 2 milioni, il 30% a chi ne possiede 3 e così via. Poiché i ricchi sono pochi, se si vuole incassare abbastanza, fa d’uopo gravare la mano.

 

 

Se invece si ricorre al debito pubblico, quel Tizio, a cui si sarebbe chiesto 100.000 lire una tantum, è chiamato a versare 5 mila l’anno in perpetuo. Sono anch’esse una somma egregia, sono la stessa cosa di 100.000 in una sola volta, però fanno meno impressione: 5.000 lire si possono chiedere non solo a chi ha 50.000 lire all’anno di reddito (l’equivalente di un milione in capitale), ma anche a chi ha 40.000 od anche 30.000 lire. Non pare che caschi il mondo, se si deve pagare un sesto del reddito. Un decimo del patrimonio è cosa grossa, perché il patrimonio, si pensa, è già entrato nel possesso del contribuente, è già cosa sua; e parrebbe di tagliare carne viva sul suo corpo. L’imbarazzo a pagare è grande; bisogna vendere una casa od ipotecarla. Invece le 30.000 lire di reddito non sono ancora entrate in possesso del contribuente. Entreranno a poco a poco. Sono un flusso di beni, di cedole, di fitti, di derrate. Sono denaro o sono facilmente convertibili in denaro. Il contribuente può pagare più facilmente. Psicologicamente, il metodo del debito, chiedendo ai contribuenti solo 5.000 lire l’anno (ovvero multipli o sottomultipli), consente di cominciare, a parità di spesa, a far pagare l’imposta prima: da 30.000 invece che da 50.000 di reddito. Chi comincia a tassare più dal basso può mietere su campo tributario più vasto. Le fortune e i redditi sono distribuiti a trottola: in basso i pezzenti il cui reddito non conta; poi i meno miserabili, con reddito tenue. La trottola è panciuta in basso, in corrispondenza ai redditi da salario di lavoratore ordinario che danno il grosso come numero e come massa; poi va via via restringendosi per finire in punta ai redditi altissimi, pochissimi come numero e sottili come quantità. Quanto più si comincia in basso, tanto meno è necessario andar su rapidamente colle quote dell’imposta. La scala delle aliquote può svolgersi con lentezza e rimanere entro limiti moderati.

 

 

Conclusione: l’imposta straordinaria di 100.000 lire (o multipli e sottomultipli) una tantum è preferita dai poveri e dai mediocri che sperano di non pagarla e di far gravare tutto l’onere sui ricchi; il debito pubblico, ossia le 5.000 lire (o multipli e sottomultipli) l’anno è preferita dai ricchi, i quali sperano siano così chiamati a contribuire anche i semplicemente agiati od i mediocri, e di non rimanere perciò i soli eletti.

 

 

423. – È DIVERSA LA DISTRIBUZIONE DELL’IMPOSTA SUL REDDITO DEL CAPITALE E SU QUELLO DEL LAVORO. – L’imposta straordinaria di 100.000 lire può essere chiesta a chi possiede qualcosa, ha un patrimonio, liquido od illiquido non monta, che paia atto a pagare. Come farla pagare al lavoratore puro, il quale possiede solo braccia o testa? Perciò l’esperienza prova che le imposte straordinarie sono per lo più patrimoniali, e lasciano immuni i redditi di lavoro, di professione, di impiego.

 

 

Invece, l’imposta delle 5.000 lire l’anno necessarie per fare il servizio del debito grava solitamente il reddito; non solo i redditi di capitale, ma anche quelli di lavoro. Il professionista, il quale non ha le 100.000 lire per solvere l’imposta straordinaria, può prelevare sul reddito dell’anno le 5.000 lire necessarie per il servizio del debito.

 

 

Conclusione: il metodo dell’imposta straordinaria è preferito dai contribuenti provveduti di reddito di lavoro, perché essi sperano in tal modo di far pagare tutta la spesa dai capitalisti; e, inversamente, il metodo del debito pubblico è preferito dai capitalisti, i quali sperano siano in tal modo chiamati a contribuire all’onere della spesa anche i lavoratori, impiegati e professionisti.

 

 

424. – È DIVERSA LA DISTRIBUZIONE DELL’IMPOSTA RISPETTO AI CONTRIBUENTI CHE SALGONO ED A QUELLI CHE SCENDONO. – L’imposta straordinaria, aggiungasi, rimane fissa nel suo importo di 100.000 lire determinato in rapporto alle condizioni di fortuna o di reddito del contribuente in un dato momento, suppongasi l’1 gennaio del 1920 o del 1940. Anche se il pagamento del tributo sia distribuito su un certo numero di anni, la somma da pagare non muta. Il contribuente può dopo l’1 gennaio del 1920 o del 1940 salire o scendere lungo la scala delle fortune e dei redditi e il tributo rimane fisso in 100.000 lire.

 

 

Invece il servizio del debito di 100.000 lire contratto dallo stato, suppongasi 5.000 lire di interessi perpetui, è fatto con imposte distribuite anno per anno sui redditi ottenuti dai contribuenti in ogni anno successivo. Chi sale paga maggior imposta; chi scende paga di meno; chi cade in povertà non paga più nulla.

 

 

Perciò l’imposta straordinaria è, a parità di ogni altra condizione, preferita da chi sale e, tutto il maggior reddito rimanendo immune da quel carico, è stimolo a salire. Il metodo del debito è preferito da chi teme di discendere.

 

 

425. – PERMUTABILITÀ DEL DEBITO E DELL’IMPOSTA STRAORDINARIA. – Già si vide come dall’imposta straordinaria si possa passare per volontà del contribuente, al debito, quando il contribuente incapace di pagar subito l’imposta straordinaria, ricorre a prestiti privati. Ma è metodo costoso, soggetto a pericoli per i contribuenti.

 

 

Il prof. De Viti ha messo in luce (cfr. par. 549 a 554) come invece, nel caso che lo stato abbia scelto il metodo del debito, il contribuente può, se lo crede, subito o dopo, trasformarlo in imposta straordinaria.

 

 

426. – IL CONFRONTO FRA IMPOSTA STRAORDINARIA E DEBITO PUBBLICO SUPPONE CHE LA SPESA SIA DAVVERO STRAORDINARIA. – Potrebbe, per equivoco, dalle verità soprannunciate dedursi la illazione che sempre il debito sia preferibile all’imposta, anche in casi di spese ordinarie. Ma la fallacia dell’argomento è evidente.

 

 

Invero, nello stesso modo che l’imposta straordinaria si converte in debito, così il debito si converte necessariamente in imposta. Supponiamo che uno stato, partendo dalla premessa che il debito è sempre meno oneroso dell’imposta, voglia provvedere alle spese ordinarie col debito; e siano le spese ordinarie di un miliardo all’anno.

 

 

Il primo anno i contribuenti sentono un beneficio poiché pagano 50 milioni d’imposta – interessi invece che un miliardo; ma il secondo anno già pagheranno 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno precedente e 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno. Nel terzo pagheranno 150 milioni, finché nel ventesimo anno dovranno pagare un miliardo di imposta – interessi sui 20 miliardi di debito accumulato in ossequio alla teoria; ed in seguito l’imposta – interessi continuamente crescerà, superando l’onere che i contribuenti dovrebbero sopportare se ogni anno avessero fatto fronte alle spese ordinarie con l’imposta.

 

 

Adunque fa d’uopo non esagerare nei prestiti pubblici, i quali devono essere conclusi esclusivamente per far fronte a delle spese veramente straordinarie.

 

 

427. – L’AMMONTARE E LA NATURA DELLE SPESE STRAORDINARIE HANNO IMPORTANZA NELLA SCELTA TRA IMPOSTA STRAORDINARIA E DEBITO PUBBLICO? – E qui cade in acconcio di tener conto di un fattore importantissimo, da cui si fece finora astrazione: l’ammontare e l’indole della spesa straordinaria a cui si vuole provvedere.

 

 

La discussione che sopra fu fatta intorno alla preferibilità dell’imposta straordinaria e del debito pubblico ebbe un carattere strettamente economico-finanziario; si discusse cioè quale dei due strumenti, l’imposta o il debito, fosse più conveniente a raggiungere il fine, supposto dato il fine. Ferma restando la necessità di spendere in via straordinaria un miliardo di lire, quale dei due metodi, si chiese, è meno costoso? E si rispose: per lo più il debito.

 

 

Ma, ed è questo il punto che adesso si vuol discutere, la scelta di uno piuttosto che di un altro mezzo o strumento non può aver virtù di reagire sul fatto di spendere o non spendere il miliardo di più o di meno? Non potrà darsi che la facilità di ricorrere allo strumento debito non incoraggi a fare spese che non si sarebbero compiute se si fosse dovuto ricorrere allo strumento più difficile imposta?

 

 

L’ammontare della spesa straordinaria non dipende anche, per la sua misura, dalla scelta che noi faremo dell’imposta o del debito, come mezzo per provvedere ad esso? Si può ragionare bene se non si tiene conto delle altre cause di variazioni del dato di partenza; perché queste variazioni si sarebbero ugualmente verificate qualunque fosse la scelta da noi fatta, e lasciano invariata la bontà di essa. Ma non possiamo fare astrazione dai mutamenti nell’ammontare della spesa, che furono la conseguenza dell’aver noi scelto piuttosto un metodo che l’altro di sopperimento.

 

 

Lascio parlare in proposito Adamo Smith:

 

 

«Poiché la spesa ordinaria della maggior parte dei governi moderni in tempo di pace è uguale o pressoché uguale alle entrate ordinarie, essi sono allo scoppio di una guerra nel tempo stesso poco propensi e incapaci ad aumentare le entrate in proporzione alle spese. Essi non vogliono [crescere le imposte] per timore di guastarsi col popolo, il quale si alienerebbe ben presto dalla guerra, se fosse soggetto ad un aumento così grande e improvviso di imposte; e non possono, perché ignorano quali imposte basterebbero a fornir loro l’entrata di cui abbisognano. Il comodo di far prestiti li libera dall’imbarazzo che sarebbe altrimenti cagionato dal timore e dall’incapacità. Per mezzo di prestiti, essi sono messi in grado, con un moderato aumento di imposte, di ottenere anno per anno denaro sufficiente per condurre la guerra e con la pratica dei consolidamenti perpetui riescono, col minimo aumento possibile di imposte, a provvedersi ogni anno della quantità massima di mezzi pecuniari. Nei grandi imperi, coloro i quali vivono nella capitale o nelle province remote dalla scena dell’azione, a mala pena risentono, i più di essi, qualche inconveniente a causa della guerra; e godono, con tutto comodo, il divertimento di leggere nei giornali i fasti delle flotte e degli eserciti. Il divertimento compensa la piccola differenza fra le imposte pagate a causa della guerra e quelle che essi erano abituati a pagare in tempo di pace. Per lo più essi sono malcontenti del ritorno della pace, il quale pone termine al loro diletto e alle mille speranze visionarie di conquiste e di gloria nazionale che sarebbero state il frutto della continuazione della guerra» (Wealth of Nations, quinto libro, capo terzo).

 

 

Molte cose sono cambiate dopo l’anno (1776) nel quale Adamo Smith scriveva. L’abolizione degli eserciti mercenari, fra l’altro, ha tolto di mezzo l’indifferenza con la quale i civili leggevano un tempo le notizie delle battaglie lontane. Tutti hanno il figlio, il padre, il fratello, il marito, il fidanzato in trincea. Resta la diversa influenza psicologica del prestito e dell’imposta sulla volontà di decidersi ad una impresa costosa, sia di guerra che di pace.

 

 

428. – RAGION MORALE E POLITICA DELL’IMPOSTA STRAORDINARIA. – Contro i ragionamenti, i quali dimostrano i vantaggi economici del metodo del debito in confronto a quello dell’imposta straordinaria sta dunque la ragion morale. La deliberazione di chi si illude, ricorrendo al debito, di non pagare, non è seria e grave come debbono essere tutte le deliberazioni di pubblica spesa. Non monta che la speranza di non pagare, grazie al debito, sia illusione. L’illusione agisce al paro e forse più della realtà. L’immoralità produce il danno economico. Quel metodo del debito pubblico, il quale sarebbe stato vantaggioso se la spesa straordinaria fosse stata contenuta entro i suoi limiti necessari di 1 o di 10 miliardi, diventa gravoso se, per la leggerezza di condotta provocata dal dubbio, la spesa cresce da 1 ad 1,5, da 10 a 15 miliardi di lire.

 

 

Che monta che il debito pubblico costi solo il 5%, mentre l’imposta arreca un onere, per debiti privati, anche del 7% in media, quando col debito pubblico si fanno spese per un miliardo e coll’imposta la spesa si ridurrebbe a 500 milioni per la reazione maggiore del contribuente? Il 5% su 1 miliardo importa un onere di 50 milioni annui; mentre il 7% su 500 milioni costa solo 35 milioni all’anno.

 

 

Se dal punto di vista puramente economico-finanziario è preferibile il debito all’imposta, dal punto di vista politico, ossia tenendo conto altresì del fatto politico della spesa da compiersi, è preferibile la imposta al debito.

 

 

429. – FUNZIONE DELL’IMPOSTA STRAORDINARIA. – Vuolsi tuttavia notare che anche nei paesi, dove per l’abitudine alla libera e larga discussione degli affari pubblici, i governi usano proporre, insieme col progetto della spesa, il piano delle imposte relative, queste non possono sopperire mai all’intiero fabbisogno derivante da spese davvero straordinarie.

 

 

Non bisogna dimenticare che l’imposta straordinaria è strumento più oneroso del debito pubblico; e lo si deve usare solo per saggiare la volontà dei cittadini intorno all’opportunità di compiere o no la spesa straordinaria. L’imposta deve essere decretata e spinta fino al punto in cui la pressione di essa non diventi troppo dannosa per i contribuenti e sia bastevole a chiarire la volontà di essi rispetto alla spesa straordinaria. Dire a priori quale sia questo limite è impossibile. In un paese povero e dove le imposte ordinarie, su redditi in media bassi, siano già alte, per es. del 25% del reddito, sarà difficile spingerle molto più in su di tale onere; sicché si ricaveranno solo 2.000 milioni su un fabbisogno di 10.000 milioni, ed ai restanti 8.000 converrà provvedere col debito. In un paese ricco, anche se ivi le imposte ordinarie raggiungano già il 25% di redditi in media elevati, sarà possibile aumentare la aliquota al 40% senza eccessivo aggravio dei contribuenti, e ciononostante cavare dall’imposta straordinaria 6.000 milioni, talché si debba provvedere col debito ad appena 4.000 milioni di lire. E soluzioni intermedie o diverse potranno imporsi nei diversi tempi o paesi a seconda dei casi.

 

 

Il problema pratico che si tratta di risolvere non è dunque di scelta esclusiva tra i due metodi, ma di rapporto proporzionale nell’uso di essi, uno dei quali, il debito, si raccomanda per la sua convenienza economica, e l’altro, l’imposta, per le sue attitudini a provocare la reazione dei contribuenti e il loro controllo sulla spesa da farsi. L’uso contemporaneo dei due metodi è altresì utile per evitare un errore gravissimo: come è il considerare straordinaria una spesa che invece è ordinaria. Appena si ammetta il principio che il debito sia uno strumento più conveniente dell’imposta per coprire le spese straordinarie, subito governi deboli ne profitterebbero per chiamare straordinarie le spese che invece sono ordinarissime, allo scopo di far senza della necessità di risvegliare coll’imposta la reazione dei contribuenti, ricorrendo invece al metodo più comodo del debito. Laonde i debiti si accumulano e le finanze pubbliche precipitano alla rovina.

 

 

Errore opposto sarebbe quello di consentire con leggerezza imposte straordinarie, ossia il mezzo di perpetuare una spesa che per l’indole sua sarebbe temporanea. Suppongasi che a coprire una spesa straordinaria di 500 milioni all’anno duratura per 5 anni si stabilisca una imposta straordinaria di 500 milioni per i 5 anni. Quando questi saranno trascorsi e la spesa straordinaria sarà cessata, rincrescerà moltissimo ai governanti di abbandonare siffatta entrata ed ancor più rincrescerà agli impiegati i quali vivevano sui 500 milioni di lire, i quali tenderanno a trasformarsi da utili servitori pubblici in parassiti del bilancio. Sarà facilissimo perciò dimostrare che la ragione della spesa straordinaria non è venuta meno od inventare altri pretesti per non togliere le imposte straordinarie. Ragione di più per contemperare opportunamente i due metodi.

 

 

Sezione quarta

 

Sofismi intorno ai debiti pubblici

 

Par. 1. – Sono un moltiplicatore della ricchezza reale?

 

430. – SOFISMI INTORNO AL DEBITO PUBBLICO – MOLTIPLICA LA RICCHEZZA DEL PAESE. – Le cose fin qui dichiarate giovano a mettere in luce alcuni errori che hanno corso rispetto al debito pubblico.

 

 

Vedemmo come il metodo debito sia preferibile al metodo imposta perché evita sacrifici eccessivi da parte di molti contribuenti, e chiama a raccolta i risparmi disponibili di chi attribuisce ai risparmi medesimi il minimo pregio. Tale vantaggio è uguale o meglio è quello stesso del credito in generale. Questo è utile perché fa passare il risparmio dalle mani del risparmiatore incapace a farlo convenientemente fruttare nelle mani dell’imprenditore che ne sa trarre largo partito. Il credito pubblico è utile medesimamente perché è uno strumento con cui taluni risparmiatori mettono, coll’intermediario dello stato, i loro risparmi, al più basso tasso d’interesse vigente sul mercato, a disposizione dei contribuenti affinché questi possano pagare l’imposta straordinaria, senza dover privarsi del capitale proprio, che essi sanno far fruttare di più o dover ricorrere a prestiti onerosi.

 

 

Da questa verità alcuni dedussero un errore: che il credito pubblico accresca la ricchezza del paese.

 

 

Ragionavano costoro che, quando uno stato fa un debito di 1 miliardo di lire, issofatto la ricchezza del paese cresca da 1 a 2 miliardi; perché vi è il miliardo antico, che prima avevano i capitalisti ed ora ha lo stato, ed in aggiunta vi sono i titoli di debito pubblico, i quali hanno il valore di un miliardo, sicché i creditori capitalisti ad ogni istante possono venderli a quel prezzo. Il ragionamento è un manifesto errore.

 

 

Prima del mutuo, se si fosse fatto l’inventario della ricchezza del paese, si sarebbe, a cagion d’esempio, valutato il patrimonio dello stato a 10 miliardi, composto di ferrovie, canali, porti, aziende industriali monopolizzate, ecc., ecc., e quello degli altri enti e dei privati a 90 miliardi, composti per 89 miliardi di terra, case, impianti industriali, fondi di commercio, moneta circolante, ecc., ecc., e per 1 miliardo di risparmio disponibile non ancora impiegato; in tutto 100 miliardi.

 

 

Dopo il mutuo, rifacendo il medesimo inventario, si rileverebbe che il patrimonio dello stato è composto: 1) degli antichi 10 miliardi; 2) di 1 miliardo in più di contanti ricevuto in mutuo; 3) di 1 miliardo in meno per il debito contratto, il quale dovrà essere rimborsato e costituisce una passività patrimoniale; in totale 10+1-1=10 miliardi.

 

 

Il patrimonio dei privati è composto degli 89 miliardi impiegati come sopra, più 1 miliardo di titoli di debito pubblico, ricevuti in cambio del miliardo di risparmio disponibile prima posseduto ed ora mutuato allo stato; ed in totale 90 miliardi. Totale generale della ricchezza del paese 10+90=100 come prima.

 

 

Il somme con esso ottenute sono spese per un fine ritenuto necessario o credito pubblico, come il credito privato, può dunque essere utile se le conveniente raggiungersi dalla collettività; ma non ha per se stesso alcuna virtù taumaturgica di moltiplicazione della ricchezza nazionale.

 

 

Par. 2. – Paradosso statistico del moltiplicatore.

 

431. FONDAMENTO STATISTICO DEL SOFISMA. – Tuttavia, il sofisma ha un certo fondamento non sostanziale, ma che si potrebbe chiamare statistico.[2]

 

 

È noto che l’inventario della ricchezza di un paese si può fare in modo oggettivo, quando cioè si calcola quanto valgono ad una ad una le diverse specie di ricchezze, terreni, fabbricati, macchine, ecc., e poi si sommano questi valori; mentre nell’inventario a tipo soggettivo si fa invece la somma delle fortune personali individuali. Nel tipo oggettivo, lo statistico il quale fa il calcolo della ricchezza nazionale, valuta i terreni: 100 miliardi; i fabbricati: 80; le imprese industriali e commerciali, con navi, scorte, macchine, greggi di bestiame, ecc., o le azioni e le obbligazioni che rappresentano queste cose, ad eccezione dei terreni e dei fabbricati già prima valutati: 100 miliardi. Quando arriva ai titoli di debito privato ipotecario chirografario cambiario: 20 miliardi, cancella, a meno che si tratti di debiti verso stranieri che scrive col segno meno o di crediti verso stranieri che scrive col segno più. I debiti verso nazionali li omette, perché li dovrebbe scrivere col segno meno al nome del debitore e col segno più al nome del creditore e le due scritturazioni si annullerebbero a vicenda. Epperciò scrive solo 2 miliardi al passivo (debiti verso stranieri) e 3 all’attivo (crediti verso stranieri). Il mobilio di casa con gioie, vetture, cavalli ed altre cose di uso domestico è iscritto per 9 miliardi.

 

 

Il totale sin qui fa 290 miliardi netti. C’è un’ultima partita: 110 miliardi di titoli del debito pubblico statale e locale, che porterebbe il totale della fortuna nazionale a 400 miliardi di lire. Si devono o non scrivere i 110 miliardi? Lo statistico, riflettendo che non ha iscritto, salvo 2 con meno e 3 con più perché verso o da stranieri, i 20 miliardi di titoli di debito privato, esita. I 110 miliardi di debito pubblico siano, per semplicità di ipotesi, tutti verso nazionali. Si potrebbe sostenere che i cittadini hanno 110 miliardi di crediti verso lo stato, e lo stato, che è anche nazionale, ha 110 miliardi di debito verso i cittadini. Il meno cancella il più e resta zero. La conclusione tuttavia pare dubbia. È vero o non è vero che chi possiede 100 mila lire di titoli di debito pubblico possiede una ricchezza di 100 mila lire (se, per ipotesi, i titoli sono alla pari) tale quale come chi possiede una casa del valore corrente di 100 mila lire? Perché calcolare nella ricchezza nazionale le case e non i titoli?

 

 

432. – IN QUAL CASO IL DEBITO PUBLICO DEVE ESSERE INCLUSO NELL’INVENTARIO. – Per risolvere il dubbio, riduciamoci al caso di uno degli obbligati al pagamento delle imposte necessarie a fare il servizio del debito dei 110 miliardi di lire.

 

 

Tizio, proprietario di casa, deve fare il servizio di una quota di quel debito e precisamente di 100 mila lire, pagando ogni anno 5.000 lire d’imposta, affinché il tesoro dello stato possa versare le 5.000 lire d’interesse al portatore di 100.000 lire di titoli.

 

 

Prima che lo stato contraesse il debito, la casa di Tizio fruttava 50.000 lire l’anno e valeva, capitalizzando al 5%, ossia al denaro venti, che era il saggio corrente per impieghi di quel tipo, 1 milione di lire. La casa era iscritta dallo statistico per 1 milione nell’inventario della fortuna nazionale. Dopo il debito e la conseguente imposta di 5.000 lire l’anno, il reddito si ridusse da 50.000 a 45.000 lire e, al solito 5%, ne v’è ragione che il saggio di capitalizzazione muti, il capitale ribassò da 1 milione a 900.000 lire. La casa vale solo più 900.000 lire e nell’inventario della fortuna nazionale, capitolo «proprietà edilizia», si deve scrivere solo 900.000 lire. È accaduto che l’emissione del debito pubblico ha fatto idealmente sfumare un decimo del valore delle case. E un decimo altresì dei terreni e delle fabbriche e delle azioni che rappresentano case, terreni e fabbriche. Sul mercato le case – e le terre, ecc., ecc. – si negoziano sulla base del reddito netto da imposte, compresa l’imposta istituita per fare il servizio del debito. La casa, a guardarla, è rimasta, fisicamente ed economicamente, la stessa. Non un mattone in meno, non un soldo di meno di reddito. C’è una sola differenza. Prima, tutte le 50.000 lire di reddito rimanevano in tasca al proprietario e si capitalizzavano a suo favore: 1 milione. Adesso, le 50.000 lire si dividono in due parti: 45.000 al proprietario e queste si capitalizzano in 900.000 lire valore della casa; e 5.000, attraverso al tesoro dello stato, al creditore pubblico e si capitalizzano a suo favore in 100.000 lire, valore del titolo di debito pubblico. La casa si è come sdoppiata: nove decimi continuano ad aver nome di casa e valgono 900.000 lire; un decimo è simboleggiato dal titolo di debito pubblico e vale 100.000. Totale un milione come prima.

 

 

Conclusione: se non si vuole che, per un semplice trapasso di godimento, dal contribuente al creditore pubblico, di una parte del reddito nazionale, la fortuna del paese appaia artificiosamente ridotta mentre è rimasta la stessa, la stessa come case terra alberi messi navi impianti merci, ecc., la stessa come produttività e reddito, fa d’uopo iscrivere all’attivo dell’inventario della ricchezza nazionale 900.000 lire valore della casa e 100.000 lire valore del titolo. Così facendo, non si intende attribuire qualità di ricchezza al titolo. Se anche il titolo sia ricchezza o sia tale soltanto la casa è problema diverso, intorno al quale si può dissertare. Qui s’afferma soltanto che lo statistico commetterebbe errore di rilevazione se tenesse conto solo delle 900.000 lire valore della casa e non anche delle 100.000 lire valore del titolo. Qualcosa sfuggirebbe alla rilevazione ed il quadro non sarebbe compiuto.

 

 

433. – SÌ, SE IL SUO SERVIZIO È FATTO CON IMPOSTE SU COSE MATERIALI. – Non si deve tuttavia da ciò concludere che faccia d’uopo iscrivere all’attivo della ricchezza nazionale tutti i 110 miliardi di debito pubblico.

 

 

La conclusione è vera, senza dubbio, per quella parte del debito pubblico, supponiamo 60 miliardi su 110, il cui servizio di interessi è fatto con imposte ripartite su beni – terre case e fabbriche e azioni relative, ecc. – negoziati sul mercato. Se il debito non esistesse e non esistesse la relativa imposta per il suo servizio, quei beni sarebbero apprezzati sul mercato 60 miliardi di più. Perciò, se non si vuole far scomparire 60 miliardi di fortuna nazionale esistente e fruttante, occorre iscrivere nell’inventario i 60 miliardi di titoli del debito pubblico.

 

 

434. – SÌ E NO, SE IL SUO SERVIZIO È FATTO CON IMPOSTE SU REDDITI DI LAVORO. – Quid dei restanti 50 miliardi di titoli?

 

 

Si supponga che, se il servizio dei precedenti 60 miliardi gravava sul reddito dei beni capitali, il servizio dei restanti 50 miliardi gravi sul reddito del lavoro nazionale. L’imposta di 2.500 milioni l’anno necessaria per pagare gli interessi di questi 50 milioni grava su stipendi di impiegati, onorari di professionisti, salari di operai, profitti, netti dall’interesse sul capitale investito, degli imprenditori agricoli industriali e commerciali. La forma assunta è varia: di imposte sul reddito di lavoro puro o sulla parte lavoro dei redditi misti da capitale e lavoro.

 

 

È chiaro che l’iscrivere o il non iscrivere i 50 miliardi nell’inventario della fortuna nazionale è un problema di mera sistematica statistica.

 

 

Può darsi che lo statistico voglia far l’inventario della fortuna nazionale consistente in cose aventi un prezzo; ed in tal caso egli non iscriverà i 50 miliardi, perché essi sono la capitalizzazione, sotto forma di titoli di debito pubblico, di una parte del reddito degli uomini. Quei titoli sono fette capitalizzate di uomini. Poiché quello statistico non tiene conto nel suo inventario del valore degli uomini interi non può, per logica di sistema, neppur tener conto delle fette cartacee di uomini.

 

 

Ovvero lo statistico, dopo aver valutato in 290 miliardi il valore delle «cose» componenti la ricchezza nazionale, più in 60 miliardi i titoli di debito pubblico incidenti sulle cose stesse, totale 350 miliardi, può porsi il quesito della compiutezza della sua stima. Le «cose» non sono tutta la ricchezza dei paesi. Nazioni povere di cose sono ricche per abbondanza di uomini, s’intende son ricche se gli uomini sono onesti laboriosi periti intraprendenti. Un paragone fra la ricchezza di due nazioni che tenga conto solo delle cose è certo zoppicante, spesso è sbagliato. Perciò chi si preoccupi, anche astrazione fatta dal quesito se gli«uomini»siano parte vera della ricchezza dei paesi ma voglia redigere un computo valutativo compiuto, può indursi a valutare, cosa che il mercato non fa più dall’epoca dell’abolizione della schiavitù, il valore degli uomini. Si concluda, ad esempio, che gli uomini del paese in discorso, tenuto conto della loro attitudine a produrre reddito e della loro vita probabile produttiva media, valgono 300 miliardi di lire. In questo caso fa d’uopo tener conto dei 50 miliardi di titoli di debito pubblico, il cui servizio è fatto con imposte gravanti sui redditi di lavoro. Se non esistesse quel debito e non esistessero le conseguenti imposte, gli uomini avrebbero, essi ed i loro figli in perpetuo, un reddito di 2.500 milioni annui in più e varrebbero 50 miliardi in più.

 

 

435. – LOGICITÀ DELLE DUE VALUTAZIONI. – Le due valutazioni della fortuna nazionale, compiute non includendo (A) od includendo (B) gli uomini, sono le seguenti:

 

 

Valutazione A

 

Valutazione

B

Valore delle «cose»……………………..

290

290

Valore del debito pubblico gravante sulle cose…………………………………

60

60

Valore degli uomini………………………

300

Valore del debito pubblico gravante sugli uomini………………………………

50

Totale ……

350

700

 

 

Ambe le valutazioni sono logiche. Basta indicare esattamente quale sia il contenuto di ognuna. Ma non potrebbe colui il quale fa la valutazione A, introdurre surrettiziamente i 50 miliardi di valore del debito pubblico gravante sugli uomini. Quei 50 miliardi nella sua valutazione sarebbero fuor di luogo. Negli inventari gli uomini debbono entrare per intero e non solo in parte.

 

 

436. – PARADOSSO VALUTATIVO DEL DEDITO PUBBLICO. – Pur sapendo che i 50 miliardi di titoli di debito pubblico il cui servizio di interesse è fatto con imposte gravanti sui redditi di lavoro non devono essere fatti rientrare nel novero della ricchezza nazionale se si segue il metodo di valutazione A, sta di fatto che i 50 miliardi esistono e sono negoziati sul mercato, sta di fatto che il possessore di essi è ricco né meno né più che il possessore di qualunque altro titolo di debito pubblico.

 

 

Il paradosso valutativo del debito pubblico consiste in ciò che questo ricostituisce, ricrea sul mercato la valutazione degli uomini che l’abolizione della schiavitù aveva soppresso. Lo schiavo era apprezzato, ad ipotesi, 500.000 lire perché l’alto reddito del suo lavoro professionale durante gli anni di vita sua probabile scontato al momento attuale dava quel valore?

 

 

Adesso l’uomo libero vale, astrattamente, di più perché libero lavora per sé meglio e più di quanto non lavorasse lo schiavo per il padrone. L’uomo libero non ha valore capitale, perché egli non è un bene negoziabile, anzi negoziar l’uomo è reato. Ma se una parte del reddito dell’uomo viene da lui distratta, a causa dell’imposta, se egli deve pagare 2.500 lire l’anno di imposta allo stato per fare il servizio di 50.000 lire di debito pubblico, se si prevede con sufficiente certezza, che, morto egli alla vita produttiva, il suo posto verrà preso dal figlio e poi dal figlio del figlio e così all’infinito, ecco che una parte del valore dell’uomo rimane avulsa da lui e prende corpo nel titolo di debito pubblico. Quelle 50.000 lire di titoli di debito pubblico sono una quota d’uomo divenuta negoziabile sul mercato.

 

 

437. – VANTAGGI ECONOMICI DERIVANTI DAL PARADOSSO. – Parecchie sono le illazioni suggestive le quali si possono trarre dal concetto del titolo di debito pubblico simbolo di frazione d’uomo:

 

 

  • l’uomo in parte diventa servo di altri. Fino al limite di 2.500 lire all’anno l’uomo – contribuente lavora a pro del suo padrone, del padrone della frazione di lui stesso incarnata nel titolo del debito pubblico. In questo tipo di schiavitù, non esiste nessun vincolo personale fra schiavo e padrone. Non si conoscono neppure l’un l’altro. Esiste qualcosa che potrebbe essere definita schiavitù economica;

 

  • l’uomo può essere dato in pegno dal suo creditore. Il possessore dà il titolo, simbolo di frazione d’uomo, in pegno quando ha bisogno di credito. È come se lo schiavo venisse mandato a servizio a casa altrui finché il debito del padrone non sia riscattato;

 

  • l’uomo può essere messo in carcere o venduto affinché i debiti del proprietario siano rimborsati. La banca che riceve in pegno il titolo ha diritto di tenerlo chiuso nel carcere del suo portafoglio sinché l’anticipazione non sia restituita; e di venderlo al miglior offerente se alla scadenza il debito non è pagato. Poiché il titolo è una frazione d’uomo tutte le operazioni compiute su di esso simbolicamente sono compiute sull’uomo;

 

  • lo schiavo odierno, al par dell’antico, può, accumulando un peculio, riscattare se stesso e ricuperare la piena libertà. L’uomo odierno può, risparmiando a frusto a frusto, acquistar 50.000 lire di titoli di debito pubblico. Senza saperlo, egli ricompra quella frazione di se stesso che era stata, attraverso il congegno dell’imposta da lui pagata e del titolo di debito pubblico, alienata altrui. Paga 2.500 lire d’imposta e riceve 2.500 lire di interessi. Il titolo che egli possiede è lui stesso capitalizzato, reso mobile alienabile riscattabile… L’uomo libero può a volta a volta, a seconda della sua convenienza, attraverso al simbolo del reddito di debito pubblico, farsi schiavo altrui, darsi in pegno per ottenere credito personale, ricuperare la sua libertà! Tale che non otterrebbe credito personale se non ad interesse alto, se possiede 50.000 di consolidato 5% ottiene credito a buon mercato. Eppure quel titolo da 50.000 lire è un altro lui stesso! Il debito pubblico trasforma in reale il vincolo personale e, così facendo, scema il costo del credito.

 

 

Par. 3. – I debiti sono condannabili se conchiusi cogli stranieri?

 

438. – LA TESI COSÌ ESPOSTA, NON È ESATTA. – Disse Melon, che i debiti pubblici interni sono innocui perché sono debiti dalla mano destra alla mano sinistra: e ripeté Voltaire che lo stato non impoverisce quando è debitore verso se stesso, e rincalzò Condorcet, affermando che i debiti pubblici sono cattivi solo quando conchiusi cogli stranieri.

 

 

Sulla preferenza da dare ai debiti esteri od a quelli interni si ritornerà sotto (cfr. par. 512 e segg.). Qui si vuole solo discutere la questione di principio.

 

 

Supponiamo che in un paese lo stato abbia un debito interno di 80 miliardi di lire-carta e un debito esterno di 20 miliardi pure di lire-carta: e che su tutti e due si paghi il 5% di interessi. Voltaire direbbe che gli 80 miliardi di debito interno non impoveriscono il paese, perché i 4 miliardi di interessi sono pagati da contribuenti nazionali a creditori nazionali. Restano perciò in paese. Invece il miliardo pagato per interessi sui 20 miliardi di debito estero è pagato da contribuenti nazionali a creditori stranieri: esce dal paese e lo impoverisce.

 

 

Questa è la tesi comunemente affermata: ma non è esatta. Infatti se non si fosse contratto all’estero il prestito di 20 miliardi, ferma rimanendo la necessità di esso, lo si sarebbe dovuto contrarre all’interno. Quindi 20 miliardi, i quali rimasero ai loro possessori e servirono ad impiantare industrie, costruire case, migliorar terreni, non avrebbero potuto servire a nessuno di questi scopi; ma avrebbero dovuto essere imprestati allo stato, ad es. per condurre una guerra, e non darebbero alcun reddito. È vero che non si dovrebbe mandare ogni anno all’estero la somma di 1 miliardo per interessi sul debito estero: ma nell’interno non esisterebbe il reddito di 1 miliardo, e forse di 1,2 o 1,5 miliardi che invece si ricavano dalle industrie impiantate, dalle case costruite, dai terreni migliorati con quei 20 miliardi interni che, nel caso del debito estero, non furono dovuti imprestare allo stato. Si manda 1 miliardo all’anno all’estero; ma lo si manda con 1 miliardo o più di reddito nazionale che non si avrebbe se non si fosse fatto il prestito all’estero.

 

 

Se non fosse così, come si svilupperebbero i paesi nuovi, che devono i loro primi passi a prestiti esteri?

 

 

Con ciò non si vuol dire si debbano sempre fare prestiti all’estero: ma solo eliminare un sofisma dannoso alla discussione, che si farà poi, della convenienza o meno dei prestiti esteri. Questi si devono contrarre solo se sono utili. Qui si è dimostrato essere erroneo affermare che essi sono sempre dannosi.

 

 

Par. 4. – I debiti pubblici danno una cattiva direzione al risparmio?

 

439. – ANCHE QUESTA TESI NON È ESATTA. – Essa afferma: le emissioni di titoli di debito pubblico inducono i capitalisti all’ignavia, poiché, invece di investire il miliardo di nuovo risparmio in costruzioni edilizie, migliorie agricole, imprese industriali e commerciali, essi comprano il titolo di rendita, più tranquillo e sicuro. Sorge così una classe improduttiva di persone, il cui unico lavoro si è di staccare colle forbici a semestre o trimestre i tagliandi degli interessi e di esigerli; classe conservatrice, la quale sempre teme ogni mutazione nell’ordine di cose esistenti. Il capitale così impiegato in titoli di rendita è immobilizzato improduttivamente e giace inerte nei forzieri dei capitalisti o nelle cantine blindate delle banche, ecc.

 

 

Molta confusione in poche parole.

 

 

Non l’emissione dei titoli di debito pubblico può essere accusata di imprimere una cattiva direzione ai risparmi del paese; ma eventualmente il dannoso fine a cui furono destinate le somme col debito procurate all’erario.

 

 

Per se stesso il debito può essere lo strumento indifferente di feconde o di perniciose imprese pubbliche come di imprese private. Chi può dire che 1 miliardo speso nella condotta della guerra dell’indipendenza sia stato un impiego improduttivo e sarebbe stato più produttivo investire il miliardo in migliorie alle terre del Piemonte? Basti dire che il giudizio contrario, essere cioè maggiormente conveniente in quel momento spendere miliardi nella guerra che nelle migliorie agricole, fu pronunciato dal Conte di Cavour, il quale, prima di essere il maggior statista della nuova Italia, fu uno dei pionieri del progresso dell’agricoltura piemontese, e si interessò praticamente di industrie, banche, ferrovie.

 

 

Quando poi la spesa è fatta è erroneo accanirsi contro la persistenza del debito, come se il malanno fosse a ripetizione. V’è chi farnetica di miliardi giacenti nei forzieri sopramenzionati, come se sul serio ivi esistessero somme disponibili per investimenti agricoli od industriali. Mentre ivi sono riposti solo pezzi di carta, che sono riconoscimento di debito; ed a monetizzarli e renderli disponibili occorre venderli in cambio di denaro disponibile, esistente nel paese fuori dei forzieri. Quindi gridando al risveglio dei capitali immobilizzati o giacenti nei forzieri, ecc., si dice cosa priva di senso, perché si fa appello invece – e non è concepibile si possa far diversamente – al capitale vivo, che esiste fuori, che già circola e già è impiegato o si vuol impiegare.

 

 

Finalmente nessuno crede che la classe dei possessori di titoli di debito pubblico sia immune da difetti: dei quali il principale è di essere non conservatrice in senso proprio, ma conservatrice di ogni stato di fatto il quale esista, e quindi conservatrice anche delle forze che distruggono la società e che i veri conservatori vorrebbero combattere. Ma volendo proseguire in questi discorsi vaghi di indole politica, o che la sola classe dei rentiers ha difetti? Se non esistessero titoli di debito pubblico forse non esisterebbero rentiers? La gente tranquilla non troverebbe modo di impiegare tranquillamente i propri risparmi? Nel Medio Evo e fino al 1789, le decime, i censi, i livelli non erano strumenti giuridici creati per il tranquillo impiego dei capitali dei rentiers?

 

 

Se un giudizio tecnico-economico, più che sociologico, vuolsi dare su questo punto, sembra che il titolo di debito pubblico abbia avuto, per se stesso, conseguenze più feconde che dannose. Esso ha sviluppato invero nei risparmiatori il gusto dei valori mobiliari ed è stato un utile strumento per la trasformazione profonda e benefica verificatasi nell’ultimo secolo nei metodi di investimento del risparmio. Il risparmiatore timido, il capitalista padre di famiglia cominciò ad apprezzare i titoli di debito pubblico dello stato, a comprendere che poteva con sicurezza investire i propri risparmi in qualcosa che a primo aspetto sembra soltanto un pezzo di carta.

 

 

Coloro che fecero la loro prima educazione economica sui titoli di debito pubblico, e ne furono contenti, osarono poi comprare cartelle di credito fondiario, obbligazioni ferroviarie, in seguito azioni di società ferroviarie, di banche di emissione, per passare dappoi alle obbligazioni ed azioni industriali. Ma il pioniere dei valori mobiliari, i quali oggi rappresentano la maggior parte della fortuna esistente in molti paesi, è stato il titolo di debito pubblico.

 

 

Desso educò le classi di risparmiatori moderni e seguita sempre a procurare nuove reclute ai valori mobiliari. Prima ristretto alla nobiltà ed all’alta borghesia, poi esteso nella prima metà del diciannovesimo secolo alla media borghesia degli impiegati e dei proprietari, ora si va anche in Italia, e specialmente in seguito alla grandiosa propaganda dei prestiti di guerra, popolarizzando fra le classi piccolo – borghesi e contadine. Sempre nuovi strati di popolazione, attraverso il titolo di debito pubblico, vanno educandosi alle forme capitalistiche moderne dell’azione e dell’obbligazione per cui le grandi imprese, concentrate in poche mani per quel che tocca la gestione, sono frazionate, per quel che riguarda la proprietà, tra falangi ognora più numerose di piccoli risparmiatori.

 

 

È questo un effetto sicuro e specifico del «titolo di debito pubblico»che si stimò di mettere in luce in questo paragrafo destinato alla critica delle superstizioni relative al debito pubblico.

 

 

IV

 

Le forme provvisorie del debito pubblico

 

Sezione prima

 

I buoni del tesoro ordinari

 

. – I BUONI DEL TESORO. – Lo stato può contrarre debiti in molte maniere: alcune delle quali sono provvisorie. Tra queste tiene un posto speciale il buono del tesoro, il quale risponde a necessità vera dell’erario.

 

 

Il buono del tesoro si può definire come una cambiale emessa dallo stato e che reca la promessa di questo di pagare ad una scadenza fissa, la quale va da tre mesi od un anno dalla data della emissione, una certa somma. Come nelle cambiali, la somma che è scritta sul buono del tesoro comprende il capitale mutuato dal privato allo stato e l’interesse.

 

 

Così se si tratta di un buono ad un anno data di 100 mila lire, il capitalista consegna allo stato 95.000 lire, trattenendosi senz’altro le 5.000 lire a titolo di interesse convenuto, ad esempio al 5% ad anno.

 

 

441. – LA FUNZIONE PROPRIA DEI BUONI DEL TESORO. – Il buono del tesoro ha la funzione propria di provvedere alle momentanee esigenze di cassa del tesoro, esigenze che si esauriscono in un breve periodo di tempo.

 

 

Se noi supponiamo che:

 

 

1)    all’inizio dell’esercizio finanziario la cassa del tesoro sia vuota;

 

2)    che nel complesso dell’esercizio le entrate pareggino le spese in 30 miliardi di lire ed il bilancio si trovi in condizioni di perfetto equilibrio;

 

3)    che in alcuni mesi, tuttavia (ad es., luglio, agosto, settembre, ottobre, febbraio, marzo), le entrate siano inferiori alle spese; diventa necessario per l’erario di emettere buoni del tesoro a breve scadenza, per equilibrare il bilancio nei mesi in cui vi è deficienza di entrate.

 

 

Alla fine dell’anno più non resterà traccia di questo debito temporaneo; ché i buoni alla scadenza saranno rimborsati con le eccedenze di entrate che, essendovi pareggio durante il complesso dell’anno, necessariamente si verificano nei mesi non menzionati sopra.

 

 

In uno stato, che abbia una solida finanza, non fa neppure d’uopo ricorrere, se non in piccola parte, all’emissione di buoni del tesoro; poiché si può supporre che il tesoro abbia un fondo di cassa, il quale riesce utilissimo a parecchi fini: a) compensare la temporanea deficienza di entrate; b) provvedere un fondo per le spese impreviste.

 

 

Ma poiché non sempre esiste cotal cospicuo fondo di cassa né si può prevedere se esso debba essere impiegato a far fronte ad una spesa improvvisa ed imprevedibile come la guerra, è ragionevole che il governo d’un paese possa procacciarsi denari a mutuo a brevissima scadenza col mezzo dei buoni del tesoro.

 

 

La quantità dei buoni del tesoro non è in funzione dell’ammontare assoluto del bilancio. Poiché un bilancio può essere raddoppiato da 18.000 a 36.000 milioni; ed essere diminuito il bisogno dei buoni del tesoro ordinari, se le entrate oggi si ripartiscono nel tempo in maniera più conforme alla ripartizione negli stessi mesi delle spese.

 

 

È caratteristica dell’ammontare dei buoni del tesoro ordinari che esso sia variabile, e vada oscillando nell’anno da zero al massimo legale; poiché noi sappiamo che lo scopo dei buoni è di provvedere ai disavanzi momentanei di un bilancio in equilibrio.

 

 

Dunque, se il bilancio è in equilibrio nell’anno, deve nell’anno giungere il momento in cui tutti i buoni sono rimborsati come può esservi l’istante in cui la loro cifra si avvicina al massimo.

 

 

Prima della guerra del 1914-918 si riteneva che l’ammontare sufficiente dei buoni ordinari fosse di 400 milioni, che il governo poteva emettere come mezzo ordinario di amministrazione. Data la svalutazione della lira (secondo il decreto del 5 ottobre 1936 da 100 a 16,2) il corrispondente ammontare risulterebbe di circa 2.500 milioni di lire.

 

 

Il limite massimo della somma di buoni che può essere tenuta in circolazione in ciascun esercizio è determinato annualmente dalla legge che approva lo stato di previsione delle entrate o da leggi speciali.

 

 

442. – I BUONI DEL TESORO PREPARATORI. – Passiamo ad una seconda categoria di buoni che si possono chiamare preparatori. Essi hanno una funzione diversa dai buoni ordinari ed in realtà hanno di comune con essi poco più del nome.

 

 

Suppongasi che uno stato debba contrarre per qualunque motivo di guerra, mobilitazione, opere pubbliche, ferrovie, ecc., un debito perpetuo od a lunga scadenza di 10 miliardi di lire. Ma nel momento in cui il bisogno sorge, sono poco propizie le condizioni del mercato monetario; ossia il saggio dell’interesse che sul mercato viene richiesto per prestiti pubblici di questa specie è momentaneamente elevato, ad esempio del 6 o 7%, mentre normalmente il saggio vigente in quel tempo si reputa sia il 5%.

 

 

Non sarebbe conveniente per lo stato stipulare un prestito perpetuo od a lunga scadenza in simili frangenti perché dovrebbe caricarsi di un interesse del 6 o 7% per una lunga serie di anni, essendosi esso di solito obbligato al momento dell’emissione a non offrire il rimborso ai creditori prima di 10 o 20 anni.

 

 

Poiché però il bisogno dei 10 miliardi stringe, lo stato si appiglia al partito di emettere buoni del tesoro 6%, con scadenza a 6 mesi od un anno. L’erario si carica di un interesse elevato bensì ma per breve tempo. Durante la mora convenuta, appena le condizioni del mercato monetario siano ridivenute normali, lo stato contrae un prestito proprio e perpetuo a lunga scadenza al 5% e col provento ottenuto dal nuovo estingue il detto debito dei buoni al 6%.

 

 

Perciò si dice che questi buoni del tesoro hanno funzione preparatoria: permettendo allo stato di attendere al momento conveniente per la emissione di un prestito vero e proprio.

 

 

Perché essi raggiungano il loro fine, occorre che le condizioni sfavorevoli del mercato monetario siano davvero momentanee.

 

 

Se il 6% deve pagarsi solo per pochi mesi ed in seguito il saggio dell’interesse ritorna al 5% ben si fece a ricorrere ai buoni del tesoro. Ma se invece di un inasprimento momentaneo ci troviamo di fronte ad un rialzo permanente e duraturo del saggio dell’interesse, o se per avventura il saggio anzi si innalza ulteriormente, l’uso dei buoni del tesoro si addimostra un errore. Alla scadenza, bisognerà rinnovarli, forse a saggio più aspro, col sacrificio di nuove provvigioni al consorzio assuntore.

 

 

443. – POPOLARITÀ DEI BUONI DEL TESORO ORDINARI DURANTE LA GUERRA E NELL’IMMEDIATO DOPO – GUERRA. – Qui di solito finiva nei trattati dell’ante-guerra la discussione dei buoni del tesoro ordinari.

 

 

Durante la guerra del 1914-918 il buono del tesoro ha acquistato però una importanza grandissima che non sarebbe parsa possibile prima. In Italia, ad esempio, erano al 30 giugno 1922 in circolazione 25,5 miliardi di buoni del tesoro ordinari, a scadenza cioè non superiore a 12 mesi, ed ancora al 30 giugno 1926 essi ammontavano a 17.832 milioni di lire. La cifra stessa dimostra come i buoni del tesoro non avessero la funzione normale di sopperire alle momentanee deficienze di cassa, alla quale funzione, come fu osservato sopra, basterebbe probabilmente un ammontare di circa 2.500 milioni di lire.

 

 

Neppure si può ritenere che il resto dei buoni del tesoro in circolazione avesse una funzione preparatoria alla emissione di prestiti a lunga scadenza, in quanto essi andavano rinnovandosi ad ogni scadenza e sembravano diventati un elemento permanente del nostro debito pubblico.

 

 

Gli stati europei avevano invero scoperto nei buoni del tesoro durante la guerra un metodo permanente di ricorrere al credito pubblico. Prima della guerra gli stati non avevano necessità di ricorrervi in quanto i prestiti perpetui o a scadenza fissa fornivano somme bastevoli per la copertura dei bisogni straordinari pubblici. Ma con lo scoppio della guerra l’incremento straordinario delle spese, a coprire il quale non era più sufficiente il gettito dei prestiti perpetui ed a scadenza fissa, consigliò gli stati a passar sopra agli inconvenienti che i buoni del tesoro ordinari presentano, ossia alla instabilità, alla incertezza della rinnovazione, al pericolo grave che improvvisamente somme ingenti siano richieste in rimborso dai detentori dei buoni stessi. Tutti questi inconvenienti si chiarirono in realtà meno gravi di quanto non si fosse dapprima temuto.

 

 

Immediatamente dopo lo scoppio della guerra (1914-915) quando in gran parte dell’Europa i rapporti commerciali furono interrotti, industriali e commercianti ebbero larghe disponibilità monetarie che non potevano più investire in approvvigionamenti. Essi furono ben lieti di trovare nel buono del tesoro un impiego provvisorio in attesa di potersi nuovamente dedicare alle loro consuete operazioni. In seguito poi, quando queste disponibilità vennero a mancare per la ripresa del commercio, i buoni del tesoro si erano già popolarizzati in tutte le classi della popolazione, anche per l’impiego sicuro di capitali che essi presentavano, vincendo così la diffidenza e la riluttanza che i privati e spesso il ceto degli agricoltori avevano per questa forma d’investimento. Così mentre prima il buono del tesoro era conosciuto ed acquistato soltanto da una piccola cerchia di investitori, cioè banche e casse di risparmio, oggidì invece moltissimi privati trovano conveniente e comodo di farne acquisto.

 

 

Per industriali e commercianti poi il buono del tesoro si presenta come una forma conveniente di investimento a breve scadenza, per pochi mesi, specie quando essi in determinate stagioni fanno forti incassi con i quali non occorre che essi provvedano subito alla ricopertura delle materie prime; esso offre un impiego ad un saggio d’interesse migliore di quelli del conto corrente bancario. Vi sono anche i proprietari di terreni e di case, i percettori d’interesse fisso e di dividendi, i quali non consumano immediatamente il loro reddito e possono per conseguenza investire provvisoriamente durante l’anno una parte del reddito stesso in buoni del tesoro a breve scadenza. Così coloro che stanno accumulando anno per anno modeste o rilevanti somme di risparmio, alle quali non hanno ancora trovato un collocamento definitivo, impiegano provvisoriamente queste somme in buoni del tesoro. Essi cioè intendono col tempo fare l’acquisto di una casa o di un fondo rustico od interessarsi di qualche impresa industriale o società commerciale, ma non lo possono fare fino a che non posseggano una somma che abbia determinate dimensioni. Fino a che quel momento non sia arrivato, il buono del tesoro offre comoda ospitalità ai risparmi, anche perché la scadenza dei buoni acquistati può essere dal risparmiatore preordinata in guisa da avere la disponibilità della somma intera nel momento in cui vorrà determinare il proprio investimento.

 

 

Tutta questa è una clientela varia la quale si è affezionata al buono del tesoro. Il buono si rinnova spesso dalle medesime persone; ma anche per surrogazione con nuovi investitori, i quali continuano l’operazione conchiusa dai primi, di modo che si può considerare che una certa massa di buoni del tesoro si sia ormai classata stabilmente nel portafoglio dei privati, sì da poter essere considerata sicura per lo stato.

 

 

444. – IL BUONO DEL TESORO TENDE A SOSTITUIRE LA CAMBIALE COMMERCIALE NEL PORTAFOGLIO DELLE BANCHE. – Un altro fatto imponente si è affermato a partire dalla guerra del 1914 – 9I8. Le banche e le casse di risparmio sono diventate clienti dei buoni del tesoro in misura maggiore di prima. Non sempre può essere per loro possibile di investire i propri depositi a risparmio e in conto corrente in operazioni cambiarie normali. I buoni del tesoro forniscono loro un mezzo d’investimento altrettanto sicuro come le cambiali commerciali a scadenza ugualmente breve con le stesse caratteristiche di liquidità che si richiedono per le banche di deposito e sconto.

 

 

Il fatto, che negli anni della guerra del 1914-918 e in quelli immediatamente successivi poteva essere ritenuto temporaneo, si è rivelato invece duraturo. Molte funzioni che prima erano assunte dai privati sono passate allo stato. Il quale ammassa, ossia acquista e vende frumento, granoturco, bozzoli, canapa, lino, carbone, olio, ecc., ecc.; gerisce industrie, specie relative o connesse con gli armamenti, le ferrovie e la navigazione. Ha quindi bisogno di capitali circolanti enormi e se li procura con buoni del tesoro, che sono le sue cambiali. Cotali buoni si creano, si estinguono e si rinnovano continuamente, parallelamente alle operazioni commerciali che vi hanno dato origine. Ma costituiscono un fondo imponente, che con qualche variazione nel tempo, è stabile. Talvolta i buoni hanno altri nomi e sono emessi da enti cosiddetti parastatali; ma impegnano la firma dello stato.

 

 

D’altro canto la massa delle cambiali commerciali portate allo sconto è andata costantemente diminuendo. Sia che il commercio privato, specie quello internazionale, sia andato diminuendo di volume e più di valore, sia che per l’incertezza seguita alla guerra del 1914 – 918 i pagamenti a pronta cassa siano più frequenti, sia che altri metodi di prestiti o di aperture di credito al commercio ed all’industria siano prevalse sullo sconto di cambiali commerciali, certo è che le banche, a corto di carta commerciale presentata allo sconto, si sono abituate a scontare masse crescenti di buoni del tesoro.

 

 

445. – OPPORTUNITÀ DELLA CONVERSIONE DEI BUONI ORDINARI IN BUONI O TITOLI A PIÙ LUNGA SCADENZA. – Tutte queste considerazioni spiegano la popolarità crescente dei buoni del tesoro ed il largo uso che ne fecero e ne fanno gli stati europei. Non bisogna però mai dimenticare che sebbene il rischio non sia così grave come poteva sembrare prima che se ne fosse fatta la recente esperienza, i buoni del tesoro sono tuttavia un tipo di prestito di dubbia convenienza per lo stato. Non era ragionevole, ad esempio, che l’Italia avesse nel 1922 in circolazione circa 25 miliardi di buoni del tesoro ossia di cambiali a scadenza variabile fra uno e dodici mesi. Una cifra così grossa naturalmente recava preoccupazioni a coloro che avevano la responsabilità della pubblica finanza, ed un notevole sforzo fu invero compiuto dal 1922 al 1926 per ridurla a più ragionevoli proporzioni.

 

 

La cessazione di nuovi indebitamenti facilita la riduzione dei buoni ordinari del tesoro. Quando infatti i risparmiatori sappiano di non poter più far assegnamento su nuovi prestiti emessi per nuovi indebitamenti dello stato, esprimono essi stessi il desiderio di convertire i loro buoni a breve scadenza in titoli a scadenza lunga, per avere così un investimento sicuro dei loro capitali. Il governo italiano cercò di sostituire, ad ogni scadenza di buoni del tesoro ordinari, quelli di cui non veniva chiesta per una qualunque ragione la rinnovazione dal detentore del titolo, non più con altri buoni ordinari venduti ad altre persone, ma con buoni a lunga scadenza (buoni del tesoro novennali). Lo scopo è tanto più facile ad ottenere quando lo stato cessa di indebitarsi, in quanto alcuni risparmiatori avevano preferito acquistare buoni del tesoro ordinari a breve scadenza soltanto perché essi avevano timore di comperare titoli di consolidato o altri titoli di prestiti a lontana scadenza che fossero poi per diminuire di prezzo.

 

 

Cessando gli indebitamenti nuovi, i titoli a lunga scadenza hanno tendenza a salire, e quindi i possessori di buoni del tesoro brevi hanno interesse a convertire i loro titoli a breve scadenza in titoli a lunga scadenza prima che questi ultimi siano saliti ancora più di prezzo.

 

 

Coincide perciò in tale momento l’interesse di una parte dei portatori di buoni del tesoro e dello stato, e rimane facilitata la conversione progressiva dei buoni in prestiti a lunga scadenza. Tuttavia può darsi che tale metodo di indebitarsi abbia, entro certi limiti, acquistato diritto di cittadinanza permanente nel sistema creditizio pubblico. Se c’è un pubblico di risparmiatori e di banche disposto ad imprestare, su buoni fino ad un anno, il proprio danaro allo stato al 5%, mentre essi od altri risparmiatori esigerebbero il 6% per mutuarlo a lunga scadenza, perché lo stato non deve preferire il buono? Per cifre molto grosse no, perché giova, anche a costo di pagare di più, assicurarsi contro il pericolo di forti improvvise domande di rimborso. Ma per somme moderate – corrispondenti cioè alla massa di risparmi che presumibilmente si può prevedere debba investirsi in modo permanente in buoni di tale specie – lo stato può avere interesse a preferire il buono breve. Può, dunque, a parità di sicurezza per il tesoro, preferirlo se il costo d’interessi sia minore. Tanto più lo preferisce se, per circostanze particolari (la crisi mondiale che dal 1929 ha durato, con riprese momentanee, sino quasi allo scoppio della nuova grande guerra del 1939) il saggio dell’interesse per impieghi a breve scadenza diventa assai basso. Accadde, negli anni dal 1930 al 1939, che in certi paesi, specie Inghilterra e Stati Uniti, il saggio di interesse breve scendesse a limiti inverosimilmente bassi. Mentre nello stesso tempo e paese il saggio per prestiti di stato lunghi era del 3 e del 4%, i capitalisti, timorosi di investire per lungo tempo i loro risparmi in titoli espressi in una moneta soggetta a possibili deprezzamenti futuri, preferirono di acquistare buoni all’ 1% ed anzi al 0,50, al 0,25 e, per masse vistose, al 0,12 e mezzo %. Negli Stati Uniti accadde persino che i capitalisti, assoggettati ad imposte sui loro depositi bancari, e desiderosi di tenere i loro capitali liquidi, mutuassero al tesoro federale capitali ad un interesse negativo. Quale meraviglia che i tesori pubblici approfittino della situazione per essi così propizia!

 

 

446. – DELLA CONVERSIONE OBBLIGATORIA DEI BUONI DEL TESORO COMPIUTA IN ITALIA NEL 1926. – Nonostante la sensibile diminuzione verificatasi, come si disse sopra, dopo il 1922, la massa dei buoni del tesoro era ancora nel 1926 rilevante e costituiva una preoccupazione per il tesoro dello stato. «Basti rammentare – osserva il De Stefani in proposito in Manuale di Finanza, p. 233 – che nel luglio del 1926 i pagamenti per rimborso di buoni ordinari avevano superato di 736 milioni le riscossioni per nuove alienazioni; eccedenza che al 31 agosto era salita a 1.405 milioni, al 30 settembre a 1.637 milioni, al 31 ottobre a 2.346 milioni».

 

 

Con R. D. 6 novembre 1926 i buoni del tesoro ordinari furono assoggettati a conversione obbligatoria in un nuovo titolo consolidato 5%, dandosi 116,50 lire nominali del nuovo titolo in cambio di 100 lire nominali dei buoni scaduti. Insieme con i buoni ordinari furono altresì convertiti obbligatoriamente i buoni quinquennali scaduti e non ancora riscossi all’11 novembre 1926 (al rapporto medesimo di lire 116,50 di consolidato per ogni 100 lire dei buoni), quelli quinquennali non ancora scaduti (nel rapporto di 115,55 contro 100) e quelli settennali scadenti nel 1928 (nel rapporto di 113 contro 100) e nel 1929 (nel rapporto 112 contro 100).

 

 

In conseguenza di questa operazione di conversione obbligatoria, per lungo tempo non fu ritenuto conveniente dal tesoro italiano di emettere nuovamente i buoni del tesoro ordinari. Furono invece emessi nel 1931 e 1932, con successo, buoni novennali (con scadenza 1940 e 1941) in sostituzione dei buoni novennali giunti a scadenza il 15 novembre 1931 e 1932.

 

 

La emissione dei buoni ordinari del tesoro riprese in occasione della guerra etiopica. Ed anche prima lo stato aveva in sostanza raggiunto il medesimo scopo, dando incremento ad una particolare maniera di depositi presso le casse postali di risparmio, da cui passano alla Cassa depositi e prestiti e di qui al tesoro. Oltreché depositi ordinari, le casse postali di risparmio accettarono depositi contro buoni postali nominativi, estinguibili a volontà del depositante in qualunque momento entra 15 anni. L’interesse pagato è dello zero % se il deposito è ritirato entro un anno e cresce dal 5 a 6% quanto più il deposito è mantenuto. Alla fine del maggio 1939 l’ammontare dei buoni fruttiferi postali era di 21.590 milioni di lire.

 

 

Sezione seconda

 

Del corso forzoso della carta-moneta

 

447. – Il corso forzoso della carta – moneta si ha quando lo stato o le banche di emissione non rimborsano più a vista in moneta metallica (oro) i biglietti emessi; e tuttavia i cittadini restano obbligati ad accettarli in pagamento dei loro crediti.

 

 

Scopo del corso forzoso è ottenere un prestito gratuito, senza pagamento di interessi. Il prestito è forzoso, perché lo stato paga i suoi fornitori o impiegati-creditori con biglietti, ossia con promesse di pagare in avvenire in moneta metallica (oro). Se si emettono forti quantità di biglietti a corso forzoso, i biglietti svalutano. Si verifica una svalutazione della carta-moneta in confronto all’oro, come accadde durante la guerra. Con la dichiarazione del corso forzoso si producono taluni inconvenienti di cui elencheremo i più gravi.

 

 

Restano turbati i rapporti tra creditori e debitori. È evidente che i creditori aventi crediti che scadono in regime forzoso subiscono una perdita uguale al deprezzamento della carta-moneta; si può dire che avviene un trapasso di ricchezza dal creditore al debitore, senza che il primo, entro certi limitidi tempo. abbia modo di rivalersi. Quando i creditori sospettano l’introduzione del corso forzoso e conseguente svalutazione della moneta, contrattano la restituzione del capitale in oro, ovvero aumentano il saggio dell’interesse di quel tanto che secondo i loro calcoli li metta al sicuro da perdite.

 

 

Restano turbati i rapporti tra datori di lavoro ed impiegati od operai. Se la moneta deprezza, crescono i prezzi ed i salari; ma crescono più rapidamente i prezzi (con guadagno dei commercianti ed industriali datori di lavoro) dei salari degli operai e soprattutto degli stipendi degli impiegati.

 

 

I capitali espressi in cifra fissa di lire, come i crediti, i titoli di stato, le cartelle fondiarie, continuano a valere 100 lire; ma, poiché le lire sono svalutate, i capitali sono impoveriti. Specialmente le classi medie hanno subito danni fortissimi in conseguenza della svalutazione monetaria susseguita alla guerra.

 

 

I capitali consistenti in terreni, case, fabbriche, macchine, merci, ecc., aumentano di prezzo a mano a mano che la carta-moneta svilisce; epperciò i loro proprietari non impoveriscono; anzi talvolta arricchiscono non solo nominalmente in carta-moneta, ma realmente in moneta aurea se i loro redditi aumentano a spese delle altre classi.

 

 

Non sempre e non in tutti i casi i capitali terreni, case, ecc., aumentano inversamente allo svilimento della carta-moneta; e ciò soprattutto se lo stato interviene a porre calmieri sui fitti. Gli investimenti in case e terreni restano assimilati in parte agli investimenti a reddito fisso; e partecipano alle sorti avverse di questi.

 

 

Nel commercio coll’estero accadono pure spostamenti. L’esportatore nazionale infatti, vendendo all’estero merce per 100 lire oro, le cambia subito con 620 lire carta, ad esempio, quando forse i costi di produzione, per la resistenza che offrono i prezzi e salire, non sono aumentati che a 500. Quindi si hanno, finché dura il processo di deprezzamento, premi all’esportazione all’estero. Lo straniero che esporta in Italia vende in carta, con pagamento a 3 od a 6 mesi. Ma è sicuro che alla scadenza il cambio non sia aumentato, ed avendo contrattato lire 620 carta quando valevano lire 100 oro, non ne ricavi solo più, poniamo, 90 oro? Nessuno più vuole assumersi rischi così gravi ed il commercio coll’estero viene gravemente impedito con vantaggio dei produttori nazionali che si trovano così in una condizione di privilegio.

 

 

448. – RAPPORTI TRA I BUONI DEL TESORO E LA EMISSIONE DI CARTA – MONETA A CORSO FORZOSO. – Si è parlato dell’indebitamento con carta – moneta a corso forzoso subito dopo l’indebitamento con buoni ordinari del tesoro perché vi è uno stretto rapporto tra i due metodi. Se la quantità dei buoni in circolazione eccede quella che sicuramente può essere collocata sul mercato in modo permanente, vi è pericolo che, accadendo qualche crisi economica o qualche avvenimento politico interno od internazionale, il quale preoccupi l’animo dei detentori di titoli, questi chieggano il rimborso dei buoni. Come può lo stato rimborsarli? Non di rado l’unica via che gli rimanga aperta è l’emissione di carta-moneta. Perciò il buono del tesoro fu chiamato carta-moneta in potenza. Se si vuole evitare l’aumento della circolazione di carta-moneta bisogna dunque mantenere in cifra moderata la quantità emessa dei buoni del tesoro ordinari. Epperciò importa che lo stato cessi di indebitarsi appena sono trascorse le circostanze straordinarie le quali hanno resa necessaria la spesa straordinaria.

 

 

449. – VERA INDOLE DELL’INDEBITAMENTO CON CARTA – MONETA. – Dalle osservazioni fatte sopra risulta che l’indebitamento con carta – moneta ha alcune caratteristiche importanti:

 

 

a)    esso non cagiona carico di interessi per lo stato;

 

b)    esso cagiona una diminuzione del valore reale del debito pubblico dello stato. Supponiamo uno stato, il cui debito pubblico sia cresciuto da 15 miliardi di unità monetarie nell’ante-guerra, a 93 miliardi nel dopo-guerra. Se, nel frattempo, l’unità monetaria è svilita, per grandi emissioni di carta-moneta a corso forzoso, nel rapporto di 1 a 0,16, ecco che i 93 miliardi del dopo-guerra equivalgono ai 15 miliardi dell’anteguerra. Lo stato ha potuto cioè prendere a prestito 78 miliardi di lire progressivamente svalutantisi senza aumentare menomamente l’onere reale gravante sui contribuenti. L’indebitamento in carta-moneta a corso forzoso non solo dunque non fa gravare interessi sul tesoro; ma svaluta il restante del debito pubblico e pertanto alleggerisce il peso dell’antico debito pubblico.

 

 

Tutto ciò non significa che tale metodo sia da lodarsi. Esso equivale invero ad un’imposta messa sui precedenti sottoscrittori dei prestiti pubblici, che si vedono diminuire il valore reale dei titoli posseduti; e in genere ad un’imposta messa sulle classi danneggiate dalla svalutazione monetaria. Né giova a queste classi una eventuale, del resto rarissima e quasi mai duratura, rivalutazione successiva. I vecchi possessori di antichi titoli ante-bellici, che li hanno conservati nel frattempo, ricuperano parte del perduto. Ma questi sono una minoranza. Guadagnano gli ultimi acquirenti di titoli vecchi e nuovi, i quali, avendo comperato quando la unità monetaria carta valeva solo 0,16, ora la vedono salire, suppongasi, a 0,32.

 

 

Siccome lo stato non deve tassare e far guadagnare senza ragione questa o quella classe, resta dimostrato che il metodo dell’indebitamento per mezzo di carta-moneta a corso forzoso deve essere evitato.

 

 

V

Le forme permanenti di debito pubblico

Sezione prima

Oggetto del presente capitolo

450. – DISTINZIONE DEI DEBITI PUBBLICI PERMANENTI IN RAPPORTO ALLA LORO DURATA ED IMPORTANZA DELL’ELEMENTO «TEMPO». – Volendo distinguere tra di loro le differenti maniere di far debiti si può osservare che il criterio più opportuno all’uopo è quello del tempo.

 

 

Così si hanno i prestiti rimborsabili a tempo determinato ossia dopo 10 o 20 o 30 o più anni, i prestiti rimborsabili per ammortamento in un dato periodo di tempo a frazioni annuali, ed i prestiti perpetui e cioè senza determinazione della data del rimborso.

 

 

Sezione seconda

 

I prestiti rimborsabili

 

451. – I PRESTITI RIMBORSABILI A SCADENZA FISSA – DIFFICOLTÀ DEL RIMBORSO E FREQUENTE LORO RINNOVAZIONE. – La prima specie di debito pubblico proprio è quella dei prestiti rimborsabili a tempo determinato: a 3, a 5, a 7, a 9 anni. Spesso essi prendono il nome di buoni del tesoro come quelli emessi in Italia durante la guerra del 1914-18. Per distinguerli dagli altri furono chiamati pluriennali.

 

 

Sennonché più facilmente il proposito di rimborsare a una scadenza fissa può essere attuato dal privato che dallo stato.

 

 

Il privato il quale contrae un prestito di 100.000 lire obbligandosi al rimborso dopo 10 anni, fa conto di potere ogni anno, dopo aver pagato gli interessi di 5.000 lire, accantonare la somma necessaria allo scopo di potere dopo 10 anni rimborsare le 100.000 lire.

 

 

Ben più difficile invece è siffatta opera di risparmio per lo stato.

 

 

Sia un debito di 1 miliardo di lire al 5% rimborsabile dopo 10 anni. Converrebbe al governo per avere i mezzi di effettuare il rimborso alla scadenza fissata, ogni anno far gravare sui contribuenti oltre i 50 milioni di interessi, ben 75,7 milioni di lire di imposte supplementari, accantonare il provento, impiegarlo al 5% insieme coi frutti, difendere il tesoro così accumulato contro i pericoli di storni per altre imprese utili o necessarie – guerre, opere pubbliche – insorte nel frattempo, non lasciarsi cogliere dalla tentazione di colmare coi fondi tesoreggiati un disavanzo di bilancio ed avere la forza di coprirlo con economie.

 

 

Le quali condizioni essendo difficili a verificarsi, il rimborso del prestito di rado avviene mercé accantonamenti volontari di rate annue da parte dello stato debitore; onde alla scadenza del prestito sarà obbligato a rinnovarlo od a trasformarlo in un altro di più lunga durata o perpetuo.

 

 

452. – RISCHIO DI PIÙ ONEROSE CONDIZIONI RICHIESTE ALLA RlNNOVAZIONE – COME LA FISSAZIONE DI DUE TERMINI, MINIMO E MASSIMO, AL RIMBORSO DIMINUISCA, MA NON ELIMINI DEL TUTTO QUESTO INCONVENIENTE. – Se questa è la quasi costante fine dei prestiti a scadenza fissa, è chiaro che essi presentano dei pericoli per lo stato debitore. Può darsi che alla fine dei 10 anni lo stato si trovi in buone condizioni finanziarie e che il tasso dell’interesse sul mercato sia diminuito dal 5 al 4%, ed in tal caso accadrà che il prestito di 1 miliardo, prima contratto al 5%, sia rinnovato al 4%. Ma se il tasso dell’interesse nel frattempo si è innalzato dal 5 al 6%, il tesoro sarà costretto a rinnovare il debito al tasso più grave, onde esso subirà una perdita non lieve, il debito di 1 miliardo, che prima importava 50 milioni all’anno per oneri di interessi, costando ora 60 milioni.

 

 

La fissazione di un’epoca fissa per il rimborso del debito importa dunque un’alea per lo stato debitore; a diminuire la quale talvolta si è usato determinare due date alla scadenza: una minima, ad esempio, fra 10 anni, prima della quale lo stato non possa rimborsare il debito, e l’altra massima, ad esempio fra 25 anni, alla cui scadenza il rimborso debba avvenire.

 

 

Siffatta facoltà praticamente poco giova a facilitare allo stato il rimborso perché di solito i governi, avendo molto tempo dinanzi a loro, di anno in anno ritardano a provvedere all’accantonamento dei fondi opportuni al rimborso, ed alla fine del ventennio sono colti alla sprovveduta così come sarebbero stati dopo i primi cinque anni.

 

 

La fissazione delle due prime date, minima e massima, può tuttavia essere di aiuto ai governi nel cogliere il momento più opportuno per minacciare ai creditori il rimborso del debito contratto al 5%, ove essi non si contentino del 4%, e per questo motivo è preferibile ai debiti contratti a scadenza certa unica. Il sistema delle due scadenze, minima e massima, non giova dunque tanto a facilitare il rimborso alla scadenza, quanto a consentire, nelle more del contratto, la conversione del debito ad un saggio di interesse minore. Epperciò è da considerarsi utile.

 

 

Sezione terza

Le annualità o rendite temporanee

453. – MECCANISMO DEI PRESTITI PER ANNUALITÀ TEMPORANEE E VANTAGGI DI ESSI. – Col metodo precedente lo stato contrae un mutuo di 1 miliardo al 5% per 10 anni, obbligandosi a pagare per 10 anni l’interesse di 50 milioni, ed alla fine del decennio a rimborsare il miliardo di lire.

 

 

Col metodo della annualità lo stato, contraendo lo stesso debito di 1 miliardo di lire, si obbliga soltanto a pagare per un dato numero di anni una data somma, la quale dicesi annualità perché è pagata ogni anno e comprende due parti, di cui essa è l’addizione, una delle quali è la quota di interessi e la seconda è la rata di ammortamento del capitale.

 

 

È evidente che quanto più grande è il numero n degli anni, per cui si deve pagare l’annualità, tanto più è piccola l’annualità, perché il rimborso del capitale si fraziona in un numero maggiore di anni.

 

 

454.- Così se l’interesse stipulato è del 4 o 5%, ed il debito contratto è di un miliardo di lire,

 

 

se il numero degli anni è di:

 

l' annualità da pagarsi alla fine di ogni degli anni è:

1

al 4% di L.

1.040.000.000

al 5% di L.

1.050.000.000

10

»

123.291.000

»

129.504.580

50

»

46.550.000

»

54.776.740

100

»

40.808.000

»

50.383.140

 

 

 

È chiaro il meccanismo del prestito. Se il debito si deve rimborsare in un anno solo, l’annualità sarà composta del miliardo di capitale e dei 40 o 50 milioni di interessi di quel solo anno. Se il rimborso deve compiersi in 10 anni, l’annualità deve essere calcolata in una somma siffatta che il creditore possa, col prodotto di essa, innanzitutto ottenere l’interesse del 4 o del 5% sul capitale ancora non rimborsato, e colla somma residua, reimpiegata al medesimo saggio di interesse, ricuperare, entro il decennio, il miliardo dato a mutuo.

 

 

Naturalmente, a mano a mano che aumenta il numero degli anni su cui viene diluito il rimborso del prestito, diminuisce l’ammontare dell’annualità necessaria a pagare gli interessi e ad ammortizzare il debito.

 

 

455. – Il vantaggio di un debito ad annualità è evidente. Se lo stato contrae un debito perpetuo di 1 miliardo di lire al 5%, ogni anno deve pagare 50 milioni di interesse, e dopo 100 anni continua ad essere sempre gravato del medesimo debito di 1 miliardo di lire, su cui in perpetuo pagherà gli interessi di 50 milioni di lire all’anno. Con un sacrificio lievissimamente maggiore, obbligandosi cioè a pagare lire 50.383.140 all’anno invece di 50 milioni, lo stato in 100 anni rimborsa scalarmente il debito e dopo 100 anni rimane sciolto di ogni obbligazione di capitale ed interessi.

 

 

456. – COME IL METODO DI PRESTITO PER ANNUALITÀ TEMPORANEE SIA FASTIDIOSO PER I CAPITALISTI PRIVATI E CONVENIENTE SOLO AD ENTI COLLETTIVI O GRANDI SOCIETÀ. – Epperciò talvolta gli stati hanno fatto ricorso a questa maniera di prestito a lunghe annualità di 50 o 100 anni. Maniera la quale presenta però nella forma pura ora esaminata un inconveniente gravissimo, che la rende poco accetta ai risparmiatori.

 

 

Infatti, siccome il prestito dovrà essere contratto con molti risparmiatori, dovrà esso venire diviso in piccole frazioni, supponiamo di 1.000 lire l’una in capitale, rappresentate da altrettanti titoli.

 

 

Supponiamo che un risparmiatore abbia mutuato allo stato 1.000 lire ed abbia ricevuto in cambio un titolo che gli dà diritto ad incassare ogni anno per 100 anni una annualità di 50 lire e 383 millesimi di lira. Teoricamente egli riceve tutto il dovutogli.

 

 

Praticamente però il capitalista dovrebbe reimpiegare il primo anno al 5% i 383 millesimi di lira; il secondo anno la differenza fra le 50 lire e 383 millesimi ricevuti e gli interessi al 5% del suo credito residuo, dedotti i 383 millesimi già rimborsati, che è di 999 lire e 617 millesimi; e così via di anno in anno. Egli non ama fare questi calcoli sottili e risparmiare e collocare al 5% tutte queste frazioni minime di lira; sicché, consumando tutte le 50 lire e 383 millesimi della annualità, si troverà, egli od i suoi successori, alla fine dei 100 anni ad avere consumato a poco a poco, senza avvedersene, tutto l’originario capitale.

 

 

Ciò essendo poco piacevole per i risparmiatori, essi scarsamente amano questa maniera di prestiti.

 

 

457. – I PRESTITI CON ANNUALITÀ VITALIZIA. – Incontrarono miglior fortuna nel diciassettesimo e diciottesimo secolo i prestiti ad annualità temporanea vitalizia. Lo stato, ricevendo 100 lire, si obbligava a pagare al creditore una data rendita per tutta la sua vita, senza essere più obbligato a rimborsare il capitale alla morte. Naturalmente lo stato si obbligava a pagare un saggio di rendita maggiore di quello che non fosse il saggio di interesse corrente per i prestiti in cui era convenuto il rimborso del capitale. Per lo stato questa era una annualità temporanea anche se tutti i creditori non venivano a morire nello stesso momento. Il suo onere era massimo nei primi anni e andava poi col procedere delle morti gradualmente scemando negli anni successivi finché si estingueva da sé per la morte di tutti i sottoscrittori al prestito.

 

 

La forma vitalizia di prestito fu dapprima molto gradita ai capitalisti in quanto lo stato non faceva distinzioni per età fra i vitaliziandi che accorrevano a sottoscrivere. Era interesse dunque dei creditori di sottoscrivere quando erano molto giovani per poter avere un più lungo periodo di tempo in cui godere la rendita vitalizia; il che costituiva sicura perdita da parte dello stato. Lo stato allora cominciò a distribuire i sottoscrittori per età: da 0 a 3 anni, da 3 a 5, da 5 a 10, da 10 a 20, ecc., graduando la percentuale della rendita a seconda della probabilità di vita dei sottoscrittori. Le prime tavole sulla vita probabile ebbero in parte origine occasionale dal tipo ora descritto di prestiti vitalizi. A mano a mano poi che la tecnica progredì in questo campo, mise in evidenza come questa forma di prestito fosse troppo gravosa per lo stato. Questo mutò le offerte, graduandole in funzione dell’effettiva probabilità di vita. Cessata la speranza di lucrare a danno dello stato, il tipo di prestito vitalizio richiamò unicamente gli scapoli, a cui poco importava conservare il capitale per la famiglia; ma invece interessava crescere la propria rendita vitalizia, riscuotendo il 10% ad anno fino alla morte e perdendo il capitale, invece del 5% colla conservazione del capitale.

 

 

458. – IL PRESTITO VITALIZIO CON «TONTINA». Verso la metà del diciassettesimo secolo per opera di un italiano, il banchiere Lorenzo Tonti, fu apportata una variante al sistema di prestito vitalizio, creandosi il procedimento, detto della «tontina» dal nome dell’ideatore. Era questa una forma di prestito più perfezionata della precedente, ma della stessa natura. La trasformazione consisteva in ciò che, in luogo di un solo sottoscrittore, di fronte a cui l’obbligo dello stato di pagare la rendita cessava alla morte di esso, col nuovo sistema il prestito veniva sottoscritto da una classe o gruppo di creditori, i quali facevano parte della «tontina». «Tontina» era infatti chiamata una associazione di persone della medesima età, apportanti uno stesso contributo. Lo stato prometteva, ad es., di pagare una rendita dell’8%; ma era una rendita collettiva, pagata al gruppo, Cosicché ogni anno i sopravviventi si dividevano fra di loro l’intiera rendita. Sia, per es., il prestito di 1 milione di lire e sia stipulato il saggio di rendita dell’8%, ossia 80 mila lire all’anno. Siano 1.000 i sottoscrittori per 1.000 lire l’uno. Il prestito rimaneva in vita, fino alla morte dell’ultimo sopravvivente della classe, per l’intiera rendita di 80 mila lire all’anno. Il primo anno, essendo tuttora vivi tutti i 1.000 sottoscrittori, ognuno di essi percepiva 80 lire di rendita annua; negli anni successivi a mano a mano che i componenti la classe morivano, il reddito dei sopravviventi veniva aumentando, sicché al ventesimo anno, morti 500 sottoscrittori, i restanti 500 ricevevano 160 lire l’uno; ed all’ottantesimo anno, per ipotesi, l’ultimo rimasto in vita veniva a percepire tutta la relativa rendita di 80 mila lire che inizialmente era stata assegnata alla classe.

 

 

Il saggio d’interesse a cui il prestito «tontina» era stipulato era più basso di quello che veniva concesso nel prestito vitalizio. Così, per es., se il prestito vitalizio era contratto al saggio d’interesse del 10%, il prestito col metodo della «tontina» era stipulato all’8%. Ma era di solito più alto del saggio d’interesse per i prestiti che si suppone fosse del 6%; e ciò perché il capitale era perduto. Tuttavia accadeva talvolta persino che i sottoscrittori alle «tontine» si contentassero di un saggio d’interesse inferiore a quello contemporaneamente corrente sui prestiti perpetui, perché ognuno sperava di essere l’ultimo sopravvivente e di poter compensare la perdita del capitale e di parte dell’interesse con il lucro delle forti rendite spettanti ai sopravviventi.

 

 

In però i prestiti per «tontine» non ebbero un successo durevole quando trattavasi di somme importanti. Verso la fine del diciottesimo secolo questa forma di prestito cadde in disuso e non si usò più poiché gli stati non avevano abbastanza interesse ad approfittarne. Se tra i sottoscrittori c’era qualcuno insolitamente longevo, lo stato doveva continuare a pagare l’intiera rendita della classe per un numero di anni eccessivo. Troppo forte era quindi l’alea dello stato.

 

 

La forma di prestito per vitalizi e per «tontina» fu abbandonata anche per un’altra ragione: si costituirono nel diciannovesimo secolo compagnie di assicurazione sulla vita che vendettero rendite vitalizie su una e più teste, e le vendettero in conformità dei bisogni dei singoli sottoscrittori in modo che tutti potevano sottoscrivere a quella specie di rendita che era più conforme alle proprie condizioni.

 

 

Sezione quarta

 

I prestiti ammortizzabili

 

459. – MECCANISMO DEL PRESTITO IN OBBLIGAZIONI AMMORTIZZABILI PER ESTRAZIONE A SORTE. – Per evitare l’inconveniente proprio del metodo del prestito ad annualità temporanee si usa spesso dagli stati ricorrere al metodo del prestito per obbligazioni ammortizzabili, o, come ancora dicesi, dei prestiti redimibili.

 

 

Sia il prestito di 1 miliardo di lire per cui lo stato ha consegnato ai capitalisti 2 milioni di obbligazioni da 500 lire l’una.

 

 

Se la durata del mutuo è di 50 anni ed all’interesse del 4%, l’annualità occorrente risulta di lire 46.550.000 che lo stato ogni anno per 50 anni stanzia in bilancio per il servizio del prestito. Anziché però pagare ad ogni portatore di obbligazioni il 4,65 e mezzo % all’anno per 50 anni, lo stato paga ad ogni obbligazionista solo l’interesse annuo del 4%, ossia 20 lire per ogni obbligazione da 500 lire.

 

 

Nel primo anno la somma occorrente per interessi risulta così di 44.000.000 di lire. La somma di 6.550.000 lire che avanza sullo stanziamento annuo, è impiegata ad estinguere altrettanta somma di obbligazioni scelte col metodo dell’estrazione a sorte.

 

 

Si rimborsano così alla fine del primo anno 13.000 obbligazioni da 500 lire ciascuna, residuandosi il debito a lire 993.450.000 al principio del secondo anno.

 

 

Siccome l’interesse al 4% su lire 993.450.000 richiede solo lire 39.738.000, rimangono nel secondo anno, sulle costanti lire 46.500.000 stanziate nel bilancio, disponibili lire 6.812.000 che vengono destinate a rimborsare altre 13.624 obbligazioni da 500 lire estratte a sorte.

 

 

E così via tutti gli anni, fermo sempre rimanendo lo stanziamento complessivo di bilancio in lire 46.550.000, diminuisce la quota di esso che è destinata al pagamento degli interessi, perché è via via minore il numero delle obbligazioni che ancora rimangono in vita e cresce la parte destinata al rimborso del capitale per estrazione a sorte di un numero crescente di obbligazioni.

 

 

460. – VARIE FORME DELL’ANNUALITÀ NEI PRESTITI AMMORTIZZABILI. – La forma ora descritta di ammortamento dicesi ad annualità costante, perché rimane costante la somma totale che ogni anno il tesoro paga; e siffatto totale si divide:

 

 

  • in una quota di interessi la quale è decrescente, perché scema il capitale ancora in vita;

 

  • in una rata o quota di ammortamento, la quale è crescente, perché cresce la somma disponibile, dopo il pagamento degli interessi, sull’annualità totale costante.

 

 

Talvolta l’annualità è decrescente, come quando lo stato promette di rimborsare ogni anno l’1% del capitale debito. Il primo anno al 4% di interesse, lo stato paga 40 milioni di interessi e 10 milioni di rata di ammortamento. Totale 50 milioni.

 

 

Il secondo anno, ferma rimanendo la rata di ammortamento in 10 milioni, l’interesse al 4% si deve solo più pagare sul capitale di 990 milioni, essendo 10 già stati rimborsati l’anno precedente; quindi 39.960.000 lire. Totale 49.960.000 lire.

 

 

E così via, fino al centesimo anno, in cui rimangono solo più 10 milioni da rimborsare; e il tesoro paga 40 mila lire di interessi e i soliti 10 milioni di ammortamento. Totale 10.040.000 lire.

 

 

Vi è anche l’annualità crescente, come quando lo stato promette di rimborsare ogni anno una quota del debito il cui incremento annuo superi il decremento contemporaneo nella quota interessi.

 

 

Sotto un certo punto di vista, il sistema ultimo sarebbe il più razionale per quei prestiti, i quali sono contratti allo scopo di procacciare il capitale occorrente all’impianto di imprese pubbliche, il cui reddito netto cresca progressivamente, a mano a mano che è meglio apprezzato il servigio da esse reso. In tal modo, l’impresa ad es. ferroviaria o tranviaria o di acqua potabile, nei primi anni, quando il suo reddito è scarso deve pagare solo gli interessi, ed in seguito, a mano a mano che la sua clientela si estende ed i redditi crescono, può più agevolmente pagare una crescente rata di ammortamento.

 

 

Di solito però è preferito il metodo dell’annualità costante, perché: 1) non sempre le speranze di un reddito crescente nelle imprese create col debito si verificano; 2) è più semplice impostare in bilancio una annualità totale (quota interessi più rata ammortamento) costante, con onere conosciuto e fisso fin dal primo anno; 3) perché si ha il vantaggio di godere, alla fine del periodo, di una forte disponibilità di bilancio, per il cessare, di un colpo, di una forte annualità.

 

 

461. – VANTAGGI DEI PRESTITI AMMORTIZZABILI PER I CAPITALISTI – LA CERTEZZA DEL RIMBORS0 ENTRO UN DATO TERMINE SERVE DA PARACADUTE NEI TEMPI DI INTERESSE CRESCENTE. – Il metodo è conveniente per i capitalisti, perché essi non hanno il fastidio di dover, come nel caso delle rendite temporanee, reimpiegare piccole frazioni del proprio capitale. Essi, finché le loro obbligazioni non sono estratte, ricevono il pattuito interesse del 4%, e quando una delle loro obbligazioni è estratta, ne ricevono il rimborso integrale. Del resto, ai capitalisti riesce di solito tutt’altro che sgradito il rimborso, perché questo avviene al valore nominale, mentre l’emissione consuetamente è fatta ad un prezzo inferiore alla pari.

 

 

In confronto al metodo, di cui si discorrerà poi, delle rendite perpetue, il prestito con obbligazioni ammortizzabili è conveniente per quegli istituti di assicurazione o di risparmio, i quali hanno bisogno di poter fare affidamento sul rimborso di una certa somma ad una certa scadenza, sia pure graduata nel tempo.

 

 

Una rendita perpetua ha l’inconveniente che essa non ha nel futuro un prezzo fisso di mercato. Lo stato non essendo, come si dirà, obbligato al rimborso, il prezzo della rendita perpetua è unicamente fissato dal mercato in funzione dell’ammontare della rendita stessa e del saggio corrente di interesse. Invece l’obbligazione ammortizzabile se non può aumentare troppo di valore oltre la pari, non può neppure discendere eccessivamente al disotto della pari.

 

 

Sia una obbligazione che reca il frutto annuo di 4 lire e che lo stato si è obbligato a rimborsare entro 50 anni, mediante estrazione a sorte su un gruppo di 10.000 obbligazioni, alla pari di 100 lire.

 

 

Siccome è ignota l’epoca fortuita della estrazione, la quale può verificarsi nel primo od anco nel cinquantesimo anno, il prezzo corrente viene, soprattutto in principio, determinato dal saggio dell’interesse; e tenderà ad essere di 100 se il tasso d’interesse è del 4%, di 80 se il tasso è del 5%. Ma contro questa tendenza agisce la circostanza che il titolo è rimborsabile, al più tardi nel cinquantesimo anno, in 100 lire.

 

 

Specialmente negli ultimi 20 o 10 anni di vita del prestito, il portatore difficilmente si deciderà a vendere ad 80 un titolo che egli sa dover essere rimborsato a 100 lire, in un termine relativamente breve. Anche se il frutto corrente del capitale è del 5%, egli non venderà ad 80 lire il titolo che rende solo 4 lire; perché tiene conto della certezza del rimborso in 100 lire.

 

 

Supponendo appunto che la vita media dell’obbligazione sia di 14 anni e quattro quinti, il portatore sa che egli ha un titolo che per 14 anni e 4/5 frutterà 4 lire all’anno e che quanto a frutto vale bensì 80 lire, essendo invece il saggio d’interesse del 5%; ma egli sa altresì che fra 14 anni e 4/5 incasserà certamente 100 lire ossia 20 lire di più del prezzo di 80 lire che sarebbe portato dalla semplice capitalizzazione del reddito di 4 lire al saggio di interesse del 5%. Tali 20 lire in più riscuotibili fra 14 anni e 4/5, valgono oggi 10 lire, che impiegate all’interesse composto del 5% in 14 anni e 4/5 diventano appunto 20 lire. Quindi il portatore non venderà l’obbligazione ammortizzabile 4% a meno di 80+10=90 lire, mentre avrebbe venduto per 80 lire la rendita perpetua pura del tipo 4%.

 

 

Quindi si può concludere che per il capitalista l’obbligazione ammortizzabile ha il vantaggio di non poter diminuire al disotto della pari, nei tempi di interesse crescente, colla stessa facilità con cui diminuisce la rendita perpetua.

 

 

La certezza del rimborso futuro in una somma determinata serve da paracadute al ribasso dei titoli.

 

 

462. – VANTAGGIO DEI TITOLI AMMORTIZZABILI PER ISTITUTI DI ASSICURAZIONE SULLA VITA. – Questi istituti, come tutti gli altri i quali possono fare bilanci a lunga scadenza ed hanno impegni calcolabili esattamente nel tempo, possono fare assegnamento, nel limite massimo di tempo stabilito dal quadro d’ammortamento, sul rimborso del titolo alla pari, e quindi possono far astrazione, entro certi limiti, dalle oscillazioni di borsa a cui i titoli sono tuttavia soggetti. In alcuni paesi anzi gli istituti di assicurazione ottennero dagli stati di acquistare l’intera quantità emessa di dati titoli ammortizzabili sottraendoli così al mercato e alle quotazioni di borsa. Essendo così quasi in grado di dare ai titoli stessi il prezzo di mercato da essi preferito, supposero che il prezzo dei titoli fosse eguale a quello d’acquisto e, sicuri di poter aspettare tanti anni quanti occorrevano fino al rimborso, poterono impostare i loro bilanci sulla ipotesi che non avessero a variare i prezzi di mercato dei titoli, evitando di realizzare sulla carta profitti in caso di aumento di valore e di ammortizzare perdite in caso di diminuzione.

 

 

463. – SONO ADATTI A PROCACCIARE CAPITALI AGLI STATI PER LE IMPRESE CON IMPIANTI SOGGETTI A LOGORIO NEL TEMPO. – Suppongasi, ad esempio, che uno stato proprietario ed esercente di ferrovie, debba acquistare 100 milioni di lire di materiale mobile. Suppongasi che la vita probabile di questo materiale sia di 50 anni. Ciò vuol dire, che dopo 50 anni, del materiale mobile oggi comperato non resterà più traccia, poiché tutto si sarà logorato fisicamente ed economicamente. Ciò vuol dire altresì che lo stato deve dai prodotti del traffico ricavare nel cinquantennio almeno tanto che basti a pagare l’interesse ed a estinguere il debito di 100 milioni contratto per l’acquisto del materiale stesso, poiché, se ciò non facesse, al termine del periodo avrebbe ancora tutto o parte del debito e non avrebbe più l’attività corrispondente, essendosi il materiale mobile completamente logorato e ridotto a valore zero. Quindi lo stato deve ammortizzare il debito in quel periodo di tempo che precisamente corrisponde alla vita probabile dell’opera pubblica.

 

 

464. – COME LO STESSO RAGIONAMENTO POSSA APPLICARSI AI DEBITI CONTRATTI PER LA CONQUISTA DI UNA COLONIA, ED ANCHE PER UNA GUERRA DI INDIPENDENZA NAZIONALE. – Siano invece le spese di una guerra nazionale di indipendenza. Poiché si spera che i benefici dell’indipendenza conquistata abbiano a durare in perpetuo, potrebbe essere infinito il periodo di ammortamento del debito: ossia lo stato potrebbe scegliere la forma di debito che dicesi in rendite perpetue. Ma poiché l’esperienza storica insegna che gli stati hanno ad ogni secolo nuovi compiti e non è prudente, dopo molti anni, ancora fare il servizio di un debito contratto per un compito nazionale relativo ad una epoca ormai trapassata e forse dimenticata dai contemporanei (ricordano molti che l’indipendenza d’Italia da Luigi quattordicesimo fu salva a Torino nel 1706, e quindi dovrebbero essere sacri i debiti contratti in Piemonte in quell’epoca ed a quel fine?) potrebbe ragionevolmente assumersi il secolo come periodo di ammortamento del debito contratto per una guerra.

 

 

E noi già sappiamo che, al 4%, l’annualità temporanea per rimunerare ed estinguere un debito di 10 miliardi – supponendo che la costruzione di uno stato indipendente sia costata un capitale di 10 miliardi – in 100 anni è di lire 408.080.000, ed è perciò poco diversa dall’interesse o rendita di lire 400.000.000 che occorrerebbe pagare in perpetuo, se si scegliesse la forma del debito perpetuo.

 

 

465. – IL PIANO D’AMMORTAMENTO NEI PRESTITI AMMORTIZZABILI È, SALVO PATTO ESPRESSO IN CONTRARIO, UN OSTACOLO ALLE CONVERSIONI – NECESSITÀ DELLA CLAUSOLA DI CONVERSIONE. – Se la forma di debito ammortizzabile in un periodo di tempo più o meno lungo si adatta così bene alle varie esigenze della durata dei benefici derivanti dalle imprese politiche e dalle opere pubbliche compiute dallo stato, quali sono le ragioni per cui nella maggior parte dei casi gli stati ricorrono invece al debito perpetuo?

 

 

Di alcune diremo trattando fra breve dei vantaggi, reali od immaginari, di quest’ultima maniera di debito.

 

 

Qui si accenna solo ad una ragione peculiare di svantaggio che i prestiti ammortizzabili hanno in confronto ai debiti perpetui.

 

 

Infatti lo stato non può accelerare il piano di ammortamento stabilito, e quindi per tutta la durata del prestito deve corrispondere l’interesse stabilito anche qualora le condizioni del mercato siano più favorevoli non avendo l’arma del rimborso del capitale se i creditori non vogliono accettare una riduzione di interessi.

 

 

Ma è chiaro che questa non è una obiezione al metodo dei prestiti ammortizzabili per se stesso, bensì ad una modalità di essi: quella per cui, dato il silenzio delle parti, si suppone abbia lo stato rinunciato al diritto di rimborsare anticipatamente il prestito stesso. Fatti accorti dei danni che potevano pervenire dal silenzio su questo punto importantissimo, gli stati oggi includono quasi sempre nelle leggi o nei programmi d’emissione la clausola che lo stato debitore possa accelerare il piano d’ammortamento, ossia rimborsare il prestito con maggiore velocità di quella consentita dal piano, ovvero anche anticipare il rimborso intiero del prestito.

 

 

466. – DELL’AMMORTAMENTO CON ACQUISTI IN BORSA DELLE OBBLIGAZIONI IL CUI PREZZO È AL DISOTTO DELLA PARI. – Talvolta l’ammortamento delle obbligazioni, invece di aver luogo nella forma tipica del rimborso, per estrazione a sorte, alla pari, ossia al valore nominale, ad esempio, di 100, si compie al valore corrente di borsa, quando il valore corrente non è superiore al valore nominale, salvo a ritornare al sistema dell’estrazione, con rimborso alla pari, quando il valore di borsa diventi superiore al nominale.

 

 

Lo stato deve rimborsare ed annullare in ogni anno un certo numero di obbligazioni; ma invece di doverle estrarre a sorte sul totale dei 10 milioni di obbligazioni in corso e rimborsarle a 100, lo stato può acquistarle sul mercato al prezzo corrente e subito annullarle. Siccome il numero delle obbligazioni esistenti è molto grande, di 10 milioni, ad esempio, in confronto alle poche 100.000 che lo stato deve acquistare in quell’anno, ed in ogni momento vi è sempre un mercato di esse, è possibile che lo stato riesca ad acquistare le obbligazioni ad un prezzo inferiore alla pari, ad esempio, a 75 lire. Supponiamo pure che la richiesta fattane dallo stato faccia aumentare il corso delle obbligazioni da 75 a 80 lire; ciò nonostante lo stato risparmia ancora acquistando ad 80 sul mercato, invece di rimborsare a 100, mediante estrazione a sorte, ben 20 lire per obbligazione.

 

 

Vero è che, a mano a mano che ci andiamo avvicinando alla fine del cinquantennio, cresce il numero delle obbligazioni che si devono estrarre a sorte o comprare sul mercato; onde la richiesta dello stato si fa più viva, e più alte sono le esigenze dei detentori dei titoli.

 

 

Potrà accadere che nessuno dei detentori voglia vendere le obbligazioni residue a meno di 100 lire, ed allora egli ripristinerà le estrazioni a sorte ed il rimborso alla pari, ossia a cento; Cosicché non correrà mai il pericolo di dover pagare le obbligazioni ad un prezzo superiore alla pari.

 

 

467. – IL METODO DEGLI ACQUISTI IN BORSA NON VIOLA I DIRITTI DEI CAPITALISTI; PUÒ ESSERE LORO CONVENIENTE PIÙ DEL METODO DELLA ESTRAZIONE A SORTE – SCELTA FRA I DUE METODI. – Il vantaggio di questo metodo del rimborso mediante acquisti delle obbligazioni sul mercato al prezzo corrente è indubitato per lo stato, specie quando le obbligazioni siano state emesse al disotto della pari.

 

 

Né bisogna trascurare la circostanza che durante il lungo periodo di ammortamento – 50, 60, 90 anni – ben può darsi che transitoriamente il saggio dell’interesse sul mercato venga a crescere, e quindi il corso di borsa delle obbligazioni a diminuire.

 

 

Né si può dire che con ciò si violino i diritti dei capitalisti. Solo chi vuole vende allo stato in borsa le sue obbligazioni. Nessuno è obbligato a vendere a 80 o 85 lire il titolo che ha diritto di vedere rimborsato a 100; e, se nessuno vendesse, lo stato dovrebbe riprendere le estrazioni a sorte ed effettuare il rimborso a 100. Se invece lo stato può acquistare ed annullare a 75 lire, ciò dipende dal volontario consenso ed anzi dalla spontanea offerta di taluni tra i capitalisti, i quali trovano convenienza a vendere al disotto della pari.

 

 

A favore del sistema tipico, dell’estinzione unicamente mediante estrazione a sorte, senza facoltà di acquisto sul mercato, si può osservare: che questa facoltà è quasi inutile quando le obbligazioni furono già originariamente emesse alla pari e non vi è probabilità che il prezzo di mercato abbia a diventare minore del valore nominale; – che può darsi che la promessa di non profittare di un ribasso dei corsi al disotto della pari per fare acquisti sul mercato giovi ad innalzare il titolo nella estimazione dei capitalisti. I quali sono sicuri che lo stato non cercherà di fare ribassare artificiosamente il corso dei titoli per acquistarli a buone condizioni – timore per lo più infondato, ché, astrazion fatta dalla difficoltà di codesti ribassi artificiosi, gli stati hanno o credono di avere interesse alle alte quotazioni dei loro titoli, – ed inoltre sono sicuri che essi correranno l’alea vantaggiosa del rimborso alla pari fino dal primo anno del periodo di ammortamento. Se l’esperienza, ad esempio, dimostrasse che il titolo estinguibile solo mediante estrazione a sorte si vende a 75, mentre lo stesso titolo estinguibile anche con acquisti sul mercato si vende a 70, sarebbe assai dubbia la convenienza per lo stato di riservarsi la facoltà del rimborso mediante acquisto sul mercato. Il problema della scelta tra i due tipi dovrà dunque essere risolto dai governi caso per caso tenendo conto del prezzo alla emissione, dell’importanza del premio al rimborso, delle preferenze dei capitalisti.

 

 

Sezione quinta

 

I prestiti consolidati perpetui od in rendite perpetue

 

468. – NOZIONE – DUE TIPI PRINCIPALI DI PRESTITI IN RENDITE PERPETUE: NON DENUNCIABILE E DENUNCIABILE – PARAGONE FRA I DUE TIPI. – L’ultima maniera di debito pubblico è quella delle rendite perpetue. Dicesi debito di rendita perpetua quello per cui lo stato si obbliga unicamente a pagare una rendita od interesse annuo di 3, 4 o 5 lire od altra somma senza obbligo di rimborsare mai il capitale preso a mutuo.

 

 

Due sono i tipi principali di rendita perpetua. L’una è perpetua in senso stretto, poiché lo stato, oltre a non aver l’obbligo di rimborsare, il che costituisce un vantaggio per lui, non ha facoltà di rimborso, il che per lui è onere. Questo tipo di rendita perpetua si può anche dire non denunciabile per indicare la impossibilità per lo stato di liberarsene offrendo il rimborso del capitale.

 

 

Poiché in questo caso lo stato è obbligato a pagare in perpetuo 4 lire, ad esempio, di rendita e non può, anche il volesse, rimborsare per atto di sua volontà le 100 lire ricevute originariamente a prestito, né d’altro canto il creditore può costringerlo al rimborso, la nozione del debito in capitale non ha in verità alcuna importanza o significato. Non si può dire che lo stato abbia debito al 4% di cui potrebbe sdebitarsi pagando le 100 lire di capitale corrispondenti alle 4 di interesse. No, lo stato deve unicamente in perpetuo 4 lire all’anno, ed essendo a lui vietato di restituire, per propria iniziativa, il capitale, ed ai creditori di richiederne il rimborso, non si può dire che il capitale corrispondente sia di 100 e non invece di 80 o 130 lire.

 

 

Nulla vieta però alle due parti di accordarsi per il rimborso; ed in tal caso la valutazione del capitale dovrebbe essere fatta, capitalizzando le 4 lire di rendita annua a seconda del saggio corrente di interesse.

 

 

Probabilmente se si venisse ad una discussione fra le parti per fissare il valore di rimborso della rendita perpetua, questa sarebbe la soluzione adottata; e questa soluzione si raccomanderebbe altresì volendosi determinare il valore capitale della rendita perpetua ai fini della stima delle attività e passività patrimoniali dello stato.

 

 

La seconda maniera di rendita perpetua è quella per cui lo stato ha sempre la facoltà e non ha mai l’obbligo di rimborsare il capitale corrispondente alla rendita. In questo secondo tipo, che si può perciò chiamare denunciabile, diventa necessario fissare: a) l’ammontare assoluto della rendita perpetua: per es. 4 lire all’anno; b) la proporzione della rendita al capitale del titolo: per esempio, 4%; c) per logica conseguenza l’ammontare assoluto del debito in capitale diventa, nel caso nostro, di 100 lire.

 

 

È manifesto che il secondo tipo di rendita perpetua è più conveniente del primo per lo stato; perché col primo lo stato deve pagare in perpetuo le 4 lire di rendita e non può mai rimborsare, salvo accordo coi creditori, il capitale del debito, mentre nel secondo tipo lo stato può cogliere l’occasione favorevole: a) di un’economia di bilancio, per rimborsare una parte del debito; b) di un ribasso nel saggio dell’interesse al disotto del 4% per offrire ai creditori il rimborso del capitale ed indurli così a contentarsi di una rendita minore, ad es., del 3,50% o 3%.

 

 

Questi vantaggi sono siffattamente evidenti che il primo metodo, della rendita perpetua non denunciabile, è caduto in disuso. Esso potrebbe raccomandarsi soltanto nel caso che i capitalisti offrissero per una rendita perpetua di 4 lire non denunciabile un prezzo parecchio superiore che per una uguale rendita denunciabile. Se, per esempio, mentre pagano 100 lire una rendita perpetua denunciabile di 4 lire, i capitalisti pagassero 130 lire una rendita, pure perpetua, ma non denunciabile, di 4 lire, potrebbesi dubitare se il vantaggio di ricevere subito 30 lire di più non sia per lo stato compenso sufficiente al danno di non potere mai rimborsare il debito e di non poterne ridurre l’interesse.

 

 

Ma l’esperienza dimostra che i capitalisti sono disposti a pagare tutt’al più 5 o 10 lire per un vantaggio così lontano, come quello di non correre il rischio di un rimborso in un momento inopportuno per essi. Quindi lo stato rinuncerebbe a due diritti preziosi per lui di rimborsare il capitale e di ridurre gli interessi e riceverebbe in cambio non 100+30 lire per una rendita di 4 lire, ma solo 100+5 lire. Onde si conclude che siffatta maniera di rendita perpetua non è consigliabile, convenendo piuttosto allo stato la rendita perpetua denunciabile. Si può ritenere che nessuna emissione di prestiti a tipo di rendita non denunciabile abbia più avuto luogo dopo il diciottesimo secolo.

 

 

469. – LE ALEE DEI TITOLI DI RENDITA PERPETUA DENUNCIABILE SONO ASSAI PIÙ FAVOREVOLI ALLO STATO CHE AI CAPITALISTI. – Il metodo della rendita perpetua denunciabile sembra più conveniente per lo stato che per i risparmiatori capitalisti.

 

 

Infatti due sole sono le possibilità che si presentano rispetto alle variazioni future del saggio dell’interesse, dopo il momento in cui lo stato ha emesso un titolo di rendita perpetua denunciabile, ad esempio, al 5%.

 

 

1)    Il saggio di interesse ribassa. Gli stati riassestano e rafforzano la loro situazione finanziaria, e le condizioni economiche dei cittadini migliorano per il lento, ma progressivo sviluppo dell’industria e del commercio. Da questa favorevole condizione di cose deriva che, per la abbondanza del risparmio ed il rafforzato credito dello stato, il saggio d’interesse sul mercato viene gradualmente ribassando e gli stati possono collocare favorevolmente nuovi prestiti al 4 invece che al 5%. Gli stati ne profittano subito per minacciare ai capitalisti possessori dei titoli il rimborso se essi non si contentano di un 4%. Una volta ridotto, il saggio rimane fisso al 4% e i creditori non possono più, anche se in avvenire il saggio di interesse tornasse a salire, pretendere un aumento. Per far ciò essi dovrebbero avere il diritto di chiedere allo stato il rimborso del capitale; ma non lo possono.

 

2)    Ovvero il saggio dell’interesse rialza, per es., dal 5% al 6%. In tal caso il titolo di rendita, il quale rende sempre 5 lire d’interesse, diminuisce di valore da 100 ad 85.

 

 

Non c’è per le rendite perpetue alcun paracadute al ribasso, in tempi di interesse crescente, perché il titolo non è mai rimborsabile alla pari ad una certa data. Lo stato non ha mai l’obbligo del rimborso; perciò, non avendo la rendita nel futuro un prezzo fisso di rimborso, il prezzo di essa è fissato dal mercato unicamente in funzione del suo ammontare (ad es., 5 lire) e del saggio d’interesse corrente (ad es., il 6%). Il fatto che il saggio d’interesse sul mercato è del 6%, vuol dire che il possessore di 100 lire libere può ricavarne il 6%. Egli quindi non pagherà certamente 100 lire un titolo che frutta appena 5 lire; ma proporzionatamente, fatti i calcoli, lo pagherà solo 83,33 lire.

 

 

Quindi sembra che il capitalista non abbia mai interesse ad acquistare titoli di rendita perpetua; poiché egli vedrà, nei tempi di interesse calante, ridursi il frutto del suo titolo ed in quelli di interesse crescente, il valore di borsa o di realizzo in capitale di esso.

 

 

470. – LE RENDITE PERPETUE SOFFRONO MAGGIORMENTE LE SVALUTAZIONI MONETARIE. – Si aggiunga che nel tipo della rendita perpetua può darsi che il capitale venga a scomparire si può dire automaticamente: il tempo stesso incaricandosi di annullare il valore effettivo del titolo, pur rimanendo invariato il valore nominale. I creditori corrono cioè quelle alee a cui in generale vanno incontro tutti i creditori di somme convenute in somma determinata espressa nella moneta del tempo del contratto (cfr. par. 543 e segg.).

 

 

Qui non è il luogo di indicare le cause per le quali l’argento e l’oro, o, meglio ed assai più, le monete legali in cui sono emessi i debiti pubblici, coi secoli perdono parte, e in passato notevole parte, del loro valore. Contentiamoci di prendere atto del fatto storico e tiriamone la conseguenza: i debiti perpetui, che lo stato non è mai obbligato a rimborsare, coi secoli si volatilizzano e si riducono a poca cosa.

 

 

471. – CIÒ NONOSTANTE I PRESTITI IN RENDITE PERPETUE SONO GRADITI AI CAPITALISTI – RAGIONI DEL PARADOSSO. – Come mai, nonostante tutti gli inconvenienti ora descritti, il titolo di debito pubblico perpetuo è tanto apprezzato dai risparmiatori capitalisti ed il pubblico molte volte preferisce questo ai titoli ammortizzabili a scadenza fissa? Come si spiega che sia preferito agli altri un titolo chiamato perpetuo, in quanto il possessore non ha diritto di chiederne il rimborso, ma che lo stato a suo piacimento può sempre rimborsare: la cui perpetuità è perciò unilaterale: che non ha nessuna probabilità d’aumento, ma sempre soltanto l’alea di una diminuzione di reddito: e corre l’alea di vedere diminuire la potenza d’acquisto dell’unità monetaria in cui è espresso?

 

 

Le spiegazioni non possono essere date sulla base di calcoli di convenienza a lunga scadenza. Se tutti i sottoscrittori del debito pubblico avessero studiato i vantaggi e gli inconvenienti lontani dei titoli del debito pubblico perpetuo non si sa quanti sottoscriverebbero ai prestiti emessi in questa forma. Se tutti sapessero che in certe epoche storiche gli stati hanno approfittato del saggio d’interesse sul mercato per convertire la loro rendita dal 6% al 3 o 2%, se avessero una certa idea della riduzione lenta, ma progressiva, che va manifestandosi nel valore della moneta, non si sa quanta clientela troverebbero i titoli del debito perpetuo.

 

 

Gli uomini fanno però di solito ragionamenti a breve scadenza e sta di fatto che a breve scadenza quell’impiego può essere conveniente. Il compratore del titolo di debito pubblico perpetuo non ha e di solito non ha ragione di avere preoccupazioni per ciò che accadrà fra cento anni. Certo se ne dovrebbero preoccupare gli enti morali. Gli enti morali, le opere pie, ecc., che vanno talvolta a gara a vendere il loro patrimonio immobiliare – terreni, case – per investirne il ricavo in titoli perpetui a reddito fisso, fanno malissimo a non preoccuparsi delle vicende che il loro patrimonio subirà fra uno o più secoli e delle conseguenze che potrà avere tale investimento. Fra 500 anni quel patrimonio che oggi viene investito in un titolo a reddito fisso non si sa quanto varrà, perché abbiamo visto che il valore della moneta va sempre diminuendo finché il debito si estingue da sé. Quale opera pia conserva oggi ancora un patrimonio, se questo fu investito nel 1400 in titoli di debito pubblico con diritto di avere un reddito perpetuo dai Savoia o dai Visconti? Sopravvivono oggi solo quelle che investirono allora il loro patrimonio in fondi rustici; le altre sono scomparse o posseggono patrimoni irrisori.

 

 

La persona fisica invece che pensa solo alla vita sua e a quella dei suoi figli e non sa che cosa sarà delle generazioni future, non ha ragione impellente di preoccuparsi della sorte dei suoi titoli in una epoca così lontana come sono i secoli. Essa fa il calcolo semplicemente intorno alla convenienza dell’investimento per 20 o 30 anni per cui lo stato per lo più ha assunto l’obbligo di pagare la rendita pattuita per es., 5 lire, e non può profittare dei momenti di riduzione del saggio dell’interesse, per ridurre il frutto del titolo. Questa è una clausola importantissima che per i periodi brevi modifica le conclusioni a cui sopra si è giunti. Il ragionamento del capitalista italiano all’epoca della sottoscrizione del prestito perpetuo di guerra del 1920 fu di questo tenore: «Io investo lire 86,50 per ogni 100 nominali, prezzo di emissione del prestito pubblico, e ricavo 5 lire all’anno di rendita sicura per un buon numero di anni. Ed ho la speranza che nel frattempo il saggio d’interesse ribassi e che il titolo tenda alla pari». In un certo momento invero si verificò un aumento di valore in confronto al prezzo di emissione del titolo; e può darsi che, come già accadde nel 1924, il titolo giunga nuovamente al corso di 100. In tal caso il portatore del titolo potrà venderlo guadagnando così la differenza fra il prezzo di acquisto e il prezzo del realizzo del titolo. «Alle 100 lire – seguita il nostro capitalista – troverò un altro investimento. Attenderò il momento opportuno per realizzare il titolo e reinvestirne il ricavo in terreni, in case o in qualche altro titolo che presenti probabilità di maggior reddito o di incremento di capitale».

 

 

472. – LE RENDITE PERPETUE IN TEMPI DI STABILITÀ MONETARIA. – A queste buone ragioni si deve aggiungere che il diciannovesimo secolo aveva radicata nella classe degli investitori di titoli l’idea della stabilità del valore della moneta. Nei secoli precedenti si credeva, al contrario, che la moneta fosse uno dei valori più instabili tra quelli conosciuti, e tutti cercavano di garantirsi contro questa instabilità, stipulando contratti sotto forma di rendita in frumento, in vino, in derrate, ma mai nella moneta corrente del paese. Quanti contratti furono inoltre stipulati con riferimento non a questa o quella moneta, ma ad una moneta ideale che rappresentasse un certo peso di oro o di argento, pur di non legarsi ad una data moneta che poteva essere erosa, scemata di peso o di titolo dai sovrani! Nel medio evo e nei secoli fino alla fine del diciottesimo, tutt’al più si stipulavano contratti lunghi in monete di questo tipo, perché i principi di allora troppo frequentemente cercavano di sfuggire ai gravami dei prestiti contratti, alterando il peso o il titolo della loro moneta.

 

 

Fortunatamente per la società vissuta nel diciannovesimo secolo, questo fu il secolo più onesto che da tale punto di vista si sia avuto nella storia. Fu il secolo nel quale i governi cercarono con impegno di emettere moneta avente peso e titolo invariabili, abbandonarono l’argento perché instabile a favore dell’oro e fecero, con la correttezza delle loro coniazioni, risorgere nella mente degli uomini l’idea che la moneta fosse qualche cosa di stabile. Quindi i titoli pubblici di credito, espressi in moneta, acquistarono il valore di un investimento sicuro, più che non gli investimenti in terre e case, e riuscirono ad ottenere il primo posto in tutte le altre forme di investimento. Fino al 1815 il patrimonio della borghesia era costituito quasi unicamente in terreni e case e correva l’idea fissa che questo fosse l’unico investimento conveniente, non avendosi fiducia nella stabilità della moneta. Le nuove generazioni sorte dopo questo periodo sino al 1914 si trovarono in un ambiente nel quale l’investimento tipico era dato invece dai titoli di stato, a causa dell’onestà monetaria dei governi del diciannovesimo secolo.

 

 

Purtroppo le svalutazioni monetarie successive alla guerra del 1914 – 918 distrussero quell’edificio di fiducia che l’onestà monetaria di un secolo aveva elevata. Ma la psicologia del risparmiatore rimane, nonostante tutto, favorevole ai titoli perpetui; e giova sperare – sebbene la speranza sia fondata sulla attitudine degli uomini a governarsi razionalmente nelle cose economiche e dunque sia speranza il cui valore matematico è incerto – che a poco a poco si ritornino nuovamente a instaurare dappertutto sistemi monetari stabili e cada perciò l’inconveniente massimo sofferto dai titoli di debito pubblico perpetui od a termine lungo, alla pari di ogni altro investimento a reddito fisso.

 

 

VI

 

Di alcuni problemi speciali dei prestiti pubblici

 

473. – RAGIONE DI QUESTO CAPITOLO. – Dopo aver discorso delle diverse maniere di debito pubblico, occorre ancora tener parola delle modalità secondarie, secondo cui ognuno di quei debiti può essere emesso.

 

 

Sezione prima

 

Prestiti alla pari e sotto la pari

 

474. – NOZIONE DI QUESTE DUE MANIERE DI PRESTITO – IL VALORE DI PARITÀ – VALORE NOMINALE E VALORE DI RIMBORSO DEL DEBITO. – Dicesi prestito alla pari quello per cui lo stato non si riconosce debitore di una somma maggiore di quella che ha effettivamente ricevuto. E poiché l’unità del debito sono le cento lire, queste si dicono la pari del debito, ed il debito dicesi emesso alla pari, quando lo stato riceve dal capitalista effettivamente le cento lire che gli deve rimborsare.

 

 

Dicesi invece debito sotto la pari quello per cui lo stato si riconosce debitore per una somma superiore a quella ricevuta; obbligandosi a rimborsare 100 lire, ossia la pari, quando ha ricevuto soltanto 90, 80, 70 lire, od altra somma inferiore alla pari.

 

 

Il prestito si contrae alla pari o sotto la pari a seconda che lo stato si obbliga a pagare un interesse uguale od inferiore a quello corrente per impieghi della medesima sicurezza e dello stesso tipo.

 

 

Se noi supponiamo che in un dato momento l’interesse corrente per i tipi di prestito simili a quelli di stato sia del 5%, è chiaro che lo stato potrà contrarre un prestito alla pari solo quando prometta di pagare l’interesse del 5%, mentre dovrà contrarlo al disotto della pari, quando voglia pagare solo il frutto del 4 o del 3%, s’intende per ogni 100 lire che si obbliga a rimborsare, essendo il pari sempre dato dalla somma rimborsata, non mai da quella ricevuta.

 

 

Se lo stato invero si obbliga a pagare 5 lire all’anno d’interesse, è ragionevole che il tesoro riceva in cambio di questa obbligazione 100 lire, non potendo sperare il capitalista di ricavare da 100 lire in un altro qualsiasi impiego di uguale sicurezza un frutto maggiore di 5 lire. Se invece lo stato si obbliga a pagar solo 3 lire di interesse, il capitalista, il quale sa che da 100 lire ricaverebbe altrove 5 lire di frutto, non è affatto disposto a darle in cambio di un frutto di 3 lire. Ma ragionerà così: se da 100 lire ricavo 5 lire d’interesse, quanto debbo proporzionalmente dare per un titolo che rende 3 lire all’anno?

 

 

Un’applicazione semplicissima della regola del tre gli insegna che

100/5=x/3

x=(10*3)/5=60

onde egli pagherà per il titolo che rende 3 lire per 100 nominali soltanto 60 lire. Se lo stato emettesse un titolo al 4%, un calcolo analogo dimostra facilmente che, in situazione identica, si pagherebbe soltanto un prezzo di 80 lire.

 

 

A questo valore di 60 o di 80 si dà il nome di valore di parità del prestito sotto la pari, ed è il valore che pareggia il frutto dei due titoli alla pari e sotto la pari. Il titolo alla pari emesso e pagato 100 lire, fruttando 5 lire, frutta il 5%; il titolo sotto la pari, emesso al nominale di 100 lire ma pagato 60 lire, fruttando 3 lire, frutta il 5% sulle 60 lire effettivamente pagate. Quindi i due titoli danno bensì un frutto assoluto diverso, 5 e 3 lire; ma l’uguale frutto percentuale: 5%. Vi è un solo valore (60 lire) che consente questa uguaglianza nel frutto percentuale; perciò il valore di 60 lire dicesi valore di parità.

 

 

Invece il valore di 100 lire, ossia la somma che lo stato si obbliga a rimborsare, si dice il nominale del prestito. Valore nominale o la pari del prestito (100 lire) è sempre la somma che il tesoro deve rimborsare quando voglia estinguere il prestito contratto. Valore di parità è dunque concetto diverso da valore alla pari o nominale; ed è sempre inferiore alla pari.

 

 

Dicesi sempre, perché nessuno stato, se il saggio corrente di interesse è del 5%, emette prestito al 6%. Questo avrebbe un valore di parità superiore alla pari; ma è ipotesi astratta che non si verifica se non per accidente inverosimile.

 

 

475. – LE DUE CARATTERISTICHE, VANTAGGIOSE PER IL CAPITALISTA E DANNOSE PER LO STATO, DEL TITOLO AL DISOTTO DELLA PARI, EMESSO AL VALORE DI PARITÀ: RIMBORSO DI UNA SOMMA SUPERIORE ALLA RICEVUTA E PROROGA DEL MOMENTO DELLA CONVERSIONE. – A mettere in luce le caratteristiche dell’emissione al disotto della pari giova per un istante supporre che il valore di parità sia precisamente il prezzo di emissione del titolo al disotto della pari. Emettere vuol dire «offrire in vendita» ad un certo prezzo; e «prezzo di emissione» è il prezzo incassato dallo stato colla vendita del titolo sotto deduzione delle spese di commissione, pubblicità, ecc. Supponiamo dunque che lo stato si trovi di fronte al quesito: è meglio emettere a 100 lire un prestito 5% od a 60 lire – valore di parità – un prestito 3%?

 

 

Posto sotto questa forma il quesito, è evidente che il prestito 3% a 60 al disotto della pari presenta due caratteristiche dannose per lo stato ed inversamente vantaggiose per il capitalista, sicché esso dovrebbe essere senz’altro scartato.

 

 

La prima si è che lo stato – il quale, pagando sul prestito al disotto della pari 3 lire d’interesse per ogni 60 lire ricevute paga in sostanza 5 lire per ogni 100 lire ricevute, ossia lo stessissimo interesse che sul prestito alla pari – oltre a pagare l’uguale interesse effettivo, deve restituire, al momento del rimborso, 40 lire più di quante ne abbia ricevute. Invero il prestito è un 3% sul nominale di 100 lire; sui titoli sta scritto obbligazione o cartella da 100 lire.

 

 

Questa è la prima caratteristica del prestito alla pari dannosa per lo stato, vantaggiosa per il capitalista: d’imporre allo stato il rimborso di una somma superiore a quella originariamente ricevuta dal sottoscrittore.

 

 

La seconda si è che viene prorogato il momento di una possibile conversione del prestito ad un più basso tasso d’interesse.

 

 

Col prestito alla pari, al 5%, lo stato, il quale deve pagare 5 lire per ogni 100 nominali da restituire, può, appena l’interesse sul mercato sia ridotto al 4,50%, offrire ai portatori il rimborso delle 100 lire, ove essi non si acquietino alla riduzione del frutto al 4,50%. E poi ripetere la stessa operazione quando il saggio di interesse si sia ridotto al 4%; e poi ancora al 3,50% e al 3%.

 

 

Ben diverso e più lungo è il tempo che deve passare prima che si possa convertire un prestito al disotto della pari.

 

 

Il prestito 3%, emesso ad effettive 60 lire, rende, è vero, al capitalista 3 lire, ossia il 5% sulle 60 lire da lui versate. Ma ciò non conta, rispetto alla possibilità della conversione. Lo stato è debitore non di 60, bensì di 100 lire. Se vuole ridurre il saggio dell’interesse deve ridurre il 3% sulle cento nominali da lui dovute. Finché il tasso di interesse sul mercato non sia disceso al 2,50%, lo stato non ha nessuna convenienza a minacciare il rimborso del capitale, ossia di 100 lire, a chi non volesse acconciarsi alla riduzione al 2,50%. Tutti accetterebbero la offerta dello stato ed investirebbero altrimenti le cento lire rimborsate, ricavando 4,50 o 4 o 3 lire di frutto.

 

 

Se noi ricordiamo ora che amendue le specie di prestiti, 5 e 3% – alla pari e sotto la pari – furono contratte quando il tasso dell’interesse era al 5%; che, essendo il primo tipo stato emesso a 100 ed il secondo a 60, su amendue lo stato paga il 5%, se vi aggiungiamo la circostanza ora ricordata, per cui il tipo 5% può essere convertito in 4,50% appena il tasso dell’interesse si sia ridotto dal 5 al 4,50%, mentre il tipo 3% potrà essere convertito in 2,50% solo quando il tasso di interesse dal 5 si sia ridotto al 2,50%, chiara apparisce una verità: dover trascorrere assai più lungo tempo affinché si possa far luogo alla conversione dei prestiti contratti sotto la pari in confronto di quelli contratti alla pari; bastando a questi il tempo occorrente affinché sul mercato il saggio di interesse si riduca dal 5 al 4,50 ed occorrendo ai primi il più lungo tempo bisognevole per la riduzione spontanea sul mercato dal 5 al 2,50%.

 

 

Questo è il secondo danno per lo stato o vantaggio per il capitalista dei prestiti sotto la pari.

 

 

Danno tutt’altro che lieve, se si pensa che l’esperienza storica ha dimostrato che i prestiti emessi alla pari, al 5, al 6%, a seconda dei tempi diversi, poterono essere convertiti a più basso tasso di interesse ben presto, scorsi talvolta pochi decenni: mentre i prestiti contratti al disotto della pari al 4 od al 3%, nella prima metà del diciottesimo secolo, poterono in Inghilterra essere convertiti al 2,50 solo un secolo e mezzo dopo, nel 1888.

 

 

476. – RAGIONI LE QUALI CONSIGLIANO TALVOLTA LA SCELTA DEL TITOLO AL DISOTTO DELLA PARI. – Di fronte a questi inconvenienti abbastanza gravi, quali sono dunque le ragioni per le quali si emettono non di rado titoli al disotto della pari? Ce ne sono alcune di ordine psicologico, altre invece sostanziali. Le prime consistono in ciò che, in tempi difficili, quando i governi non riescono a contrarre prestiti ad un basso saggio d’interesse, ma sono costretti a contrarli, per esempio, al 7-8%, essi ripugnano dal confessare di dover ricorrere al mutuo ad un alto saggio d’interesse e dissimulano il saggio reale ricorrendo alla emissione sotto la pari. La confessione di dover pagare il 7 o l’8% ripugna, sperando sempre gli uomini di governo di potere in seguito pagare di meno; e sembra miglior partito emettere il titolo ad un prezzo al disotto della pari, all’interesse apparente del 5%, di modo che il portatore del titolo non soffra, anzi riceva il vantaggio della differenza fra il prezzo di emissione e quello del rimborso a cento. Si possono tuttavia immaginare casi astratti nei quali l’emissione al disotto della pari, invece di essere svantaggiosa, sia indifferente per l’erario e magari vantaggiosa. Se un prestito 3% al disotto della pari è emesso al prezzo di 60+x e se x è calcolato in maniera tale da aver un peso eguale al peso dei due inconvenienti accennati sopra, ossia all’obbligo del rimborso in una somma superiore al prezzo di sottoscrizione e al pericolo di dover ritardare la conversione, le partite si equilibrano e lo stato non ha più né vantaggio né perdita. Se poi x ha un peso superiore ai due inconvenienti accennati, lo stato ha interesse ad emettere titoli al disotto della pari.

 

 

Supponiamo che il valore dei due inconvenienti sia di 20 lire. Finché il prestito è emesso a meno di 60+20=80 lire, lo stato perde; se è emesso ad 80 lire lo stato non ha perdita né vantaggio; se è emesso a più di 80 lire, lo stato ha convenienza ad emettere il prestito al disotto della pari. Chiameremo prezzo di indifferenza il prezzo (uguale al valore di parità più x) che rende indifferente per lo stato e per i sottoscrittori la sottoscrizione all’uno od all’altro dei due tipi.

 

 

Lo stato contro ai due danni di dover rimborsare cento lire invece delle 80 incassate e di voler attendere un più lungo periodo di tempo per poter fare la conversione del titolo, può mettere nella bilancia il vantaggio di dover subito pagare un saggio di interesse inferiore a quello del 5% corrente sul mercato. Se il titolo è al 5% ed è emesso a 100, il capitalista riceve subito il 5%, ma alla scadenza non ha alcun premio al rimborso e può correre il rischio vicino della conversione. Se il titolo è al 3% ed è emesso ad 80 lire, il capitalista riceve subito solo un reddito di 3 lire su 80, ossia dal 3,75%; ma si garantisce un rimborso di 100 lire contro 80 pagate e si premunisce contro le conversioni vicine. Data l’ipotesi fatta sopra, che x sia uguale a 20, la scelta fra le due alternative è indifferente.

 

 

Se il capitalista si disponesse invece a pagare 90 per il titolo 3%, allo stato converrebbe darglielo. perché quei tali due svantaggi per lo stato (o guadagni per il sottoscrittore) non valgono il vantaggio di pagare solo 3 lire su 90, ossia il 3,33% invece del 5%.

 

 

Ad emettere titoli sotto la pari al prezzo di indifferenza, lo stato può essere spinto da un vantaggio tecnico che è quello di non emettere un nuovo tipo di prestito. Se il pubblico è abituato al tipo 3%, è preferibile, se si può, emettere il titolo al 3%, anziché al 5%, perché il pubblico comprerà sempre più volentieri i titoli che sono stilati con il saggio d’interesse da lui preferito. Non c’è ragione di mutare inutilmente il saggio di interesse al quale il pubblico è abituato.

 

 

477. – IL PREMIO DI INDIFFERENZA E SE I RISPARMIATORI SIANO DISPOSTI A PAGARLO. – Chiamando premio di indifferenza quell’x che si dovrebbe pagare in più del prezzo di parità per rendere allo stato indifferente la scelta fra il tipo alla pari o sotto la pari, il problema si riduce ad una constatazione di fatto: se sia possibile allo stato vendere il prestito al prezzo di parità più il premio di indifferenza (x), ossia se i sottoscrittori di prestiti pubblici siano disposti a pagar meno o più di x.

 

 

Si tratta non di calcoli aritmetici, ma di osservazioni intorno alla psicologia dei sottoscrittori. È probabile cioè che i sottoscrittori si inducano a pagare, nella ipotesi che abbiamo fatto, x ossia 20 lire più del prezzo di parità 60 e rendere le due emissioni perfettamente eguali l’una all’altra, ovvero meno o più di 20 lire?

 

 

Si tratta di vedere qual è il prezzo che il risparmiatore è disposto di fatto a pagare per godere dei due noti vantaggi, di cui il valore attuale teorico è x (20 lire nel caso specifico).

 

 

Il calcolo è fondato sulla previsione di fatti che dovranno verificarsi in avvenire. Alcuni di questi fatti sono talvolta facili a prevedersi, come, per es., la differenza fra il prezzo di emissione e il prezzo di rimborso, se si tratta di un titolo che sia a scadenza fissa, cioè che deve essere rimborsato, ad es., dopo 25 anni. Allora si sa che alla scadenza, fra 25 anni, quel titolo vale 100 lire e che pagando il titolo 80 lire, si riscuoterà un premio di 20 lire fra 25 anni. Se il titolo è ammortizzabile, bisogna fare il calcolo della vita media probabile delle obbligazioni, l’ultima delle quali sarà estratta, ad es., fra 40 anni.

 

 

Il calcolo non è agevole quando il titolo non ha scadenza (rendite perpetue). Allora non si sa quando si potrà ottenere il rimborso delle 100 lire, lo stato essendo libero di fissare l’epoca del rimborso a quando più gli conviene o di non rimborsare mai il titolo. Per poter fare il calcolo bisognerà prevedere il momento nel quale il saggio d’interesse sul mercato diventerà precisamente del 3% ed il titolo varrà 100 lire. In quel momento il risparmiatore sarà libero di realizzare le 100 lire, vendendo il titolo in borsa.

 

 

C’è dunque un largo margine di variabilità nelle previsioni fatte dai singoli risparmiatori intorno all’epoca nella quale il rimborso si verificherà e quindi intorno al valore del premio al rimborso. L’incertezza delle previsioni è più marcata ancora per ciò che si riferisce alla probabilità di future conversioni (secondo vantaggio del titolo alla pari): le variazioni future del saggio d’interesse, le possibili svalutazioni o rivalutazioni monetarie, gli sviluppi economici, di progresso o di decadenza, durante questo incerto periodo di tempo, tutti fatti che influiscono sulla probabilità delle conversioni, sono incognite per i risparmiatori. È una specie di gioco al lotto fare previsioni tanto complesse. Quale la conseguenza? Che il risparmiatore si premunisce contro il rischio di valutare troppo quel tale x e lo valuta il meno che è possibile: fa una valutazione bassa, ingrossa i rischi che corre. Si vedrà così che l’x invece di essere valutato al suo valore teorico che, per ipotesi, è di 20 lire, sarà valutato 5 o 10 soltanto.

 

 

478. – COME GLI UOMINI SOTTOVALUTINO IN GENERALE I BENEFICI FUTURI: E C0ME PERCIÒ NON SIA CONVENIENTE PER LO STATO EMETTERE TITOLI SOTTO LA PARI. – La sola constatazione abbastanza sicura possibile a farsi in merito è la seguente: quando si tratta di apprezzare benefici futuri gli uomini sono sempre pessimisti; apprezzano molto di più i benefici presenti che non quelli futuri. Su cento risparmiatori ce ne sono pochi che preferiscano dare la preferenza ad un maggiore vantaggio futuro, fra 15 o 20 anni, piuttostoché a un vantaggio minore, ma attuale. La grande maggioranza dei risparmiatori apprezza i vantaggi presenti su cui può fare assegnamento subito senza che gli avvenimenti futuri possano annullarli.

 

 

L’uomo medio apprezza pochissimo le foreste che daranno tagli dopo 50-70 anni, quando egli sarà morto, i titoli di una ferrovia la quale serve un paese disabitato, i quali saranno fecondi di dividendi quando i suoi figli o nepoti popoleranno ed arricchiranno la colonia, e non si sente attratto dalle aree fabbricabili le quali fra 50 o 100 anni saranno situate in un quartiere centrale di una città progressiva. Il risparmiatore medio ama i lucri immediati, gli investimenti che danno un lucro attuale. Ama il titolo che gli dà subito solo 5 lire più del titolo che gli dà subito solo 3 lire ed in aggiunta brillanti speranze future e incerte. Poco si fida delle promesse di chi gli descrive un avvenire brillante, ma lontano, quando il presente o il futuro prossimo è sterile.

 

 

Il risparmiatore ordinario ragiona per lo più così: Se io compro il titolo 3% al prezzo di parità 60+x ossia 80 lire, faccio un investimento al 3,75%. È vero che io riscuoterò, al rimborso, 100 lire invece delle 80 pagate, e che sono sicuro di riscuotere questo 3,75% forse anche per 100 anni. Ma tutti questi sono vantaggi che verranno dopo e che per ora non mi interessano. Quello che mi interessa è che se oggi io compro un titolo al 5%, riscuoto 5 lire su 100; se compero al 3%, riscuoto 3 lire su 80. Nel primo caso io ho il 5%, nel secondo caso ho il 3,75%.

 

 

Nella grande maggioranza i risparmiatori preferiscono la prima alternativa; preferiscono il titolo a reddito alto, piuttosto che il titolo a reddito basso, il titolo alla pari piuttosto che il titolo al disotto della pari.

 

 

Stando così le cose, per il ragionamento inverso, lo stato non ha interesse a vendere titoli al disotto della pari. I sottoscrittori non sono disposti a pagare l’x quanto vale; e l’erario subirebbe un danno.

 

 

479. – CIRCOSTANZE ECCEZIONALI LE QUALI POSSONO FAR PREFERIRE ALLO STATO IL TITOLO SOTTO LA PARI. – Talvolta può accadere che, per circostanze eccezionali, sembri che lo stato possa aver vantaggio alla emissione al disotto della pari. Supponiamo che in un dato momento due dei nostri titoli principali valgano: 90 lire la rendita 5% e 77 lire quella 3,50%. È un rapporto di prezzo che in dati momenti si verificò. E supponiamo che lo stato debba emettere un prestito. Converrebbe allo Stato di emettere un 5% a 90 od un 3,50% a 77 lire? Facciamo il calcolo: pagando 5%, lo stato per ogni lira di rendita promessa quanto riscuote in capitale? 18 lire. Quindi vende la lira di rendita a 18 lire. Invece la lira di rendita al 3,50 la vende certamente ad un prezzo superiore: dividendo 77 per 3,50 si ottiene 22. La vendita della promessa di pagare 1 lira in perpetuo di rendita annua frutta nel primo caso allo Stato 18 lire, nel secondo caso 22 lire. La bilancia pende, per questo verso, a favore del tipo 3,50%.

 

 

Quale è, inoltre, il prezzo di parità del titolo 3,50?

 

 

Ponendo l’equazione nota

5/90=3,50/y 

 

 

 

 

si ha che y è uguale a 63, che è il prezzo di parità. Viceversa il portatore del titolo lo paga 77 lire, cioè paga 14 lire di premio. Sono esse una quantità maggiore del valore di quei tali due vantaggi del premio al rimborso capitale e della ritardata conversione? La cosa è incerta; e si potrebbe anche ritenere da taluno che quei tali due vantaggi siano, a 14 lire, pagati fin troppo bene.

 

 

Potrebbe darsi dunque che allo stato convenga vendere il 3,50% a 77; e certamente fu vantaggioso in certi anni passati, verso la fine della guerra 1914-18, in cui la differenza tra i due corsi era ancor più sensibile ed il premio oltre il valore di parità più rilevante, persino di 20 lire. Ma trattavasi di circostanze eccezionali, non facili a continuare. La ragione dell’alto prezzo comparativo del 3,50% in confronto al 5%, non era economica, ma sentimentale e psicologica. Il titolo 3,50% è un titolo antico e risale al vecchio consolidato 5% emesso nei primi tempi dell’unificazione nazionale. A sua volta il vecchio 5% era la trasformazione di titoli che esistevano già nei vecchi stati italiani. Il titolo ha dunque una storia centenaria ed è già tutto collocato e classato nel portafoglio delle famiglie più antiche. Più di metà di questi titoli è iscritto al nome, e si può dire che rimanga nelle stesse famiglie da anni ed anni. Quelli che lo hanno al portatore lo conoscono da molto tempo sotto quella data forma: colore azzurro, forma allungata. Esso è entrato nella psicologia di ogni risparmiatore modesto che non ha cognizioni finanziarie, ed ha una clientela affezionata che lo considera come un titolo di primo ordine. Mentre invece il titolo 5% nei primi tempi dopo il 1914 era nuovo e non si era formato ancora una clientela fidata e sicura; esso era stato emesso in forti masse fluttuanti sul mercato e non ancora del tutto collocato.

 

 

Si aggiunga inoltre che il titolo 3,50% è pagabile in certe valute estere che un tempo erano auree. È vero che esso è pagabile solamente ai portatori stranieri i quali dimostrino di essere i veri proprietari del titolo stesso; ed è vero che quelle valute hanno cessato di essere auree. Ad ogni modo l’idea che il titolo in date circostanze potrebbe essere o ritornare ad essere pagabile in oro accresce il suo prestigio.

 

 

Infine il titolo 3,50% ha già un interesse basso, ed il pubblico è persuaso che non potrà essere ulteriormente ridotto. È già stato ridotto in passato dal 5 al 4%; poi è stato convertito dal 4 al 3,50%. Quindi si crede che esso abbia subito tutte le vicissitudini cui poteva andare soggetto; laddove non pochi temettero per lunghi anni che il consolidato 5% potesse essere forzatamente ridotto al disotto del 5%. Era un timore sbagliato; ma esercitava una certa influenza sui risparmiatori. Dal punto di vista del mercato finché c’era gente la quale riteneva il titolo 5% corresse il pericolo della riduzione forzata, esso non poteva ottenere una clientela così sicura come quella del 3,50%.

 

 

Queste sono le ragioni che spiegano perché il titolo 3,50% valesse di più del suo prezzo di parità e fosse venduto ad un premio maggiore del valore vero di x. Ed ancora oggi (fine 1939), quando il vecchio consolidato 5% fu una volta convertito al 3,50% e poi riconvertito, con il versamento di 15 lire, al 5%, la sua aureola è minore del vecchio 3,50%, sicché i prezzi si aggirano sulle 90 lire per il 5% e 71 per il 3,50%. Poiché il prezzo di parità è 63, si vede che il premio di indifferenza pagato è 8; che forse è minore del teorico. Il vecchio 3,50% ha perduto alquanto della sua mistica aureola e si va avvicinando al premio minore che si paga per il nuovo 3,50% di emissione postbellica, che è soltanto di 4 lire. Il nuovo 3,50% non ha invero la tradizione storica, la specie di aureola di cui godeva il vecchio titolo: ha dovuto farsi una nuova clientela, trovare un nuovo collocamento. Il nuovo 3,50% non può avere lo stesso prezzo del vecchio. Alla lunga, i due prezzi si avvicineranno e ciò sarà indice che il pubblico non darà più alcun valore alle differenze esistenti fra di essi.

 

 

Sezione seconda

 

I prestiti a premio

 

480. – LA SPERANZA DI VINCERE IL PREMIO AL RIMBORSO INDUCE TALVOLTA I CAPITALISTI A CONTENTARSI DI UN INTERESSE INFERIORE AL CORRENTE. – Il fattore«fortuna» ha una grande importanza nei prestiti a premio od a lotti. Dicesi prestito a premio quello nel quale lo stato promette al sottoscrittore, oltre il pagamento dell’interesse convenuto, anche il diritto a concorrere ad uno o più grossi premi annuali e parecchi minori. L’applicazione più comune era un tempo nei prestiti di città. Supponiamo che una città contragga un prestito di 100 milioni in obbligazioni da 100 lire, ammortizzabili in 50 anni, e sia il tasso corrente dell’interesse del 5%. Il prestito costerebbe ogni anno al tesoro della città, fra interessi e rate d’ammortamento, lire 5.477.000.

 

 

Sarebbe chiaramente utile alla città di poter trovare chi imprestasse i 100 milioni al 3%, ché allora il servizio del prestito costerebbe solo lire 3.886.500 all’anno, con un risparmio di lire 1.591.200 annue. Talvolta il mezzo di persuadere il capitalista a rinunciare ad una parte dell’interesse, che potrebbe agevolmente assicurarsi, consiste nel promettere uno o parecchi premi ai possessori della prima o delle prime obbligazioni fra quelle estratte a sorte per il rimborso. La città, riuscendo a fare un risparmio di lire 1.591.200 all’anno mercé la riduzione dell’interesse dal 5 al 3%, potrebbe prelevare sul risparmio un fondo di 500 mila lire annue da dividere in premi fra le obbligazioni estratte.

 

 

La città in tal modo risparmia ancora lire 1.091.2O0 all’anno; ed i capitalisti si acconciano a ricevere il 3 invece del 5% di interesse, mossi dalla speranza di essere fra i fortunati vincitori di premi.

 

 

È vero che la speranza di vincere il premio non vale il 2% di interesse a cui rinunciano; ma vi sono moltissimi uomini i quali preferiscono la speranza, per lo più illusoria, di un miglioramento notevole delle proprie condizioni di fortuna alla certezza di un piccolo aumento, frutto del proprio risparmio.

 

 

481. – APPLICAZIONE Al BUONI DEL TESORO SETTENNALI E NOVENNALI. – In Italia una riuscita applicazione della teoria dei prestiti a premio fu fatta coi buoni a sette e nove anni emessi dallo stato per somme cospicue. Per ogni miliardo (e parecchi miliardi furono emessi) lo stato fa l’emissione all’incirca alla pari ed al saggio del 5%. Lo stato così si carica ogni anno di un onere di interesse di 50 milioni di lire.

 

 

Aggiungendo a questi circa 1 milione e mezzo di premi ai primi estratti ogni anno, abbiamo che lo stato per tutta la durata del prestito ha una spesa annua di 51.500.000 lire. Se lo stato avesse emesso rendita consolidata perpetua al 5% forse avrebbe dovuto in certi momenti vendere il titolo ad un prezzo di 83-84 lire, in altri di 90-91 lire, e in questo modo si sarebbe caricato di un interesse dal 5,50 al 6% circa. Lo stato invece emettendo i buoni del tesoro settennali o novennali, anche tenendo conto del premio annuo di 1 milione e mezzo, viene a godere della differenza fra il 6% che avrebbe dovuto pagare se avesse emesso un prestito senza quel premio, e il 5,15% che paga ora fra interesse e premio.

 

 

Lo stato fa così, in confronto ai 60 milioni che al 6% avrebbe costato un prestito normale, un lucro annuo di 8.500.000 lire. Esso raggiunge questo risultato perché vende il buono a un prezzo superiore a quello raggiungibile con altri titoli per la speranza nutrita dai possessori del titolo di ottenere qualcuno dei premi e principalmente il primo di 1 milione di lire. Il sottoscrittore si contenta di ottenere un interesse relativamente basso perché spera di riuscire a guadagnare il milione, ed, alla peggio, qualche premio di consolazione.

 

 

La speranza nel nostro caso vale 0,15 centesimi per ogni 100 lire; ma i portatori del titolo nella loro immaginazione le fanno crescere fino ad 1 lira.

 

 

Naturalmente la convenienza per lo stato di emettere prestiti a premio è subordinata al prezzo comparativo dei due titoli con e senza premio. Se il buono a premio 5% si vendesse a 100, ma il consolidato 5% si vendesse a 98, la convenienza non esisterebbe più.

 

 

La emissione di nuove serie di buoni novennali a premio 5% scadenza 1949, la quale ha avuto luogo con successo nel febbraio 1940, comporta il seguente calcolo comparativo con le due antiche rendite perpetue 5 e 3 e mezzo %:

 

 

a)    Rendita 5%: prezzo corrente 93, frutto effettivo 5,37%;

 

b)    Rendita 3,50%: prezzo corrente 72, frutto effettivo 4,86%;

 

c)    Buoni novennali 5%: prezzo d’emissione 97,50. A questo prezzo il frutto si può calcolare così:

 

  • L. 5 su 97,50 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5,13%

 

  • Vantaggio annuo del premio al rimborso di L. 2,50 alla fine dei 9 anni, distribuito lungo i 9 anni . . . . . . . . . . . . . . . . . 0,23%

 

  • Valore annuo dei premi. Poiché questi ammontano annualmente a:

 

 

        2 premi da 1 milione L. 2.000.000

       2   »     »

500.000 lire »  1.000.000

       4   »     »

100.000  » »  400.000

       8   »     »

50.000    » »  400.000

   100  »    »

10.000    »

»  1.000.000

 

e in totale

L. 4.800.000
per ogni serie di 1 miliardo, la speranza del premio equivale ad un ulteriore………………………………

0,48%

Totale L.

5,84%

 

 

Le ragioni per le quali il tesoro preferì questo tipo di prestito agli altri possibili sono state probabilmente le seguenti:

 

 

1)    Il tipo 3,50% non sarebbe stato largamente sottoscritto al prezzo corrente di 72 lire, per la ragione già esposta dello scarso apprezzamento che i risparmiatori fanno dei vantaggi futuri ed incerti: garanzia contro future conversioni e speranza di ritorno del titolo alla pari. Lo stato avrebbe vietato a se stesso la conversione per lunghissimo tempo.

 

2)    Il tipo 5% avrebbe dovuto, per trovare il largo mercato che hanno invece i buoni del tesoro, essere emesso parecchio al disotto di 93; nel qual caso il suo vantaggio comparativo per lo stato sarebbe venuto meno, a causa del maggior frutto (ad es. 6% ad 83,33) e del maggior premio a differenza in più sul prezzo di emissione a pagarsi quando lo stato si fosse deciso al rimborso.

 

3)    Il buono novennale è preferito dal pubblico, sia per la speranza di lucrare i premi, sia per la certezza del rimborso a 100 alla scadenza dei 9 anni.

 

 

Poiché il risultato voluto era una sottoscrizione larga, e questa si ottenne in circa 15 miliardi di cui quasi 9 di denaro fresco, la scelta non era dubbia. Il tesoro preferì razionalmente il buono novennale.

 

 

482. – INSUSSISTENZA DELLE ACCUSE DI IMMORALITÀ RIVOLTE AI PRESTITI A PREMIO E COME QUESTI ABBIANO UN UFFICIO DI EDUCAZIONE DEL RISPARMIO A PRO DEGLI INVESTIMENTI MOBILIARI. – Furono mosse a questo tipo di prestito parecchie obiezioni le quali però hanno scarso valore. Si ricorda contro questi prestiti a premio la celebre frase rivolta da Beniamino Franklin agli operai: «Chiunque vi dirà che si può conquistare la fortuna altrimenti che con il lavoro e con l’economia è un avvelenatore».

 

 

Massima ammirevole, la quale però a torto si vorrebbe applicare ai prestiti a premio. Poiché questi invece consigliano la minuta gente al risparmio e producono effetti utilissimi di parsimonia e di rinuncia a godimenti presenti.

 

 

Un operaio, un commesso, un piccolo impiegato, il quale non troverebbe mai in se stesso la forza di risparmiare 100 o 1.000 lire solo allo scopo di riscuotere ogni anno l’interesse di 5 o di 50 lire, farà ogni sforzo, si priverà di un divertimento, rinuncerà a qualche bevanda alcoolica pur di mettere insieme il gruzzolo che gli consentirà di concorrere ai premi annui di 1 milione, di 100, 50, 20 mila lire, ecc.

 

 

Nella maggior parte dei casi la sua speranza non si compirà; ma nel frattempo la sua fantasia si sarà cullata nel sogno di una miglior condizione di vita, né il dolore del disinganno eguaglierà il piacere del sogno.

 

 

Frattanto, ancora e soprattutto, egli avrà accumulato le 100, le 500, le 1.000 lire e se non l’interesse del 6% riscuoterà regolarmente quello del 5%; egli avrà acquistato il gusto e l’abitudine del risparmio, la conoscenza dei valori mobiliari, la certezza che vi sono modi di investimento comodi, accessibili a tutte le borse, più convenienti ed altrettanto sicuri del libretto della cassa di risparmio. Vedemmo già come il titolo di debito pubblico in genere sia stato il pioniere degli investimenti mobiliari: il prestito a premio ha compiuto il medesimo fecondo ufficio tra la borghesia minuta, gli artigiani, gli operai, i contadini.

 

 

Questa opera di educazione economica che il prestito a premio ha compiuto è argomento bastevole da solo a ribattere tutti i rimproveri che i moralisti lanciano contro i prestiti a premio.

 

 

Il piccolo risparmiatore, il quale si fida solo di impieghi sicurissimi, nulla perde dunque a scegliere questo investimento; spesso guadagna tutto l’ammontare del risparmio e dei relativi frutti poiché egli senza l’incitamento del premio nulla avrebbe risparmiato.

 

 

Nulla di male se, ogni anno, grazie al meccanismo del prestito a premio, un certo numero di piccole fortune, di modeste agiatezze, può diffondersi nel popolo.

 

 

483. – DIFFERENZE FRA PRESTITI A PREMIO E LOTTERIE. – Notisi che parlando di prestiti a premio si è voluto parlare di quelli che sono veri prestiti e non lotterie. Il prestito a premio è quello in cui l’elemento principale è dato dal versamento di una somma capitale, su cui lo stato deve pagare un interesse, inferiore bensì al normale, ma un po’ superiore a quello che si paga sui depositi delle casse postali di risparmio e che deve essere rimborsata secondo un piano di ammortamento; mentre l’elemento secondario consiste nel premio. La lotteria invece si ha quando l’interesse è ridotto a pochissima cosa od addirittura non esiste; talvolta non si rimborsa nemmeno il prezzo capitale pagato per l’acquisto dell’obbligazione, e l’elemento principale è dato dal premio, il quale sale a cifre altissime allo scopo di attrarre i compratori.

 

 

Il taglio delle obbligazioni a premio è di solito abbastanza elevato, non mai inferiore a 100 lire, affinché sia messa in risalto l’opera di risparmio compiuta dall’acquisitore; il taglio invece delle cartelle delle lotterie è di solito basso, di 25, 10, talvolta 5 od 1 lira sola così da renderle accessibili ai puri giocatori. Il tipo delle obbligazioni a premio è dato ora dai buoni del tesoro settennali o novennali da 500 lire al 5% mentre il tipo delle cartelle di lotteria era od è dato dai prestiti infruttiferi delle città di Milano, di Barletta, Bevilacqua La Masa, ecc., o dalle cartelle dei prestiti di S. Marino e delle esposizioni od opere di beneficenza, ed ora delle lotterie di Tripoli, di Merano, e dell’E. 42.

 

 

484. – I PRESTITI A PREMIO SONO ADATTI AI PICCOLI INVESTIMENTI, NON AI GROSSI INVESTIMENTI PATRIMONIALI. – Notisi ancora che i prestiti a premio si adattano maggiormente ai prestiti di qualche centinaio di milioni o di qualche miliardo per volta piuttostoché ai grandi prestiti di parecchie diecine di miliardi.

 

 

Suppongasi che in uno stato, in cui il risparmio nuovo annuo sale a 10 miliardi di lire e l’interesse corrente è del 6%, lo stato abbia d’uopo di fare un prestito di 20 miliardi di lire di denaro fresco. Per ottenere una somma siffatta, non basta ricorrere ai risparmi della borghesia minuta, dei piccoli impiegati, dei commessi di negozio, artigiani, operai e contadini; occorre fare appello anche alla grande borghesia, alla aristocrazia del denaro. Il capitalista, il quale ha disponibili 100.000 lire e sa che ne può ricavare altrimenti un reddito di 6.000 lire all’anno, male si adatterà ad imprestarle tutte allo stato accontentandosi di un reddito di 5.000 lire più la speranza di un possibile premio al rimborso. Egli sa far di calcolo e subito riconosce che l’operazione non gli sarebbe conveniente; onde per correre l’alea del premio, comprerà qualche obbligazione, ma vorrà investire il grosso del suo risparmio al tasso corrente del 6%.

 

 

I prestiti a premio sono dunque adatti per i piccoli investimenti unitari, piuttosto che per grossi investimenti patrimoniali.

 

 

Sezione terza

 

Garanzie speciali o garanzia generale per i prestiti pubblici?

 

485. – COME LE GARANZIE SPECIALI FOSSERO CONSUETE SOTTO I GOVERNI DI ANTICO REGIME – CADONO IN DISUSO COL DIFFONDERSI DELLA ONESTÀ TRA I GOVERNANTI -IL CONSOLIDAMENTO ED I GRAN LIBRI DEL DEBITO PUBBLICO. – È opportuno che i prestiti godano di una garanzia speciale su certe entrate o su di una parte del patrimonio dello stato? ovvero è preferibile che essi siano garantiti unicamente dall’impegno generale del bilancio o della fede pubblica?

 

 

La differenza tra i due metodi può trovare una analogia con la differenza esistente nel credito privato fra il credito reale garantito con ipoteca su una cosa immobile o con pegno su una cosa mobile, ed il credito personale garantito dalla parola del debitore, dalla sua onestà e solvibilità patrimoniale complessiva.

 

 

Per parecchi secoli innanzi al 1800 il metodo delle garanzie speciali era il più seguito.

 

 

486. – A Genova i capitalisti ottenevano, in cambio dei mutui fatti alla Repubblica, il possesso diretto di certi dazi o dogane od entrate (per es., quella della Corsica), sicché essi direttamente amministravano quei rami di pubblica entrata e ne godevano i frutti a guisa d’interessi sui prestiti concessi allo stato. Poiché tante amministrazioni separate riuscivano troppo dispendiose e complicate, esse furono riunite in una sola, la quale prese il nome di Banco di San Giorgio, che diventò l’amministratore, per conto dei creditori della Repubblica, delle entrate cedute da questa ai primi, in garanzia dei prestiti ricevuti. Il Banco amministrava le pubbliche entrate cedute od ipotecate, pagava col provento di esse gli interessi ai creditori e versava il rimanente all’erario pubblico.

 

 

A Venezia il medesimo ufficio fu tenuto dalle Scuole ed arti. A Milano si conosceva il Monte di Sant’Ambrogio, il quale mutò poi il nome in quello di Monte Napoleone e poi Monte Lombardo-Veneto.

 

 

In Piemonte alcuni redditi erariali e principalmente le gabelle ed i dazi esigibili nella città di Torino furono assegnati alla Compagnia di San Paolo ancora oggi esistente col nome di Istituto delle Opere Pie di San Paolo e poi al Monte di San Giovanni Battista. Nelle province il governo piemontese, non potendo assegnare le proprie entrate ad una corporazione di rappresentanti dei creditori – salvo che a Cuneo, dove si era creato il Monte del Beato Angelo, pur esso amministrato dalla città – lo stato usava vendere addirittura ai creditori singoli il diritto di esigere una data somma di tasso o d’imposta fondiaria dai proprietari di terreno. Ed accadeva perciò che un proprietario di fondi gravato di 100 lire di tasso annuo, imprestando 2.000 lire allo stato al 5%, comprava dallo stato il diritto di esigere da se medesimo il proprio tasso di 100 lire. Tutto ciò complicava i bilanci pubblici e menomava il credito dello stato. L’alienazione delle pubbliche entrate a favore dei creditori, seppure fatta colla clausola del riscatto, creava quasi uno stato nello stato e dava ai creditori la possibilità di lucri se l’entrata alienata fruttava più dell’interesse pattuito e lo stato non erasi riservato il supero eventuale dei proventi.

 

 

487. – Le garanzie avrebbero tuttavia potuto continuare a lungo se non fosse venuta meno nei capitalisti la sfiducia profonda che essi sentivano verso le promesse più sacre dei principi.

 

 

A poco a poco i governi videro la convenienza di essere onesti: si radicò in Europa il concetto che le entrate pubbliche non potessero essere alienate a privati; le amministrazioni speciali, i monti ed i banchi diventarono già nel diciottesimo secolo, delle pure forme senza sostanza, semplici rami dell’amministrazione statale del debito pubblico. Nel 1715, dopo la pace di Utrecht, l’Inghilterra riunì in un solo fondo, detto perciò consolidato (consolidated fund), i diversi debiti prima garantiti su speciali entrate (funds) pubbliche; e durante la Rivoluzione francese il governo rivoluzionario, avendo ridotto al terzo i vecchi debiti, tutti li riunì e li confuse, insieme coi nuovi, in una unica massa, inscritta sul gran libro del debito pubblico.

 

 

Tutti gli stati d’Europa seguirono un po’ per volta l’esempio francese abbandonando il metodo delle garanzie speciali.

 

 

Il debito oggi è garantito dalla legge, dalla fede pubblica, dall’interesse dello stato di osservare gli impegni assunti, dalle entrate tutte del bilancio.

 

 

Chi crede sia oggi ancora utile l’assegnazione di una entrata particolare al servizio del debito pubblico, erra, poiché, se lo stato si trova in disavanzo o vuol mancare di fede ai suoi creditori può medesimamente cancellare o ridurre l’iscrizione degli interessi nel bilancio suo generale, ovvero destinare ad altro fine reputato più urgente le entrate speciali che pure erano state ipotecate per il servizio del debito.

 

 

488. – ESEMPI MODERNI DI GARANZIE SPECIALI: LE DELEGAZIONI SULLA SOVRA – IMPOSTA E SUL DAZIO CONSUMO NEI COMUNI ITALIANI. – Le garanzie speciali si osservano soltanto in talune circostanze. Ne abbiamo un esempio in Italia nelle delegazioni sulla sovra – imposta fondiaria e sul dazio consumo che i comuni sono autorizzati a rilasciare alla cassa depositi e prestiti, alle casse di risparmio e ad altri enti indicati dal legislatore. Quando sono rilasciate queste delegazioni, gli esattori comunali debbono versare direttamente il provento delle entrate delegate, fino a concorrenza degli interessi dovuti, al creditore anziché alla cassa comunale, e lo versano perché se essi pagassero invece al comune dovrebbero versare una seconda volta al creditore che si presentasse munito della delegazione. Naturalmente l’esattore dovrà essere avvertito dell’esistenza della delegazione.

 

 

Le delegazioni possono per i comuni essere efficaci, poiché le autorità superiori tutorie e giudiziarie possono costringere il comune recalcitrante ad adempiere ai suoi obblighi verso i creditori. I comuni in Italia possono essere dichiarati anzi in stato di insolvenza – corrispondente al fallimento dei privati – ed essere sottoposti alla tutela di una commissione governativa speciale. Ma chi potrebbe costringere gli stati ad adempiere i loro impegni verso i creditori?

 

 

489. – LE COMMISSIONI INTERNAZIONALI DEL DEBITO PUBBLICO NEI PAESI A FINANZE DISSESTATE. – Alcuni stati a finanze avariate o dissestate, come la Turchia, l’Egitto, la Cina, il Marocco, la Grecia, prima della guerra del 1914-18 dovettero venire a concordato coi creditori; e consentirono che talune entrate pubbliche, principalmente le dogane ed alcuni monopoli, come il tabacco ed il sale, fossero amministrate da delegazioni dei creditori, nominate sia direttamente dai creditori, sia e più spesso dai governi od altri enti pubblici, a cui appartenevano i più forti gruppi dei loro creditori. A questi estremi si ridussero gli stati ora detti, anche perché la loro costituzione politica era poco solida o barbarica, salvo nel caso della Grecia, dove il controllo internazionale aveva carattere puramente finanziario, e dove le pubbliche finanze e l’economia nazionale si erano grandemente rafforzate dopo l’inizio del secolo presente fino al 1914. Cosicché le commissioni internazionali del debito pubblico istituite in Turchia, in Egitto, al Marocco, in Cina, finirono di diventare un vero stato nello stato, indipendente dal governo nazionale e minaccioso alla sovranità di esso. La concessione di garanzie speciali ai creditori pubblici è spesso un primo passo verso la perdita della propria indipendenza politica, ed uno stato che ha la consapevolezza della sua dignità fa ogni sforzo per non sottomettervisi.

 

 

Giova notare che l’opera di queste commissioni fu per lo più praticamente utilissima, poiché introdusse l’ordine, l’onestà, represse le frodi e gli abusi nella amministrazione delle entrate delegate.

 

 

I creditori della Turchia, dell’Egitto, della Cina, ottennero il puntuale pagamento degli interessi loro dovuti, e per la prudente amministrazione europea il reddito delle dogane e dei monopoli ipotecati aumentò per modo che le commissioni disponevano di ingenti sovra-redditi, i quali erano versati nelle casse degli stati posti sotto tutela.

 

 

In conseguenza della guerra, delle rivoluzioni cinesi, dell’indipendenza dello stato nazionale turco, le antiche prebelliche commissioni internazionali del debito pubblico hanno perso della loro importanza o sono addirittura scomparse. Il nuovo stato turco cerca di non riconoscere gli impegni assunti dagli antichi sultani; gli stati successori non consegnano le entrate pattuite.

 

 

D’altro canto, in conseguenza della guerra del 1914-18, sorsero e durarono per qualche tempo nuove commissioni internazionali di cui le più importanti sono state quelle, create per l’esecuzione del piano Dawes, per le riparazioni dovute dalla Germania ai vincitori. Queste commissioni, che si dissero dei pagamenti, delle ferrovie, delle banche d’emissione, ecc., esercitarono un certo controllo su talune entrate tedesche, allo scopo di assicurare il pagamento di annualità destinate a crescere da 1 miliardo a 2 1/2 miliardi di marchi-oro all’anno. Ma neanche esse durarono a lungo, sembrando intollerabili al sentimento di sovranità dello stato tedesco; e furono abolite quando entrò in vigore il piano Young per le riparazioni, a sua volta scomparso dopo l’instaurazione del regime nazional-socialista in Germania.

 

 

Sezione quarta

 

Uniformità o varietà dei tipi di debito pubblico?

 

490. – POSIZIONE DEL PROBLEMA – ASSURDITÀ DEL TIPO UNICO DATE LE VARIAZIONI DEI BISOGNI DELLO STATO, DELLE CONDIZIONI DEL MERCATO – LE MOMENTANEE CRISI, I DIVERSI GUSTI DEI CAPITALISTI – Una questione largamente dibattuta è quella della preferenza da darsi alla uniformità od alla varietà dei tipi di titoli di debito pubblico; questione mal posta, come l’altra analoga della preferenza da darsi alla grande o piccola proprietà, alla grande o piccola industria.

 

 

In economia non ci sono preferenze assolute. Bisogna preferire sempre la soluzione più conveniente in quel dato caso. Questo è il solo principio generale valido sempre.

 

 

È assurda la uniformità od unicità del tipo di debito pubblico:

 

 

a)    perché lo stato ha bisogni diversi che non possono essere soddisfatti con lo stesso tipo di debito. Quando ha d’uopo di ottenere una anticipazione per pochi mesi sul prodotto delle imposte dell’anno, sarebbe assurdo contrarre un prestito perpetuo, soccorrendo meglio il buono del tesoro a tre o sei o nove mesi. Quando si deve provvedere il capitale per la costruzione di una ferrovia, occorre ricorrere al prestito ammortizzabile in 50, 60 o 90 anni, quanto si suppone possa durare l’impianto ferroviario;

 

b)    mutano da un tempo all’altro le condizioni del mercato, sicché il saggio corrente dell’interesse può dal 5 discendere al 4,50, al 4, al 3,50 od al 3% e poi risalire al 3,50, al 4 od al 6%. Onde nuove perdite dello stato, il quale non sappia adattarsi alla realtà, ed invece di emettere ora del 5 ed ora del 4 o del 3,50 o del 3%, a seconda vuolsi per le condizioni del mercato, si ostini ad emettere sempre un 5%;

 

c)    nei momenti di crisi economica o finanziaria, in cui il saggio d’interesse oscilla fortemente e cerca, attraverso a mutazioni continue, uno stato d’equilibrio permanente, sarebbe pericoloso per ambe le parti fissarsi su un titolo ad un saggio d’interesse convenuto per un lungo tempo. Allora si impongono i buoni a scadenza fissa di 5 o 10 anni, i quali rispondono al provvisorio del momento e dovranno in seguito, a cose riposate, essere sostituiti da un titolo di carattere permanente;

 

d)    i gusti dei capitalisti sono svariatissimi. Gli uni amano la vita cosiddetta tranquilla delle rendite perpetue, gli altri, specie gli enti finanziari con impegni a scadenza fissa, preferiscono il tipo rimborsabile a scadenza fissa o per ammortamento in un dato periodo di tempo;

 

e)    i bisogni dei capitalisti sono pure svariati. Chi ha risparmiato 100.000 lire e le vuole impiegare in modo permanente, preferirà i titoli perpetui od a scadenza lontana; mentre chi ha disponibili 10.000 lire per qualche mese, fino al momento del consumo, acquisterà buoni del tesoro ordinari, con scadenza di 3, 6 o 9 mesi; e così via;

 

f)     i tipi di investimento bancari sono variabili. Al portafoglio commerciale venuto meno, le banche hanno interesse talvolta, ad es., dal 1930 in poi (cfr. sopra par. 444), a sostituire un portafoglio di buoni del tesoro. Perché lo stato dovrebbe rinunciare al vantaggio di ottenere dalle banche somme a mutuo ad interesse bassissimo contro sconto di titoli a breve scadenza?

 

 

Lo stato, il quale è un venditore di titoli, ha interesse a fabbricarli della specie che meglio è accetta alla clientela dei suoi capitalisti. Facendo così venderà i titoli al più alto prezzo possibile e ridurrà l’onere degli interessi e quindi delle imposte per i contribuenti.

 

 

491. – ASSURDITÀ DELLA MOLTIPLICAZIONE ECCESSIVA DEI TIPI. – Sarebbe però assurdo esagerare nella moltiplicazione di tipi di titoli del debito pubblico, cambiandone senza ragione capricciosamente il tipo ad ogni nuova emissione. Si devono seguire sì le variazioni del tasso dell’interesse dal 5 al 4,50 al 3,50%, ma sarebbe assurdo emettere titoli al 4,20, 3,90, 3,80, 3,70%.

 

 

È opportuno adattare il periodo di ammortamento delle obbligazioni redimibili alla durata dei valori od impianti in che il provento del prestito si è investito; e così può essere consigliabile la creazione di obbligazioni ammortizzabili in 30, 60 o 90 anni, a seconda dei casi, ma assurdo sarebbe il moltiplicare i periodi ed avere obbligazioni estinguibili in 29, 30, 31, 49, 50, 51, 52, ecc., anni.

 

 

492. – RISTRETTEZZA DI MERCATO DEI TITOLI TROPPO VARIABILI PER TIPO E MINOR PREGIO DEI TITOLI A MERCATO RISTRETTO. – La molteplicità eccessiva dei titoli restringerebbe, inoltre, troppo il mercato di ognuno di essi e, rendendone difficile la negoziazione, ne scemerebbe i corsi di borsa e quindi il prezzo di emissione. Un titolo invero dicesi avere un largo mercato quando ogni giorno ve ne sono forti quantità offerte in vendita e richieste per acquisti. Dalla molteplicità di transazioni sorge la possibilità di un prezzo corrente. Chi vuol vendere è sicuro di trovare un compratore, e chi vuol comprare è sicuro di trovare titoli sul mercato. Tra i prezzi di offerta ed i prezzi di domanda, tra la lettera ed il denaro vi ha uno scarto piccolissimo, spesso di soli 5 centesimi per ogni titolo da 100 lire. Ma il largo mercato si può formare solo quando di un titolo esiste una forte quantità, per esempio, 10 miliardi di lire. In caso vi è sempre chi vuol vendere per eredità, divisioni, nuovi investimenti e chi vuol comprare per opposti motivi. Dal gran numero di contratti nasce il prezzo facile e la facilità del negoziare.

 

 

Se invece vi sono moltissimi tipi di titoli e la circolazione e la consistenza totale di essi è di poche decine o poche centinaia di milioni di lire, il mercato non si può formare.

 

 

Quando un detentore vuole vendere uno di questi titoli a mercato ristretto, la sua offerta risuona per giorni e giorni, talvolta per settimane nelle sale di borsa senza trovare contropartita. Alla fine egli, scoraggiato, dà ordine al suo agente di cambio, di offrire per 98 e 97 ciò che era quotato nominalmente 100.

 

 

Viceversa, se a taluno accade di voler comprare uno di questi titoli rari, la sua richiesta rischia di cadere medesimamente nel vuoto. In quel momento nessuno si vuol disfare del titolo ed anche aumentando il prezzo di qualche lira, non si provocano vendite. Su questi titoli, lo scarto tra la lettera o prezzo di offerta e il denaro o prezzo di domanda può diventare notevole, forse di parecchie lire per ogni titolo da 100 lire.

 

 

È manifesto che lo stato ha interesse ad emettere titoli che godano di un ampio mercato, che siano negoziati attivamente a prezzi effettivi. Cotali titoli riescono più graditi ai capitalisti, i quali amano piuttosto di comprare un titolo il quale frutti il 0,25, forse anche il 0,50% di meno, pur di essere sicuri di poterlo rivendere in ogni momento.

 

 

493. – In Italia accanto alla vecchia ed alla nuova rendita 3,50% ed al nuovo consolidato 5% che, per la loro gran massa, godono di un mercato amplissimo e si possono vendere e comprare in pochi minuti con scarti minimi, esistono alcuni piccoli titoli, pure di stato, con mercato ristrettissimo. Ad esempio abbiamo una vecchia rendita che gode di tutti i privilegi della vecchia rendita 3,50% e che rende al lordo il 3 ed al netto da imposte il 2,40% d’interesse. Ebbene questa rendita è venduta e comperata difficilmente, ha un mercato ristretto ed il suo prezzo sta (fine del 1939) sulle 50 lire, ossia rende il 4,80% netto.

 

 

C’è dunque vantaggio a comperare il consolidato 3% lordo perché esso, essendo emesso al saggio lordo del 3% e netto del 2,40% di interesse è al sicuro, forse per secoli, e certo più di qualunque altro titolo, anche della rendita 3,50%, dalle conversioni, e gode di un margine di vantaggio di 50 lire al momento dell’ipotetico futuro rimborso a 100 lire. Infatti, perché lo stato possa minacciare il rimborso a 100 e quindi la conversione, occorre che il saggio di interesse si riduca dall’attuale (fine 1939) 6% circa al disotto del 2,40%, ad es. al 2%. Si può prevedere che prima di un lunghissimo periodo di tempo si abbia, nelle sconvolte condizioni odierne del mondo, a verificare tale incredibile ribasso per i prestiti a lunga scadenza? Ciò nonostante pochi si azzardano perché della rendita 3% lordo esiste una massa piccola: di poche centinaia di milioni. Essendo un titolo antico, è già tutto classato nei portafogli delle vecchie famiglie, ma quando capita ad esse di volerlo o di doverlo vendere, non si trova chi voglia comperarlo perché non è conosciuto, perché di esso ce n’è troppo poco sul mercato, perché se ne sente parlare di rado e qualche agente di cambio non sa nemmeno di che si tratti.

 

 

Sezione quinta

 

Tagli piccoli o tagli grossi?

 

494. – NOZIONE DEL «TAGLIO» – UNITÁ DI TAGLIO. – Problema assai piccolo in apparenza, ma praticamente di peso non lieve è la scelta tra i diversi tagli dei titoli. Dicesi «taglio del titolo» l’ammontare del valore nominale d’ogni titolo o certificato di debito rilasciato ai creditori dello stato.

 

 

L’unità di misura è sempre il centinaio di lire; ma il titolo può essere di molti tipi; e così vi sono prestiti per cui si emettono titoli a tagli di un valore nominale di 100, 200, 500, 1.000, 2.000, 5.000, 10.000 e 20.000; altri per cui il taglio più piccolo è dell’ammontare di 500 e 1.000 lire ed altri ancora i quali sono esclusivamente di taglio grosso, per esempio, 10.000, 20.000, 50.000 lire.

 

 

In Italia si emisero persino obbligazioni ferroviarie del taglio di 500.000 lire l’una.

 

 

495. – LA SCELTA TRA I TIPI DI TAGLIO DIPENDE DAL GENERE DELLA CLIENTELA -LA COMPOSIZIONE ARISTOCRATICA O DEMOCRATICA DEL CETO DEI CREDITORI DELLO STATO DETERMINA IL TAGLIO DEI TITOLI. – La scelta fra i diversi tipi di taglio è determinata dalla varia clientela a cui si vogliono vendere i titoli di debito dello stato. Se i probabili acquirenti sono grandi enti finanziari (casse di risparmio, società di assicurazioni), saranno preferibili i grossi tagli per non ingombrare di carta i forzieri di questi istituti e complicare la tenuta dei loro registri contabili. Questi enti preferiscono i grossi tagli sia per le anzidette ragioni pratiche, sia perché non hanno bisogno di avere dei tagli piccoli onde trovare acquirenti, essendo determinati a conservare i titoli comperati, sia ancora perché, essendo ogni titolo colpito in quasi tutti gli stati da un diritto di bollo fisso o lievemente graduato, i titoli di taglio grosso fanno risparmiare tasse.

 

 

Di solito i grossi prestiti non si possono tuttavia collocare tra i soli enti finanziari, occorrendo rivolgersi al gran pubblico dei capitalisti, il quale soltanto può assorbire i prestiti di parecchie centinaia di milioni o qualche miliardo di lire. Ed in tal caso è preferibile una opportuna varietà di tagli per soddisfare ai gusti ed alla potenzialità finanziaria dei diversi tipi di capitalisti. Vi sono i capitalisti grossi, i quali preferiscono i tagli da 10 e 20.000 lire, per le stesse ragioni per cui li prediligono gli istituti finanziari. I piccoli ed i medi capitalisti ricercano quasi soltanto i titoli di taglio basso, fra le 100 e le 5.000 lire, poiché rispondono meglio alla loro possibilità di investire un po’ per volta modesti risparmi nell’acquisto di titoli pubblici e più facilmente riescono a realizzare, in caso di bisogno, una parte dei loro investimenti, senza il fastidio di fare il cambio del grosso taglio in tagli piccoli.

 

 

496. – ERRORI NELLA DETERMINAZIONE INIZIALE DEI TAGLI. – Se lo stato erra nello stabilire la proporzione tra i diversi tipi di taglio, si verifica nelle borse uno scarto nel prezzo dei diversi tipi. Accade specialmente che i titoli a taglio piccolo abbiano un prezzo superiore ai titoli a taglio grosso. La rendita 3,50%, per esempio, era talvolta, prima del 1914, quotata a 100 lire quando il titolo aveva un taglio da 5.000 o maggiore; ed a 100,25 o 100,50 se il taglio era di 100, 500 o 1.000 lire. Il che si verificava quando era forte la domanda di titoli da parte dei piccoli risparmiatori.

 

 

497. – NECESSITÀ DELLA PERMUTABILITA’ TRA I DIVERSI TAGLI. – Lo scarto di prezzo tra i diversi titoli è in funzione della permutabilità di un tipo nell’altro. Un tempo, la rendita esteriore spagnuola 4% presentava alla borsa di Parigi scarti perfino di tre o quattro pesetas e ciò perché il numero dei titoli a taglio piccolo era limitato; né era possibile fare spezzare i tagli grossi in piccoli. I due tipi non erano, per così dire, vasi comunicanti. La distribuzione originaria non poteva essere mutata.

 

 

In Italia invece lo scarto è limitatissimo perché i tagli sono simili a vasi comunicanti: potendo il possessore di taglio grosso di 20.000 lire presentarlo alla direzione del debito pubblico e ottenere una somma uguale di titoli a taglio minore. E perciò la differenza di prezzo che qualche volta sussiste da noi dipende solo da ciò che i piccoli risparmiatori non comperano mai a termine, ma sempre a contanti. A differenza del forte risparmiatore il quale non ha difficoltà ad acquistare i titoli a termine, cioè per consegna a fine mese, il piccolo risparmiatore quando compera un titolo di rendita di 100, 200, 500 lire, vuole da una parte dare il denaro e dall’altra ritirare immediatamente il titolo. Siccome per effettuar il cambio dei titoli a taglio grosso in quelli a taglio piccolo occorre qualche mese, se nel frattempo diventa viva la ricerca di titoli a taglio piccolo, il prezzo di questi aumenta. Non si tratta di scarti notevoli; e quando si manifestano, hanno carattere provvisorio, finché collo spezzamento dei titoli non si sia ristabilita la perfetta comunicabilità fra i vari tipi.

 

 

Sezione sesta

 

Titoli nominativi o titoli al portatore?

 

498. – VARIE SPECIE DI TITOLI AL PORTATORE E NOMINATIVI IN DIFFERENTI PAESI. – È stato molto discusso il problema, cioè se allo stato convengano più i titoli nominativi ovvero quelli al portatore.

 

 

In Italia, ogni qual volta si è discusso su questo argomento, si è sempre ricordato dagli statisti che propugnavano la nominatività obbligatoria dei titoli, l’esempio dell’Inghilterra dove, si diceva, i titoli sono soltanto nominativi. Ed è vero che in questa materia si deve fare una netta separazione fra gli stati a tipo anglo-sassone e gli stati continentali. Sul continente europeo il tipo predominante del titolo di stato è quello al portatore, il quale ha acquistato grande popolarità. Tutti gli stati continentali d’Europa, si può dire, si sono modellati, nella emissione dei titoli, sul tipo francese, che è appunto il titolo al portatore. In Inghilterra invece e negli altri paesi anglo-sassoni il tipo del titolo predominante è quello nominativo.

 

 

Di titoli nominativi ne esistono diverse specie in Inghilterra; e due sono i tipi principali; abbiamo il titolo iscritto e il titolo registrato. Dicesi iscritto, quando sul gran libro del debito pubblico risulta il nome del possessore del diritto a riscuotere una certa rendita, senza che al possessore sia rilasciato alcun documento da cui l’iscrizione risulti. La Banca d’Inghilterra invia all’iscritto ogni 6 o 3 mesi l’interesse o rendita pattuita per mezzo di un assegno.

 

 

Dicesi invece registrato il titolo quando viene consegnato al possessore un documento dal quale risulta il nome e cognome del proprietario del titolo, l’indicazione della somma capitale e della rendita annua. Il titolo iscritto può essere trasferito dal proprietario ad altra persona mediante trascrizione del nome e cognome del nuovo possessore sul libro del debito pubblico e cancellazione del nome del primo possessore. Anche il titolo registrato può essere trasferito soltanto in seguito ad analoga operazione sul libro del debito pubblico; ma contemporaneamente viene ritirato il titolo antico e sostituito con uno nuovo al nome dell’acquirente.

 

 

Nel continente europeo il solo titolo nominativo conosciuto rassomiglia al titolo registrato inglese.

 

 

In Italia chi voglia vendere un titolo nominativo di debito pubblico deve prima chiedere la mutazione al portatore, consegnare questo all’acquirente, il quale, se lo crederà, chiederà a sua volta la rimutazione in un titolo nominativo iscritto al suo nome.

 

 

Negli Stati Uniti il titolo è solo apparentemente nominativo, in quanto sul libro del debito pubblico o sui libri dei soci per le società anonime viene bensì indicato il nome e cognome di una determinata persona, la quale risulta proprietaria del titolo, ed il cui nome e cognome è pure indicato sul titolo; ma il trasferimento del titolo avviene mercé girata in bianco firmata dall’originario iscritto, e successiva tradizione manuale per tutti i successivi trapassi. Sul libro del debito pubblico figura sempre come proprietario il primo iscritto fino al momento nel quale il nuovo possessore del titolo stesso, che potrà essere il secondo, il terzo, il quarto, ecc., che ha avuto il titolo per via di successivi trasferimenti, non si decide a riempire la girata in bianco e a presentare il titolo al tesoro per far iscrivere il suo nome sul libro del debito pubblico. Allora viene operata la voltura della iscrizione.

 

 

Il tipo ora descritto è nominativo esclusivamente pro forma, ed ha tutti gli inconvenienti del titolo nominativo senza avere i vantaggi del titolo al portatore. Per il titolo al portatore il possesso vale titolo. Il titolo non ha iscrizione di nome alcuno; rendita e capitale sono pagabili al portatore od esibitore. Il trasferimento è facilissimo perché basta la tradizione manuale del titolo, senza alcuna formalità, per effettuarne la vendita ad altra persona che ne diventa proprietaria.

 

 

Invece col sistema americano del titolo nominativo, i trasferimenti per girata in bianco sono facili sì, ma qualche complicazione può sorgere per il pagamento degli interessi. Infatti lo stato o la società emittente i titoli invia sempre gli assegni per il pagamento degli interessi semestrali o trimestrali al primitivo iscritto, alla persona cioè il cui nome e cognome è iscritto sul libro del debito pubblico o sul libro dei soci. Se costui non è proprietario del titolo, deve fare la girata dell’assegno al secondo possessore del titolo, e se questi pure l’ha venduto, fa la girata al terzo possessore e così via, fino a che si arriva all’ultimo attuale possessore del titolo. Le difficoltà in pratica sono eliminate dalla circostanza che spesso primi iscritti sono banche od istituti di credito i quali compiono anche l’ufficio di tenere in deposito i titoli stessi e così sanno subito quale è l’attuale possessore del titolo a cui va girato l’assegno per il pagamento degli interessi. Hanno grande importanza altresì negli Stati Uniti le Trust Companies; società fiduciarie le quali hanno lo scopo di amministrare i patrimoni dei privati. Molti dei titoli nominativi sono iscritti al nome delle Trust Companies, che rilasciano ai possessori effettivi certificati di deposito, i quali circolano come i titoli registrati inglesi. Tutto ciò fu necessario per togliere gli inconvenienti pratici del titolo nominativo. È certo perciò che, dal punto di vista della comodità dei possessori e della facile negoziabilità, il titolo al portatore è grandemente preferibile a quello nominativo.

 

 

499. – RAGIONI A FAVORE DELLA SOPPRESSIONE DEL TITOLO AL PORTATORE – IL PRECEDENTE INGLESE. – Bisogna eliminare preliminarmente un argomento di legislazione comparata. Contrariamente a quanto si affermava in Italia, in Inghilterra e negli Stati Uniti non esistono soltanto titoli nominativi.

 

 

Esistono prevalentemente titoli nominativi, ma accanto ad essi esiste anche il titolo al portatore. Lo stato può scegliere il tipo più conveniente ai suoi interessi. Lo stato inglese che prima emetteva soltanto titoli nominativi, per cui l’iscrizione al portatore era poco conosciuta, ha dovuto durante la guerra del 1914-18 anche appigliarsi ai tipi del titolo al portatore. Parte delle emissioni dei prestiti pubblici durante il periodo bellico è stata fatta al portatore: essendosi voluto che tutte le classi di cittadini contribuissero alla sottoscrizione dei forti prestiti emessi per le spese di guerra, anche lo stato inglese si trovò di fronte alla ripugnanza dei piccoli e medi sottoscrittori di veder iscritti il proprio nome e cognome sul gran libro del debito pubblico, soprattutto a causa delle difficoltà per la trasmissione dei titoli nominativi.

 

 

La scelta, che in Inghilterra si fa prevalentemente a favore del titolo nominativo, è determinata esclusivamente da ragioni di comodità; determinate da ciò che, da tempo, la moneta contante ha cessato di essere usata per la maggior parte delle contrattazioni ed è stata sostituita con assegni bancari. Si tiene cioè conto corrente con una banca e si paga per mezzo di assegni su questa banca.

 

 

Quando l’abitudine al pagamento per mezzo di assegni è universale, il tipo del titolo nominativo si presenta assai comodo, tutti avendo l’abitudine di ricevere per posta il pagamento degli stipendi, degli interessi dei prestiti, dei dividendi, ecc., per mezzo di assegni bancari, e di eseguirne gli incassi, non col presentare personalmente alla banca emittente l’assegno ma coll’inviarlo alla banca dove si tiene il proprio conto corrente per ottenerne l’accreditamento in proprio favore. In quel paese non si ama far coda due o quattro volte all’anno per incassare le cedole semestrali di interesse dei titoli di debito pubblico. Il servizio degli interessi è fatto con l’invio di assegni al domicilio dell’intestatario. Questa è stata la ragione fondamentale della nominatività dei titoli in Inghilterra. Mancava inoltre ivi una ragione di opposizione che altrove esiste alla nominatività, ed è la ragione fiscale. Troppo tenue era fino allo scoppio della guerra del 1914-18 l’imposta sul reddito, perché i possessori di titoli di debito pubblico o di azioni industriali fossero incoraggiati a preferire i titoli al portatore allo scopo di frodare le leggi.

 

 

Trattandosi di una scelta volontaria a favore dei titoli nominativi, essa non poteva costituire un precedente da invocarsi a sostegno della tesi che si dovessero sopprimere i titoli al portatore e rendere universalmente obbligatoria la nominatività. Il precedente inglese non sussiste.

 

 

500. – MOTIVAZIONE SOCIETARIA DELL’ABOLIZIONE DEI TITOLI AL PORTATORE. – In Italia una prima ragione positiva era addotta a favore della nominatività obbligatoria; ma essa valeva non tanto per i titoli di debito pubblico quanto per i titoli azionari emessi da società anonime. Si diceva cioè che la speculazione sui titoli era favorita dalla forma al portatore dei titoli. Era facile a coloro, che desideravano impadronirsi dell’amministrazione di una determinata società oppure far prevalere la loro volontà in una assemblea di azionisti, acquistare un gran numero di azioni prima della data dell’assemblea generale prendendo i titoli a riporto, cioè comperandoli per un mese e poi rivendendoli per la fine dello stesso mese. Con la piccola spesa del riporto, ossia di un premio, di due, tre o cinque lire, pagato al possessore dei titoli a titolo di nolo del titolo, essi intervenivano all’assemblea generale degli azionisti come proprietari dei titoli partecipando alle nomine degli amministratori ed alle deliberazioni più gravi per l’avvenire della società. I titoli al portatore avrebbero dunque favorito l’accaparramento delle società. Ciò non sarebbe accaduto se le azioni fossero state nominative perché, essendo esse iscritte al nome di una determinata persona, questa e non altra, avrebbe dovuto intervenire alle assemblee sociali. Ad impedire gli accaparramenti sarebbe stato bastevole vietare le deleghe e stabilire che potessero intervenire alle assemblee solo gli azionisti iscritti nel libro dei soci da almeno tre o sei mesi.

 

 

Il titolo al portatore, si diceva, rendeva inoltre più facile le manovre speculative dei ribassisti. Esiste, è vero, anche una speculazione al rialzo; ma questa eccita meno l’attenzione dei critici delle azioni al portatore.

 

 

La speculazione al ribasso è più facile quando i titoli sono al portatore perché i ribassisti possono vendere i titoli anche se non li posseggono: vendono allo scoperto, obbligandosi a consegnare i titoli a fine mese, perché sperano di poter prima della fine del mese ricoprirsi, cioè ricomperare i titoli ad un prezzo inferiore a quello al quale li hanno venduti, e così riscuotere una differenza. Astraendo da ciò che la riscossione di una differenza attiva è spesso un pio desiderio, potendo ben darsi che i titoli rialzino invece di ribassare, dicesi il titolo al portatore faciliti la speculazione ribassista, poiché, se anche alla fine del mese colui che aveva promesso di consegnare le azioni non le possiede, in un mercato di titoli al portatore è facile per costui prenderli a riporto (farseli imprestare) per un altro mese o due mesi, prorogando la sua operazione, perché sul mercato esistono sempre titoli al portatore disponibili, i quali volentieri sono dati a riporto allo scopo di avere per un mese il godimento del denaro e talvolta persino un premio. Così lo speculatore più tranquillamente può svolgere la sua operazione al ribasso, perché anche se non può acquistare a prezzo più basso il titolo entro il mese in cui deve consegnare, può aspettare tanto finché abbia potuto ricoprirsi ricomprando a prezzo più basso. Il ribassista cioè che ha venduto i titoli, senza possederli, per la fine di marzo, e si accorge, prima del giorno fissato per la consegna dei titoli, di non poterli ricomprare a un prezzo più basso di quello a cui li ha venduti, va in cerca sul mercato di un possessore di titoli il quale glieli presti per un mese.

 

 

Avutili in prestito, egli li consegna al venditore a fine marzo e resta obbligato a restituirli al mutuante alla fine di aprile. E così di seguito finché capita il momento opportuno per acquistare i titoli a più basso prezzo, consegnarli e riscuotere la differenza.

 

 

Le manovre al ribasso non sarebbero possibili, si afferma, se i titoli fossero nominativi perché non si potrebbero prendere in prestito provvisoriamente tanti titoli quanti ne occorrono per consegnare al compratore alla fine del mese. Infatti, quando i titoli fossero nominativi lo speculatore dovrebbe scovare uno per uno i possessori, ottenerne il prestito (riporto), far effettuare il trasferimento dal nome del possessore al nome del suo compratore, ecc., ecc. Tutte operazioni complesse e non rapidissime.

 

 

In tal modo le società per azioni sarebbero risanate con l’adozione dei titoli nominativi perché alle assemblee generali interverrebbero soltanto i veri e propri azionisti della società; questi solamente delibererebbero sugli affari sociali e sceglierebbero persone di loro fiducia, come amministratori, rappresentanti così dei veri proprietari.

 

 

Analoghe argomentazioni sono addotte in Italia anche per i titoli di stato se non per quanto riguarda la scalata alle amministrazioni, almeno per quanto tocca la speculazione al ribasso. In certi momenti la esistenza di una grossa massa di titoli al portatore facilita l’azione di coloro che vogliono far ribassare il titolo stesso per denigrare lo stato, per diminuire il suo credito, per provocare delle crisi interne, ecc.

 

 

Queste argomentazioni hanno il molto limitato valore che è proprio dei pronostici sull’avvenire. Che cosa accadrebbe nel nostro paese se i titoli diventassero nominativi? Non ne sappiamo niente. Si possono soltanto fare previsioni probabilmente in tutto disformi dalla realtà.

 

 

Una forma di ragionamento più logica sembra quella di vedere se anche in quel paese dove esistono di fatto o prevalentemente titoli nominativi, si verifichino quegli inconvenienti che si dice essere in Italia la conseguenza esclusiva o quasi esclusiva del titolo al portatore; ed, ove esistano, a quali cause debbano essere attribuiti. Se il titolo al portatore fosse davvero la causa degli inconvenienti lamentati, quali la speculazione al ribasso, l’accaparramento delle azioni, lo scredito dello stato, ecc., queste conseguenze non si dovrebbero verificare nel paese dove i titoli al portatore non sono conosciuti.

 

 

Se invece gli inconvenienti esistono anche laddove sono prevalenti i titoli nominativi, non pare sia legittima la affermazione che essi siano l’effetto di una causa che là non esiste, cioè del titolo al portatore. Dovrebbero essere attribuiti ad altre cause, che forse sono comuni a tutti i paesi sia che esistano titoli al portatore o titoli nominativi.

 

 

Da questo punto di vista la storia finanziaria dell’Inghilterra, che è il solo paese a cui si può fare appello in questo campo, è grandemente istruttiva. Non lo sarebbe altrettanto l’esperienza americana, perché è bensì vero che negli Stati Uniti si sono verificati accaparramenti di azioni, speculazioni al ribasso, come nei paesi dei titoli al portatore; ma la esperienza non sarebbe probante, avendo noi sopra dimostrato che sotto il nome di titoli nominativi corrono titoli al portatore imperfetti sì, ma al portatore. Invece in Inghilterra fino allo scoppio della guerra del 1914-18 dominarono e tuttora dominano davvero i titoli nominativi; se perciò i malanni sopra descritti fossero dovuti davvero ai titoli al portatore, essi non si sarebbero dovuti verificare. La storia britannica invece è piena di movimenti speculativi in grande stile. Forse che in Inghilterra non si sono verificati accaparramenti di azioni, speculazioni di titoli nelle diverse epoche a seconda del genere dell’industria che in quel momento era in fiore? Forse che in Inghilterra nel diciottesimo secolo non sono state famose le speculazioni della società del mare del sud le cui azioni furono spinte ad altezze vertiginose e rovine innumerevoli furono sparse? Forse che non è indigena all’Inghilterra la teoria delle crisi decennali? Forse che nel 1836, nel 1848, nel 1857, nel 1873, nel 1882, nel 1891, nel 1927-28, per citare solo alcune date famose, non si svilupparono nella borsa di Londra speculazioni frenetiche con accaparramento di titoli su vasta scala? A volta a volta la speculazione si gittò sulle ferrovie, sulle miniere d’oro del Transvaal, sulle piantagioni di gomma elastica; e si produssero effetti uguali, su scala più vasta, a quelli che si sono verificati in Italia. Denunce di speculatori di basso conio, di ribassisti, di colpi di borsa, sono frequenti in ogni paese. Inganni come quello che prese nome da Hatry a Londra, e condussero ai lavori forzati gli autori, furono possibili, nonostante i titoli nominativi. Non sembra si possa affermare che la forma del titolo nominativo sia una salvaguardia contro le speculazioni. Certi colpi di borsa sono anzi più facili col titolo nominativo che con quello al portatore. Un gruppo di amministratori può, spargendo notizie catastrofiche su una società e vendendone le azioni allo scoperto in borsa, indurre speculatori a vendere anch’essi nell’aspettativa del ribasso. Dove esistono titoli al portatore, è facile trovarne a prestito (riporto) per consegnare i titoli venduti. Dove non esistono, gli amministratori, ostacolando i passaggi di intestazione, possono rendere impossibile agli speculatori estranei di consegnare i titoli venduti e costringerli a coprirsi acquistandoli dagli amministratori medesimi a qualunque prezzo piaccia ad essi di stabilire. È evidente perciò che gli inconvenienti lamentati derivano da cause più profonde, compatibili ugualmente col titolo nominativo e col titolo al portatore.

 

 

Una e principalissima è che gli azionisti poco si curano dei loro interessi e non vanno mai alle assemblee delle società anonime. In mancanza di interessamento degli azionisti, le assemblee delle società sono in mano dei pochi che sono presenti a queste assemblee, siano azionisti veri o accaparratori del maggior numero di azioni a riporto od amministratori che si fanno consegnare mandati per rappresentare gli azionisti assenti, imponendo così alla società le direttive che essi ritengono più vantaggiose. Che colpa ha il titolo al portatore se ci sono persone noncuranti dei propri interessi, le quali si disinteressano completamente della società di cui sono azionisti, e non si danno alcun pensiero di nominare amministratori di propria fiducia, ma preferiscono, in luogo di questa cura oculata lungimirante dei propri interessi, il guadagno immediato di una o cinque lire di premio ottenuto col dare le proprie azioni a riporto? Un azionista che ha ceduto le proprie azioni a riporto ed ha rinunciato al diritto di far valere la propria voce nell’assemblea generale della società a cui egli è interessato, grazie ad un premio di 2, 3 o 5 lire, ha rinunciato al proprio diritto di sovranità ed ha volontariamente consegnato il proprio patrimonio in balia di terzi, di cui forse non conosce la onestà, saggezza e capacità di amministrare. Se poi la società è male amministrata contrariamente ai suoi interessi o se la società fallisce, egli non se ne deve lamentare perché così ha voluto.

 

 

Altra causa è l’esistenza di risparmiatori, i quali impiegano a caso, per sentito dire, per imitazione altrui, i propri risparmi in azioni di società, di cui non sanno nulla, del cui operato essi non sono atti a formarsi un ragionato giudizio critico. Simili a pecore, codesti azionisti corrono laddove sperano, ingordamente e scioccamente, ottenere grossi dividendi ed aumenti di prezzo delle azioni in borsa; disdegnano le azioni di società serie, le quali lavorano in silenzio e distribuiscono profitti moderati, sebbene lentamente crescenti; e fuggono disordinatamente, svendendo i loro titoli, su voci catastrofiche diffuse ad arte. Finché vi sono molti di codesti azionisti, essi sono destinati ad essere vittime di speculatori disonesti, qualunque sia il tipo del titolo posseduto.

 

 

501. – INCONVENIENTI ECONOMICI DEL TITOLO NOMINATIVO. – Dal punto di vista economico il titolo nominativo richiede, per la sua facile negoziabilità, una struttura di borsa molto più perfezionata di quello che non sia per ora da noi. La grandissima perfezione e la rapidità straordinaria raggiunta in Inghilterra nella trasmissione dei titoli nominativi è il frutto di due secoli di esperienza: i venditori riescono a riscuotere quasi subito il prezzo ed i compratori in tre o quattro giorni dalla liquidazione, che avviene alla metà ed alla fine di ogni mese, ricevono il nuovo titolo od ottengono la nuova iscrizione al loro nome. Tutto ciò è frutto di una tecnica perfezionata che è impossibile organizzare rapidamente. Supponiamo che in un paese come l’Italia, abituato fin qui ai titoli al portatore, fosse decretata la obbligatorietà dell’iscrizione al nome, e limitiamoci ai titoli di stato. Forse neppure un quinto dei titoli di debito pubblico nostro è iscritto al nome. I possessori di titoli nominativi quando intendono effettuarne il trasferimento ad altra persona, epperciò chiedono la trasformazione del titolo nominativo in titolo al portatore, devono passare attraverso una procedura che nelle condizioni più favorevoli, quando non esistono difficoltà di nessuna specie, cioè il titolare del titolo nominativo è persona pienamente capace di diritto, ne richiede personalmente la trasformazione e sul titolo stesso non sono trascritti vincoli di nessuna specie, richiede uno spazio di tempo di circa due mesi.

 

 

In regime di nominatività obbligatoria la procedura sarebbe un po’ più complicata, in quanto non bisognerebbe cancellare soltanto la iscrizione nominativa e compiere la tradizione manuale del titolo al portatore, ma bisognerebbe iscrivere al suo posto il nome dell’acquirente, il che certo non richiederebbe un termine di tempo più breve di quello di due mesi. Ciò nell’ipotesi più favorevole: se il titolo è vincolato per usufrutto a favore di persona diversa dal titolare, o se colui, al cui nome il titolo è iscritto, è morto, non bastano più due mesi, ma occorrono quattro, cinque e anche sei mesi, prima di ottenere il trasferimento a favore dell’avente diritto. In caso di assenti, di minorenni, di enti morali, le formalità sono necessariamente minuziose e lentissima la procedura.

 

 

Se questa procedura, invece che su un quinto dovesse compiersi sull’intiera massa, e sul resto degli altri titoli di debito pubblico degli enti minori, quasi tutti al portatore, essa richiederebbe un tempo necessariamente maggiore, sia provvisoriamente durante il tempo necessario alla organizzazione amministrativa del servizio su una scala tanto più ampia; sia permanentemente, essendo presumibile che il titolo al portatore sia oggi preferito nei casi complicati di rapporti di interesse per cui l’iscrizione al nome creerebbe troppe difficoltà per la rapida trasmissibilità del titolo da una persona all’altra. La ragione d’essere del titolo mobiliare è appunto la facile trasmissibilità; e conviene riflettere molto prima di ostacolarla senza assoluta necessità.

 

 

Ancora. Nei paesi continentali il titolo al portatore ha una funzione di primo ordine per ciò che si riferisce al collocamento dei titoli. È una illusione immaginare che qualunque titolo sia pubblico che privato possa facilmente essere collocato, o come dicesi, classato nei portafogli dei risparmiatori. Un titolo nuovo non è mai classato subito: occorre che passi attraverso ad un periodo di introduzione. Il risparmiatore non si azzarda ad investire i propri risparmi in modo definitivo in un titolo che non conosce. Epperciò è necessario che il titolo sia tenuto speculativamente per un certo periodo di tempo. In una certa misura in Italia anche il consolidato 5% ha avuto questo periodo di esperienza, di assestamento e solamente dopo qualche anno dalla sua introduzione ha potuto classarsi nei portafogli dei risparmiatori.

 

 

Per un titolo nuovo, appena emesso, la speculazione è necessaria per tenerlo a galla fino a che giunga il momento in cui esso riscuota la fiducia dei risparmiatori e entri nei portafogli dei privati. È necessario che il titolo sia conservato dalle banche le quali lo hanno comperato in un primo momento e poi via via lo danno in vendita alla propria clientela. È necessario che ci siano di quelli i quali si interessano speculativamente al titolo e lo comperano all’atto della sua emissione, conservandolo per un certo periodo di tempo, finché giunge il momento opportuno per rivenderlo quando goda la fiducia dei risparmiatori. Così il nostro consolidato 5% che era ribassato fino a 67, fu comperato dagli speculatori, i quali lo conservarono fino a che si presentò l’occasione favorevole, quando nei risparmiatori rinacque la fiducia nel titolo, per rivenderlo a prezzi crescenti, da 70 sino oltre la pari.

 

 

Il pubblico compra i titoli quando rialzano e fugge quando ribassano. Ma gli speculatori non possono spesso, durante il periodo di conquista della clientela, tenere i titoli con capitali propri: gli speculatori non sono per lo più capitalisti, provveduti di forti somme proprie da investire. Di solito essi tengono i titoli con denari non propri; e se li procurano dando i titoli stessi a riporto. I riporti poi vengono prorogati di mese in mese, fino a che capita il momento opportuno per vendere i titoli. Lo speculatore, che vuole acquistare un titolo che vale oggi 90 ed egli spera possa aumentare a 100, cerca un capitalista il quale abbia 90 lire disponibili e che non voglia comperare titoli, ma fare un impiego a interesse fisso del proprio capitale; gli dà in garanzia il titolo, quindi riceve a mutuo la somma occorrente per pagare il titolo stesso. Il capitalista ha in mano la garanzia data dal titolo, di più ha la garanzia dello speculatore il quale ha promesso di rimborsare le 90 lire alla fine del mese. È una delle forme più sicure d’impiego. Ma è chiaro che le banche od i capitalisti, i quali fanno queste operazioni di mutuo su pegno di titoli (così detto contratto di riporto), vogliono avere in mano non un titolo iscritto al nome di un Tizio e neppure di se stessi; essi vogliono invece avere un titolo al portatore che dia loro l’assoluta garanzia di negoziabilità immediata e libera. Se dovessero chiedere intestazioni e disintestazioni, il pegno sarebbe meno sicuro o gradito.

 

 

Se non esistesse il meccanismo dei riporti e della speculazione, sarebbe difficile riuscire a collocare titoli nuovi. Tanto lo stato quanto le società private si troverebbero in serie difficoltà per collocare i titoli, se questi fossero tutti nominativi, perché mancherebbe la base che permette il collocamento provvisorio dei titoli in attesa che i titoli abbiano acquistato la fiducia del pubblico.

 

 

Può darsi che col tempo si possa creare sul continente un meccanismo simile a quello che funziona in Inghilterra. Ma finché esso non esista, la nominatività obbligatoria sarebbe un vero e proprio salto nel buio.

 

 

502. – IL PROBLEMA FISCALE DELLA NOMINATIVITÀ. – Il problema finanziario del titolo al portatore si presenta soltanto col sistema di tassazione personale. Già sappiamo che col sistema di tassazione reale non esiste il problema finanziario del titolo al portatore (vedi quanto è stato detto ai par. 172 e segg. e 376 e segg.). Nel sistema della tassazione reale questa si fa ad aliquota costante qualunque sia l’ammontare del reddito. È indifferente sapere se il reddito sia 100 o 1.000; la tassazione deve essere sempre del 10 o del 20 o del 30%. Non importa perciò conoscere il nome del possessore del titolo. La tassazione può avvenire perfettamente sia presso il possessore del titolo, sia normalmente alle origini presso colui che paga l’interesse o il dividendo. Nel sistema della tassazione reale chi paga l’imposta, per conto del possessore del titolo, è il comune, la provincia e la società anonima.

 

 

Per i titoli di stato non immuni da imposta la tassazione avviene anzi per ritenuta. Ogni frode tributaria è così perfettamente impossibile. Colui il quale affermasse che i titoli al portatore frodano l’imposta di ricchezza mobile, dimostrerebbe solo la propria ignoranza della legge tributaria, essendo impossibile che il titolo al portatore possa frodare una imposta pagata non dal portatore del titolo, ma dalla società o dal comune o dall’ente in genere emittente il titolo.

 

 

Il problema si presenta esclusivamente in regime di tassazione personale. Le imposte di questo sistema di tassazione erano prima della guerra del 1914-18 soltanto l’imposta di successione per lo stato e l’imposta di famiglia per i comuni. Durante la guerra si è aggiunta a queste l’imposta patrimoniale straordinaria a tipo personale. Adesso si può dire che il problema è importante soprattutto per la nuova imposta complementare sul reddito attuata dall’1 gennaio 1925, perché l’imposta straordinaria sul patrimonio si pagava in rapporto al patrimonio che esisteva all’1 gennaio 1920, epperciò le indagini non avrebbero ora importanza, essendo difficile poter da tale notizia dedurre quanto ogni singola persona possedeva nel 1920; potendosi nel frattempo essersi verificate mutazioni profonde nelle condizioni economiche del contribuente. Del resto l’imposta patrimoniale straordinaria del 1920 è venuta meno, per il decorrere del tempo della sua applicazione colla fine del 1938; sicché oggi è irrilevante rispetto al problema qui discusso. La questione del titolo al portatore non interessa gran fatto neanche l’imposta di famiglia, la quale è applicata soltanto dai comuni di minore importanza, sulla base principalmente di indici esteriori delle condizioni economiche della famiglia. In sostanza perciò il problema interessa soltanto l’imposta complementare progressiva sul reddito e l’imposta sulle successioni e donazioni. Rispetto a quest’ultima l’importanza del problema non pare grande finché le successioni tra genitori e figli, ossia le più numerose, rimangono, salvo nei casi di figli unici, esenti.

 

 

Nel sistema dell’imposta personale l’esistenza del titolo al portatore può essere feconda di danno, riposando il sistema sulla possibilità che per tutti i contribuenti si conosca l’ammontare del reddito complessivo. Se ammettiamo che alcuni contribuenti possano nascondere i loro redditi – e finché esistono titoli al portatore è agevole nasconderli – noi abbiamo un sistema di imposta personale progressiva zoppicante. Ci saranno coloro che hanno il reddito composto di elementi visibili, come gli impiegati pubblici, i proprietari di terreni e di fabbricati e questi saranno tassati sull’intero loro reddito. Invece coloro che posseggono soltanto o in prevalenza redditi derivati da titoli al portatore, riescono non di rado ad essere tassati nei gradi minimi o a non esserlo affatto se i loro redditi visibili sono inferiori alle 6.000 lire all’anno. La occultazione dei redditi dei titoli al portatore rende difficile l’esistenza di un’imposta personale progressiva sul reddito, la riduce ad un’ombra di se stessa, ad una forma di tassazione sperequata e più ingiusta di una tassazione reale: perché questa almeno colpisce tutti i redditi, sia pure con una tassazione costante del 10%; laddove l’imposta personale, che dovrebbe variare dall’1% al minimo per i redditi di 6.000 lire nette o di 3.000 lire imponibili fino al massimo del 10% per i redditi di 1 milione o più, acquista una distribuzione puramente casuale, dipendente in gran parte dal modo con cui ognuno ha ripartito i propri redditi tra fonti visibili e invisibili.

 

 

Dal punto di vista della giustizia tributaria è dunque perfettamente comprensibile la domanda di quelli che desiderano l’abolizione dei titoli al portatore. Finché ci sono titoli al portatore il sistema della distribuzione personale dell’imposta funziona mediocremente. Qui si pone la domanda se il sistema personale di distribuzione dell’imposta sia cosiffattamente importante ai fini dell’equa distribuzione dell’imposta, da francare la spesa di attuarlo a costo della soppressione dei titoli al portatore. Non pare. Il peso delle imposte personali (complementare sul reddito, addizionale di essa per i celibi, e successoria) non supera la proporzione del 3 al 4% del totale provento tributario. Non pare valga la pena di riformare per così poco l’assetto del nostro sistema di titoli mobiliari.

 

 

Finanziariamente, bisogna paragonare il gettito dell’imposta complementare sul reddito con gli oneri che la nominatività obbligatoria imporrebbe al pubblico. Se i contribuenti versassero, per esempio, allo stato, 300 milioni di lire, e fossero poi soggetti ad altri costi, per trapassi, mancate comodità di anticipazioni su titoli, difficoltà di collocamento, ecc., per altri 300 o 400 milioni, il costo complessivo dell’imposta sarebbe eccessivo.

 

 

Finalmente, sempre dal punto di vista fiscale, lo stato può premunirsi ad usura (cfr. par. 382) contro ogni danno derivante dal titolo al portatore, trasformando l’attuale imposta sugli interessi e dividendi dei titoli al portatore in una vera surrogatoria delle due imposte personali di stato (complementare e successoria), generalizzandola a tutti i titoli, anche di stato; e fissandola in una aliquota uguale alla somma, ridotta comparabile, delle aliquote massime delle due imposte surrogate, da cui il titolo al portatore dovrebbe essere dichiarato esente. Né, in avvenire, le aliquote massime delle due imposte personali surrogate e quella della imposta ad esse surrogatoria dovrebbero essere fatte variare le une indipendentemente dalle altre. Rialzando o ribassando le prime dovrebbero rialzare o ribassare le seconde, così da conservare parità di trattamento fra i redditi nominativi e quelli al portatore.

 

 

503. – CONCLUSIONE. – Riassumendo, la coesistenza dei due tipi di titoli nominativi ed al portatore, a scelta del risparmiatore, è opportuna:

 

 

1)    perché dal punto di vista economico, il titolo al portatore è più comodo di quello nominativo, più facilmente negoziabile;

 

2)    perché il titolo al portatore si presta meglio ad ottenere su di esso prestiti con contratti di riporto o di anticipazione;

 

3)    perché è più facile allo stato ottenere, nell’ora del bisogno, larghe sottoscrizioni, quando il sottoscrittore sa che, occorrendo, potrà facilmente ottenere prestiti sul titolo o alienarlo;

 

4)    perché il titolo al portatore consente alle banche ed alla speculazione di assumere grossi blocchi di titoli di stato all’atto della sottoscrizione, per la speranza di poterlo rivendere in seguito a più alto prezzo; e possono far ciò perché la forma al portatore consente di ottenere a mutuo le somme necessarie per tenere il titolo durante il periodo di classamento;

 

5)    perché i vantaggi economici della nominatività sono nulli; ed il vantaggio fiscale, che è effettivo, si riferisce solo alle imposte personali ed ha, principalmente oggi in Italia, una portata concreta assai modesta;

 

6)    perché ogni danno al tesoro può essere facilissimamente compensato con la istituzione di una imposta surrogatoria alle imposte personali.

 

 

Sezione settima

 

Della emissione o vendita ai capitalisti dei titoli di debito pubblico

 

504. – SISTEMA MISTO DELLA PUBBLICA SOTTOSCRIZIONE CON LA GARANZIA DI UN CONSORZIO ASSUNTORE – OPPORTUNITÀ DI FISSARE DUE PREZZI PER I TITOLI CONCESSI AD UN CONSORZIO BANCARIO: PREZZO DI CONCESSIONE AL CONSORZIO E DI EMISSIONE AL PUBBLICO. – Metodo spesso seguito nella vendita dei titoli al pubblico è quello di affidare l’emissione ad un consorzio bancario, fissando però contemporaneamente il prezzo a cui il consorzio dovrà offrire i titoli ai capitalisti in pubblica sottoscrizione.

 

 

Così, ad esempio, si può stabilire che il prestito di 1 miliardo di lire nominale al 5% sia concesso ad un consorzio a 98 e debba essere offerto dal consorzio ai capitalisti a 99 in pubblica sottoscrizione. Ciò vuol dire che:

 

 

a)    il consorzio assume il prestito e si obbliga di versare allo stato il 98% dell’ammontare nominale di esso, ossia 980 milioni di lire;

 

b)    il consorzio dovrà offrire ai capitalisti il prestito al prezzo di 99 lire per ogni 100 nominale;

 

c)    rimane determinato nell’ 1% ossia in 10.000.000 di lire il lucro massimo che il consorzio potrà ricavare dall’opera sua di intermediazione.

 

 

 

Il sistema che ora si è descritto dicesi della pubblica sottoscrizione con garanzia di un consorzio assuntore.

 

 

Durante la guerra del 1914-918 non si trovarono però consorzi bancari disposti a garantire il successo dell’emissione di prestiti di 5, 10, 20 miliardi di lire. Per lo più i consorzi si limitarono a garantire un minimo, salvo la vendita di quantità superiore, se il prestito aveva successo.

 

 

505. – IL PROBLEMA DELLA RIPARTIZIONE DEI TITOLI OFFERTI TRA I SOTTOSCRITTORI NEL CASO CHE LA SOMMA SOTTOSCRITTA SUPERI LA OFFERTA – INCONVENIENTI DELLA RIPARTIZIONE PRO – RATA. – Le norme più importanti riguardo alle pubbliche sottoscrizioni che si verificano in tempi normali di pace, sono quelle che hanno tratto alle diverse maniere di ripartizione dei titoli tra i sottoscrittori. È ben difficile invero che alla offerta di 1 miliardo di lire di titoli da parte dello stato risponda precisamente la richiesta di 1 miliardo da parte dei capitalisti. Qualche volta sarà inferiore ed il più spesso superiore.

 

 

Il problema più difficile da risolversi si ha quando le sottoscrizioni superano l’ammontare di titoli offerto in vendita dallo stato. Suppongasi che contro l’offerta di 1 miliardo di lire vi sia una richiesta di titoli da parte dei sottoscrittori di 2 miliardi di lire.

 

 

Come verranno soddisfatte le domande dei sottoscrittori, dato che intieramente non è possibile soddisfarle?

 

 

Il metodo più semplice sarebbe quello che consiste nel ridurre proporzionalmente tutte le sottoscrizioni, in guisa da eguagliare la quantità offerta in vendita dallo stato; nel caso nostro dovendosi ridurre tutte le sottoscrizioni del 50% così da consegnare ai sottoscrittori solo quel miliardo di titoli che si vuole collocare.

 

 

In realtà il metodo non è conveniente; poiché non tiene conto dell’indole diversa delle grosse e delle piccole sottoscrizioni. Il grosso sottoscrittore, probabilmente un banchiere, od intermediario, il quale ritiene di conoscere il mercato e prevede, a torto od a ragione, che al prestito sarà riservata una accoglienza favorevole, sicché egli ha speranza quasi sicura di poter subito rivendere a 100 ciò che ha avuto per sottoscrizione a 99 lire, che cosa fa? Volendo ottenere 1 milione di lire di titoli sottoscrive per 2 milioni di lire. Alla resa dei conti, siccome si verificherà che le sottoscrizioni raggiunsero i 2 miliardi di lire, contro un’ offerta di titoli di 1 miliardo, tutte le sottoscrizioni saranno ridotte alla metà; ed anche il nostro grosso sottoscrittore vedrà ridotta la sua sottoscrizione da 2 milioni ad 1 milione di lire. Ma 1 milione di lire era appunto la somma da lui desiderata; ad ottenere la quale egli aveva raddoppiata la cifra da lui sottoscritta, ben sapendo che i colleghi suoi e le altre banche avrebbero fatto altrettanto.

 

 

Costoro, ingrossando sulla carta le loro sottoscrizioni, ottennero altresì l’effetto di tenere indietro i medi ed i piccoli sottoscrittori, i quali intendono acquistare per tenerli i titoli sottoscritti. Il medio risparmiatore il quale ha 100.000 lire e vorrebbe investirle nei titoli offerti dallo stato, non osa aumentare la sua sottoscrizione a 200.000 lire, anche se, prevedendo che l’esito del prestito sarà brillante, teme una riduzione. Egli teme di essere preso sulla parola e di vedersi assegnate tutte le 200.000 lire sottoscritte, nel qual caso si troverebbe, possedendo solo 100.000 lire, in imbarazzo non sapendo come ritirare le restanti 100.000 lire. Forse egli si spingerà sino a 120.000 lire; e riceve la metà ossia 60.000 lire, e cioè sempre 40.000 lire di meno della somma da lui desiderata.

 

 

Il piccolo risparmiatore, il quale possiede solo 10.000 o 1.000 lire, non si azzarderà a sottoscrivere per una somma maggiore della posseduta. Gli parrebbe di correre una gravissima alea e di mettersi in imbarazzi senza fine; sicché egli riceverà solo 5.000 o 500 lire di titoli, rimanendogli ancora altrettanto capitale disponibile.

 

 

L’esempio ora fatto era impostato sull’ipotesi moderata che le sottoscrizioni giungessero al doppio dell’offerto e dovessero perciò tutte ridursi alla metà.

 

 

Ma accade talvolta che le sottoscrizioni siano 10, 20, talvolta 50 e persino 100 volte superiori all’offerto.

 

 

Supponiamo che queste riescano 50 volte superiori al richiesto. La banca che voleva 1 milione ed ha sottoscritto per 50 milioni – depositando 10 milioni che le sono subito dopo pochi giorni restituiti – ottiene un cinquantesimo del sottoscritto, ossia appunto il milione che voleva. Il piccolo risparmiatore, invece, il quale voleva avere per 10.000 lire di titoli e sottoscrisse per 10.000 o forse per 20.000 lire – ma gli parve di aver fatto un salto nel buio e stette per alcuni giorni in affanno per la paura di esser preso sul serio – riceverà un cinquantesimo di 10.000 o 20.000 lire, ossia 200 o 400 lire. Ossia una quantità piccolissima di titoli, che gli è inservibile, obbligandolo alla stessa fatica di amministrazione di una partita assai più grossa e che egli si affretterà, disgustato, a vendere, ove lo possa fare senza perdita. Quando sui giornali si legge di un prestito pubblico, brillantemente riuscito in cui l’ammontare offerto in vendita fu coperto 10, 20 o 50 volte dalle sottoscrizioni, si può essere quasi sicuri che nell’interesse pubblico un successo meno brillante sarebbe stato più opportuno e che le sottoscrizioni grosse furono ingrossate dai grossi capitalisti e dalle banche per assorbire tutto il prestito. I medi ed i piccoli risparmiatori, chiusa la sottoscrizione, dovranno andare dagli intermediari ad acquistare, pagandoli una o due lire di più per cento, i titoli che non poterono ottenere direttamente dallo stato; e spesso, ammaestrati dall’esperienza non si recano neppure a sottoscrivere, ma aspettano di poter acquistare dal banchiere di cui sono clienti, la quantità desiderata di titoli, sia pure ad un prezzo alquanto maggiore.

 

 

Si deve concludere che siffatto modo di ripartire i titoli, in guisa cioè ugualmente proporzionale per tutti, non è conveniente per l’erario in quanto raggiunge precisamente l’effetto opposto a quello voluto, che è di classare subito i titoli piuttosto fra i risparmiatori per impiego definitivo che fra gli intermediari, acquirenti a scopo di rivendita. E tale effetto è voluto dallo stato, il quale preferisce avere i suoi titoli collocati al più presto possibile tra i definitivi detentori, che se li terranno cari; e non desidera che essi si fermino presso gli intermediari, sempre pronti a rivenderli. Il prezzo del titolo è più stabile e alto nel primo caso e il credito dello stato risulta migliore.

 

 

506. – METODO DELLA RIDUZIONE CRESCENTE COL CRESCERE DELL’AMMONTARE DELLE SINGOLE SOTTOSCRIZIONI, OSSIA DELLA PREFERENZA ALLE PICCOLE SOTTOSCRIZIONI. – A scansare il danno ora descritto fu immaginato ed è seguito spesso un avvedimento; che è di variare la ragione della riduzione, facendola piccola o nulla per le piccolissime sottoscrizioni e crescendola a mano a mano che l’ammontare delle sottoscrizioni unitarie aumenta.

 

 

Spesse volte, siffatto metodo ha fatto buona prova ed ha veramente contribuito a far pervenire i titoli di debito pubblico a quei capitalisti, soprattutto piccoli e medi, che li desideravano come investimento permanente dei loro risparmi, impedendo che li accaparrassero i grossi capitalisti ed i banchieri i quali li volevano solo per rivenderli a più alto prezzo. Il metodo è quello per lo più seguito in Italia e fuori.

 

 

Ma l’avvedimento non è sempre sicuro, perché può darsi, sebbene il giuoco sia abbastanza scabroso, che il grosso capitalista, il quale prevede che il prestito in media sarà sottoscritto 5 volte, moltiplichi non per 5, ma per 10 o 20 la sua sottoscrizione allo scopo di eliminare il danno della più forte riduzione operata su di lui che sui piccoli sottoscrittori. Giuoco pericoloso, per le complicate previsioni su cui si fonda, ma non impossibile.

 

 

Può anche darsi, sebbene non sia per lo più usitato, che i capitalisti grossi cerchino di eludere la norma ora indicata, ripartendo le proprie grosse sottoscrizioni in molte piccole e facendole eseguire da propri impiegati, commessi, fattorini, famigliari, od altri cosiffatti fittizi sottoscrittori. Ad evitare che i maggiori sottoscrittori ingrossino le sottoscrizioni può giovare l’attendere la chiusura delle sottoscrizioni per comunicare il metodo seguito. Nell’incertezza è meno facile si riesca ad eludere a priori le conseguenze della riduzione.

 

 

507. – IL METODO DELLA PREFERENZA ALLE SOTTOSCRIZIONI A CORSO PIÙELEVATO. – Talvolta si segue il metodo di favorire non le piccole sottoscrizioni ma le sottoscrizioni fatte a più alto corso. Il governo annuncia che nel tale giorno accetterà sottoscrizioni ad un prestito di 1 miliardo di lire al 5%, ad un prezzo non inferiore a 98 e preferirà nella ripartizione quei sottoscrittori i quali offriranno un prezzo più elevato. I sottoscrittori si dividono in diverse categorie. Gli uni per la paura di essere scartati si spingono fino ad offrire il 99,50% del prezzo nominale e la loro sottoscrizione è tutta accettata, e così pure quella di coloro che offersero 99,30 o 99 o 98,75. Altri sottoscrittori invece si spinsero solo ad offrire un prezzo di 98,50 e sottoscrissero per 500.000.000 di lire. Ma poiché le categorie precedenti avevano da sole già assorbito 750 milioni dei 1.000 offerti in sottoscrizione, potranno a questa categoria ripartirsi solo i restanti 250 milioni sui 500 richiesti, il 50%.

 

 

E con questi essendo stato completato il miliardo, gli ultimi sottoscrittori, che si erano limitati ad offrire le 98 lire poste dal governo come minimo all’accettazione delle offerte, dovranno rinunciare ad ogni assegnazione.

 

 

Qual è il fondamento del metodo? I sottoscrittori non si ripartiscono a caso nella scala delle sottoscrizioni da 98 a 99,50. Il prezzo più alto è offerto da quei capitalisti, i quali vogliono ad ogni costo assicurarsi il titolo alla sottoscrizione per non doverlo comprare in seguito in borsa ad un prezzo ancor più alto. Codesta è gente che per definizione compra per tenere e non per rivendere, in quanto la compera fatta con l’intenzione della rivendita suppone che si compri a prezzo relativamente basso per poter rivendere a prezzo più alto. Se già si compra a prezzo alto, a 99,50, è esclusa la possibilità e quindi l’intenzione di rivendere con lucro. All’altro capo della serie, vi è il sottoscrittore che offre appena 98. Il sottoscrittore a prezzo basso è l’intermediario, il quale vede la possibilità di un margine di lucro e solo per la speranza di ottenerlo si decide a sottoscrivere.

 

 

Siccome noi sappiamo che lo stato ha interesse a prediligere il primo tipo di sottoscrittori in confronto all’ultimo, il piano di ripartizione ora descritto appare logico ed efficace.

 

 

È questa una applicazione elegante della teoria dei prezzi multipli fondata sul sentimento del timore di essere scartati nella ripartizione di un bene, che nel caso nostro è il titolo di debito pubblico.

 

 

Lo stato, che, col prezzo unico di 98 avrebbe ricavato solo 980 milioni di lire, col sistema ora descritto incassa parecchio di più, ed inoltre è sicuro di aver ripartito i suoi titoli a preferenza tra coloro che maggiormente li desideravano per tenerli, e cotale loro desiderio manifestavano in modo serio, ossia coll’offerta di un prezzo maggiore. Prima di concludere tuttavia se, tra i sistemi i quali possono essere seguiti nel ripartire i titoli in occasione di sottoscrizioni esuberanti, questo sia preferibile, occorre però conoscere la situazione del mercato dei titoli. Se l’uso di acquistare all’incanto i valori pubblici non esiste, i sottoscrittori possono essere diffidenti. In Inghilterra, ad es., il metodo è usualmente tenuto per le emissioni di buoni ordinari del tesoro, che per lo più sono comperati da banche, le quali sanno graduare le loro offerte in ragione delle condizioni del mercato. Non si usa per gli altri titoli che si rivolgono al pubblico propriamente detto, il quale esita nel fare un’offerta maggiore di quella minima. In complesso perciò il metodo non è molto diffuso; e in particolar modo non fu mai seguito in Italia nelle sottoscrizioni pubbliche ai prestiti statali.

 

 

508. – IL METODO DELLE SOTTOSCRIZIONI «CHIUSE» O «SERRATE». – Esso consiste nel preferire le sottoscrizioni di coloro che si obbligano a non vendere il titolo acquistato per un certo lasso di tempo, ad esempio, uno o due anni. L’avvedimento ha per iscopo di impedire che il mercato dei titoli pubblici sia perturbato da una insolita e notevole affluenza di nuovi titoli sul mercato venuti a far concorrenza ai vecchi. Quasi mai le sottoscrizioni «chiuse», come esse vengono dette, assorbono l’intiero ammontare del prestito, ma solo, si supponga, 200 su 500 milioni. In tal modo il mercato sopporta per ora il peso di 300 milioni di titoli «liberi», i quali possono formare oggetto di contrattazioni; e solo quando questa prima parte si sia classata, vengono liberati i 200 milioni di titoli che sono rimasti «chiusi» o «serrati» per un anno o due, ma il loro giungere sul mercato non esercita più la stessa pressione che si sarebbe avuta se tutti i 500 milioni fossero subito stati liberati. La preferenza data al capitalista, il quale si sottopone all’obbligo della «serrata», è ragionevole essendovi una forte presunzione che egli sia un definitivo investitore e non un intermediario. Il metodo non ha trovato applicazione nel nostro paese.

 

 

509. – EMISSIONI SENZA LIMITE DI AMMONTARE. – Tutto ciò che si è detto sopra, suppone che lo stato fissi la cifra del prestito. Durante la guerra del 1914-18 ben presto gli stati si avvidero di non poter mettere alcun limite alle somme prese a prestito.

 

 

In Italia soltanto al primo prestito nazionale di preparazione alla guerra, quello del gennaio 1915, fu fissato il limite di 1 miliardo. Furono invece sottoscritti solo 880 milioni, ed il consorzio si dovette assumere la differenza. Nei successivi prestiti, la sottoscrizione fu aperta per cifra illimitata, lo stato accettando tutto ciò che gli si offriva. Il risultato fu ottimo. Non si sarebbe potuto in quei frangenti porre un limite alle somme offerte, perché il fabbisogno dello stato era talmente grandioso e continuo che tutte le somme offerte, qualunque dimensione avessero avuto, sarebbero con certezza state spese.

 

 

510. – VENDITA DIRETTA AL PUBBLICO AGLI SPORTELLI DEGLI UFFICI DELLO STATO. – Durante la guerra ebbe gran successo il metodo di vendere buoni del tesoro ordinari da 3 a 12 mesi e buoni a 3 e 5 anni in modo continuo, ogni giorno agli uffici delle tesorerie e dei banchi di emissione, ed anche, dietro piccole commissioni, agli sportelli dei banchi ordinari.

 

 

Metodo ottimo il quale aveva il vantaggio di assorbire di giorno in giorno il risparmio che i capitalisti facevano e di dare immediatamente ospitalità alle somme che per qualche tempo erano disponibili presso commercianti ed industriali.

 

 

511. – PAGAMENTO DELLE SOTTOSCRIZIONI IN PARECCHIE RATE SUCCESSIVE. – CONVENIENZA DI UN PRIMO VERSAMENTO NON TROPPO ESIGUO. – Allo scopo di agevolare le sottoscrizioni ai capitalisti, conviene allo stato stabilire che l’ammontare sottoscritto sia versato in parecchie rate successive, ragionevolmente scaglionate lungo un dato lasso di tempo. Invece di far pagare ai capitalisti tutte le 10.000 lire sottoscritte, si chiedono, ad es., solo 2.500 lire e le altre 7.500 si fanno pagare a rate a distanza di 3 mesi l’una dall’altra. In tal modo il capitalista, il quale oggi ha disponibili solo 2.500 lire e potrebbe sottoscrivere solo per questa somma, se il versamento fosse unico ed immediato, può sottoscrivere per 10.000 lire, poiché sa che nel lasso di tempo stabilito egli incasserà i fitti dei suoi terreni o delle sue case, od avrà altri redditi capitalistici o personali che gli permetteranno il risparmio di altre 7.500 lire, colle quali potrà far fronte ai suoi impegni.

 

 

La ripartizione dei versamenti in parecchie rate è dunque un fattore spesso indispensabile di successo del prestito: ed è anche adatto per lo più all’indole della spesa straordinaria che si tratta di sopportare; poiché nessuna spesa si può compiere in un attimo.

 

 

Cosicché nessun nocumento, salvo il caso di spese urgentissime di guerra, risente lo stato per il ritardo; anzi risparmia interessi.

 

 

Sezione ottava

 

Delle emissioni all’interno o all’esterno dei prestiti pubblici

 

512. – SOLUZIONE DEL PROBLEMA DAL PUNTO DI VISTA ECONOMICO – I PRESTITI ALL’ESTERO SONO CONVENIENTI SE FATTI AD INTERESSE MINORE CHE ALL’INTERNO. – Tra le modalità discusse dai pubblici prestiti vi è pur quella della convenienza di farli piuttosto all’interno che all’estero. Il problema ha molti aspetti che si potrebbero, per brevità, riassumere in due: economico e politico. Volendo dire prima dell’aspetto economico, supponiamo che il credito di uno stato sia tale che possa trovare le somme occorrenti a mutuo all’interno al 5%. Tre ipotesi si possono dare rispetto al saggio dell’interesse a cui si potrebbe conchiudere l’uguale prestito all’estero: o l’interesse sarà uguale, ed in questo caso sarà indifferente la scelta tra i due metodi, o maggiore, per es., il 6%, e converrà piuttosto contrarlo all’interno, ovvero minore come il 4% e converrà senza dubbio conchiudere il prestito all’estero. Poiché un prestito di 1 miliardo al 5% costa per interessi 50 milioni di lire all’anno, sarebbe assurdo che i governanti si ostinassero a pagare il 6%, ossia 60 milioni all’anno, solo per il piacere di contrarre il debito all’estero, ma sarebbe ugualmente assurdo contrarlo all’interno quando all’estero si può avere il mutuo al 4% con un onere di soli 40 milioni di lire all’anno. Trattasi di scegliere il metodo che meno costa ai contribuenti per l’imposta-interessi che ogni anno essi dovranno assolvere per il servizio del debito.

 

 

513. – L’OBIEZIONE CHE I PRESTITI CONCHIUSI ALL’ESTERO ASSERVANO IL PAESE ALLO STRANIERO HA CARATTERE SENTIMENTALE O VERBALE. – Una obiezione si fa ai prestiti esteri, la quale non ha ancora carattere politico, ed anzi vorrebbe avere un contenuto economico, ma lo ha invece puramente verbale o sentimentale.

 

 

Dicesi invero che uno stato il quale si indebiti verso capitalisti esteri, si asserva, paghi tributo allo straniero; epperciò un prestito estero appare ripugnante ai più, perché sinonimo di asservimento allo straniero. Ma, ragionando, subito si vede che le parole «servaggio» od «asservimento» nel presente discorso sono tropi o traslati i quali fanno appello più all’immaginazione che al raziocinio. Il rapporto giuridico di mutuo non è invero un rapporto di servaggio, ma di interdipendenza reciproca, per cui si ignora quale dei due, creditore o debitore, sia maggiormente dipendente dall’altro. Il debitore deve pagare gli interessi e rimborsare a suo tempo il capitale; ma dall’altro canto il creditore ha prestato la somma capitale mutuata. Chi più interessato del creditore alla buona salute ed alla prosperità economica del debitore poiché queste sono le guarentigie più sicure del suo credito?

 

 

È noto come negli anni dal 1935 al 1939 sia stata politica costante della Germania di legare a sé quanti più stati minori fu possibile, soprattutto nel mezzogiorno dell’Europa orientale e nel Levante (Jugoslavia, Rumenia, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Turchia), acquistando da essi copia di merci a prezzi più alti di quelli correnti sui mercati internazionali, merci che dovevano essere pagate con corrispondenti valori di merci tedesche industriali. Poiché i paesi venditori tardavano a fare i necessari acquisti sorse e continuò un saldo passivo per la Germania. Essere debitrice era quanto appunto voleva la Germania. Ogni creditore è assai più affezionato e devoto al debitore di quel che il debitore sia mai al creditore. Questi creditori non si sono creduti interessati e quasi costretti a concedere nuovi mutui al debitore, per metterlo in grado di rimborsare i primi?

 

 

514. – LE EMISSIONI DI PRESTITI ALL’ESTERO SONO INDICE DI RIGOGLIO ECONOMICO, DIMINUISCONO IL CARICO DEI CONTRIBUENTI, E DANNO INCREMENTO ALLA RICCHEZZA NAZIONALE – IL RIMPATRIO DEI TITOLI EMESSI ALL’ESTERO. – Né si dica che il fatto del contrarre il debito all’estero sia indice di cattiva situazione economica o finanziaria interna. Poiché, al contrario, di solito è indice della rigogliosa espansione dei paesi nuovi o da poco sorti a nuova vita industriale i quali abbisognano, per progredire, del concorso del capitale straniero, essendo insufficiente il capitale nazionale.

 

 

L’afflusso di capitale straniero giova a far potentemente avanzare quei paesi sulla via del progresso, e a dar loro quella ricchezza e quella vigoria economica che gioveranno assai a conservare l’indipendenza che già possiedono o a farla loro conquistare se l’hanno perduta.

 

 

Né, in via normale, v’è da temere che lo stato debitore, contraendo il prestito all’estero, per ciò stesso diventi impotente a far fronte ai suoi impegni e cada quindi sotto l’egemonia finanziaria e politica dello stato creditore. Al contrario, il debito estero, essendo stato contratto a più miti condizioni che all’interno, consente di ripartire ogni anno una imposta – interessi minore sui contribuenti e facilita allo stato l’equilibrio del bilancio.

 

 

Soprattutto non depaupera il paese del suo capitale disponibile. Il nuovo risparmio interno invece di investirsi al 5% in titoli di debito pubblico, cercherà altri investimenti interni più fruttiferi, agricoli, commerciali ed industriali, contribuendo così all’aumento della ricchezza nazionale, alla formazione di nuovo e più abbondante risparmio, il quale farà scendere anche all’interno il saggio dell’interesse per i valori pubblici dal 5 al 4%, rendendo conveniente il «rimpatrio» dei titoli di debito pubblico, prima alienati all’estero. Il quale «rimpatrio» altro non è che la logica conseguenza dello scomparire del divario tra i due saggi d’interesse interno ed estero.

 

 

515. – IL PROBLEMA POLITICO DEI PRESTITI ALL’ESTERO INNANZI ALLA GUERRA DEL 1914-18 – I DUE GRUPPI DI PAESI PRODUTTIVI ED ESPORTATORI DI RISPARMIO – IL PRIMO GRUPPO COMPRENDE GLI STATI DOVE IL RISPARMIO È APOLITICO -FUNZIONE INTERMEDIARIA DEI PICCOLI PAESI NEUTRALI. – Il problema dei prestiti all’estero ha altresì un aspetto politico di cui conviene far cenno. Se i capitalisti esteri ubbidissero soltanto a moventi economici, le conclusioni, a cui si giunge sopra, sarebbero inoppugnabili.

 

 

I paesi fornitori di capitali alle altre nazioni, i quali in Europa erano, prima della guerra del 1914-18, principalmente: la Francia, l’Inghilterra ed in minori proporzioni la Svizzera, il Belgio e l’Olanda, si dividevano però in due categorie, alla prima delle quali apparteneva l’Inghilterra, seguita dalla Svizzera, dal Belgio e dall’Olanda, ed in essa il capitale era quasi perfettamente neutro, cioè a dire apolitico. Sul mercato di Londra i prestiti si facevano quasi esclusivamente in base a considerazioni economiche, preferendo l’un debitore all’altro solo perché offriva, a parità di sicurezza, un interesse più alto; od a parità di interesse, una sicurezza maggiore. Su quel grande mercato libero si pesava il credito dello stato per se stesso, astrazion fatta dall’appartenere lo stato allo stesso gruppo politico a cui apparteneva l’Inghilterra, o ad un gruppo avversario.

 

 

I mercati di Svizzera, Olanda, Belgio, come erano neutri politicamente, così erano neutri finanziariamente. I banchieri di quei paesi non badavano a nazionalità in materia di investimento di denaro e servivano con indifferenza stati tra loro nemici quando vi fosse la convenienza del mutuo.

 

 

Essi, per la loro qualità di neutri, erano anzi il tramite per cui i capitali di paesi politicamente appartenenti ad un gruppo politico venivano riversati su paesi appartenenti ad altri gruppi politici. Capitalisti e banchieri francesi, i quali avrebbero rifiutato di imprestare capitali alla Germania ed all’Austria-Ungheria li davano volentieri in mutuo alla Svizzera od al Belgio; ed ignoravano, se dalle banche svizzere o belghe i loro capitali prendessero poi la via degli investimenti tedeschi od austriaci.

 

 

516. – NEL SECONDO GRUPPO L’ESPORTAZIONE DEI CAPITALI TENDEVA AD AVER CARATTERE POLITICO. – Accanto a questa vi era una seconda categoria di paesi produttori ed esportatori di risparmi, di cui il prototipo era la Francia. Ivi erano stretti i legami tra la politica e la finanza; nessun titolo straniero poteva essere ammesso alle quotazioni di borsa senza il consenso del governo e principalmente del ministro degli esteri; i banchieri, innanzi di assumere un prestito di stati stranieri, chiedevano il gradimento del loro governo. Ed i governi di tipo francese non si trattenevano dal fare pesare la loro influenza sull’indirizzo dell’esportatore dei capitali all’estero. Concedevano le quotazioni di borsa per i prestiti di stati amici od indifferenti; lo negavano per i prestiti di stati contrari o nemici od incerti: si servivano di quest’arma per ottenere l’adesione di stati stranieri agli scopi della loro politica.

 

 

517. – DISTINZIONE DEI MERCATI DOPO LA GUERRA DEL 1914 – 918. – Tutto ciò è profondamente cambiato durante la guerra. Tutti i mercati diventarono necessariamente politici. Nessun paese ha più imprestato ai nemici od a coloro che si temeva potessero diventare nemici; e sarebbe stato assurdo se così non si fosse fatto. Anzi, durante la guerra, i prestiti si fecero per lo più da stato a stato; e si fecero per ragione di salvezza comune. Il carattere politico si imponeva. Parve per un momento dopo il 1920 che i debiti statali verso il governo nord – americano fossero stati liquidati e convertiti in annualità temporanee, togliendo ai debiti ogni carattere politico. e trasformandoli in mere obbligazioni finanziarie. Ma la crisi scoppiata nel 1929 ha indotto quasi tutti i paesi debitori (eccettuata forse la sola Finlandia) a sospendere il pagamento delle annualità agli Stati Uniti. Il problema è ridivenuto politico ed ha provocato in quel paese una legislazione la quale vieta a banche e privati di concedere prestiti a stati europei morosi nell’adempimento dei pagamenti dovuti agli Stati Uniti.

 

 

Le tendenze di auto-sufficienza prevalenti dal 1930 in poi hanno avuto la loro ripercussione anche nel campo della finanza. Ogni paese tende a chiudersi in sé; ed a tenere per sé i propri capitali. I disinganni subiti dai creditori per l’inadempimento dei loro obblighi da parte degli stati debitori (sospensione del pagamento degli interessi, versamento di questi in moneta cartacea svalutata in casse nazionali con divieto di esportazione e con obbligo dei creditori di recarsi in loco a spendere gli interessi ad essi dovuti, ecc., ecc.,) hanno favorito la tendenza dei paesi capitalisti a chiudersi in se stessi. Il mercato internazionale dei capitali si è ridotto al minimo.

 

 

È difficile prevedere che cosa accadrà fra qualche tempo, quando i ricordi della lunga lotta del 1914-18 e di quella che ora (1940) si combatte, a poco a poco diventeranno meno vivi. Gli Stati Uniti furono, tra il 1922 ed il 1929, il più grande paese esportatore di capitali, mentre prima erano importatori. Sono stati anche i primi a riprendere la fisionomia di mercati neutri. L’Inghilterra li stava seguendo a qualche distanza di tempo e con qualche limitazione per la scarsità del nuovo risparmio disponibile per impieghi esteri. Pareva, prima dello scoppio della nuova guerra, affermarsi una tendenza a far tornare i mercati anglo-sassoni (Stati Uniti ed Inghilterra) all’antica condizione di mercati neutri; ed a questo tipo si avvicinerebbero la Svizzera, l’Olanda e in parte il Belgio; laddove la Francia ha riassunto la figura di mercato politico.

 

 

Singolare è la situazione dei mercati neutri: Stati Uniti, Svizzera, Olanda. In essi tendono (1925-1939) a rifugiarsi i risparmi di paesi socialmente o politicamente dubbi, o per cui si hanno timori di guerra o di ammonimenti sociali. Di lì i risparmi ritornano in patria, nella forma di prestiti americani ad enti o imprese nazionali. Sperano i risparmiatori nazionali che il loro paese terrà più probabilmente fede a creditori reputati esteri che a quelli interni. Di qui è sorto il fenomeno, non nuovo, ma oggi imponente, dei risparmi perpetuamente in fuga da un paese all’altro, alla cerca di quello che nel momento sembri più sicuro. Fenomeno che fu reputato soprattutto pericoloso per i paesi ospiti. Stati Uniti, Svizzera, Olanda, Paesi Scandinavi presero provvedimenti per difendersi contro questo sgradito afflusso d’oro, imponendo ad es., che i depositi di oro straniero fossero non solo gratuiti, ma colpiti da imposte scoraggiatrici.

 

 

518. – È PREFERIBILE CONTRARRE PRESTITI SUI MERCATI ECONOMICI CHE SUI MERCATI ECONOMICO – POLITICI – COME ALL’INTERESSE IN DENARO SI AGGIUNGA, IN QUESTI ULTIMI MERCATI, UN SUPER – INTERESSE IN RICONOSCENZA POLITICA: E COME SIA CONVENIENTE IN TAL CASO RINUNCIARE AI PRESTITI ALL’ESTERO. – Ad uno stato il quale abbia bisogno di contrarre un prestito all’estero, perché all’estero il tasso dell’interesse è del 4% o meno, mentre all’interno sarebbe del 5% o più, poté accadere perciò che siasi in passato affacciata la scelta fra stati a mercato finanziario-economico, come erano quelli del primo gruppo e stati a mercato finanziario- politico. È evidente che, a parità di tasso di interesse, era preferibile emettere un prestito su un mercato economico piuttosto che su un mercato politico.

 

 

Sul primo aveva luogo un puro contratto economico, nel quale la riconoscenza politica non aveva alcuna importanza, né da una parte, né dall’altra, sul secondo un contratto economico- politico, in quanto si otteneva il prestito non solo perché si fosse dei buoni e solvibili ed onesti debitori, ma anche perché si era amici od alleati politici del paese creditore.

 

 

È chiaro che in realtà il saggio dell’interesse, preteso dal creditore politico, sebbene fosse in apparenza uguale, in realtà era maggiore del saggio preteso sui mercati economici poiché oltre al 4% in denaro, lo stato debitore doveva pagare un super – interesse, non esattamente valutabile, in riconoscenza politica. Poteva darsi che il valore per il creditore ed il peso per il debitore di questo super – interesse fosse tale da rendere più conveniente di mutuar denaro nel mercato economico al 4,50% che sul mercato politico al 4%. Poteva darsi anche che, se per qualsiasi circostanza il mercato economico non fosse accessibile ad un paese, sia perché non vi era abbastanza conosciuto, sia perché ivi temporaneamente il saggio dell’interesse era elevato per una crisi finanziaria o per una grande affluenza di richieste di mutui, e quindi fosse soltanto accessibile il mercato politico, convenisse piuttosto rinunciare al prestito all’estero e pagare il prezzo del 5% o più all’interno, piuttostoché il 4,50% od anche il 4% all’estero. I contribuenti avrebbero dovuto sopportare ben volentieri il maggior carico di imposta – interessi pur di serbare la più assoluta libertà ed indipendenza di movimenti politici al proprio stato.

 

 

Le osservazioni fatte dianzi sono state esposte al tempo passato perché, come detto sopra, non corrispondono più al presente stato di isolamento di tutti gli stati del mondo. Non è però senza interesse porre il problema da un punto di vista teorico, non potendosi escludere che in un tempo futuro, per ora non prevedibile, ritorni a crearsi un mercato internazionale dei capitali.

 

 

519. – I PRESTITI ESTERI SI CONTRAGGONO IN MONETE AVENTI CORSO ALL’ESTERO. – Supponendo attuali circostanze che si riferiscono al passato ed oggi hanno indole meramente ipotetica, se si immagina che uno stato abbia convenienza o possa contrarre prestiti con stranieri occorrerebbe ad esso consuetamente soddisfare a talune esigenze tecniche; di cui la principalissima sarebbe quella relativa al tipo monetario in cui capitale ed interessi debbono essere pagati. I capitalisti stranieri non vorrebbero certamente acconciarsi a ricevere pagamenti in valuta cartacea nazionale, la quale potrebbe deprezzare; e perciò stipulerebbero che il pagamento debba farsi in peso d’oro ovvero in talune monete aventi corso internazionale e non soggette, o che ai creditori paressero non soggette a fluttuazioni di aggi o cambi. Così i capitalisti francesi stipulavano, prima del 1914, che il pagamento dovesse essere fatto in franchi nella piazza di Parigi; i capitalisti inglesi esigevano il pagamento in lire sterline a Londra; quelli americani in dollari a Nuova York.

 

 

Evidentemente l’obbligo di pagare in monete estere riesce oneroso ai paesi debitori, perché essi si accollano i rischi delle oscillazioni del cambio; e stipulano, ad es., il rapporto fisso di 19 lire italiane contro 1 dollaro, saranno obbligati a pagare, se il saggio di interesse stipulato fu il 5%, 5 dollari a New York per ogni 100 dollari di debito, anche se per procurarsi questi 5 dollari dovessero spendere 20 o 25 o 30 lire italiane. L’esempio ebbe importanza per i prestiti contratti dall’Italia in Francia ed in Inghilterra dal 1860 al 1900; mentre dopo la guerra del 1914-18, l’esempio deve piuttosto riferirsi ai prestiti contratti da stati europei negli Stati Uniti.

 

 

520. – NAZIONALIZZAZIONE DEL TITOLO. – A questo riguardo due possono essere i metodi seguiti, di cui il primo si può chiamare della nazionalizzazione del titolo ed il secondo della nazionalizzazione del creditore.

 

 

Il primo metodo consiste nel distinguere il debito pubblico in due parti: una parte che si dice debito interno, i cui interessi sono pagabili esclusivamente all’interno in moneta nazionale, d’oro o di carta, alla pari o deprezzata; ed un’altra parte che si dice debito esterno, i cui interessi sono pagabili esclusivamente all’estero nella moneta convenuta, diversa da quella nazionale, dollari, franchi svizzeri, fiorini olandesi o lire sterline.

 

 

Con questo sistema, lo stato debitore sa con assoluta sicurezza quale sarà la massa del debito su cui deve pagare gli interessi in oro o moneta estera, accollandosi il rischio e l’onere del cambio. Anche se i capitalisti stranieri acquistassero titoli di debito interno, non perciò lo stato debitore sarebbe obbligato a pagare gli interessi in oro, essendo invece in diritto di pagarli in carta. Supponendo che uno stato abbia un debito 5% di 100 miliardi, di cui 80 debito interno e 20 debito estero; solo sui 20 miliardi di debito estero è lo stato debitore obbligato a pagare gli interessi in oro, mentre sugli 80 miliardi di debito interno sarebbe sempre obbligato a pagare gli interessi in moneta nazionale, anche se per ipotesi estrema fossero tutti posseduti da creditori esteri. In massima, ciò è quanto accade ora per i debiti post-bellici italiani. Il tesoro italiano paga nella moneta nazionale gli interessi dei debiti interni, ed in dollari o lire sterline le annualità dei debiti contratti cogli Stati Uniti o coll’Inghilterra. Così pure è rimborsabile in dollari il capitale e sono pagabili in dollari gli interessi 7% del prestito detto Morgan, emesso dal governo italiano negli Stati Uniti nel novembre 1925, per un ammontare originario di 100 milioni di dollari, ammortizzabile entro il 1951.

 

 

È il titolo il quale stabilisce la moneta in cui gli interessi devono essere pagati. Anche se il consolidato 5% fosse acquistato da un suddito americano, questi avrebbe diritto ad essere pagato solo in lire italiane, non mai in dollari. Ma se i titoli del prestito Morgan pervenivano in mano di cittadini italiani, questi conservavano il loro diritto ad essere pagati in dollari.

 

 

Sebbene non fossero negoziabili in Italia, pare certo che una parte delle obbligazioni del prestito Morgan fosse pervenuta in possesso di italiani. Orbene costoro conservavano il loro diritto ad essere pagati in dollari. Diritto che è reale, ossia inerente al titolo. Oggi questo diritto è venuto meno perché ai cittadini residenti in Italia fu fatto, durante la guerra etiopica, obbligo di consegnare, contro corresponsione di un prezzo fissato in lire italiane, tutti i titoli stranieri, e quindi anche i titoli di debito pubblico domiciliati all’estero, al tesoro italiano.

 

 

521. – NAZIONALIZZAZIONE DEL CREDITORE. – Diverso è il metodo della nazionalizzazione del creditore che fu adottato per l’antico titolo principe nostro: la rendita, prima 5% lordo ed ora 3,50% netto.

 

 

Lo stato italiano si è obbligato di pagare in oro a cambio fisso gli interessi di tutti i titoli al portatore, le cui cedolette fossero presentate al pagamento su certe piazze determinate, come Parigi, Londra, Berlino, Francoforte, Bruxelles. Non vi è distinzione fra titoli di debito estero o di debito interno; tutti i titoli possono, in principio, diventare stranieri, e quindi hanno gli interessi pagabili in oro, se le cedolette sono presentate al pagamento all’estero, e tutti possono essere nazionalizzati, e quindi gli interessi diventano pagabili in moneta nazionale, quando le cedolette siano presentate al pagamento in piazze italiane.

 

 

522. – ISTITUZIONE ED ABOLIZIONE IN ITALIA DELL’«AFFIDAVIT». – Dapprima, non esistendo svalutazione della lira in confronto alla parità, si supponeva che le cedolette presentate all’estero appartenessero a cittadini stranieri; e quelle presentate in Italia a cittadini italiani. Vennero in seguito (dopo il 1866) tempi, in cui l’obbligo di pagare in oro gli interessi di tutti i titoli, le cui cedolette erano presentate al pagamento all’estero, parve gravoso. A causa del corso forzoso, l’aggio era al 10 ed al 15 e fino al 20%; onde lo stato italiano, il quale sulle cedolette presentate in Italia pagava 1 lira in carta, su quelle presentate all’estero doveva pagare 1 franco in oro, equivalente ad 1,10, 1,15 e fino 1,20 lire in carta. Si osservò che molti italiani residenti in Italia avvistisi di questo fatto, piuttostoché esigere 1 lira in Italia, mandavano le cedolette a Parigi ed esigevano 1 franco in oro equivalente ad 1,10 e più lire in carta; si ebbe il timore che tutto il debito diventasse apparentemente, nel momento della riscossione degli interessi, estero ed il carico pel tesoro crescesse troppo. Fu perciò deliberato, dapprima nel 1875, sino al 1881, ed una seconda volta dall’1 luglio 1894 al 31 dicembre 1903, di pagare all’estero gli interessi in oro, a condizione che, oltre alle cedolette si presentassero i titoli di rendita e dai presentatori si prestasse giuramento (affidavit) che i titoli appartenevano a persone di nazionalità straniera. Questa formalità, che fu detta dell’affidavit, bastò ad impedire che gli italiani mandassero ad esigere gli interessi all’estero e ridusse i pagamenti fatti sulle piazze straniere alla quantità di titoli realmente posseduti da stranieri.

 

 

A partire dall’1 gennaio 1904 l’affidavit, senza essere abolito in diritto, non venne di fatto più richiesto: ma, poiché l’aggio era divenuto tenue ed in seguito scomparve, non vi furono invii di cedolette all’estero; anzi per alcuni anni, dopo il 1900 fino verso il 1910, essendo il valore della moneta italiana di tanto aumentato da far scomparire non solo l’aggio, ma da ridurre il cambio al disotto della pari, sicché con 99,50 e 99,75 lire italiane si potevano comprare 100 franchi francesi, accadde il fatto inverso a quello precedente ed eranvi portatori di rendita nazionale i quali mandavano le cedolette all’incasso in Italia per poter lucrare la differenza.

 

 

Nel 1913 essendo ricomparso l’aggio ed essendosi elevato temporaneamente a quasi il 3%, di nuovo vi furono italiani, i quali mandarono le cedolette all’incasso a Parigi; e di nuovo vi furono banchieri ed agenti di cambio i quali preferivano di pagare le cedolette anticipatamente od anco promettevano un premio dell’1% o più a chi portasse loro le cedolette, allo scopo di farne incetta e spedirle a Parigi all’incasso. Perciò il governo ristabilì l’affidavit, poi sempre mantenuto; anzi a maggior ragione dato l’aumento dell’aggio sull’oro ad altezze notevoli durante e dopo la guerra del 1914-18.

 

 

Questo secondo sistema dicesi della nazionalizzazione del creditore, perché fa dipendere il diritto al pagamento in moneta estera, dalla nazionalità del creditore. Esso è applicato in Italia solo per alcuni vecchi titoli prebellici di cui il principale è la rendita consolidata 3,50%, (1906); né ha rilevanza data la minima entità di titoli di questa specie domiciliati all’estero e spettanti a stranieri.

 

 

VII

 

Dell’ammortamento dei prestiti pubblici

 

Sezione prima

 

Principi generali

 

523. – RICHIAMO A NOZIONI GIÀ ESPOSTE. – Argomento del presente capitolo è l’ammortamento del titolo pubblico, che è la parola con la quale si indica il rimborso fatto dallo stato della somma mutuata; la parola «ammortamento», significando quasi che non usasi dagli stati rimborsare il debito tutto insieme, come spesso si fa dai privati, bensì a piccole frazioni ogni anno, secondo un piano più o meno regolare.

 

 

524. – UTILITÀ DELL’AMMORTAMENTO. – L’ammortamento è utile allo stato:

 

 

a)    Allo scopo di diminuire l’onere degli interessi per i debiti antichi e di consentire così ai bilanci maggiore snellezza ed agli stati credito più elevato, sì da permettere ad essi di contrarre nuovi prestiti a miti condizioni.

 

 

A parità di ricchezza dei cittadini, di apprezzamento di beni pubblici, di bilancio complessivo pubblico, ecc., ecc., è più facile invero ottenere prestiti a buone condizioni per lo stato, il quale, col tempo, ha diminuito il suo debito da 100 ad 80 miliardi che non per quello che lo ha conservato costante a 100 miliardi di lire.

 

 

Ciò si spiega dai pratici, notando che la massa di titoli di debito pubblico esistenti sul mercato è più piccola nel primo che nel secondo caso e che quindi, supponendosi pari la richiesta, il prezzo dei primi è più elevato o il saggio d’interesse pagato più tenue che nel secondo caso; sicché anche i nuovi titoli da emettersi possono essere venduti a più favorevole condizione.

 

 

b)    Allo scopo di non trasmettere alle generazioni lontane il debito conchiuso dalla generazione presente per fini la cui utilità si esaurisce in una od in poche generazioni.

 

 

La quale formulazione contiene l’errore di reputare che il debito, diversamente dall’imposta, gravi sulle generazioni venture; ma contiene un nucleo di verità, la quale consiste in ciò che, siasi compiuta la spesa straordinaria col debito o coll’imposta, medesimamente la spesa straordinaria ha un’utilità la quale trascende l’anno finanziario e si appalesa per un più o meno lungo periodo di tempo. Cosicché – ferma rimanendo la necessità di coprire la spesa con fondi oggi esistenti – perfetto appare soltanto quel piano di ripartizione nel tempo dell’onere della spesa sui contribuenti, il quale si adatti alla ripartizione nel tempo dei vantaggi dell’impresa pubblica.

 

 

c)    Allo scopo di non fare gravare sulle generazioni venture gli eventuali errori commessi dalla generazione attuale, ad esempio per una guerra male intrapresa e giustamente perduta; o per una ferrovia dimostrata inutile dall’esperienza, per impianti ferroviari resi inutili dal tempo e dalle nuove invenzioni tecniche. Il che di nuovo è un errore di principio, ogni generazione pagando con i propri capitali già formati i propri errori e non con i capitali non ancora esistenti delle generazioni venture; ma vuol dire che sia pure la spesa sostenuta coi capitali esistenti oggi e presi a prestito oggi, la ripartizione dell’onere della spesa sui contribuenti attuali è conveniente sia fatta in modo che essi paghino non soltanto l’interesse ma anche la rata di ammortamento del loro proprio errore.

 

 

525. – DISTINZIONE FRA I PRESTITI «SPECIALI» GRAVANTI SUGLI UTENTI DELLE IMPRESE PUBBLICHE ED I PRESTITI «GENERALI» GRAVANTI SUI CONTRIBUENTI – PER I PRIMI IL PERIODO DI AMMORTAMENTO È DETERMINATO DA DATI FISICI ED ECONOMICI. – Se l’ammortamento è la conseguenza logica della dottrina del prestito quale fu sopra delineata, i metodi dell’ammortamento possono variare moltissimo.

 

 

Quando il prestito vuole provvedere alle spese di impianto di una impresa pecuniariamente rimunerativa, il che vuol dire di una impresa i cui servigi saranno volontariamente pagati dagli utenti sotto forma di prezzi pubblici, il metodo migliore sembra quello del prestito con obbligazioni ammortizzabili in un dato periodo di tempo. Infatti si potranno far calcoli intorno alla durata fisica ed economica delle varie parti dell’impianto ed al reddito netto dell’impresa e si potrà adattare il piano dell’ammortamento del prestito «speciale» contratto per eseguire l’impianto a questi dati fisici ed economici.

 

 

Così, dato un saggio d’interesse, ad es., del 4%, e dato che l’impianto si logori in 25 anni, converrà scegliere il venticinquennio come periodo di ammortamento, inscrivendo nel bilancio speciale dell’impresa la annualità costante del 6,40% per pagare l’interesse ed estinguere il prestito in 25 anni. Se invece risulti che la durata dell’impianto sia di 50 anni, fermo rimanendo al 4% il saggio dell’interesse, basterà inscrivere il 4,65%, ed il 4,08% se di 100 anni. Al di là dei 100 anni non si usa andare nei piani di ammortamento dei prestiti incontrati per le imprese statali o comunali produttive dei servigi venduti ad utenti, poiché non si può prudentemente supporre che la durata degli impianti ecceda cotal lunghissimo lasso di tempo.

 

 

526. – I DATI FISICI ED ECONOMICI DIFETTANO INVECE PER I PRESTITI «GENERALI» – Il problema dell’ammortamento è più complesso e dà luogo a soluzioni varie per i prestiti i quali furono contratti per le spese che volgarmente si sogliono chiamare improduttive e che meglio si direbbero gravanti sul fondo delle imposte. Questi prestiti diconsi «generali» perché al loro onere non corrisponde alcun reddito speciale sorto in conseguenza della spesa compiuta col ricavo del prestito.

 

 

Infatti se il prestito fu contratto per la condotta di una guerra, siccome la guerra anche vittoriosa non frutta vantaggi pecuniari diretti, il costo di interessi e di ammortamento incide sui contribuenti, sul fondo delle imposte le quali affluiscono al bilancio generale dello stato. Per questa seconda maniera di prestiti non esistono criteri tecnici ed economici intorno alla durata ed al metodo dell’ammortamento. Nei prestiti gravanti su utenti di servigi di imprese pubbliche, siccome gli utenti pagano volontariamente prezzi pubblici e li pagano finché l’impresa è in istato di rendere servigi, noi abbiamo nel quantum e nella durata dei pagamenti fatti dagli utenti, pagamenti che dureranno finché durano i servigi dell’impresa, un criterio per determinare il periodo dell’ammortamento del prestito. È possibile commettere errori anche in questo calcolo; ma sembra che siano errori di non grande importanza. Invece nei prestiti gravanti sui contribuenti, i quali dalla forza della legge sono costretti a pagare imposte per i servizi pubblici generali ed indivisibili, da essi non richiesti volta per volta, fanno difetto criteri oggettivi per la determinazione del periodo e del metodo d’ammortamento. Sottentrano criteri di apprezzamento politico e storico intorno alla convenienza che si esaurisca il debito contratto per uno scopo politico – guerre dell’indipendenza nazionale, spese di costruzione dello stato, guerra mondiale – entro il limite di tempo, per lo più secolare, per cui dura l’azione di quegli ideali per cui fu contratto il debito; o meglio, trattandosi di ideali perenni, entro il limite di tempo, oltre cui nuovi ideali si aggiungono al primo e richieggono nuovi sforzi. Il che equivale praticamente a dire che i debiti generali si dovrebbero ammortizzare entro il secolo; il che si può fare con un minimo sacrificio del 0,02 o 0,08% del capitale preso a mutuo, oltre l’interesse, ad esempio, del 6 o del 4% rispettivamente.

 

 

Sezione seconda

 

Il miraggio delle casse di redenzione e le condizioni ed i metodi di un

ammortamento reale

 

527. – DEI CALCOLI, ARITMETICAMENTE ESATTI, CHE ERANO DI MODA DURANTE IL DICIOTTESIMO SECOLO PER DIMOSTRARE GLI EFFETTI DELL’IMPIEGO DI SOMME AD INTERESSE COMPOSTO – IL TESTAMENTO DEL DOTT. RICARD – OSTACOLI ECONOMICI E POLITICI CHE SI OPPONGONO AL SUCCESSO DI QUESTI CALCOLI. – Vi fu un tempo in cui gli uomini di stato avevano immaginato che si potessero adottare per l’ammortamento dei prestiti generali, ossia gravanti sul fondo delle imposte pagate dai contribuenti, le medesime regole semplici e costanti, con cui sembra opportuno disciplinare l’ammortamento dei prestiti speciali, gravanti sul fondo dei prezzi pubblici pagati dagli utenti.

 

 

Specialmente durante il diciottesimo secolo in Inghilterra, in Francia, in Piemonte, ed altrove, abili calcolatori, tra cui andò famoso l’inglese dott. Price, dimostrarono la possibilità, contabilmente indiscutibile, di ammortizzare i prestiti pubblici con una piccola aggiunta all’interesse normale; dissero cioè, come nelle pagine precedenti fu ripetutamente dimostrato, che, invece di contrarre debiti perpetui al 4%, era opportuno sobbarcarsi ad un sacrificio lievemente più alto pagando per 50, 75 o 100 anni, il 4,655, il 4,229 od il 4,08%, estinguendo così a poco a poco il debito. Se il debito fosse al 5% le annualità complessive di interesse e di ammortamento sarebbero il 5,477% per 50 anni, il 5,132% per 75 anni ed il 5,0383% per 100 anni. Messisi sulla china sdrucciolevole dei calcoli, essi farneticarono intorno a mirabili vantaggi che si potevano ricavare dall’impiego di piccoli capitali ad interessi composti, compiacendosi nel prevedere in quanto tempo si potevano estinguere i debiti più colossali, col solo mettere a frutto per un tempo lunghissimo una somma iniziale piccolissima.

 

 

Riportiamo un brano classico di Roberto Hamilton:

 

 

«Si attribuiscono all’aumento dei capitali col mezzo dell’interesse composto effetti che sono veri paradossi. Un denaro [di lira sterlina] impiegato all’interesse composto del 5% al principio dell’era cristiana, sarebbe già divenuto una somma più grande di quella che potrebbe essere racchiusa in 500 milioni di globi delle medesime dimensioni della terra e così massicci come l’oro. Il sig. Ricard dichiarò nel suo testamento che una somma di 500 lire [francesi del diciottesimo sec.] doveva essere divisa in 8 parti. La prima, alla fine di 100 anni, essendo cresciuta fino a 13.100 lire, avrebbe dovuto essere distribuita in premi per dissertazioni intese a provare la equità degli impieghi ad interesse. La seconda, alla fine di due secoli, essendo ascesa a 1.700.000 lire, doveva essere impiegata a creare un fondo perpetuo per distribuire premi a pro della letteratura, delle arti e per azioni virtuose. La terza, ascendendo dopo tre secoli a più di 226 milioni di lire, doveva servire a fondare banche patriottiche e musei con ampie dotazioni. Alla fine del quarto secolo, coi 30 miliardi di lire della quarta parte, si costruiranno in Francia un centinaio di città, capaci ognuna di 150.000 abitanti. Alla fine del quinto secolo, la quinta parte, ascendente alla somma di 4 trilioni di lire, doveva essere impiegata a rimborsare i debiti pubblici della Gran Bretagna e della Francia, a produrre un reddito annuo da dividersi fra tutte le potenze d’Europa, a riscattare gli uffici inutili, a comprare un demanio reale, ad aumentare i redditi del clero, abolire il pagamento delle messe, allevare tutti i fanciulli nati in Francia sino all’età di tre anni, dissodare lande deserte per regalarle a contadini ammogliati, comprare feudi ed esentare i vassalli da ogni servitù, fondare case d’educazione, di lavoro, di salute, asili per le donne, dotare le ragazze giovani, dare al merito ricompense sotto forma di onorari; ed il vistoso avanzo rimanente doveva essere impiegato ad arbitrio degli esecutori testamentari».

 

 

Sulla carta tutti questi calcoli, tra i quali si potrebbe ricordare quello contenuto nel testamento di Beniamino Franklin, sono correttissimi, ma non possono tradursi, in molte circostanze, in realtà. Innanzi tutto il fatto medesimo di un fondo il quale non deve mai essere consumato ed i cui redditi debbono essere impiegati ad interesse composto, basta a spostare i fattori del calcolo; poiché il saggio d’interesse non potrebbe conservarsi al 5%, ma, per la costante e ognora più vistosa produzione di risparmio, dovrebbe discendere al 4, al 3, al 2, all’1%. Sicché, a mano a mano che l’accumulo prosegue, l’incremento del cumulo o fondo procede meno rapidamente finendo per diventare lentissimo per poi cessare del tutto. Questa forse non sarebbe un’obiezione perentoria contro il cumulo di fondi per l’ammortamento di debito pubblico; poiché prima del momento in cui il cumulo più non cresce, esso è già arrivato a dimensioni così fatte da consentire la estinzione totale del debito; onde l’opera sua, essendo compiuta, può aver termine senza alcun danno. Ma un pericolo più grave incombe su questi cumuli: quello degli errori e della inesperienza dei suoi amministratori, per cui non solo gli interessi possono ridursi a zero, ma buona parte del fondo capitale andar disperso.

 

 

528. – CONGEGNO DELLE CASSE D’AMMORTAMENTO – DIFFERENZE CON I PRESTITI AMMORTIZZABILI MODERNI – IL PARADOSSO DELLA CREAZIONE DI UN DEBITO MAGGIORE DEL NECESSARIO. – L’esperienza provò che l’ammortamento del debito pubblico a mezzo di cumuli di fondi era una illusione. Partendo dal principio che una somma iniziale di 2 lire, impiegata all’interesse composto del 4% diventa in cento anni uguale a 101 lira, mentre occorrono 5 lire per ottenere lo stesso effetto al 3% e bastano circa 76 centesimi per ottenere in 100 anni le 100 lire se essi 76 centesimi si possono impiegare al 5% composto, molti governi durante il diciottesimo secolo seguirono il seguente sistema. Volendo fare un prestito di 100 milioni di lire al 4% lo fecero di 102 – avrebbero dovuto farlo di 105 se l’interesse del 3% o di 100,75 se era del 5% – ma sui 102 milioni di lire di titoli di debito pubblico così creati, soltanto 100 furono venduti al pubblico con un incasso di 100 milioni di lire da impiegarsi per i fini pubblici prestabiliti, mentre i rimanenti 2 milioni di lire di titoli non furono venduti ma consegnati ad un apposito ente, che ora direbbesi autonomo e che allora si chiamò Sinking Fund Commissioners in Inghilterra, Caisse d’ammortissement in Francia, Cassa di Redenzione in Italia. Questa cassa divenne creditrice, alla pari di ogni altro capitalista, verso lo stato; e ad essa lo stato doveva pagare l’interesse al 4% sui 2 milioni di titoli che essa possedeva, come doveva pagarli sui 100 milioni di titoli posseduti dai capitalisti privati. E così il primo anno lo stato doveva pagare 4 milioni di lire ai creditori privati ed 80 mila lire su 2 milioni alla cassa d’ammortamento, in tutto 4.080.000 lire costanti ogni anno, precisamente come nei sistemi di ammortamento che furono già descritti. Teoricamente ogni anno la cassa aumenta i titoli da essa posseduti, perché cogli interessi che le spettano compra continuamente titoli, facendo scemare la parte che i creditori privati ancora posseggono: sicché alla fine del secolo è certissimo che la cassa dovrebbe possedere tutti i 102 milioni di titoli: i 2 originari suoi ed i 100 emessi nel pubblico; ed in quel giorno si potrebbe decretare la morte della cassa e, facendo una bella fiammata dei titoli da essa posseduti, dichiarare felicemente estinto il debito.

 

 

529. – PERICOLI A CUI VANNO INCONTRO LE CASSE D’AMMORTAMENTO. -Senonché, durante la loro vita, queste casse vanno incontro a non poche avventure:

 

 

a)    Aumento del prezzo di borsa di titoli oltre la pari. – Una prima si è che per la richiesta obbligatoria di titoli fatta dalla cassa sul mercato, i titoli salgono di prezzo al di sopra della pari. Ed allora la cassa, ossia in fondo lo stato, dovrebbe pagare ossia rimborsare a 102, 105, 110 lire quel titolo per cui si ricevettero solo 100 lire. Inconveniente non lieve, il quale prolungherebbe da 100 a 110, 120 e forse più anni, il periodo di ammortamento del debito, così come la possibilità di poter acquistare in borsa i titoli al di sotto della pari lo abbrevierebbe.

 

 

Non è però questo un inconveniente grave ed anche può volgersi in un beneficio, poiché il rialzo di un titolo del frutto di 4 lire a 105 e 110 vuol dire che il saggio degli interessi sul mercato è diminuito; sicché lo stato potrà offrire ai creditori il rimborso del mutuo ove essi non si contentino del 3,50% di interesse. Dopo di che il titolo rendendo solo 3,50 lire, tornerà a ribassare a 100 lire e la cassa potrà ricominciare le sue compere. Frattanto lo stato avrà ottenuto il beneficio dell’onere minore di interessi.

 

 

b)    Incameramento dei titoli posseduti dalla cassa e loro nuova emissione. – Ma un secondo pericolo attende al varco la cassa.

 

 

Supponiamo che essa in 50 anni di esistenza, sia riuscita a possedere un fondo di 14.200.000 lire; ed in quel momento sorga un bisogno straordinario nuovo per lo stato, per cui esso dovrebbe appunto contrarre un nuovo debito di 14-15 milioni di lire.

 

 

I governi, invece di fare un debito palese di 14 milioni di lire, preferiscono farsi consegnare dalla cassa d’ammortamento i 14 milioni di titoli da essa posseduti e venderli senza troppo rumore in borsa, in guisa da ottenere la somma desiderata. In sostanza è questo un vero nuovo debito, poiché dianzi il debito apparente era di 102 milioni di lire, ma il debito reale era di 102 milioni, meno i 14 posseduti dalla cassa, ente fittizio, creatura dello stato, ossia 88 milioni; e, dopo, il debito ridiventa di 88 milioni più i 14 venduti al pubblico, ossia di nuovo 102 milioni.

 

 

La cassa viene soppressa pretestando che essa è errata od antiquata: ovvero viene conservata in vita, assegnandole come dotazione, invece dei 14 milioni di lire, un credito figurativo verso lo stato e versando ad essa figurativamente interessi, di che si hanno esempi nelle storie finanziarie dell’Inghilterra, della Francia e del Piemonte.

 

 

c)    Creazione di nuovi debiti per pagare l’annualità dovuta alla cassa. Peggio accade, quando non avendo lo stato fondi disponibili, per pagare ogni anno l’annualità costante ai suoi creditori privati ed alla cassa, il bilancio si indebita con nuovi prestiti.

 

 

Un rischio, che qui si presenta, è di dover contrarre i nuovi prestiti a condizioni più onerose di quelle proprie dei prestiti vecchi che si pretenderebbe di estinguere.

 

 

Di cotal maniera di estinguere i debiti vecchi, creandone di nuovi, si hanno molti esempi nelle storie; e basterà citare quello classico addotto dall’economista inglese MacCulloch riguardo all’ammortamento del debito pubblico in Inghilterra dal 1794 al 1816. Durante quel periodo di tempo i commissari del fondo d’ammortamento (sinking fund commissioners) ricevettero dall’erario una somma di lire 188.522.350, con cui riscattarono (comprarono sul mercato) tanti titoli che costavano all’erario il pagamento di un interesse passivo di lire sterline 9.168.232; e questo fu il beneficio dell’operazione.

 

 

Disgraziatamente l’erario, per poter pagare quelle lire sterline 188.522.350 ai commissari incaricati di estinguere il debito pubblico, dovette far debiti nuovi che importavano un onere annuo di interessi di lire sterline 9.726.090; e questo fu il passivo della operazione.

 

 

Il risultato di 22 anni di cabalistici calcoli ed andirivieni di fondi era dunque stato questo: d’aver surrogato ad un carico di interessi minore uno maggiore, a lire sterline 9.168.232 la maggior somma di lire sterline 9.726.090 con una perdita per l’erario di 557.858 lire sterline di maggiori interessi all’anno. E ciò astrazione fatta dalle spese di amministrazione della cassa, che ammontavano a 60.000 lire sterline all’anno.

 

 

530. REGOLE DEDOTTE DALL’ESPERIENZA PER L’AMMORTAMENTO. Dallaesperienza poco buona delle casse d’ammortamento si trasse qualche buon frutto. In un celebre Saggio sull’ammortamento pubblicato nel 1927, lord Grenville indicò in modo lapidario quali dovevano essere i principi fondamentali di un buon sistema d’ammortamento:

 

 

a)    l’ammortamento può funzionare bene solo allorquando vi ha una eccedenza netta e reale delle entrate dello stato in confronto alle spese;

 

b)    ogni ammortamento il quale funzioni a mezzo di prestiti, o, ciò che è la stessa cosa, nel tempo medesimo in cui lo stato contrae nuovi prestiti, deve essere condannato;

 

c)    un sistema di ammortamento il quale funzioni in tempo di guerra, o quando i bilanci sono in disavanzo, è pernicioso.

 

 

L’ammortamento non può sinceramente funzionare fuorché in tempo di pace e soltanto in tempo di pace si può ragionevolmente discutere sul ristabilimento o sull’abbandono di un sistema di riduzione del debito pubblico.

 

 

Un comitato della Camera inglese dei Comuni raccomandò nel 1828 l’adozione delle idee di Lord Grenville, concludendo un suo rapporto col consiglio di escludere ogni fondo d’ammortamento che non fosse alimentato esclusivamente dalla eccedenza netta dell’insieme delle entrate sull’insieme delle spese. Il comitato manifestò il convincimento essere opportuno di destinare le eccedenze di reddito nei tempi di tranquillità al rimborso dei debiti accumulati in tempi difficili.

 

 

Non provvedere – aggiunse il comitato – in tempo di pace alla diminuzione dei carichi straordinari delle guerre, sarebbe un preoccuparsi ben poco del debito pubblico e della salute del paese, che potrebbero essere messi in pericolo dalle difficoltà e dai pericoli dell’avvenire.

 

 

531. – A questi principi si ispirò l’Inghilterra dal 1828 in poi, e, unico grande paese d’Europa, seguendo il consiglio di ammortizzare soltanto quando ciò si poteva fare sul serio, ossia negli anni di avanzo, riuscì a ridurre il debito pubblico che era di 861 milioni di lire sterline, con un carico annuo di interessi di 32,6 milioni di lire sterline, nel 1816, a 635 milioni di lire sterline, con un carico annuo per interessi di 23,6 milioni di lire sterline, nel 1899 innanzi allo scoppio della guerra anglo-boera. Questa fece risalire il debito pubblico inglese al 31 marzo 1903 a 798,3 milioni di lire sterline; ma subito l’ammortamento con gli avanzi di bilancio fu ripreso con energia sicché all’1 agosto 1914 il totale del debito pubblico inglese era diminuito a 711 milioni di lire sterline. La guerra del 1914-18 lo fece aumentare a 8.079 milioni al 31 dicembre 1919; ma al 31 dicembre 1925 esso era nuovamente ridotto a 7.835 milioni di lire sterline, ed al 31 dicembre 1931, nonostante grosse difficoltà intervenute nel frattempo, a 7.784 milioni di lire sterline. Alla vigilia della guerra del 1939, il debito era nuovamente giunto al 26 agosto 1939, a causa delle spese di preparazione alla guerra medesima, ad 8.494 milioni di lire sterline, più che cancellando il risultato intiero degli ammortamenti precedenti. Nonostante la nullità dei risultati finali, nessuno dei grandi stati europei può vantare un successo somigliante; anzi si può affermare che solo alcuni piccoli stati come l’Olanda, il Belgio, la Danimarca, durante alcuni periodi della loro recente storia finanziaria, avevano prima della guerra provveduto alla diminuzione reale del loro debito pubblico. Tutti gli altri stati andavano a gara nell’aumentare le cifre già colossali dei loro debiti. Fuori d’Europa soltanto gli Stati Uniti erano riusciti prima della guerra del 1914-18 a scemare notevolmente il loro debito grazie a due circostanze eccezionali: il ricavo della vendita delle sterminate terre libere, che spettavano al demanio della confederazione e le eccedenze fortunate dei dazi doganali negli anni buoni sulle spese della confederazione che per lunghi periodi si conservarono assai tenui. I paragoni tra un’epoca e l’altra sono resi ardui dal mutato valore della moneta. Si può, ad esempio, osservare che se in Inghilterra il debito pubblico crebbe da 711 milioni di lire sterline all’1 agosto 1914 a 8.494 milioni il 26 agosto 1939, in realtà essendo la sterlina nel secondo momento uguale suppergiù solo al 60% della sterlina del 1914, l’incremento effettivo fu solo da 711 a 5.100 milioni, la svalutazione della moneta ha scemato il peso del debito pubblico di gran lunga più di ogni passato ammortamento.

 

 

532. – SIGNIFICATO DELLA REGOLA, PER CUI I DEBITI SI DEBBONO AMMORTIZZARE diguisachè SOLO CON GLI AVANZI DI BILANCIO: L’AVANZO DEVE ESSERE SINCERO. – Ma qual è il significato della regola: si deve ammortizzare il debito pubblico soltanto con gli avanzi effettivi di bilancio?

 

 

Basta che il bilancio di uno stato di un anno si chiuda con 20.000 milioni all’entrata e 19.000 milioni all’uscita, perché i 1.000 milioni debbano essere destinati al rimborso dei debiti? Bisogna innanzi tutto accertarsi che l’avanzo sia sincero e non sia dovuto a semplici manipolazioni di cifre contabili; ad esempio, all’aver messo 1.000 milioni di spese effettive fuori bilancio, sicché non risultino in evidenza. Solo quando il bilancio è veritiero, si può parlare di vero avanzo.

 

 

533. – L’AVANZO NON DEVE ESSERE OTTENUTO CON ECONOMIA PER SPESE NECESSARIE. – Che cosa monta, inoltre, vi sia un avanzo, quando lo stato non adempie ai suoi uffici primi, che sono di difendere il territorio nazionale, amministrare la giustizia, impartire l’istruzione alle nuove generazioni, difendere contro le insidie del tempo la integrità fisica del paese? Se a questi fini si provvedesse adeguatamente, forse non vi sarebbe avanzo, bensì disavanzo; sicché il discorrere di ammortamento di debito pubblico pare, in tali condizioni, una ironia. Questa era invero l’accusa che prima del 1860 lo Scialoia muoveva al governo borbonico in una celebre polemica col Magliani, allora funzionario nel ministero napoletano delle finanze.

 

 

534. – L’AVANZO DI BILANCIO NON DEVE ESSERE OTTENUTO MERCÉ IMPOSTE OPPRIMENTI O SCORRETTE. – Ed è ironia discorrere di ammortamento quando l’avanzo nasce, contrariamente al caso precedente, non perché le spese sono tenute indebitamente basse, ma perché le entrate sono spinte a limiti eccessivi. L’avanzo di bilancio è, per definizione, il supero delle entrate sulle spese. Ma che cosa vogliono dire le «entrate» per uno stato? Se si eccettuano le entrate patrimoniali che non hanno importanza, le entrate di prezzi pubblici che qui non si considerano, lo stato non ha altre entrate le quali non derivino dalle imposte pagate dai contribuenti. Queste sono le principalissime fonti delle entrate degli stati moderni. Or dunque «avanzo di bilancio» può voler dire soltanto imposte eccessive prelevate sui contribuenti.

 

 

Prima di parlare di avanzo disponibile per ridurre il debito pubblico, bisogna avere perciò diminuito o abolito le imposte che troppo gravano sui contribuenti meno provveduti, o più disturbano la produzione od il commercio.

 

 

535. – DELL’ORDINE DA TENERE NELL’ESTINZIONE DEI DEBITI NON AMMORTIZZABILI SECONDO UN PIANO PRESTABILITO – CONVENIENZA DI ESTINGUERE PRIMA I DEBITI PIÙ ONEROSI PER LA COLLETTIVITÀ. – Poiché di fatto esistono molti debiti, i quali non sono ammortizzabili secondo un piano regolare, qual ordine dovrà essere tenuto nell’estinguerli, quando si verificano veraci ed effettivi avanzi di bilancio? Trattandosi per lo più di opportunità variabili da caso a caso, la dottrina può enunciare una sola regola: l’ammortamento o riduzione deve cominciare da quei debiti i quali sono più onerosi per la collettività. Ed a bella posta si disse per la collettività e non per lo stato allo scopo di mettere in luce che si deve badare soprattutto all’onere reale e non all’onere apparente.

 

 

Così deve preferirsi la riduzione dei buoni del tesoro; anche emessi a basso saggio di interesse. Poiché i buoni del tesoro sono titoli di debito a breve scadenza ed una soverchia quantità di essi può essere cagione di pericolo allo stato, quando vengano a scadere in un momento di grave tensione monetaria od occorra rinnovarli con usure troppo forti o con nocumento del credito pubblico.

 

 

Sezione terza

 

Delle modalità dell’ammortamento

 

536. – PRINCIPALI MODALITÀ DI AMMORTAMENTO. – Tre principali modalità di ammortizzare il debito pubblico possono dunque essere distinte: le casse di ammortamento, i piani di ammortamento e l’annullamento dei titoli, senza piani e senza casse.

 

 

537. – LE CASSE DI AMMORTAMENTO. – È il sistema unico, usato nel diciottesimo secolo, per cui una cassa, creata a bella posta dallo stato, acquista ogni anno titoli fino a concorrenza della propria dotazione e dei redditi relativi. Furono già esposti sopra i danni del sistema; né giova ripeterli. Nessuna delle casse conosciute nella storia funzionò in realtà; e gli abbruciamenti fiscali, alla fine dei cinquanta o cento anni previsti, di masse enormi di titoli di debito pubblico non si videro mai.

 

 

538. – I PIANI DI AMMORTAMENTO. – Non occorre istituire una cassa apposita per ammortizzare questo o quel prestito secondo un piano da attuarsi mediante estrazione a sorte o mediante acquisto in borsa. È il sistema descritto sopra (cfr. par. 459 e 460) ed applicato di solito ai debiti pubblici speciali (cfr. par. 525). Non si deve confondere questo tipo di ammortamento con l’ammortamento vero e proprio del debito pubblico. Che cosa importa, infatti, ripetiamo, ridurre da 1 miliardo a 900 milioni un particolare prestito, quando il totale del debito pubblico cresce da 100 a 101 miliardi? Tuttavia, questo particolare ammortamento può essere vantaggioso:

 

 

  • in primo luogo perché, astrazion fatta dalle vicende generali del totale debito pubblico, è bene conoscere le variazioni di quel particolare prestito creato per far fronte a quel particolare impianto di ferrovia, porto, bonifica, tranvia, acqua potabile, ecc., ecc. Il buon amministratore cura innanzi tutto che ogni particolare ramo della sua azienda sia bene gerito; ed a tal uopo riduce quel prestito a mano a mano che la corrispondente attività, col tempo, scema di valore per il deperire dei suoi impianti. La buona amministrazione di quell’impresa pubblica non perde valore, perché contemporaneamente lo stato ha dovuto sostenere una guerra e si è dovuto caricare di un grave onere di debito;

 

  • in secondo luogo, sebbene logicamente il prezzo corrente dei titoli di debito pubblico, a parità di ogni altra circostanza, tenda a scemare quando il totale del debito cresce da 100 a 101 miliardi, siffatta tendenza può talvolta essere eliminata od attenuata quando lo stato adempie scrupolosamente all’impegno di ridurre nello stesso tempo un capitolo particolare di quel totale da 1 miliardo a 900 milioni. Il ritiro e l’abbruciamento dei 100 milioni produce non di rado un effetto psicologico forse superiore all’importanza loro relativa, e può preparare il terreno favorevole alla emissione del nuovo prestito di 1.100 milioni. Tale prestito nuovo che dovrebbe essere emesso a 90 se lo stato non ammortizzasse i prestiti antichi che si è obbligato ad estinguere a poco a poco, può essere emesso a 95 o più lire, se il pubblico si persuade che lo stato rimborsa alle scadenze dovute i prestiti antichi. Nulla mantiene e cresce il credito pubblico e quello privato, come il mantenere fede alla parola data.

 

 

539. – L’ANNULLAMENTO DEI TITOLI, SENZA PIANI NÉ CASSE. – È il solo metodo serio per ridurre il totale del debito pubblico. Se si vuole, si può affidare il compito di acquistare titoli e bruciarli ad una amministrazione speciale detta «Cassa di ammortamento» o «Commissari del debito pubblico»; ma trattasi di mera terminologia. Il punto sostanziale è quello di ridurre il debito entro i limiti in cui sia possibile osservare i principi fondamentali posti da Lord Grenville: comprar titoli con gli avanzi reali e comprarli senza emetterne contemporaneamente altri. Quando i titoli circolanti sul mercato siano venuti in possesso del tesoro (o della cassa o dei commissari, comunque si chiami l’ufficio incaricato della operazione), i titoli sono immediatamente od al più entro l’anno finanziario annullati. In tal modo è posto fine alla loro esistenza; né potrà accadere che titoli estinti ricompaiano sul mercato. Se lo stato dovrà contrarre nuovi prestiti, tutti sapranno che si tratta di un nuovo indebitamento. Il nuovo debito non potrà nascondersi sotto l’apparenza ingannatrice del vecchio. È bene che tutti sappiano, risparmiatori che danno denaro a mutuo allo stato e contribuenti che, con le imposte, ne fanno il servizio, quando lo stato scema e quando accresce il debito pubblico.

 

 

Sezione quarta

 

Incremento del debito pubblico e ragioni della diminuzione relativa del suo

onere

 

540. – SCARSA IMPORTANZA DELL’AMMORTAMENTO PUBBLICO. – Le nozioni esposte sopra dimostrano che i debiti pubblici non sono diminuiti, se non raramente e temporaneamente. La regola non è la diminuzione, ma l’incremento dei debiti pubblici. Troppo gravi e crescenti sono i compiti degli stati moderni, troppo colossali le spese di impianto della loro organizzazione amministrativa economica e sociale, troppo numerose e terribilmente costose le guerre ed i sommovimenti politici e sociali attraverso a cui essi passarono perché il fatto dell’aumento del debito pubblico non appaia storicamente spiegabile.

 

 

541. – NON AVVERAMENTO DELLE PREVISIONI DI DISASTROSE CONSEGUENZE DERIVANTI DALL’INCREMENTO DEI DEBITI PUBBLICI. – Al chiudersi di ogni grande guerra numerosi scrittori predissero la fine del mondo, la rovina dell’economia, la distruzione del patrimonio nazionale in conseguenza del crescere del debito pubblico. Non accadde nulla. Di secolo in secolo, il totale dei debiti crebbe a cifre che ai contemporanei apparivano astronomiche ed incutevano terrore. I popoli ogni volta dissero: Felici i nostri antenati il cui debito pubblico era così piccolo! Non saremo noi schiacciati da quello che ora ci opprime? Parlarono così quando le cifre si aggiravano sui milioni, e poi sul miliardo e poi sulla decina di miliardi. Ora si discorre di centinaia di miliardi e al solo pronunciare quelle cifre i più restano terrorizzati. Forse i nostri figli e i nostri nipoti si troveranno di fronte a debiti pubblici di migliaia di miliardi e considereranno stranamente esagerate le nostre preoccupazioni per debiti dell’ordine di grandezza di appena le centinaia di miliardi!

 

 

542. – MUTAZIONE NEI TERMINI: POPOLAZIONE E RICCHEZZA NAZIONALE. – In parte lo svanire delle preoccupazioni antiche deriva dal mutamento dei termini di confronto. Cento milioni sembrano una cifra grossa quando gli abitanti di un paese sono 1 milione; diventano irrilevanti se gli abitanti crescono a 40 milioni. Se il reddito nazionale annuo (somma dei redditi di tutti gli abitanti del paese) è di 100 milioni, l’onere di 5 milioni annui di interessi su un debito di 100 milioni è apprezzabile. Se il reddito nazionale cresce a 100 miliardi, lo stesso onere di 5 milioni a malapena si avverte. Così i debiti antichi un po’ per volta impallidiscono. Quel tale debito che era apparso un incubo agli occhi dei nostri vecchi, a malapena si riesce oggi a scorgere col telescopio.

 

 

543. – DIMINUZIONE DI VALORE DELLA MONETA PER LA SCOPERTA DELL’AMERICA, DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE E NEI TEMPI RECENTI DOPO LA GUERRA DEL 1914-18. – La forza più potente la quale ha contribuito a diminuire il peso dei debiti pubblici è stata però la diminuzione di valore della moneta (intorno a cui si richiamano le cose già dette in questo libro, ai par. 447-449 e 470).

 

 

Nel periodo aureo dell’economia europea che va dal 1815 al 1914 si formò nell’opinione pubblica l’idea della moneta stabile. Trattavasi di un’idea nuova, la quale riusciva di grande vantaggio al credito degli stati, i quali poterono procurarsi denari a prestito al 3,50, al 3 ed al 2,50%, perché i risparmiatori erano persuasi che gli investimenti stipulati in lire, franchi, marchi, sterline, erano investimenti solidi, sottratti alle vicissitudini monetarie. L’esperienza della guerra del 1914-18 procurò ai portatori di titoli di debito pubblico una grande disillusione, la quale però non era cosa nuova. La scoperta dell’America e la Rivoluzione francese furono i due grandi avvenimenti paragonabili sotto questo rispetto alla guerra del 1914-18 ora detta. Le miniere di nuove monete che si scopersero durante la Rivoluzione francese e la guerra del 1914-18 furono miniere di carta, mentre invece la scoperta dell’America mise in luce delle vere e proprie miniere d’argento e d’oro. Riguardo ai redditi fissi, le scoperte ebbero tuttavia identico effetto: la loro eliminazione o riduzione. Nel medio evo le classi nobili ed il clero avevano cercato garantirsi contro la falsa monetazione di cui i sovrani si arrogavano troppo spesso il diritto, facendosi pagare i redditi loro derivanti dalle terre concesse in enfiteusi o in feudo o a colonia, non in una moneta determinata, ma in un certo peso di oro e argento. Credevano di avere così assicurato un reddito fisso alle loro famiglie. Dopo la scoperta dell’America le speranze andarono deluse: per tutto il medio evo non si erano scoperte nuove miniere e il mondo europeo aveva vissuto con i resti delle monete che erano state coniate dai Romani. Non essendo più state scavate altre apprezzabili quantità di oro e argento, la quantità di moneta circolante era diminuita a poco a poco: le invasioni barbariche che facevano nascondere sotto terra i tesori per sottrarli alle rapine dei barbari, il logorio naturale, le utilizzazioni industriali avevano aggravato tale risultato.

 

 

Essendo la quantità di moneta andata man mano decrescendo, i prezzi erano diminuiti e quindi con un piccolo peso di oro o di argento si poteva comperare una grande quantità di merci o servizi. Chi aveva il diritto a poche libbre di oro e argento godeva di un cospicuo reddito annuo, di una capacità di acquisto molto alta.

 

 

Dopo la scoperta delle miniere del Messico, del Perù, della California, tutti i prezzi cominciarono a salire; e nel sedicesimo e diciassettesimo secolo – la grande invasione dei metalli preziosi comincia verso il 1550 -si verificò una forte svalutazione monetaria in Europa a causa della produzione e conseguente importazione nel vecchio mondo di metalli preziosi. I prezzi interni crebbero a poco a poco dal 1550 al 1660 da quattro o cinque volte sopra il livello antico.

 

 

Questa fu una ragione per cui i grandi signori videro le loro ricchezze svanire e caddero in povertà. Le classi nobiliari erano cadute in miseria e altre nuove classi industriali e mercantili salirono a grande ricchezza. Durante la Rivoluzione francese cogli assegnati e durante la grande guerra del 1914-18 si verificò lo stesso fenomeno con la differenza che nel diciassettesimo secolo esso richiese 100 anni per verificarsi, mentre il fenomeno rivoluzionario francese ebbe breve durata e coll’avvento di Napoleone ebbe rapidamente fine. La svalutazione iniziatasi nel 1915 che pareva chiusa tra il 1925 ed il 1928, ebbe nuova ripresa col 1930; né si vede sinora quando le monete dei diversi paesi potranno riacquistare la loro stabilità. Gli effetti furono in tutti i casi i medesimi. Come dopo la scoperta dell’America e la Rivoluzione francese, i debiti pubblici, a causa del deprezzamento della moneta, erano praticamente scomparsi, o grandemente ridotti, ridotti erano gli oneri sui contribuenti e i portatori dei titoli di debito pubblico avevano perso in tutto o in parte le loro rendite, così oggi alcuni stati poterono ripudiare il debito pubblico senza che apparentemente mutasse nulla dell’ammontare totale del debito, né l’interesse fosse ridotto.

 

 

544. – PERDITE DEI PORTATORI DI TITOLI DI DEBITO PUBBLICO. – I portatori di antichi titoli pubblici inglesi hanno perso i tre quinti della potenza d’acquisto che possedevano un tempo, quelli francesi gli undici dodicesimi, quelli italiani poco meno dei cinque sesti. Ma ciò è nulla in confronto ai portatori tedeschi i quali perdettero quasi tutto. L’onere dei contribuenti inglesi, per quanto riguarda il debito pubblico antico, si riduce ai tre quinti, quello dei contribuenti francesi a un dodicesimo, quello dei contribuenti italiani a un sesto, quello dei contribuenti tedeschi ad una piccola indennità concessa a taluni tra i vecchi creditori. Per il resto si può dire che il debito si è ammortizzato da sé, pur rimanendo invariato il valore nominale del titolo.

 

 

545. – DIFFICOLTÀ DI RIPARARE AL DANNO PER I CREDITORI PUBBLICI. – Il problema di riparare al danno che si è arrecato ai portatori dei titoli di debito pubblico, si presenta irto di grandi difficoltà pratiche. I portatori dei titoli di debito pubblico hanno ragione di dire: perché dobbiamo essere noi i soli a carico di cui si è verificata una vera e propria falcidia, mentre la fortuna di tutti gli altri contribuenti è rimasta invariata? Infatti coloro che avevano terreni e fabbricati hanno visto aumentare il valore della terra e il prezzo delle case, coloro che avevano anche titoli a valore variabile, azioni di società, hanno visto aumentare il valore delle loro azioni in confronto dei valori antichi di esse. Non tutti hanno ricuperato in moneta svalutata i valori antichi. In Francia, a causa dei calmieri sui fitti, vi sono case a Parigi le quali furono vendute nel 1938 e nel 1939 a prezzi, espressi in franchi da 8 centesimi, uguali a quelli venali del 1914 in franchi da 100 centesimi. Ma, in media, un ricupero parziale per i cosiddetti valori reali è stato ottenuto.

 

 

Non tutti i possessori di titoli di debito pubblico hanno subito uguali perdite. Il peso di queste varia a seconda del valore della moneta nell’epoca in cui l’acquisto fu fatto. Così i portatori di titoli pre-bellici di debito pubblico hanno avuto la falcidia di un sesto; gli altri hanno perso in proporzione diversa a seconda dell’epoca in cui hanno acquistato i titoli emessi durante la guerra. Così coloro che hanno comperato i primi titoli emessi nel 1915 e che hanno pagato con moneta ancora quasi alla pari, avranno perso i quattro settimi del prezzo versato e via via a mano a mano che ci avviciniamo a coloro che hanno sottoscritto negli anni successivi e con moneta sempre più svalutata, la perdita diminuisce. Ricordasi che quando si parla di perdita non ci si vuole riferire al prezzo corrente in lire, che può anche essere aumentato, ma alla potenza di acquisto.

 

 

Dunque i portatori dei titoli di debito pubblico perciò hanno ragione di lagnarsi della ingiustizia di essere essi principalmente chiamati a sopportare la grossa falcidia sul loro patrimonio. Le imposte debbono essere ripartite equamente su tutti i contribuenti. Astrattamente si potrebbe immaginare un congegno con cui, verificate le perdite della guerra, esse siano ripartite su tutti indistintamente i contribuenti e ai portatori di titoli sia restituita quella parte di perdita che supera quella che tutti i contribuenti in media dovrebbero sopportare.

 

 

546. – DIFFICOLTÀ DI RISARCIRE LE PERDITE PER LO STATO. – Dal punto di vista dello stato, la difficoltà di trovare il rimedio consiste in ciò, che si dovrebbe cercare qualche altro mezzo per poter equilibrare il suo bilancio. Oggi (1940) lo stato può pagare su 160 miliardi di debito pubblico regolarmente gli interessi di 8 miliardi circa di lire in moneta svalutata. Il giorno in cui esso dovesse pagare invece questi miliardi di interesse in moneta alla pari antica od anche alle successive pari dei tempi di emissione, le condizioni del bilancio statale peggiorerebbero, perché lo stato dovrebbe pagare in moneta rivalutata la stessa somma che oggi paga in moneta svalutata. Il che vuol dire che i contribuenti i quali oggi pagano per il servizio del debito pubblico 8 miliardi di lire all’attuale potenza d’acquisto, dovrebbero pagare in lire attuali una somma maggiore di imposte. Sarebbe facile? li contribuente che oggi ha 10.000 lire di reddito può pagarne 1.000 d’imposta per il solo servizio del debito pubblico, oltre le imposte necessarie per tutti gli altri servizi pubblici. Come farebbe a pagare, invece di 1.000, due o tre mila lire? Se i contribuenti non possono pagare, come gli stati equilibrerebbero i loro bilanci?

 

 

547. – IL TRATTAMENTO DELLE DIFFERENTI CATEGORIE DI CREDITORI PUBBLICI IN ORDINE AL DIVERSO TEMPO DELL’ACQUISTO DEI TITOLI. – Esistono inoltre problemi relativi ai portatori dei titoli, quali la scelta o diverso trattamento che dovrebbe essere fatto tra di essi. Esso è stato in passato risolto con metodi empirici. Per esempio, dopo la Rivoluzione francese, quando agli assegnati si sostituì nuovamente il franco-oro, lo stato si obbligò a rimborsare i debiti antichi in franchi-oro alla pari, convertendo cioè gli antichi prestiti fatti in carta moneta in franchi -oro a seconda di una certa tabella di svalutazione secondo il corso del cambio tra il franco-carta e il franco-oro. Quindi se il franco-carta valeva 0,80 nel momento in cui è stato contratto il debito, lo stato debitore si obbligò a pagare 0,80; se 0,60, dichiarò un debito di 0,60: se 0,10 come all’epoca del Terrore, il debitore fu obbligato a pagare 0,10 per ogni cento franchi-carta di debito contratto.

 

 

Lo stesso criterio venne adottato su per giù da tutti gli stati in cui nel secolo passato si era verificato questo fenomeno. Così però il problema non fu veramente risolto, ma appena posto. Coloro i quali erano possessori dei titoli nel momento in cui si fece la conversione, erano quelli stessi che li avevano acquistati in origine? È difficilissimo accertare ciò, salvo che per una piccola minoranza di portatori che avevano titoli nominativi iscritti al loro nome e che li fecero iscrivere subito e li conservarono per tutto il tempo intermedio. Per tutti gli altri si poteva fare l’obiezione: con quale moneta avete comperato i titoli? È vero che voi presentate al cambio un titolo emesso prima del 1789, quando 1 franco valeva 100 centesimi oro. Ma ciò vi dà diritto ad avere 100 centesimi solo se dimostrate d’averlo comperato allora e non dopo, assai dopo, con assegnati del valore di 20, o 10 o 1 centesimo. Sarebbe scorretto dare 100 centesimi tanto al vero risparmiatore che prima del 1789 aveva investito davvero 100 centesimi, quanto allo speculatore, che fece incetta di titoli a pochi centesimi, quando era massima la svalutazione degli assegnati.

 

 

Essendo difficilissimo indagare intorno all’epoca dell’acquisto di titoli al portatore, per togliere una ingiustizia se ne creò dunque un’altra. Altre complicazioni possono sorgere. Può darsi che il portatore di un titolo nuovo, che si dovrebbe cambiare al 10%, l’abbia comperato col ricavo della vendita dei titoli pubblici o privati antichi sottoscritti in tempi di moneta buona. Soltanto perché l’ultimo acquisto è stato fatto recentemente si dovrebbe negare il diritto ad ottenere il mutamento del titolo in un titolo alla pari con 100 lire rivalutate?

 

 

Di qui difficoltà pressocché insormontabili di applicazione. Occorrerebbe creare una specie di catasto storico delle mutazioni di tutti i titoli di debito pubblico, seguire ogni titolo nelle sue mutazioni successive e seguire anche il denaro ricavato dalla vendita di questi titoli per ricostruire la genesi del possesso attuale. Un simile catasto storico dei titoli di debito pubblico può essere immaginato, ma è quasi impossibile costruirlo di fatto; perché la documentazione verrebbe fatta soltanto da parte di coloro che vi avessero interesse. Bisognerebbe che tutti i portatori prevedendo la svalutazione avessero tutti i documenti necessari per poter fare la dimostrazione degli investimenti successivi e presentare i foglietti di acquisto dei titoli in borsa.

 

 

Basta porre queste condizioni, per scorgerne subito le difficoltà grandi. In Germania la rivalutazione dei titoli pubblici si limitò ad una percentuale trascurabile; un quarantesimo della parità oro del tempo dell’emissione; ed essa procedette attraverso recriminazioni infinite. Sicché pare che la miglior soluzione sia quella di confidare nella lenta rivalutazione operata dal tempo e dalla saggia amministrazione finanziaria che ridia ai possessori dei titoli antichi una parte della perduta capacità d’acquisto dei loro redditi.

 

 

548. – IRRAZIONALITÀ DELL’ANNO SABBATICO. – La diminuzione od addirittura cancellazione dell’onere effettivo del debito pubblico, fin quando il valore nominale di esso rimanga invariato, può intitolarsi all’anno sabbatico; dall’antico canone biblico il quale condonava i debiti ad ogni settimo anno. Esso è mezzo irrazionale di ridurre od estinguere i debiti pubblici. Il debitore razionale ha interesse a pagare gli interessi ed a rimborsare il capitale dei debiti nella medesima moneta, né migliore né peggiore, al più, non potendo far diversamente, migliore di quella ricevuta. Se, come nel diciannovesimo secolo, questa pratica si generalizzasse e si perpetuasse, si accentuerebbero gli effetti che già allora si erano osservati. Come il saggio di interesse netto per i debiti perpetui inglesi si era ridotto a circa il 2,25%, così il saggio di interesse sui debiti privati e pubblici si ridurrebbe nuovamente al 4, al 3, al 2; né si arresterebbe a questo punto. Data la crescente propensione degli uomini a risparmiare e la possibilità e forse la probabilità che gli investimenti ad essi offerti non crescano in misura più rapida del passato – molti economisti prevedono difficoltà di investimento; ma ci si può limitare a non escludere che i campi di investimento difficilmente crescono più rapidamente che in passato – ; non sarebbe fuor di luogo prevedere riduzioni all’1 e forse 0,50 ed anche meno %.

 

 

Non è probabile tuttavia che gli uomini rinuncino alla loro consuetudine degli anni sabbatici: le guerre, le rivoluzioni politiche e sociali offrono troppe occasioni a ciò. Essi preferiscono pagare interessi alti, gemere sotto il loro peso, ribellarsi contro i capitalisti e trovare le maniere di ripudiare (vedi sotto, par. 555 e segg.) o di annullare con svalutazioni debiti pubblici e privati. Le cause della condotta irrazionale degli uomini – contro cui a nulla giovano le voci degli economisti clamanti nel deserto – sono molteplici; né qui è il luogo di esaminarle. Basti accennare ad una sola; se i debitori tenessero fede alla parola data e rigorosamente continuassero per secoli a rimborsare il capitale ed a pagare gli interessi nella moneta convenuta, essi conseguirebbero il proprio vantaggio -riduzione del saggio dell’interesse a livelli minimi evanescenti – ed insieme il vantaggio dei creditori – è meglio ricevere l’1% sicuro che il 5 od il 6% minacciato da ripetuti anni sabbatici – e quello della collettività, la quale dall’incremento del risparmio otterrebbe il vantaggio di sfruttamento pieno delle risorse naturali, con insperata elevazione del tenore di vita. Ma nulla tanto duole alla comune degli uomini quanto il vantaggio proprio, se esso sia condizionato al contemporaneo e interdipendente vantaggio altrui. Essi al vantaggio preferiscono a mille doppi il danno proprio, purché sperino che danno maggiore abbia a derivarne altrui. Tale essendo la natura degli uomini, vana è la speranza di evitare in avvenire le svalutazioni monetarie e gli anni sabbatici.

 

 

Sezione quinta

 

L’ammortamento privato del debito pubblico

 

549. – POSIZIONE DEL PROBLEMA DELL’AMMORTAMENTO PRIVATO. – Un’altra ragione del mancato avveramento delle profezie è data dal fatto che all’ammortamento, a cui gli stati non poterono provvedere, provvedono i privati, quando ciò sia conveniente.

 

 

Supponiamo che tutte le altre circostanze importanti siano rimaste invariate: uguale la popolazione, uguali la ricchezza ed il reddito nazionale, invariata la unità monetaria. Lo stato non ha rimborsato direttamente neppure un centesimo del prestito. Questo sta nel 1950 scritto sul gran libro del debito pubblico per l’ammontare originale di 1 miliardo di lire, per cui fu contratto nel 1900 e frutta il medesimo interesse del 4% corrente nel 1900. Nessuna conversione è intervenuta nel frattempo. I contribuenti pagano nel 1950 gli stessi 40 milioni di lire di imposte che per il servizio del prestito pagavano nel 1900.

 

 

È probabile che, anche in questa ipotesi estrema, i contribuenti del 1950 sentano assai meno vivamente l’onere del prestito di quelli del 1900. Nel 1900 il prestito era stato emesso perché la copertura di quella certa spesa con una imposta straordinaria sarebbe stata troppo onerosa per la maggior parte dei contribuenti. Essi avrebbero dovuto vendere frazioni di case e di terreno, ovvero ipotecare case e terreni, o indebitarsi con usurai, caricandosi di un onere in media assai superiore al 4% (cfr. sopra par. 414 a 419). Preferirono costituire, sotto l’egida dello stato, quel che potrebbe chiamarsi un consorzio obbligatorio ed offrire ai capitalisti la propria garanzia solidaria, munita degli strumenti severissimi di adempimento di cui dispone lo stato per farsi pagare le imposte. Essi riescirono così (per la forma si deve dire che riuscì lo stato, il quale condusse l’operazione a suo nome, senza creare alcun consorzio; ma nella sostanza lo stato agì per conto e nell’interesse dei contribuenti) ad accattare a prestito il miliardo di lire di cui abbisognavano per far fronte alla spesa straordinaria pubblica ad un saggio basso di interesse, il 4%, il migliore corrente in quel momento. Lo stato, agendo per conto dei contribuenti, preleva sui contribuenti 40 milioni di lire annue di imposte e le passa ai creditori pubblici. Nella operazione il tesoro dello stato è intermediario utilissimo e necessario per dare alla transazione il carattere forzoso che ne costituisce la miglior garanzia e ridurre l’onere dell’operazione al minimo. Il negozio sostanzialmente ha luogo fra contribuente che paga e creditore pubblico che riceve gli interessi.

 

 

550. – COME IL CONTRIBUENTE PUÒ ANNULLARE L’ONERE DEL DEBITO GRAVANTE SU DI LUI. – Ogni contribuente è obbligato a pagare, col nome di imposta e attraverso il tesoro dello stato, la propria quota di interessi. Tizio, ad esempio, paga 4.000 lire all’anno di imposta affinché lo stato serva gli interessi sulle 100.000 lire che altrimenti egli avrebbe dovuto pagare a titolo di imposta straordinaria. Ad un certo punto tra il 1900 ed il 1950 Tizio ha accumulato qualche risparmio od ha venduto una casa o si è ritirato dal commercio ed ha in mano così fondi vecchi o nuovi che non sa come impiegare a un saggio di frutto maggiore del 4%. La sua terra, la sua casa, la sua impresa, non consentono o non richiedono vantaggiosamente migliorie, sopraelevazioni, ampliamenti. Tizio dà ordine al suo agente di cambio di acquistare in borsa 100.000 lire di consolidato 4%. Certo, Tizio ha dovuto risparmiare le 100.000 lire; ed il fatto del risparmio nuovo è l’antecedente necessario dell’ammortamento privato del debito pubblico, come del rimborso di qualsiasi debito. Il risparmio nuovo è l’antecedente generico, non necessario, perché l’antecedente può consistere, come si disse sopra, nel possesso di fondi liquidi derivanti da disinvestimento. Affinché l’antecedente produca l’effetto psicologico di ammortamento privato del debito pubblico, occorre però si verifichi un altro fatto, che è quello veramente caratteristico. Per sé, risparmio nuovo significa solo incremento di ricchezza, noto fattore di diminuzione del peso del debito pubblico (cfr. sopra par. 542)

 

 

Il fatto caratteristico è che il fatto nuovo sia compiuto da «contribuenti» prima incapaci a risparmiare (lavoratori puri) od alieni dagli investimenti in titoli di debito pubblico (imprenditori agricoli industriali o commerciali) ed ora capaci o propensi a dar ordini di acquisto di titoli di debito pubblico. In quel momento, la partita del debito pubblico, per quanto riguarda Tizio, può in fatto considerarsi chiusa. «In fatto» vuol dire nell’immaginazione o nell’opinione di Tizio. In verità, se Tizio ci ragiona su, può concludere: «Quelle 100.000 lire che ho risparmiato avrei potuto investirle in una casa, la quale avrebbe dato il reddito netto delle stesse 4.000 lire del titolo di stato. In tale ipotesi, io sentirei il piacere da una parte delle 4.000 lire di reddito e il dolore dall’altra delle 4.000 lire di imposta per fare il servizio del prestito. Quindi io debbo sentire ugualmente il piacere delle 4.000 lire di reddito del titolo di stato e il dolore di perderle subito per pagare l’imposta necessaria per fare il servizio del mio titolo». Ma, questi ragionamenti che Tizio dovrebbe fare se fosse un raziocinante perfetto, non hanno luogo e Tizio sente di fatto diminuito il dolore di pagare le 4.000 lire d’imposta, perché le paga con il ricavo uguale delle cedolette dei titoli di debito pubblico da lui acquistati.

 

 

Formalmente, il debito pubblico esiste sempre nella cifra originaria. Sul gran libro del debito sono sempre scritte le 100.000 di consolidato 4%. L’erario pubblico continua a pagare ogni anno 4.000 lire di interessi. Pura forma. Tizio ha la doppia faccia: paga 4.000 lire colla faccia di contribuente, e riceve le 4.000 lire colla faccia di creditore. Lo stato facilita la compensazione, consentendogli di pagare le 4.000 lire d’imposte mercé la consegna di 4.000 lire di cedolette di titoli del debito pubblico.

 

 

551. – SPEDIENTI ANTICHI CHE AGEVOLANO L’AMMORTAMENTO PRIVATO. – Negli stati di antico regime, innanzi al 1789, i legislatori avevano visto la vanità del gran scrivere e passare carte cifre avvisi e cedolette; ed avevano immaginato uno spediente ovvio. Il tesoro consegnava al creditore Caio una specie di delegazione a farsi pagare le 4.000 lire da Tizio debitore di altrettanta imposta fondiaria. Quando Tizio era stanco di pagare, riscattava, pagandola 100.000 lire, la delegazione e pagava le 4.000 lire a se stesso. Ossia non pagava più. Il tasso (nome dell’imposta fondiaria in Piemonte prima del 1789) era oramai venuto meno nei suoi riguardi e il debito pubblico era cancellato per la quota che a lui toccava (cfr. par. 486).

 

 

Quel che nel Piemonte del diciottesimo secolo era un fatto chiaro e semplice, adesso è una teoria che si intitola al nome di Antonio De Viti De Marco.

 

 

552. – LA RIVIVISCENZA DELLA QUOTA ESTINTA PRIVATAMENTE DEL DEBITO PUBBLICO. – Il sistema odierno ha un vantaggio su quello antico, in quanto il debito pubblico già estinto può rivivere. Tizio, il quale ha estinto la sua quota di debito pubblico, coll’acquisto di 100.000 di consolidato 4%, e conseguente compensazione e annullamento dei due atti: pagamento di 4.000 lire di imposta e riscossione di 4.000 lire di interessi, in un secondo momento può avere nuovamente bisogno delle 100.000 lire per migliorare il podere od ampliare l’impresa o procedere a divisioni patrimoniali delle 100.000 lire di consolidato 4% e si ricostituisce debitore vero e proprio dell’importo relativo.

 

 

Ritorna a pagare le 4.000 lire di imposta, traendole da altre fonti; ed a versarle, attraverso il tesoro dello stato, ad un nuovo Caio acquisitore delle 100.000 di consolidato 4%. Non è necessario che Tizio acquisti o venda tutte le 100.000 d’un colpo; acquista o vende a frazioni o per intiero, come gli detta la convenienza.

 

 

553. – L’AMMORTAMENTO PRIVATO È PARZIALE E PROVVISORIO. – Il debito pubblico di ogni stato si estingue dunque, per acquisto privato dei relativi titoli da parte dei debitori dell’imposta necessaria a fare il servizio del prestito, nei limiti nei quali i contribuenti hanno la possibilità e la convenienza di provvedere all’estinzione. L’ammortamento «privato» del debito pubblico è dunque parziale e provvisorio. Non è certo e non è permanente. Come si operò, così può venir meno.

 

 

Il contribuente può non ammortizzare per impossibilità ovvero per convenienza. Se egli non risparmia, continua a fruire dei vantaggi che il metodo del debito gli offriva in confronto a quello della imposta straordinaria. Se, risparmiando, non acquista titoli di debito pubblico, bensì azioni industriali o terreni o case, egli ha, a suo giudizio, reddito o vantaggio maggiore di quel che avrebbe avuto ammortizzando privatamente la sua quota di debito pubblico. Ogni giorno, sia all’origine come in seguito, il contribuente compie e continuamente rinnova la scelta fra i due metodi secondo la regola della massima sua convenienza.

 

 

Storicamente, si osserva che quanto più il tempo passa, quanto più le classi operose e industriose consolidano la loro fortuna, tanto più l’ammortamento privato acquista efficacia. Esso spiega perché col passar del tempo prestiti che erano parsi schiaccianti diventino tollerabili. Prima il servizio di interesse era fatto col sudore della fronte di contribuenti costretti a faticare, a dirigere e a organizzare per pagare le imposte all’uopo necessarie. Dopo, a poco a poco, si paga, senza così gran fatica,con la cedoletta dei titoli di stato acquistati col risparmio passato. Se ciò voglia dire che non si paga più o che solo si ha l’impressione di non pagare è questione sottile, che si può anche lasciare insoluta.

 

 

554. – CONFRONTO FRA L’AMMORTAMENTO PUBBLICO E QUELLO PRIVATO. – Contro la teoria e il fatto dell’ammortamento privato del debito pubblico i critici osservano che esso non è generale; e vi provvedono solo gli alcuni che possono; che non è definitivo, ché i contribuenti possono rivendere i titoli comperati e che solo i risparmiatori riescono ad ammortizzare la loro fetta di debito pubblico; i poveri, gli impotenti a risparmiare seguitano a pagare.

 

 

Le critiche non hanno valore. Il povero impotente a risparmiare non ha danno dal vantaggio altrui. Anzi quanto più il titolo si classa presso i contribuenti e piglia stabile dimora nel loro portafoglio, tanto più cresce la clientela del titolo e ne aumenta il pregio. Lo stato può trovare occasione a utili conversioni volontarie dal 4 a 3,50%. Anche i poveri e gli impotenti a risparmiare ne traggono vantaggio di minori imposte o di più perfetti servizi pubblici.

 

 

Il giudizio comparativo storico di confronto fra l’ammortamento pubblico ad opera diretta dello stato e l’ammortamento privato non è dubbio. Storicamente l’ammortamento pubblico è un fatto rarissimamente accaduto e certo mai durato; l’ammortamento privato non è conoscibile da cifre e notizie precise, ma ne sentiamo la presenza latente benefica, crescente col tempo a mano a mano che ci allontaniamo dal giorno della creazione dei prestiti pubblici.

 

 

VIII

 

Del ripudio dei prestiti pubblici

 

555. – L’onere del debito può scemare, oltreché per ammortamento, ossia rimborso, anche per ripudio, ossia per dichiarazione unilaterale dello stato di non intendere più di pagare, in tutto od in parte, il capitale o gli interessi del debito pubblico. Questo modo di riduzione od abolizione del debito pubblico può aver luogo attraverso alla svalutazione monetaria; e di questa si è già discorso (cfr. par. 543-548). Ma può anche aver luogo per riduzione dichiarata, in modo palese o larvato, senza ricorrere alle svalutazioni monetarie.

 

 

Sezione prima

 

Il ripudio palese

 

556. – LE DUE MANIERE DEL RIPUDIO PALESE: LA RIDUZIONE DEL CAPITALE O DEGLI INTERESSI. – Il ripudio palese del debito può avvenire in due diverse maniere, di cui l’una ha tratto al capitale e l’altra agli interessi. Si ha la prima quando lo stato apertamente dichiara di ridurre il capitale del debito alla metà od al terzo o di ripudiarlo del tutto; di che si ha esempio celeberrimo nella riduzione dei due terzi operata durante la Rivoluzione francese all’atto della creazione del gran libro del debito pubblico. Formalmente, i due terzi ripudiati si rimborsarono in contanti; ma poiché il contante consisteva in assegnati, ossia in carta-moneta di valore praticamente uguale a zero, quel rimborso equivaleva a ripudio. Più di frequente si ricorre all’altra maniera di ripudio, che consiste nella riduzione degli interessi ai quattro quinti, ai due terzi, alla metà od al terzo di quelli che erano stati promessi. Invece di pagare il 5% stipulato, si paga il 4 od il 3 od il 2 o soltanto l’1%. Rimane fisso il termine cento che è il capitale nominale e varia il termine percentuale dell’interesse.

 

 

Ognuno vede che la conservazione del capitale nominale non ha importanza fondamentale; ciò che importa non essendo il capitale nominale ma il prezzo effettivo a cui i titoli possono essere negoziati. Se il saggio corrente di interesse per questa sorta di impieghi è il 5%, il titolo il cui interesse è ridotto al 4% varrà 80 lire, 60 quello ridotto al 3%, 40 quello al 2% e 20 lire soltanto il titolo il cui interesse fu ridotto all’1%. Al disopra del qual prezzo, che dicesi valore di parità, il titolo potrà salire di fatto soltanto se, in prosieguo di tempo, il saggio dell’interesse corrente ribassi od appaia non lontana la possibilità del rimborso alla pari, ove trattisi di titoli redimibili.

 

 

557. – PREFERIBILITÀ DEL RIPUDIO SULL’ INTERESSE A QUELLO SUL CAPITALE. – Tuttavia è preferibile la riduzione dell’interesse dal 5 al 2.50%, conservando invariato il capitale nominale a 100 lire, alla riduzione del capitale nominale da 100 a 50 lire, conservando invariato l’interesse del 5%. In questo secondo caso, il creditore, riscuotendo il 5% di 50 lire ha un reddito di 2,50 lire; e non ha nessuna speranza che il prezzo del titolo salga in borsa oltre 50 lire. Se salisse, ciò vorrebbe dire che il saggio di interesse sul mercato è ridotto al 4%, ad es., e lo stato convertirebbe il titolo dal 5 al 4% ed il prezzo di borsa ricadrebbe a 50.

 

 

Invece nel primo caso, essendo l’interesse al 2,50% su 100 lire, lo stato non potrà mai operare conversioni prima che il saggio dell’interesse sul mercato si sia ridotto a meno del 2,50%, per es., al 2%. Quindi per lunghissimi anni il portatore è sicuro contro ulteriori riduzioni di reddito. Inoltre, a mano a mano che il saggio dell’interesse si riduce sul mercato, dal 5 al 4 e poi al 3 e poi al 2%, ecco che il prezzo corrente del titolo sale. Un titolo che frutta 2,50 lire, se i titoli si negoziano al 4%, vale in borsa 62,50 lire; se al 3% vale 83,33; se al 2,50% vale 100 lire. Ecco perché i possessori dei titoli, posti allo sbaraglio in tempi calamitosi di dover scegliere l’albero a cui impiccarsi, se la riduzione del capitale o quella degli interessi, debbono preferire quest’ultima.

 

 

Sezione seconda

 

Il ripudio larvato

 

558. – IL RIPUDIO LARVATO CON IMPOSTE SPECIALI SUI TITOLI DI DEBITO PUBBLICO – LE IMPOSTE SPECIALI POSSONO ESSERE MASCHERATE SOTTO COLORE DI IMPOSTE GENERALI. – Talvolta a dare l’illusione dell’osservanza dei patti convenuti, mentre sostanzialmente si violano, amano i governi non solo conservare nominalmente intatto il capitale, ma puranco l’interesse. Bensì, per ridurlo effettivamente, lo gravano d’imposte sì da riprendere con una mano ciò che avevano dato con l’altra. Occorre notare che, affinché si abbia ripudio, è d’uopo che le imposte di cui si tratta, siano imposte speciali, create in odio dei portatori dei titoli di debito pubblico e non generali, ossia vigenti per tutti i contribuenti.

 

 

A che vale che a lui si continui apparentemente a pagare il 5%, quando sull’interesse dovutogli gli è fatta una ritenuta del 20 o del 40 o del 50% sicché in realtà egli riscuote solo il 4 od il 3 od il 2,50% di interesse? Benché mascherata coll’imposta questa è vera e propria riduzione forzata degli interessi convenuti.

 

 

559. – La riduzione forzata non muta natura solo perché la imposta speciale fu mascherata sotto specie d’imposta generale. Come accadde in Italia nel 1894 quando l’imposta di ricchezza mobile fu elevata per tutti i contribuenti dal 13,20 al 20%, ma in realtà, grazie al metodo della diversificazione, gli altri redditi subirono un aumento di imposta assai meno rilevante, dal 13,20 al 15%, e solo i redditi dei titoli di debito pubblico (stato, province, comuni e società sovvenzionate da questi enti) dovettero subire l’intiero aumento dal 13,20 al 20%. L’aumento dal 13,20 al 15% poteva essere considerato comune con le altre categorie di reddito e perciò generale, ma l’ulteriore aumento dal 15 al 20% era speciale ai titoli di reddito pubblico, sicché palesava la sua indole di riduzione forzosa degli interessi. In difesa della riduzione forzosa operata nel 1894 dal ministro Sonnino si può addurre questo argomento: che essa tornò di vantaggio ai creditori dello stato, perché, scomparso il disavanzo, il 4% apparve più sicuro del 4,34% e il corso dei titoli rialzò tanto che nel 1906 fu possibile la conversione liberamente consentita dai creditori, dal 4 al 3,50%.

 

 

Sezione terza

 

La difesa dei creditori contro il ripudio

 

560. – LA DIFESA PREVENTIVA DEI CREDITORI CONTRO IL RIPUDIO: IL RIALZO DEL TASSO DELL’INTERESSE. – LA DIFESA REPRESSIVA: IL BOICOTTAGGIO. – Contro il ripudio del debito pubblico, i creditori hanno due maniere di difendersi: l’una preventiva, e l’altra repressiva.

 

 

Si ha una difesa preventiva, quando i capitalisti, temendo che lo stato, il quale va in cerca di prestiti, in avvenire ripudii in tutto od in parte il prestito contratto, elevano il saggio d’interesse, in modo da aggiungere all’interesse propriamente detto, poniamo del 4%, una quota, ad es., del 4%, per il rischio del ripudio del debito, in guisa che l’interesse totale sia dell’8%.

 

 

Si ha invece difesa repressiva quando, avvenuto il ripudio, i creditori si uniscono in comitati di difesa – e se ne hanno a Londra ed a Parigi, ed ora anche in Italia, ad opera della Associazione bancaria, ora Confederazione delle aziende del credito – i quali proclamano il boicottaggio degli stati falliti, ossia avvertono i capitalisti della inopportunità di mutuare ad essi denaro. La forza di questo boicottaggio è tanta, che la maggior parte degli stati segnati sulla lista nera si sono veduti chiudere in faccia le porte dei mercati finanziari europei, e, se vollero ottenere nuove somme a prestito, dovettero piegare il capo e negoziare col comitato la radiazione dalla lista nera. Cosa che non poterono ottenere se non facendo onorevole ammenda dei trascorsi passati e venendo ad un accordo coi loro creditori, accettabile per ambo le parti. A poco a poco il numero degli stati segnati sulla lista nera si ridusse, sicché, innanzi alla guerra del 1914-18, vi si leggevano soltanto più i nomi di talune minori repubbliche americane e di taluni degli stati meridionali della confederazione nord-americana, i quali rimanevano testardi nel non voler far onore a certi vecchi debiti contratti nella prima metà del diciannovesimo secolo e durante la guerra di secessione per la abolizione (per gli stati in discorso trattavasi di conservazione) della schiavitù.

 

 

Dopo la guerra anzidetta, il numero degli stati ripudiatari del debito pubblico crebbe nuovamente; e la lista diventerebbe anzi assai lunga se vi si includessero i nomi degli stati che pagano interessi e rimborsano capitale in moneta svalutata. Ma di ciò si è discorso dianzi.

 

 

561. – I CONCORDATI FRA CREDITORI E STATI RIPUDIATI – LORO CONVENIENZA PER I CREDITORI – LE COMMISSIONI INTERNAZIONALI PER IL DEDITO PUBBLICO. – Agli accordi che i creditori stipulano con gli stati colpevoli di ripudio si può dare il come di concordato, con terminologia tratta dal diritto commerciale. Sarebbe infatti vano pretendere da uno stato, il quale si trova gravato da interessi fortissimi, e le cui imposte, probabilmente già gravosissime, sono insufficienti a far fronte all’onere dei debiti, l’esatto adempimento dei suoi impegni. Pretendere ciò, sarebbe pretendere l’impossibile. Accade qui come in moltissimi casi di dissesti di industriali e commercianti. I creditori ben sanno che, se si ostinassero a pretendere il cento % dei loro crediti, il commerciante sarebbe nella impossibilità di far fronte ai pagamenti e dovrebbe rassegnare il bilancio, chiedendo il fallimento; con danno grandissimo, perché le spese del fallimento e la liquidazione forzata ridurrebbero a poco o nulla l’attivo ripartibile tra i creditori. Posti tra i due mali, di un fallimento che darebbe loro lo zero od il 10%, e di un concordato al 50%, i creditori accettano quest’ultimo come il male minore. Così fanno anche i creditori di uno stato fallimentare, prendendo le opportune garanzie affinché questa restante parte sia assicurata contro ogni pericolo.

 

 

Spesso la garanzia consiste nella nomina di una commissione internazionale nominata dagli stessi creditori o dai governi a cui essi appartengono, incaricata di amministrare ed esigere certe speciali imposte date in pegno o garanzia ai creditori. Così sorsero le commissioni internazionali che in Turchia, in Egitto, in Grecia, ecc., presiedevano l’amministrazione del debito pubblico di cui già parlammo. Così era stato applicato il piano Dawes ad una Germania incapace ad attuare in pieno le condizioni finanziarie del trattato di Versaglia.

 

 

Talvolta i creditori, consentendo ad una riduzione degli interessi dal 5 al 2%, ad es., si riserbano però il diritto di partecipare in varia forma al sopravanzo che le buone regole amministrative introdotte nella esazione delle imposte dalla loro commissione possono provocare; e convengono con gli stati debitori che, se il provento delle imposte amministrate dalla commissione del debito pubblico sarà tale da lasciare un avanzo dopo aver pagato il 2% d’interessi, questo avanzo in parte, poniamo per metà, debba andare nelle casse dello stato, e per l’altra metà debba essere destinato ad aumentare a poco a poco l’interesse pagato ai creditori sino a raggiungere l’antico tasso del 5%, o, più frequentemente, sia versato in un fondo, il quale dovrà servire al graduale ammortamento per estrazione a sorte ed alla pari dei titoli di debito pubblico. Cosicché ambo le parti, stato e creditori, sono interessate alla buona amministrazione delle imposte assegnate in pegno.

 

 

Dopo la guerra del 1914-18 ed il prevalere universale dei nazionalisti nei vari paesi, anche debitori, le commissioni finirono per essere abolite (cfr. par. 489) mal patendo gli stati sovrani la ingerenza di commissioni straniere. Ma non cessò la opportunità dei concordati, la cui esecuzione non può non riposare sulla buona fede degli stati e sull’interesse di questi alla conservazione del loro credito.

 

 

IX

 

Della conversione dei prestiti pubblici

 

Sezione prima

 

La teoria economica della conversione. Nozione, premesse logiche ed effetti

 

562. – NOZIONE DELLA CONVERSIONE E LA SUA DIFFERENZA DAL RIPUDIO. – Un ultimo mezzo hanno i governi, insieme con l’ammortamento ed il ripudio, di diminuire il carico del debito pubblico: ed è la conversione.

 

 

Per essa si intende la riduzione, compiuta col consenso dei creditori, dell’interesse sui titoli di debito pubblico dal tasso convenuto ad un tasso minore, dal 5 al 4%, dal 4 al 3,50%, dal 3,50 al 3%, ecc. Essa si distingue dalle riduzioni di cui si parlò sopra in tema di ripudio, per ciò che queste sono forzatamente imposte dallo stato ai creditori senza il loro consenso. Le riduzioni per conversione sono invece liberamente accettate dai creditori ai quali è fatta facoltà di chiedere, ove non intendano d’acconciarsi alla riduzione dell’interesse, il rimborso del capitale mutuato allo stato. Mentre la riduzione forzosa è indice di disagevoli condizioni delle finanze dello stato, le conversioni sono indice di prosperità e di forza.

 

 

563. – L’ISTITUTO DELLA CONVERSIONE NON HA PERÒ VALORE GIURIDICO AUTONOMO. – Occorre tuttavia, prima di procedere innanzi, aver ben presente che non si può parlare di conversione come di una operazione a sé stante che lo stato abbia diritto, in un qualsiasi momento, di compiere. Lo stato non ha mai diritto di convertire un prestito su cui ha promesso di pagare l’interesse del 5% in un altro prestito su cui pagherà solo il 4%. Concepita in tal modo, la conversione equivarrebbe ad un ripudio vero e proprio.

 

 

No. Quel che lo stato fa, non è convertire, sibbene offrire, quando ne abbia il diritto, il rimborso del capitale del prestito ai creditori. Questo è il punto di partenza della operazione.

 

 

La conversione è un mero fatto, il quale si verifica quando lo stato sceglie per offrire il rimborso del capitale un momento, a lui propizio, in cui i creditori non saprebbero che farsi del capitale ricevuto. In quel momento essi sono ben disposti a prestare attenzione ad una alternativa che lo stato pone, contemporaneamente all’offerta del rimborso: o voi accettate le 100 lire in restituzione e mi riconsegnate il titolo di riconoscimento di debito; ovvero se a voi rincresce il rimborso, io vi offro di tenere ancora le vostre 100 lire per x (dieci o quindici o venti) anni; ma in tal caso io vi pagherò, invece del 5%, l’interesse del 4%. Scegliete. È chiaro che la conversione dal 5 al 4% è la mera conseguenza di fatto dell’esercizio del diritto che lo stato ha: quello di rimborsare il capitale. Se mancasse la possibilità del rimborso, non si avrebbe conversione.

 

 

Tuttavia, nel linguaggio comune, la parola conversione ha finito per comprendere tutte le fasi e tutti gli aspetti della operazione. Ricordiamo però, che sebbene questo sia l’uso comune di discorrere, esso è atto a fare inavvertitamente scambiare il fatto con la sostanza dell’operazione. Il fatto è la conversione, suppongasi dal 5 al 4%; la sostanza è l’esercizio del diritto di rimborso del capitale nel momento più opportuno per lo stato. Ad usare la parola conversione come se si trattasse di un istituto giuridico a sé stante, si corre il rischio di confondere un’operazione che è indice di forza nello stato, col ripudio che è indice della sua debolezza. Il vero istituto giuridico è la facoltà del rimborso del capitale. Dall’esercizio della facoltà in momento propizio nasce il fatto della conversione.

 

 

564. – CONDIZIONE NECESSARIA E SUFFICIENTE DELLA CONVERSIONE: DIMINUZIONE DEL TASSO DELL’INTERESSE AL DISOTTO DEL TASSO A CUI FU EMESSO IL PRESTITO CHE SI VUOL CONVERTIRE – NELLA DIMINUZIONE DEL TASSO DELL’INTERESSE SI ASSOMMANO TUTTE LE CONDIZIONI CHE FAVORISCONO LA CONVERSIONE. – Soltanto uno stato, il quale abbia un bilancio bene assestato ed in cui le condizioni economiche generali siano buone, può osare di mettere ai creditori l’alternativa: o voi vi contentate di un interesse minore di quello convenuto od io vi rimborso il capitale che mi avete mutuato.

 

 

In questa alternativa è segnata la condizione essenziale data la quale la conversione libera è possibile. Sia un prestito di un miliardo contratto nel tempo A, quando per cause monetarie, connesse al rialzo dei prezzi o per scarsa produzione di risparmio o grande richiesta di esso da parte delle industrie, ovvero per guerre, imprese coloniali, impianti ferroviari, disavanzi di bilancio, il saggio dell’interesse era relativamente alto, ad es., del 6 o del 5%. Suppongasi che, dopo alcuni o molti anni, nel tempo B, le condizioni del mercato finanziario in quel dato paese siano mutate, sicché, per la tendenza calante dei prezzi o per la cresciuta produzione di risparmio, o la depressione economica, la quale ha scemato la richiesta del risparmio, ovvero per la savia gestione della finanza pubblica, economia nelle spese, fiducia inspirata nei risparmiatori, abilità nel fornire titoli bene accetti al pubblico, il saggio dell’interesse sia disceso dal 6 al 5% o dal 5 al 4%. Qui si ha la condizione necessaria e sufficiente per operare la conversione. Lo stato potrà con tutta sicurezza porre ai suoi creditori il dilemma: o voi consentite a ricevere il 4% invece del 5%, ovvero io vi restituisco il miliardo di lire che mi avete mutuato; ed i creditori sicuramente sceglieranno tutti la prima alternativa, consentendo alla riduzione dell’interesse, perché, ove scegliessero il rimborso del capitale, non saprebbero impiegarlo altrimenti con la medesima sicurezza ad un saggio maggiore del 4%.

 

 

Quando si dice che la riduzione del saggio dell’interesse corrente sul mercato per quella sorta di impieghi di capitale è la condizione necessaria e sufficiente per operare la conversione, non si vuol dire che nessun altro fattore abbia cooperato all’uopo. Si vuol soltanto mettere in luce che tutte quelle altre condizioni che solitamente si adducono come necessarie al successo delle conversioni – come la tranquillità dei mercati finanziari, la saldezza del bilancio dello stato, la mancanza di grossi prestiti stranieri od interni contemporanei a più alto saggio d’interesse – tutte agiscono attraverso il saggio dell’interesse ed in questo si riassumono. Invero, se i mercati finanziari fossero agitati, se il bilancio dello stato presentasse dei disavanzi, se si emettessero all’estero ed all’interno dei grossi prestiti al 5 od al 6%, evidentemente nel paese il saggio dell’interesse non potrebbe essere disceso dal 5 al 4%. Il saggio dell’interesse è la risultante ed insieme l’indice di tutte le variazioni le quali avvengono nella struttura e nell’assetto economico del paese; epperciò è vero che la sua riduzione è necessaria e bastevole a consentire le conversioni fortunate del debito pubblico.

 

 

565. – EFFETTI DELLE CONVERSIONI. Dicesi talvolta che la conversione del debito pubblico, ad es., dal 5 al 4%, cagiona una diminuzione del saggio dell’interesse sul mercato, e giova alla agricoltura ed alle industrie, perché i capitalisti, i quali prima erano attratti verso gli impieghi in titoli pubblici dalla buona remunerazione che vi ottenevano (5%), dopo, respinti dal più basso frutto (4%), preferiscono gli investimenti fecondi della terra e delle industrie, contribuendo così al progresso dell’economia nazionale.

 

 

L’errore che in questa proposizione si contiene, è uno di quei molti e sempre mutevoli aspetti dell’errore più ampio, secondo cui l’investimento in titoli di debito pubblico sarebbe, la prima volta ed ogni volta susseguente, un danno per il paese; ed a questo errore primitivo si aggiunge l’altro, che è di assumere l’effetto per la causa.

 

 

Invero, come potrebbe la riduzione dell’interesse dal 5 al 4% su una parte del debito pubblico avere per effetto di ridurre il saggio di frutto dei capitali dal 5 al 4%? Affermare ciò è manifestamente scambiare la causa con l’effetto; è dire che un ribasso avvenuto precedentemente nel saggio dell’interesse, e che permise si potesse operare la conversione del debito pubblico dal 5 al 4%, possa nuovamente verificarsi dopo avvenuta questa medesima conversione e per causa di essa; il che è manifestamente incomprensibile. Per se medesima la conversione vuol dire che lo stato pagherà certi tagliandi annui 4 invece di 5 lire; sicché i capitalisti creditori, ad es., di 10 miliardi invece di ricevere 500 milioni di interesse (al 5%) all’anno, riceveranno solo (al 4%) 400 milioni di lire; ed i contribuenti risparmieranno altrettanto, ovvero i servigi pubblici saranno meglio dotati. Crescono i redditi dei contribuenti e diminuiscono i redditi dei creditori dello stato; ma ciò non ha per sé virtù di far variare in meno il saggio dell’interesse.

 

 

Dunque poniamo come punto fermo questo: che il ribasso dell’interesse dal 5 al 4% è già avvenuto prima che la conversione si operasse ed è così la premessa logica di questa; e che la conversione non ha virtù diretta di produrre nessun ulteriore ribasso. Indirettamente questo od altri effetti possono prodursi; ma potrebbero non verificarsi od essere dovuti ad altre cause. Dal che si deduce che i benefici che l’agricoltura e l’industria sentono dal ribasso del saggio dell’interesse e che sono certissimi, derivano dal ribasso medesimo e non dalla conversione del pubblico prestito; derivano cioè dalla più abbondante produzione di risparmio, dalla pace, dalla saggia gestione finanziaria, le quali, come consentono allo stato di procacciarsi danaro a prestito al 4% invece che al 5%, così lo consentono medesimamente agli agricoltori, agli industriali ed ai commercianti privati, i quali ne ritraggono pur essi grande beneficio.

 

 

Conversione del prestito pubblico e provvista di capitali a buon mercato all’agricoltura ed all’industria son due effetti contemporanei della medesima causa, che è il ribasso del saggio dell’interesse. Tutt’al più, la conversione rende manifesto a tutti il fatto già avvenuto del ribasso nel saggio dell’interesse. Molti risparmiatori e debitori, i quali per inerzia seguitano a negoziare mutui sulla base del 5%, perché tale vedevano essere il frutto dei titoli di debito pubblico, si accorgono che qualcosa è mutato sul mercato e che il saggio dell’interesse si è ridotto al 4%. Non bisogna negare l’importanza di codesti fenomeni di attrito dovuti a inerzia mentale; ma non bisogna neppure esagerarne la portata, capovolgendo l’ordine degli avvenimenti.

 

 

Sezione seconda

 

Di alcuni problemi economici, giuridici e politici della conversione

 

566. – DEI CASI IN CUI LA CONVERSIONE NON È GIURIDICAMENTE POSSIBILE PERCHÉ LO STATO, ESPLICITAMENTE OD IMPLICITAMENTE, VI HA RINUNZIATO. – La conversione dei prestiti pubblici può essere considerata, oltreché sotto l’aspetto economico, altresì sotto l’aspetto giuridico e politico. Giuridicamente essa è un diritto dello stato, salvo nei casi in cui sia evidente che, esplicitamente od implicitamente, lo stato vi abbia rinunciato. La rinuncia si ha:

 

 

a)    quando per una qualsiasi specie di prestiti, perpetui od ammortizzabili, lo stato abbia espressamente dichiarato di rinunciare al diritto di rimborsare la somma mutuata innanzi ad una certa data;

 

b)    quando (caso rarissimo e praticamente trascurabile) il debito consiste in una rendita perpetua vera e propria, non denunciabile, tale cioè che non solo il creditore non ha diritto di pretendere il rimborso del capitale, ma neppure lo stato ha diritto di rimborsarlo; ed anzi non esiste neppure la nozione del capitale, sibbene unicamente della rendita annua perpetua;

 

c)    quando trattasi di prestito ammortizzabile in un dato periodo di tempo secondo un piano prestabilito d’ammortamento. In tal caso il piano è parte integrante del contratto, e vincola ambo le parti sia negli oneri come nei vantaggi, né è lecito allo stato rimborsare il capitale in modo diverso da quello che è indicato sul piano;

 

d)    quando trattasi di prestiti per annualità, per cui si possono ripetere le medesime considerazioni fatte sopra, con questa in più che prima sarebbe d’uopo determinare il capitale da rimborsare: né ciò è possibile se non si conosce il saggio d’interesse. Infatti una annualità di 1 milione di lire pagabili per 50 anni, vale oggi 25.729.764 lire se si calcola l’interesse del 3%, o soltanto 18.255.925 se si prende a base l’interesse del 5%. Sommamente importante è dunque conoscere il saggio di interesse che fu posto a base dell’annualità, e se esso non risulta dalla legge o dalla convenzione, fa d’uopo che le due parti si mettano volontariamente tra loro d’accordo. Ma in tal caso non può parlarsi di conversione;

 

e)    neppure è lecita la conversione quando si tratta di prestiti a scadenza fissa. Così lo stato italiano non potrebbe convertire durante mora, i buoni del tesoro triennali, quinquennali, settennali, e novennali, perché il pagamento dell’interesse del 5 o del 4% durante quel dato numero di anni è parte integrante della convenzione intervenuta fra lo stato ed i sottoscrittori dei buoni.

 

 

Nonostante queste limitazioni, di cui la prima e l’ultima hanno durata limitata e sono consentite a vantaggio dello stato, la seconda non ha importanza pratica, mentre alla terza ed alla quarta si può ovviare con clausole speciali, il diritto di rimborso del capitale e conseguente possibilità di conversione abbraccia in quasi tutti gli stati la maggior parte del debito pubblico, il quale consiste massimamente di rendite perpetue o di prestiti pubblici denunciabili. Di qui la possibilità di farne largo uso.

 

 

567. DEI RITARDI FRAPPOSTI ALLE CONVERSIONI PER RAGIONI POLITICHE ED ELETTORALI. – La quale possibilità giuridica diventa, politicamente, un dovere per i governanti. Talvolta questi hanno esitato, per ragioni politiche od elettorali, a compiere un’operazione legittima e conveniente e possibile. Forse non è inopportuno di ricordare gli argomenti che nel 1737 furono addotti in Inghilterra a sconsigliare una conversione possibile dei consolidati 4% in 3%. Secondo il Sinclair (History of the revenue of the British Empire, 1803, primo tomo, pp. 50-501) «si dipinse con i colori più scuri il destino delle vedove e degli orfani di cui il reddito stava per essere diminuito: si insistette particolarmente sui disastrosi effetti del provvedimento per la metropoli, dalle vicinanze della quale si sarebbero allontanati i reddituari costretti a vivere a più buon mercato nelle contrade più remote del paese».

 

 

Queste ragioni politiche spiegano il fatto di ritardi perniciosi nel compiere conversioni possibili, ritardi che possono impedire per lunghi anni la riduzione degli interessi, se nel frattempo il tasso dell’interesse, che era ribassato, torni ad aumentare. Se, ad esempio, non si fosse operata tempestivamente nel 1906 la conversione della rendita italiana consolidata vecchia dal 4 al 3 e mezzo %, forse non la si sarebbe più potuta compiere; ché a partire dal 1910 il saggio di interesse corrente sul mercato risalì dal 3 e mezzo al 4% e poi, collo scoppio della guerra del 1914-18, dal 4 al 5 ed al 6%. I finanzieri i quali obbediscono così a preoccupazioni prettamente politiche, tradiscono il loro dovere verso i propri committenti. Questi sono i consociati tutti, i quali hanno ragione di pretendere dai propri eletti che essi procaccino loro i servigi colla spesa minima. L’uomo politico, il quale continua a pagare il 5% mentre potrebbe pagare il 4%, fa la carità ai capitalisti col denaro dei contribuenti.

 

 

568. – CONVENIENZA DI ENUNCIARE SUL TITOLO MEDESIMO IL DIRITTO DI RIMBORSO CHE HA LO STATO – REGOLA PER CUI LA CONVERSIONE SI DEVE REPUTARE TANTO PIÙ VICINA QUANTO IL TITOLO È VICINO ALLA PARI – I CORSI AL DI SOPRA DELLA PARI DI TITOLI CONVERTIBILI SONO CORSI PATOLOGICI – CONVENIENZA DI SOSPENDERE LE COMPERE DI TITOLI DI DEBITO PUBBLICO DA PARTE DELLE CASSE PUBBLICHE QUANDO I CORSI SUPERINO LA PARI. – Se al capitalista non si deve fare alcuna elemosina, si deve però evitare di recargli offesa ingiusta, operando conversioni anche quando vi ostino la legge o le convenzioni intervenute fra le parti, ed anche di aver l’apparenza di violare un suo diritto od aspettativa.

 

 

Sembra perciò opportuno che sui titoli di debito pubblico sia fatta menzione esplicita del diritto che ha lo stato di offrire il rimborso del capitale in qualunque momento o dopo una certa data o di accelerare il piano di ammortamento, ecc.

 

 

Ad evitare facili illusioni, è opportuno che lo stato si astenga da atti i quali potrebbero persuadere i capitalisti che esso non pensa di compiere alcuna conversione. Così, quando un titolo 5% sul mercato è valutato oltre la pari, per esempio 105 o 110 lire, ciò è indice che il saggio dell’interesse è disceso al disotto del 5%. Perciò si suol dire che l’aumento del titolo in borsa al disopra della pari è una condizione necessaria affinché la conversione si compia con successo, mentre l’aumento stesso non è un fatto diverso dalla diminuzione del saggio dell’interesse corrente, che è la sola condizione necessaria e sufficiente al successo della conversione; anzi è di essa un imperfetto riflesso. Imperfetto, poiché, secondo i rapporti aritmetici puri, se il saggio d’interesse corrente è del 4%, un titolo 5% dovrebbe avere il valore di parità di lire 125, essendo questo capitale che, al tasso del 4%, frutta 5 lire. Ma non v’è nessuno il quale compri il titolo 5% al valore di parità di lire 125, perché tutti prevedono che, essendo il saggio dell’interesse ridotto al 4% lo stato convertirà il vecchio 5% in un nuovo 4%. Laonde il titolo 5%, il quale è sotto la minaccia di una conversione, varrà soltanto quanto vale o varrebbe un titolo 4% in cui esso è convertibile, ossia cento lire, più il valore attuale di tante volte il valore attuale del maggiore interesse di 1 lira quante sono le volte per cui è prevedibile esso sarà ancora pagato.

 

 

Dalle quali considerazioni si può ricavare la regola: che se esistono in corso contemporaneamente due titoli 4% e 5% ed il 4 si tiene in borsa alla pari, sarà tanto più probabile che la conversione al 5% sia prossima e fortunata quanto meno il 5% eccederà la pari. Ciò vorrà infatti dire che i capitalisti medesimi sono già persuasi che il titolo 5% è suscettibile di essere presto convertito, sicché nessuno lo vuol comprare ad un prezzo sensibilmente superiore al prezzo del 4%.

 

 

Viceversa vale la regola contraria: se, tenendosi alla pari il titolo 4%, il titolo 5% supera notevolmente la pari, avvicinandosi alla parità di 125, è segno essere i capitalisti di opinione che il governo non intende convertire il 5% in 4%, sicché essi vivono tranquilli di poter continuare a godere per un tempo più o meno lungo l’interesse del 5%.

 

 

L’opinione dei capitalisti potrebbe essere frutto di esperienza; essi possono cioè comprare il titolo 5% a prezzi superiori alla pari perché ignorano il diritto e la possibilità che lo stato ha di rimborsarlo e quindi di, convertirlo al 4%. La quale ignoranza è dannosa: perché il giorno in cui lo stato eserciterà il suo diritto e il titolo, ridotto al frutto del 4%, diminuirà di prezzo in borsa a 100, quei capitalisti si riterranno defraudati e si irriteranno, tanto più se avranno acquistato il titolo a mezzo degli uffici postali o degli altri istituti semi-pubblici, che essi reputano emanazione dello stato.

 

 

Quindi sembra consigliabile che le casse postali di risparmio e gli istituti pubblici di credito non facciano, per conto dei loro depositanti, acquisti di titoli di debito pubblico al disopra della pari, a fine di evitare ogni rimprovero, fallace in sostanza, ma fondato su qualche apparenza di verità, di aver venduto ai depositanti al disopra della pari titoli che si sapeva, per la conversione possibile, destinati a ricadere alla pari. Quindi ancora sarebbe consigliabile che le autorità tutorie per le opere pie, i tribunali per le vedove ed i pupilli, i consigli d’amministrazione per gli istituti pubblici o semi-pubblici di risparmio, seguissero la regola di non consentire o deliberare l’acquisto di titoli al disopra della pari. I corsi al disopra della pari di titoli ad interesse fisso si potrebbero invero acconciamente chiamare patologici, se non si corresse rischio di confondere le idee, adoperando una parola usata in caso di malattia per indicare una situazione di potenza e prosperità dello stato, il quale potrebbe, ove volesse, procacciarsi denaro a miti condizioni.

 

 

Essi indicano di solito una situazione di equilibrio instabile nel titolo la quale non può durare a lungo.

 

 

569. – PUÒ UN PRESTITO ESSERE CONVERTITO SOLO IN PARTE? – DISCUSSIONE AVVENUTA IN ITALIA PRIMA DEL 1906 SULLA POSSIBILITÀ E CONVENIENZA DI CONVERTIRE PRIMA I TITOLI NOMINATIVI E POI QUELLI AL PORTATORE – GIUSTAMENTE SI OPERÒ LA CONVERSIONE IN UNA VOLTA SOLA – SI RICONOSCE TUTTAVIA LA OPPORTUNITÀ DI DIMINUIRE LA MASSA DEI TITOLI DA CONVERTIRE IN UNA SOLA VOLTA. – Una questione che ha natura mista politico – economico – giuridica è quella relativa alla possibilità di convertire solo in parte un prestito a più basso saggio di interesse. Il problema fu discusso in Italia prima della conversione del 1906. Pareva e – date la potenza d’acquisto della lira e la ricchezza del paese – era enorme allora la massa dei titoli 4% da convertire, che si aggirava intorno agli 8 miliardi di lire; e si temeva che il tesoro si sarebbe trovato a grave sbaraglio quando anche solo di una decima parte dal capitale mutuato si fosse chiesto il rimborso; sicché taluni proponevano si facessero due parti della massa totale dei titoli, profittando del fatto che circa metà erano nominativi e l’altra metà al portatore; cominciando ad offrire il rimborso dei titoli nominativi, e poi il rimborso anche dei titoli al portatore.

 

 

A ragione il governo italiano, con felice ardimento, scartò siffatta proposta e volle compiere la conversione contemporaneamente per tutta la massa dei titoli 4% esistenti, nominativi ed al portatore.

 

 

Infatti:

 

 

a)    la distinzione sarebbe parsa e forse era giuridicamente scorretta. Per qual ragione scegliere, nella massa dei titoli, precisamente i titoli nominativi ed offrire innanzi tutto ai loro possessori il rimborso del capitale, salvo acquiescenza al minore interesse? Forse perché essi avevano dimostrato di avere maggior fiducia nello stato, acconciandosi a tenere i titoli in una forma meno facilmente negoziabile?

 

b)    né potevasi apertamente addurre la ragione vera della distinzione proposta. La quale stava in ciò, che i possessori dei 4 miliardi circa di titoli nominativi, erano in gran parte nell’impossibilità di scegliere altro impiego, sia perché la legge ne faceva a loro divieto, sia perché all’uopo sarebbe stato necessario modificare statuti di opere pie e di società di mutuo soccorso, attendere dal governo l’approvazione dei nuovi statuti, ovvero, nel caso di patrimoni di vedove, di pupilli o di doti, un decreto del tribunale, ecc.

 

 

Non potevasi addurre apertamente questa ragione di preferire i titoli nominativi per un primo saggio di conversione; perché ciò avrebbe messo in chiaro che il governo non si sentiva sicuro della possibilità e del sicuro successo della conversione, sicché dapprima cercava il consenso di chi doveva darlo per forza o, per inerzia mentale, l’avrebbe dato anche a malincuore.

 

 

Ed avrebbe nociuto al buon successo dell’operazione, poiché in queste faccende finanziarie, come in quelle militari, non giovano la timidezza, le mezze misure, i compromessi, e il successo ottenuto dimostrò che mal si opponevano coloro che consigliavano di dar battaglia a due riprese e si impaurivano oltre misura di difficoltà inesistenti.

 

 

La lode ora data al governo italiano del 1906, il quale arditamente offerse il rimborso di tutti gli 8 miliardi ed ottenne il consenso alla riduzione dell’interesse del 4% al 3,50%, non ci vieta però di riconoscere che le esitazioni erano spiegabili, essendo evidentemente più facile osare la conversione di un prestito di 1 miliardo che di 2, di 2 che di 4, di 4 che di 8. Anche supponendo che il rimborso sia chiesto ugualmente per la decima parte del capitale, lo stato dovrà rimborsare 100 milioni se il mutuo è di 1 miliardo, 200 se è di 2 miliardi, ed infine 800 se è di 8 miliardi; e, mentre l’erario può senza difficoltà trovare i 100 milioni, non sembra altrettanto agevole trovare gli 800. Perciò, ove ciò sia possibile e nei limiti in cui è conveniente emettere parecchi tipi di prestito, può essere opportuno conservare una propria individualità alle varie parti del debito pubblico.

 

 

Se, in avvenire, al momento della emissione di nuovi prestiti o della conversione di vecchi, si promettesse ai titoli iscritti al nome la immunità da eventuali rimborsi e conseguenti conversioni future ad un interesse minore per cinque anni di più, al minimo, che per i possessori di titoli al portatore, si otterrebbero due vantaggi:

 

 

  • in primo luogo, si stimolerebbero i possessori di titoli di debito pubblico ad iscriverli al nome con vantaggio della finanza;

 

  • ed in secondo luogo, si darebbe una ragione giuridica, anzi si farebbe obbligo allo stato in avvenire di offrire il rimborso innanzi tutto ai possessori di titoli al portatore ed in seguito, passati i cinque anni, ai possessori di titoli nominativi. La qual distinzione, essendo voluta dalla legge, non parrebbe più odiosa, né sarebbe indice di timidezza da parte del governo, anzi prova della sua osservanza delle promesse fatte; e per la ragione detta sopra, farebbe parere meno rischiosa la conversione.

 

 

570. – DELLA LICEITÀ E POSSIBILITÀ DELLA CONVERSIONE DEI PRESTITI A PREMIO. – Anche si disputò se la conversione fosse lecita nei prestiti con premio. Ed in verità, poiché il diritto del capitalista consiste nel ricevere un dato interesse, 3 o 4 o 5% ed insieme la speranza di vincere una serie di premi, distribuiti secondo un piano prestabilito lungo un certo numero di anni, pare difficile di poter offrire il rimborso del capitale a chi non s’acconci alla riduzione dell’interesse.

 

 

Poiché la rinuncia di una parte dell’interesse corrente e la speranza di vincere certi premi lungo tutto un periodo prefisso di tempo, sono gli elementi essenziali del contratto di mutuo a premio, è chiaro non essere lecito privare senza indennizzo il capitalista del diritto al premio.

 

 

571. – La città di Bruxelles si tolse assai saviamente nel 1886 da questa difficoltà. Volendo convertire dal 3% al 2,50% un prestito a premi, operò un’estrazione immediata di tutti i premi che dovevano essere distribuiti ai portatori di obbligazioni per tutta la durata avvenire del prestito; ed ai possessori delle obbligazioni estratte si consegnarono certificati, i quali davano diritto a riscuotere il premio convenuto nell’anno in cui l’estrazione avrebbe dovuto aver luogo.

 

 

Per es., malgrado l’estrazione fosse stata fatta nel 1886, se il premio era relativo al 1895, il certificato vincitore dava diritto ad esigere il premio nel 1895. Per evitare che i vincitori vendessero a vil prezzo i certificati di vincite da riscuotersi nel futuro, si diede loro altresì facoltà di scontare il certificato stesso alla tesoreria municipale, facendosi pagare il valsente attuale del premio esigibile in avvenire.

 

 

572. – DELLA CONVERSIONE ANNUNCIATA ALL’ATTO DELLA EMISSIONE DEL PRESTITO. – A togliere ogni disputa intorno alla legittimità della conversione, si usa talvolta annunciarla fin dal momento dell’emissione del prestito. Così uno stato, nell’atto in cui emette un prestito 5% avverte che l’interesse del 5% sarà pagato soltanto per 10 anni e si ridurrà, senz’altro, al 4% trascorso quel periodo di tempo.

 

 

I capitalisti, essendo di ciò avvertiti prima, non sono più chiamati a dare il loro consenso alla riduzione, dopo trascorsi i 10 anni. Lo diedero già, quando sottoscrissero i titoli emessi con tale clausola. Questa maniera di conversione può essere conveniente in tempi di interesse calante. Durante cosiffatti tempi i capitalisti sono già assuefatti all’idea che il saggio dell’interesse debba scemare coll’andar degli anni; e quindi di buon grado s’acconciano alla riduzione dell’interesse al 4% dopo 10 anni, e quasi sono riconoscenti allo stato che loro garantisce per un decennio il 5%.

 

 

Giova notare che tale annuncio è raro; poiché potrebbe essere atto a spaventare i capitalisti.

 

 

573. – GARANZIA CONTRO I RIMBORSI PROMESSA PER UN DATO TEMPO. – Piuttosto si usa dichiarare che per dieci (o venti, ecc.) anni almeno il titolo non sarà soggetto a conversione. Con ciò il sottoscrittore è garantito che per dieci anni almeno egli riscuoterà il frutto del 5%, anche se sul mercato il saggio dell’interesse fosse diminuito nel frattempo al 4 e mezzo od al 4%. Passati i dieci anni, lo stato avrà il diritto di rimborsare e quindi di convertire, se potrà, ossia se allora il saggio dell’interesse si sarà ridotto sul mercato al 4 e mezzo o al 4%. Che se il saggio medesimo continuasse ad essere alto, lo stato continuerà ad avere la convenienza di pagare il 5%.

 

 

Per i diversi prestiti di guerra, tipo 5% emessi in virtù dei decreti 2 gennaio 1917, 6 dicembre 1917 e 22 settembre 1918, nonché per il consolidato 5% del Littorio, creato con decreto-legge del 6 novembre 1926, i possessori avevano ricevuto l’affidamento che i loro titoli non sarebbero stati convertiti prima del 31 dicembre 1936. Verso la fine del 1933 essendo divenute favorevoli le condizioni del mercato monetario, con decreto del 3 febbraio 1934, n. 60, fu offerto ai portatori dei 61.393 milioni delle varie specie di consolidato 5% dei tipi suddescritti esistenti al 31 dicembre 1933 l’opzione fra il rimborso alla pari al 31 dicembre 1936 e un nuovo titolo 3,50%. Ad invitare alla accettazione: 1) fu stabilito un piano di ammortamento del nuovo 3,50% in 42 anni, dal 1937 al 1978; 2) fu anticipato il pagamento della differenza di L. 1,50 all’anno fra il reddito del vecchio titolo 5% e quello del nuovo 3,50% per i tre anni dall’1 gennaio 1934 al 31 dicembre 1936 pagandosi le 4,50 lire di differenza all’1 luglio 1934; 3) fu sorteggiato per ogni miliardo di capitale dei titoli convertiti un cumulo di premi di 10 milioni di lire una volta tanto (tre premi da un milione, sei da 500.000 lire e 40 da 100.000 lire ciascuno). Il successo arrise alla conversione, talché di soli 123 milioni di lire su 61.393 milioni fu chiesto il rimborso in contanti e tutto il resto fu convertito in redimibile 3,50%.

 

 

Merita di essere menzionata questa sottospecie di conversione, in quanto, volendosi nel tempo stesso: a) mantenere fede alla promessa di non convertire (non rimborsare) prima del 31 dicembre 1936, e b) cogliere il momento di interesse basso verificatosi tra il 1933 e il 1934; si pose subito, innanzi tempo, il dilemma; ed a coloro i quali chiesero il rimborso, lo si diede al 31 dicembre 1936, come promesso; ed a coloro i quali accettarono la conversione si diede subito l’indennizzo delle lire 4,50 corrispondenti all’interesse in più che avrebbero percepito sino alla fine del 1936.

 

 

Sezione terza

 

I metodi della conversione

 

574. – DEI DIVERSI TIPI DI CONVERSIONE E LORO CLASSIFICAZIONI. – Fin qui si è parlato di conversione in genere, supponendo che di essa vi fosse una sola specie consistente nel noto dilemma posto dallo stato ai suoi creditori: o consentire alla riduzione dell’interesse ovvero acconciarsi alla restituzione del capitale mutuato. E questa invero è la maniera tipica di conversione, che si direbbe anche classica, di cui le altre sono semplici variazioni e si possono classificare, per chiarezza, nella maniera seguente:

 

 

  1. Conversione libera con opzione o scelta obbligatoria:

 

a)    a forma tipica o classica, coll’offerta pura e semplice del dilemma già esposto;

 

b)    variazioni della forma classica, intese ad agevolare il consenso dei creditori alla riduzione dell’interesse:

 

  • con premio;
  • con due cedolette o tagliandi;
  •  in due tempi;
  •  con garanzia di immunità da ulteriori conversioni per un dato periodo di tempo;

 

c)    combinazioni della conversione con una variazione del capitale del mutuo;

 

  • col pagamento di un saldo;
  • sotto la pari.

 

  1. Conversione libera senza obbligo di scelta:

 

a)    a saggio di interesse ridotto;

 

b)    a saggio di interesse cresciuto, ma col versamento di un saldo. Il carattere comune dei due tipi di conversione in (A) ed in (B) è la libertà lasciata ai capitalisti di accettare o respingere la riduzione dell’interesse.

 

 

Il carattere differenziale è l’obbligo fatto in A al creditore di scegliere fra la riduzione dell’interesse ed il rimborso del capitale, ed invece la facoltà lasciatagli in B di non accettare né la riduzione o l’aumento dell’interesse, né il rimborso del capitale, e di tenere il vecchio titolo.

 

 

575. – VARIAZIONI DELLA FORMA CLASSICA. – Si ha il primo tipo di A quando si presenta il dilemma nudo e crudo (a).

 

 

È il metodo più semplice ed efficace.

 

 

Non di rado si apportano a questo sistema delle varianti (b e c). Queste varianti traggono origine dalla opportunità di sminuire l’impressione dell’amaro della diminuzione degli interessi, con il dolce di qualche vantaggio largito ai creditori acquiescenti.

 

 

L’educazione economica non è tanto progredita in tutti i ceti dei capitalisti da essere questi capaci di fare freddamente il calcolo della convenienza di accettare o respingere l’offerta dello stato. Perciò, si promette, ad esempio, un premio di 1 lira a favore dell’accettante. Chi ha un titolo vecchio da 10.000 lire al 5% riceverà due titoli, uno da 10.000 lire e l’altro da 100 lire, in totale 10.100 lire al 4,50%, con un guadagno di capitale di 100 lire. Siccome i possessori di un solo titolo da 100 lire non sono molto numerosi, il premio non è causa di difficoltà pratiche. Del resto, le frazioni di 100 lire possono essere pagate, per semplicità, in contanti.

 

 

Il venditore in tal modo ha due vantaggi: 1) un aumento del valore capitale nominale o di rimborso del titolo; 2) il diritto di riscuotere il nuovo interesse del 4,50% su 10.100 lire di capitale, Cosicché il reddito suo non diminuisce da 500 a 450 lire, ma da 500 a 454,50. Può darsi che cotal vantaggio faccia traboccar la bilancia ed induca anche i più restii ad accettare la riduzione. Il premio, spesso, invece di essere pagato in titoli, è pagato in denaro ed in tal caso il capitalista il quale nel 1950 avrà ricevuto il 5%, nel 1951 riceverà, ad esempio, il 4,50% di interesse più, per una volta, l’1% di premio, ed in tutto il 5,50%. Per lo stato ciò, in fondo, equivale a rinviare il beneficio al 1953 poiché il minor interesse del 0,50% pagato nei due anni 1951 e 1952 è compensato dall’onere del premio di 1 lira.

 

 

Il premio medesimo prende talvolta nome di attribuzione ai creditori annuenti di una doppia cedoletta o tagliando. Sia un titolo 5% del quale nel dicembre 1950 si offra la conversione con preavviso di 6 mesi, al 4,50%. Il preavviso di 6 mesi vuol dire che l’interesse del 4,50 comincerà a decorrere dall’1 luglio 1951. Ma per il semestre luglio-dicembre 1951,l’interesse scaduto l’1 gennaio 1952 gli sarà pagato con doppia cedoletta, una antica di lire 2,50 (al 5% annuo) e una nuova di lire 2,25 (al 4,50% annuo).

 

 

576. – DEL METODO DELLA CONVERSIONE IN DUE TEMPI – LA CONVERSIONE INGLESE GOSCHEN NEL 1888 E QUELLA ITALIANA DEL 1906 – FONDAMENTO PSICOLOGICO DI QUESTA MANIERA DI CONVERSIONE. – Anche ha la stessa indole (b) il metodo che si dice della conversione in due tempi, che fu seguito nelle celebri conversioni inglese ed italiana.

 

 

Nel 1888 il Goschen, cancelliere inglese dello Scacchiere, e ben noto fra gli economisti per la sua classica Teoria dei cambi esteri, deliberò di convertire il consolidato inglese 3%, di cui era in circolazione una massa, per allora enorme, di 558 milioni di lire sterline (alla pari dei cambi d’allora, 14.089,5 milioni di lire italiane antebelliche) in un nuovo tipo 2,50%.

 

 

Ma poiché il trapasso dal 3 al 2,50% sarebbe parso troppo brusco, il Goschen deliberò di compiere la riduzione in due tempi, cominciando a ridurre subito l’interesse dal 3 al 2,75%, dichiarando che l’interesse si sarebbe ridotto automaticamente dopo altri 14 anni, e cioè nel 1903, al 2,50%. Ad avvalorare la propensione dei creditori ad accettare tale proposta, fu loro promesso altresì che per 35 anni dall’1 marzo 1888, e cioè sino al 1923, non si sarebbe operata alcuna ulteriore riduzione. La conversione riuscì assai bene, poiché il rimborso fu chiesto soltanto da 41,25 milioni di lire sterline, ossia da circa una quattordicesima parte del totale capitale del debito convertito. L’Italia, con legge del 29 giugno 1906, seguì lo stesso sistema. Il capitale da convertire era di 8.100 milioni al 4%. Si offrì di rimborsare il capitale a quelli che non accettavano la conversione in 3,75% a partire dall’1 gennaio 1907 e cioè a partire dalla cedoletta dell’1 luglio 1907 e contemporaneamente la successiva riduzione dopo 5 anni, ossia a partire dalla cedoletta 1 luglio 1912 al 3,50%; la seconda riduzione da operarsi automaticamente, senza d’uopo di richiedere nuovamente il consenso dei creditori.

 

 

Notisi che non pochi creditori immaginarono di aver diritto dopo 5 anni a non dare il proprio consenso alla riduzione dell’interesse dal 3,75 al 3,50%, chiedendo allora il rimborso delle 100 lire di capitale, se ciò fosse loro convenuto. Il che era un manifesto errore; poiché la conversione si attua bensì in due tempi, ma è accettata compiutamente subito, la prima volta. Dunque, la seconda riduzione in Italia dal 3,75 al 3,50% si attuò automaticamente, senza che più fosse d’uopo chiedere il consenso ai creditori.

 

 

La conversione, avvenuta durante il ministero Giolitti (29 maggio 1906-10 dicembre 1909) ad opera del ministro del tesoro Angelo Majorana, dicesi tuttavia conversione Luzzatti perché spetta a Luigi Luzzatti, ministro del tesoro nel precedente gabinetto Sonnino (8 febbraio – 27 maggio 1906) il merito di avere preparato l’avvenimento – senza dubbio il più felice della storia finanziaria italiana ed indice dell’alto segno di prosperità a cui era giunta l’economia nazionale nel primo decennio del secolo – e di esserne stato relatore alla Camera dei deputati.

 

 

577. – AI CREDITORI ACCETTANTI SI PROMETTE SPESSO L’IMMUNITÀ TEMPORANEA DA ULTERIORI CONVERSIONI. – In Inghilterra nel 1888 ed in Italia nel 1906 si credette opportuno di promettere fino al 1923 e 1920 rispettivamente ai portatori dei titoli convertiti l’immunità da ogni ulteriore conversione. È questo uno dei vantaggi che si sogliono più frequentemente promettere in premio a coloro che accettano la riduzione dell’interesse. Nell’atto di chiedere il consenso alla riduzione del reddito dal 3 al 2,50% o dal 4 al 3,50% si promette di non inquietarli più per alquanto tempo, astenendosi temporaneamente da ulteriori riduzioni al disotto del 2,50 o del 3,50%. È una promessa che rallegra alquanto l’animo mesto dei possessori dei titoli, poiché nell’atto in cui il loro reddito viene falcidiato, ricevono una guarentigia contro ulteriori falcidie per alquanti anni. Ed è promessa, la quale costa poco agli stati, essendo difficilissimo che si presentino presto le occasioni di ridurre l’interesse al disotto del livello appena ora ribassato. Nel fatto, l’occasione di convertire i prestiti 2,50% in Inghilterra e 3,50 in Italia non si è, a causa delle guerre intervenute nel frattempo, presentata sino ad ora (fine 1939) né è da ritenere possa presentarsi presto.

 

 

578. – LE CONVERSIONI CONNESSE CON LA TRASFORMAZIONE DEL CAPITALE DEL PRESTITO – DELLA PROROGA DELLE CONVERSIONI MERCÉ IL PAGAMENTO DI UN SALDO O MULTA – LORO SCARSA CONVENIENZA. – Talvolta (c) le conversioni danno modo ai governi di rimaneggiare il capitale nominale del prestito: la conversione non si compie nella forma classica, tutt’al più con l’aggiunta di qualche vantaggio ai creditori assenzienti: ma è nello stesso tempo conversione e trasformazione del prestito. Si daranno due soli esempi di tali conversioni di cui le specie sono innumerevoli.

 

 

Il primo esempio è quello della conversione con il pagamento di un saldo da parte dei capitalisti. Sia un titolo 4% che si potrebbe convertire al 3,50% perché quest’ultimo è il tasso corrente sul mercato. Anzi il governo pone il consueto dilemma ai portatori: o rimborso del capitale od accettazione dell’interesse ridotto. Ma al dilemma aggiunge una terza proposta. Chi voglia accettare la conversione, ma nel tempo stesso conservare per un dato numero di anni, ad es. 10 anni, l’antico reddito del 4%, paghi una somma a saldo, quasi si potrebbe dire una multa. Contabilmente l’operazione si riduce a ciò, che il vecchio titolo 4% viene trasformato in un nuovo 3,50% nella solita maniera; ma ai portatori si dà un buono di godimento senza indicazione di somma capitale il quale dà soltanto diritto ad esigere lire 0,50 all’anno per 10 anni. Per ottenere questo buono, i portatori devono pagare un prezzo il quale è facilissimo da calcolare, essendo esso il valore attuale di una annualità di 0,50 all’anno per 10 anni, scontata all’interesse del 3,50%. Questo valore, come insegnano i prontuari, è di lire 4,16. Se il prestito fosse di un miliardo, lo stato, in cambio della sua rinuncia ad attuare la conversione del 4 in 3,50% per 10 anni – a questo poi si riduce la conversione in 3,50% con la consegna di un buono di godimento decennale del 0,50% -, potrebbe ottenere un saldo o multa o prezzo di lire 4,16 per ogni 100 lire di valore nominale del debito, ossia in tutto lire 41.600.000.

 

 

Se lo stato ha bisogno di tal somma, può anche scegliere questo metodo per indebitarsi.

 

 

Tutto ciò però è complesso ed è probabile che molti fra i creditori non ne comprendano il congegno. Allo scopo di persuaderli lo stato probabilmente dovrebbe accontentarsi di un prezzo o multa minore di lire 4,16, per es., 4 lire o 3,50 o 3 lire. Quanto minore è la multa pagata dal capitalista, tanto maggiore diventa il danno per lo stato. Inoltre, se anche lo stato riducesse assaissimo le sue pretese, ben difficilmente riuscirebbe a togliere di capo ai creditori che essi sono stati vittime di un sopruso.

 

 

579. – DELLE CONVERSIONI NELLE QUALI NON SI IMPONE AI CREDITORI LA SCELTA TRA IL RIMBORSO DEL CAPITALE E LA RIDUZIONE DEGLI INTERESSI – SONO INDICE DI SCARSO CORAGGIO DEI GOVERNI E SONO VOTATE ALL’INSUCCESSO. – Così pure sono votate all’insuccesso le conversioni, le quali mancano di coraggio; e son quelle in cui al capitalista non viene imposto l’obbligo della scelta fra il rimborso del capitale e l’accettazione del minor interesse (tipo B a della classificazione).

 

 

Lo stato cioè dice al capitalista possessore di un titolo 4%: «Tu faresti cosa a me gradita contentandoti di ricevere il 3,50% e rinunciando volontariamente al 0,50% d’interesse che ti spetta; e se tu consentirai alla mia proposta ti darò un premio, per es., ti assicurerò, che per 10 o 20 anni io non penserò a convertire il tuo titolo, Cosicché potrai goderti tranquillamente il reddito del 3,50%, mentre l’odierno reddito del 4% è sempre soggetto al pericolo di essere convertito in un 3,75 o 3,50 o fors’anche 3%».

 

 

Questo linguaggio è privo di efficacia. Il capitalista sente il bel discorso con cui gli si vuol dimostrare che un reddito del 3,50% è preferibile ad un reddito del 4%, ma non resta convinto; poiché per quante dimostrazioni elaborate e dotte gli si diano, nel suo cervello grosso e semplice s’è ficcata l’idea che quattro sia una quantità maggiore di 3,50; epperciò egli conserva il vecchio 4% e non accetta il nuovo titolo che gli viene offerto. A poco valgono le minacce larvate di punirlo della sua ostinazione nel tenere il 4% con una conversione futura al 3% poiché egli ragiona: «Se lo stato avrà la forza di offrirmi in avvenire il rimborso del capitale, ove io non mi contenti dell’interesse del 3% perché non osa adesso offrirmi il rimborso delle 100 lire ove io mi ostini a non accettare il 3,50%? Se ciò non osa, la ragione deve essere che lo stato teme di vedersi presentate troppe domande di rimborso, a cui non potrà far fronte; e, se siffatto timore esiste, una conversione del 4 in 3,50% non risponde alla realtà dei fatti, non soddisfa cioè alla condizione dell’essere il saggio dell’interesse ribassato al 3,50%. Se fosse ribassato, lo stato non avrebbe invero alcun timore di offrirci il rimborso del capitale, ben sapendo che noi non sapremmo reimpiegarlo a più del 3,50%. Il timore di offrirci il rimborso nasce dalla consapevolezza che noi saremmo in grado di reimpiegare il capitale al 3,75 o forse al 4%, Cosicché nessuno vorrebbe accettare la riduzione al 3,50% e tutti chiederebbero la restituzione del capitale. Vana minaccia è dunque quella di ridurre in avvenire al 3% l’interesse di chi oggi si rifiuta di accettare il 3,50%, perché fatta da chi oggi non osa minacciare il rimborso del capitale».

 

 

580. – LA CONVERSIONE VILLÈLE IN FRANCIA NEL 1825 – LA TENTATA CONVERSIONE IN ITALIA DELLE OBBLIGAZIONI FERROVIARIE NEL 1902 – INSEGNAMENTI DIQUESTI INSUCCESSI. – Forse il più celebre esempio di conversione senza obbligo di scelta fu quello che prende il nome dal signor De Villèle, ministro delle finanze in Francia, durante la Restaurazione. Con la legge 1 maggio 1825 egli propose ai portatori del debito 5%, di cui la massa giungeva a 2.800.000 franchi in capitale ed a 140 milioni in interessi, la scelta fra:

 

 

  • tenersi il vecchio titolo 5% e rimanere sotto la minaccia di una prossima conversione vera e propria, di tipo classico, con l’obbligo di scelta fra il rimborso del capitale e la riduzione degli interessi;

 

  • accettare un nuovo titolo 4,50% garantito contro il rimborso del capitale e quindi contro ogni convenzione fino al 22 settembre 1835;

 

  • accettare un nuovo titolo 3%, al corso di 5 franchi, ossia ricevere per ogni 100 franchi del vecchio 5% 133 franchi e un terzo in capitale nominale del nuovo 3% che al corso di 75% equivalevano precisamente a 100 franchi del vecchio titolo. Siccome l’interesse del 3% su 133 franchi e un terzo equivale a 4 franchi, così i portatori, accettando questo partito, avrebbero subito una riduzione negli interessi da 5 a 4 franchi, ma avrebbero avuto il vantaggio di un aumento sul capitale nominale da 100 a 133 franchi e un terzo con vantaggi dei titoli al disotto della pari, che già conosciamo.

 

 

Fra questi tre partiti, i portatori preferirono in gran maggioranza il primo: su 140 milioni di rendite 5% (in interesse), ben 108.276.044 franchi furono conservati al tipo 5%, ché i loro possessori non si diedero soverchio pensiero della minaccia di prossima conversione. Gli uomini sono invero per lo più ingordi dei benefici immediati e poco si preoccupano dei rischi e dei benefici futuri.

 

 

Il secondo partito della conversione in un titolo 4,50% fu accettato solo per 1.149.840 franchi di vecchie rendite 5% che furono così convertite in nuove rendite 4,50% per l’ammontare di 1.034.764 franchi.

 

 

È chiaro che l’offerta dell’assicurazione contro future conversioni fino al 22 settembre 1835 parve un vantaggio troppo piccolo alla quasi totalità dei capitalisti.

 

 

Il terzo partito fu invece accettato per 30.574.116 franchi di vecchie rendite 5%, le quali furono così convertite in 24.459.035 franchi di nuove rendite 3%.

 

 

Ed è probabile che i capitalisti, i quali accolsero questo terzo partito, siano stati i più preveggenti di tutti ed abbiano fatto i ragionamenti coi quali si dimostra che per i capitalisti i prestiti sotto la pari sono più vantaggiosi dei prestiti alla pari.

 

 

Certo è che costoro godono oggi (1939) per intiero la rendita 3% che fu loro assegnata nel 1825 e probabilmente la godranno ancora per lunghi anni; mentre coloro che si tennero il 5% od accettarono il 4,50% dovettero subire falcidie tali, con successive conversioni, che oggi il loro reddito è appena il 3%. Con questa differenza fra coloro che accettarono e coloro che tennero il 5% o chiesero il 4,50: che questi ultimi ricevono il 3% su un capitale nominale di 100 franchi, mentre i primi ricevono il 3% su un capitale nominale di 133 e un terzo %.

 

 

Cosicché, si può concludere che la conversione di Villele riuscì solo in parte, ma dove riuscì procacciò danno allo stato; mentre fu, per la maggior parte dei titoli da convertire, un insuccesso.

 

 

In Italia parecchie di queste conversioni furono decretate dal parlamento per taluni piccoli prestiti, specialmente redimibili con successo vario, a seconda dei vantaggi offerti ai creditori.

 

 

Il più noto esempio fu quello che prende il nome dal ministro del tesoro Di Broglio (1902). Volevansi convertire le obbligazioni ferroviarie 3%, da 500 lire nominali, emesse per conto dello stato, dalle tre società esercenti le ferrovie, la Mediterranea, la Adriatica e la Sicula, le quali importavano allo stato un onere di lire 15 lorde, che, deducendo la imposta di ricchezza mobile del 20% in 3 lire e l’imposta di circolazione in 0,53 si riducevano a lire 11,47 nette.

 

 

Il ministro propose ai portatori di accettare in cambio dell’obbligazione ammortizzabile 3% lordo da lire 500 nominale, tanta rendita perpetua 3,50% netto, la quale desse un reddito netto di lire 12, più un premio variabile a seconda di particolari convenzioni a discutersi e che poteva anche portare il reddito a lire 12,50. I portatori avrebbero guadagnato una lira di reddito; avrebbero conservato lo stesso valore di borsa del titolo, ma avrebbero perso sul valore nominale, perché 12,50 lire di rendita 3,50% corrispondono a circa 357 lire di valore nominale, mentre prima avevano una obbligazione ferroviaria da 500 lire nominali. La massima parte dei portatori preferì conservare queste ultime, le quali davano la speranza di una estrazione, incerta nel tempo, ma non spregevole, in 500 lire effettive. Cosicché la conversione non si può dire riuscita.

 

 

581. – CONVERSIONE LIBERA ALL’INSÙ SENZA OBBLIGO DI SCELTA. – Un tipo singolare (B b) di conversione fu quella adottata in Italia nel 1935. Ai possessori del prestito redimibile 3,50% risultante dalla conversione dal 5 al 3,50% operata nel 1934 (cfr. sopra par. 573) fu offerto il seguente dilemma: tenersi il redimibile 3,50% senza variazioni, ovvero convertirlo in un 5% conglobato perpetuo a condizione di versare un premio allo stato di 15 lire (13 lire per gli enti autarchici e di beneficenza). Lo stato garantì agli accettanti la immunità da nuove offerte di rimborso e quindi da nuove conversioni per venti anni. La proposta parve allettante ai possessori, i quali pensarono di ricavare lire 1,50 di più di frutto, contro un mero versamento di 15 lire, con un reddito percentuale del 10%. L’opinione era erronea, perché il maggior reddito di lire 1,50 garantito per 20 anni si otteneva bensì contro un versamento di 15 lire, ma questo era a fondo perduto. L’obbligazione dello stato era di 100 lire al 3,50 e tale rimaneva, senza alcun aumento, anche dopo la conversione al 5%. Le 15 lire perciò dovevano considerarsi perdute, come capitale, per il capitalista. Il calcolo di convenienza doveva essere il seguente: conviene versare 15 lire per ricevere 1,50 lire per un numero di anni indeterminato non minore di 20? Se noi supponiamo che il numero di anni sia precisamente 20, il capitalista non poteva considerare tutte le 1,50 lire in più come fossero tutte frutto o reddito; ma le doveva considerare come una annualità (cfr. par. 453) comprensiva di interessi e di ammortamento. Prima di spendere le 1,50 lire, egli doveva detrarre ogni anno da esse la somma necessaria per ricuperare alla fine di 20 anni il capitale anticipato e non rimborsabile di 15 lire. Fatti i conti risulta che, detratta la quota di ammortamento, il reddito delle 15 lire era del 6%.

 

 

I possessori del prestito 3,50% rifletterono che: 1) il 6% era un reddito conveniente; 2) poteva darsi che alla fine dei 20 anni lo stato non fosse in grado di offrire il rimborso del prestito con l’alternativa della riduzione dell’interesse; 3) se anche l’offerta potesse essere fatta, l’alternativa non potesse essere senz’altro del ritorno dal 5 al vecchio 3,50%, ma potesse darsi un momento di fermata al 4,50 od al 4%. Per queste ragioni essi accettarono per due terzi l’offerta conversione. Su 61,2 miliardi del prestito 3,50%, ben 40,6 miliardi furono convertiti all’indietro al 5% col versamento delle 15 lire; e solo 20,6 miliardi si tennero fedeli al vecchio tipo del redimibile 3,50%.

 

 


[1] Cito soltanto i saggi di ACHILLE LORIA, Intorno ad alcuni errori dominanti nella scienza economica. I prestiti pubblici ed Alcune parole sui prestiti pubblici e sull’assenteismo, in «Studi senesi», primo, 1884, pp. 48-50 e 17-181 (ripubblicati in Verso la giustizia sociale, primo vol.) e di MAFFEO PANTALEONI, Imposta e debito in riguardo alla loro pressione, in «Giornale degli economisti», luglio 1891. pp. 40-51 (ripubblicato in Scritti vari di economia, serie terza, pp. 301-22 e in «Studi di finanza e di statistica», Bologna, 1938, pp. 149-66). Fondamentale è il saggio di A. DE VITI DE – MARCO, Contributo della teoria del prestito pubblico, in Saggi di economia e finanza. Roma, 1898, pp. 61-123, sostanzialmente rifuso nel quinto libro dei Principi di economia finanziaria del medesimo autore, Torino. Einaudi, 1939; ed il notabile esame critico della tesi devitiana di Benvenuto Griziotti, La diversa pressione tributaria del prestito e dell’imposta, in «Giornale degli economisti», maggio 1917.

[2] Cfr. su questo argomento, i miei saggi: Del cosiddetto prelievo dell’imposta e dei suoi effetti sulla valutazione del reddito e della ricchezza del paese, in «La Riforma Sociale», maggio-giugno 1929, e di nuovo in Saggi Torino, 1933, prima parte, p. 77; e La inclusione del debito pubblico nelle valutazioni della ricchezza delle nazioni, comunicazione alla ventiduesima Sessione dell’Istituto internazionale di statistica di Londra, 1934, nel «Bulletin» dell’Istituto, ventottesimo tomo, deuxieme livre, p. 271.

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